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Mer­co­ledì, 21 ot­to­bre 2020.
Nota n. 2 sulla nuova con­fi­gu­ra­zione del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.

Il 31 lu­glio scorso ab­biamo dato conto delle nu­me­rose ba­lor­dag­gini im­po­ste ai vi­si­ta­tori del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco (VEDI QUI). La se­gna­la­zione è stata igno­rata dai re­spon­sa­bili del set­tore cultura/musei della città: l’ex As­ses­sore alla Cul­tura Si­mona Piazza (ma oggi ri­con­fer­mata a que­sto ruolo nella nuova Giunta co­mu­nale) e il Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo, Mauro Ros­setto.

L’8 ot­to­bre, all’appena eletto Sin­daco Mauro Gat­ti­noni ab­biamo quindi scritto per­ché in­ter­ve­nisse a cor­re­zione di quelli che sono veri in­sulti alla cul­tura man­zo­niana della città.

Non ab­biamo avuto il pia­cere di una ri­spo­sta ma sa­bato scorso 17 ot­to­bre ab­biamo ve­ri­fi­cato di per­sona che al Mu­seo è stata cam­biata solo l’etichetta della ca­stro­nata più evi­dente.

È ri­ma­sta in­va­riata la data fa­sulla della no­mina di Man­zoni a Se­na­tore sul pan­nello in­for­ma­tivo della Sala 9.

In­va­riata la sgan­ghe­rata pa­gina Fa­ce­book del Mu­seo: per il di­ver­ti­mento dei due mi­liardi di uti­liz­za­tori della piat­ta­forma, l’erogazione di una pen­sione a Man­zoni viene tut­tora pre­sen­tata come la sua no­mina a Se­na­tore.

In­va­riato il grave falso sto­rico sull’inventato “Sa­luto al Re” dell’aprile 1860 da parte della Ca­mera dei De­pu­tati, da Man­zoni mai scritto nep­pure in bozza né tan­to­meno pro­nun­ciato, con una grot­te­sca ri­scrit­tura del no­stro Ri­sor­gi­mento e del ruolo che in esso ebbe Man­zoni.

I casi sono due: o il Sin­daco Gat­ti­noni ha dato in­di­ca­zione che si cam­biasse solo l’etichetta — cosa che fran­ca­mente ci stu­pi­rebbe e im­por­rebbe a tutti una ri­fles­sione se­ria — o sono gli inetti e in­dif­fe­ren­tii fun­zio­nari museal/museografici che, ol­tre ai vi­si­ta­tori, hanno vo­luto pren­dere in giro an­che il neo Sin­daco, la­sciando in­va­riati, a sua in­sa­puta, i ver­go­gnosi er­rori da noi evi­den­ziati (cosa che ri­te­niamo molto più pro­ba­bile).

Con que­sta Nota n. 2, ol­tre a una messa a punto sulla realtà sto­rica del con­traf­fatto “Di­scorso di Lecco” di Car­ducci, dob­biamo pur­troppo se­gna­lare ul­te­riori ca­stro­nate in­flitte ai vi­si­ta­tori del Mu­seo Man­zo­niano nella me­de­sima Sala n. 9. E siamo solo alle prime bat­tute della no­stra ana­lisi!

E la nuova “As­ses­sora alla Cul­tura e Po­li­zia lo­cale” (non­ché Vice Sin­daco) Si­mona Piazza che farà?
Farà il suo do­vere, ri­me­diando pron­ta­mente a que­sti nuovi in­sulti alla cul­tura man­zo­niana della città? Op­pure con­ti­nuerà a per­met­terli e a so­ste­nerli, come ha si­ste­ma­ti­ca­mente fatto, so­prat­tutto ne­gli ul­timi tre anni della pas­sata am­mi­ni­stra­zione, come da noi am­pia­mente do­cu­men­tato ed evi­den­ziato an­che dalla stampa lo­cale?
Ba­ste­ranno po­chi giorni per sa­perlo!

Sug­ge­riamo al neo-Sin­daco di non se­guire il ver­go­gnoso e anti-ci­vico esem­pio del suo pre­de­ces­sore (cam­pione ine­gua­gliato di ta­na­tosi isti­tu­zio­nale) e di in­stau­rare una nor­male in­ter­lo­cu­zione con i cit­ta­dini che se­gna­lano er­rori e de­fi­cienze su ar­go­menti di pub­blico in­te­resse — un falso sto­rico al Mu­seo è peg­gio di un al­bero pe­ri­co­lante sulla pub­blica via.

Quando un cit­ta­dino gli scrive (so­prat­tutto se per po­sta cer­ti­fi­cata) gli ri­sponda!
Sono suf­fi­cienti po­che pa­role: “Gen­tile si­gnore, ab­biamo re­gi­strato la Sua se­gna­la­zione: ve­ri­fi­che­remo e, al caso, in­ter­ver­remo im­me­dia­ta­mente. Le da­remo co­mun­que conto delle no­stre va­lu­ta­zioni nel me­rito. Gra­zie per l’attenzione al pa­tri­mo­nio col­let­tivo”.

L’appena eletto Sin­daco Gat­ti­noni non si è pre­sen­tato come il “Sin­daco di cia­scuno”?
E al­lora lo sia — non si li­miti alle pa­role!

NOTA

2

«Dal Monumento
a Manzoni
in Lecco, strappata
l’anima lecchese»

Al Museo Manzoniano di Lecco ostracizzato il geniale e generoso manzoniano Abate Stoppani, esaltato l’antimanzoniano e travisatore Carducci.

Nella narrazione sul Monumento a Manzoni in Lecco cancellati fatti, protagonisti, documenti della città e il suo stesso nome.
Messo invece in risalto l’antimanzoniano Giosuè Carducci e il suo contraffatto “Discorso di Lecco”!

Cancellato il lecchese Abate Antonio Stoppani che per vent’anni ne fu mente, anima, cuore e braccio, con l’intelligenza dell’arte e la tenacia del bronzo ricordando all’intera Italia: “Lecco città di Manzoni”.

Cancellato lo scienziato darwiniano Gaetano Negri che per 90 minuti ne tenne il bel Discorso inaugurale, iniziandolo e chiudendolo col ricordo dell’Abate Stoppani.

Cancellato il lecchese Abate Antonio Stoppani che per vent’anni ne fu mente, anima, cuore e braccio, con l’intelligenza dell’arte e la tenacia del bronzo ricordando all’intera Italia: “Lecco città di Manzoni”.

Cancellato lo scienziato darwiniano Gaetano Negri che per 90 minuti ne tenne il bel Discorso inaugurale, iniziandolo e chiudendolo col ricordo dell’Abate Stoppani.

Cancellati i lecchesi Antonio Ghislanzoni e Mario Cermenati che ne furono intelligenti ed efficaci promotori a fianco di Stoppani.

Cancellati i lecchesi Antonio Ghislanzoni e Mario Cermenati che ne furono intelligenti ed efficaci promotori a fianco di Stoppani.

Cancellata infine la ricca, unica, originale documentazione che illustra come l’Abate Stoppani e la città progettarono, promossero e realizzarono il monumento a Manzoni e al romanzo “I Promessi Sposi”.

Diecine di manifesti anche esteticamente avvincenti; centinaia di documenti degni di un affascinante e tutto lecchese snodo del Museo Manzoniano: un nucleo di vera cultura lariana per spingere italiani e stranieri a visitare e amare Lecco, città del Manzoni e dei Promessi Sposi.

Messo in evidenza invece Giosuè Carducci, sempre anti-manzoniano, spesso in modo ottusamente goliardico.

Valorizzata una sua gherminella letteraria, pomposamente titolata “Discorso di Lecco”: 686 parole scritte nel pomeriggio di mercoledì 14 ottobre 1891 rimangiandosi le lodi da lui fatte domenica 11 ottobre all’uomo e al politico Manzoni, in uno dei dieci brindisi serali, a inaugurazione conclusa da un pezzo.

Una doppia rivoltatura di gilet, poi addirittura spacciata come “DISCORSO INAUGURALE”, a irrisione della buonafede altrui e della memoria collettiva.

Contestato con clamore per le giravolte politiche, deriso per ingenue vicende editorial-amorose, braccato per un conflitto di interessi proprio su Manzoni (anche per lui escluso dai libri di testo dell’intera nazione), in quella domenica 11 ottobre 1891 a Lecco, Carducci cercava all’ombra del Monumento di Manzoni meno conflittuali riposizionamenti.
Per tutta la cerimonia di inaugurazione del Monumento confinato al silenzio dai manzoniani sodali dell’Abate, il “Vate della Terza Italia” poté parlare solo ai brindisi della cena serale — ce ne furono altri nove, tutti pronunciati in una euforica e chiassosa confusione.
Pressato dall’ambiente cortesemente ostile, e certo già carburato come gli piaceva, parlando per non più di tre minuti rivoltò il gilet, dicendosi da sempre entusiasta ammiratore del Manzoni non solo artista, ma uomo e politico.
Nulla disse invece sul senso del monumento e, proprio come il clero reazionario, tacque sull’Abate Stoppani, scomparso ormai da dieci mesi ma indiscusso protagonista di quell’11 ottobre 1891.
Nei resoconti giornalistici relegato nelle note di colore dedicate ai brindisi di fine giornata, per il troppo repentino e radicale voltafaccia venne mordicchiato dal Corriere della Sera che titolò una noticina di poche righe con un “Carducci si ricrede”.
Spaventato di se stesso nel vedersi scritto come dal Giusti ne “Il brindisi del Girella”, Carducci fece nuovamente giravolta: tre giorni dopo, mercoledì 14, redasse un testo eliminando le lodi espresse a Manzoni uomo e politico nel brindisi di domenica sera e con Padovani lo titolò e pubblicò su “Il Resto del Carlino” come “Discorso di Lecco”.
Pochi anni dopo, in modo sfrontato, Padovani si incaricò di spacciarlo (con il silenzio-assenso di Carducci) come il “discorso inaugurale” del Monumento a Manzoni.
Una doppia e risibile auto-sconfessione aggravata da una poco nobile panzana che, dopo 129 anni, trova ancora volenterosi diffusori.
Nella ridanciana Bologna di allora se ne burlarono mettendo alla berlina il “Vate della Terza Italia” come “rivoltatore di gilet”, amante del buon vino.
Ma a Lecco gli ingenui e poco informati museal / museografi (con in testa il Direttore scientifico Mauro Rossetto e tutta la catena “culturale” del Comune: Direttore SiMUL, Pieraldo Lietti; Dirigente Area 4, Massimo Gatti; la già Assessore alla cultura Simona Piazza, la già Giunta al completo, il già Sindaco Virginio Brivio) ne hanno fatto un elemento di attrazione del Museo Manzoniano.
Si falsa così la verità storica e si cancellano dalla memoria collettiva sia figure centrali del Risorgimento italiano sia inediti e veramente interessanti documenti, ben rappresentativi della cultura manzoniana della città di Lecco e del territorio lariano.
Con questa Nota n. 2 sulla nuova configurazione del Museo Manzoniano, cerchiamo di fare chiarezza sull’intera vicenda, augurandoci che ne tenga conto la nuova Amministrazione comunale guidata dal neo Sindaco Mauro Gattinoni.

A margine non possiamo non segnalare — e siamo a DUE — ulteriori strafalcioni nel percorso espositivo del Museo Manzoniano di Lecco.

Sono infatti evidenziati oggetti con nessuna attinenza né con Manzoni né con il suo Monumento in Lecco, e ignorati invece documenti preziosi, testimonianza del rapporto unico della città con lo scrittore.

Una volgare presa in giro riservata ai visitatori del Museo dal suo Direttore scientifico, dall’ex Assessore alla Cultura e dall’ex Signor Sindaco.

Amici lecchesi, in particolare voi che vi occupate di cultura e di storia della città: ce la fate a battere un colpo? Sarebbe sufficiente una vostra lettera al nuovo Sindaco che, ne siamo certi, non potrebbe ignorare figure ben note della città.

Finché rimarrete in silenzio, questi scempi continueranno a ridicolizzare la cultura della città di Manzoni e la vostra stessa funzione.

Da “Bo­no­nia ri­det”, set­ti­ma­nale sa­ti­rico bo­lo­gnese — sa­bato 17 ot­to­bre 1891.

1. La verità sul contraffatto “Discorso di Lecco” di Giosuè Carducci.

Nella Nota che se­gue evi­den­ziamo la scelta della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco (e dei suoi re­fe­renti, l’ex As­ses­sore alla Cul­tura Piazza — oggi ri­con­fer­mata come “As­ses­sore alla Cul­tura e alla Po­li­zia lo­cale” — e l’ex Sin­daco Bri­vio) sia di mi­ni­miz­zare l’importanza del Mo­nu­mento a Man­zoni che sorge nel cen­tro della città sia di adul­te­rarne la sto­ria con cen­sure ad hoc.

Se ne è can­cel­lato il vero pro­ta­go­ni­sta, l’Abate Stop­pani (della sua rea­liz­za­zione, per vent’anni, mente, cuore, brac­cio) non­ché il mes­sag­gio che con quella bella opera d’arte il Co­mi­tato cit­ta­dino di cui era Pre­si­dente volle lan­ciare all’intera na­zione: Lecco è la città di Man­zoni; quella Lecco ispi­ra­tasi al pen­siero del poeta nel co­struire la pro­pria fi­sio­no­mia di città: nes­suna ac­cet­ta­zione dei so­prusi; fi­du­cia nelle pro­prie forze; giu­sti­zia certa ma nel per­dono.

Se ne è can­cel­lato l’oratore uf­fi­ciale alla ce­ri­mo­nia di inau­gu­ra­zione dell’11 ot­to­bre 1891, Gae­tano Ne­gri, po­li­tico e scien­ziato one­sto, dar­wi­niano con­vinto, am­mi­ra­tore di Man­zoni e amico fra­terno del sa­cer­dote Abate Stop­pani cui de­dicò l’inizio e la fine del suo lungo e se­gui­tis­simo di­scorso su Man­zoni, sul senso del mo­nu­mento, sulla sua sto­ria.

Se ne è can­cel­lato An­to­nio Ghi­slan­zoni, da sem­pre grande esti­ma­tore di Man­zoni, che alle at­ti­vità del Co­mi­tato pro­mo­tore e del cu­gino Abate Stop­pani, ga­rantì l’appoggio fat­tivo e coin­vol­gente di mu­si­ci­sti e can­tanti di pre­sti­gio.

Se ne è can­cel­lato Ma­rio Cer­me­nati, am­mi­ra­tore e se­guace del na­tu­ra­li­sta Abate Stop­pani, che, pur gio­va­nis­simo, si im­pe­gnò in riu­scite ini­zia­tive cul­tu­rali di pro­mo­zione per rac­co­gliere fondi.

In una pa­rola, al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco, nel pur asfit­tico ri­fe­ri­mento al Mo­nu­mento a Man­zoni inau­gu­rato nel 1891, si è can­cel­lata ogni trac­cia del le­game tra quell’immagine e l’intera co­mu­nità lec­chese / la­riana.

Una ope­ra­zione di ra­di­cale cen­sura che va ad ag­giun­gersi alla can­cel­la­zione della fi­sio­no­mia stessa di Man­zoni ope­rata at­tra­verso il mar­chio po­sto a sim­bolo del Mu­seo de­di­cato a Man­zoni, cui ab­biamo de­di­cato il 31 lu­glio scorso la Nota n. 1 — Il mar­chio ta­le­bano che can­cella Man­zoni.

Dall’altro (per di più con gros­so­lani er­rori di ogni tipo) si è in­vece dato uno spro­po­si­tato spa­zio a Gio­suè Car­ducci che in quella vi­cenda svolse un ruolo in­si­gni­fi­cante e si pro­dusse per di più in una poco com­men­de­vole dop­pia gi­ra­volta cul­tu­rale.

Può ap­pa­rire strano, ma è pro­prio così.

Il “Di­scorso di Lecco”, de­fi­nito tale solo da Car­ducci e da “Il Re­sto del Car­lino”, in realtà non fu da Car­ducci mai pro­nun­ciato nella forma e con­te­nuti con cui è da 129 anni co­no­sciuto e i cui ma­no­scritti, di pu­gno di Car­ducci, sono oggi pro­po­sti come de­gni di nota al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.

Car­ducci pro­nun­ciò in realtà ben al­tre pa­role, al­lora ri­por­tate cor­ret­ta­mente dal Cor­riere della Sera e da al­tri quo­ti­diani ma poi oscu­rate dalla pro­pa­ganda filo-car­duc­ciana fun­zio­nale a ef­fi­cienti in­te­ressi edi­to­riali e a un certo clima po­li­tico-cul­tu­rale.

Si trattò in realtà, tra una bic­chie­rata e l’altra in una ru­mo­rosa cena con un cen­ti­naio di com­men­sali, di una di­chia­ra­zione di non più di tre mi­nuti, ester­nata dal poeta/professore la sera dell’11 ot­to­bre 1891 all’Albergo Croce di Malta di Lecco, a ce­ri­mo­nia inau­gu­rale ter­mi­nata da ore.

Uno dei 10 brin­disi che, in una ef­fer­ve­scente con­fu­sione fe­sta­iola chiu­sero la se­rata, prima che ini­ziasse lo spet­ta­colo al Tea­tro So­ciale di Piazza Ga­ri­baldi, con pro­ie­zione di “om­bre” con i volti di Man­zoni, Ga­ri­baldi, Stop­pani.

1.1 / Carducci era a Lecco per cercare di dare una ripulita alla propria immagine, appannata da una serie di negatività.

PRIMO — Da contestazioni per “tradimento” delle idealità democratiche e repubblicane.

Nell’aprile 1891, po­chi mesi prima della gior­nata lec­chese, cen­ti­naia dei suoi stessi stu­denti ave­vano ma­ni­fe­stato all’Università (im­pe­den­do­gli di te­nere le­zione), poi in piazza e sotto casa sua con as­sor­danti fi­schietti con­tro il suo ap­pog­gio a una ini­zia­tiva filo-mo­nar­chica in am­bito uni­ver­si­ta­rio — ne erano usciti pro­cessi an­che per ag­gres­sione (in quell’occasione Car­ducci si era com­por­tato leal­mente, sca­gio­nando uno stu­dente “quasi-in­no­cente” che, senza il suo in­ter­vento, avrebbe ri­schiato una grave im­pu­ta­zione).

Nella vi­gnetta pub­bli­cata sul set­ti­ma­nale sa­ti­rico “Bo­no­nia ri­det” del 14 marzo 1891 un mare di fi­schietti-stu­denti tal­lona 5 oche mo­nar­chi­che il cui al­fiere è in­teso es­sere Car­ducci.

SECONDO — da un risibile editorial/carnale conflitto di interessi.

Un amo­razzo ex­tra-co­niu­gale del 55enne poeta/professore, ab­bon­dan­te­mente spo­sato e pa­dre di tre fi­glie (la mag­giore nata nel 1859), con An­nie Vi­vanti, 24enne at­trice e ver­seg­gia­trice di non ec­celsa ca­ra­tura, gio­io­sa­mente li­bera e gio­va­nil­mente ram­pante — ma que­sti erano fatti loro.

Il fatto di tutti è che il “più grande poeta dell’Italia di oggi”, pro­fes­sore di una pre­sti­giosa Uni­ver­sità, mem­bro del Con­si­glio Su­pe­riore dell’Istruzione, alla prima opera della attrice/poetessa (edita da Tre­ves nel feb­braio 1890) aveva spia­nato la strada con una scon­si­de­rata pre­fa­zione / piz­zino amo­roso.

Dalla “Pre­fa­zione” di Gio­suè Car­ducci (Li­rica, di An­nie Vi­vanti, Tre­ves 1890):

Si­gno­rina,
[…]
A Lei, la fi­so­no­mia dell’immagine, la tem­pera del co­lo­rito, la qua­lità della frase e l’andamento del verso ven­gono e spi­rano col mo­vi­mento del fan­ta­sma e della pas­sione che Le dan la poe­sia. Tutto ciò è sem­pre bene? lo so e Le dico che molte volte mi ra­pi­sce.
E Le ba­cio la mano.

La cosa si era poi evo­luta tra Boc­cac­cio e Du­mas.
An­nie Vi­vanti, men­tre “molte volte ra­piva” il ma­turo poeta/professore, ra­piva an­che due gio­va­notti: uno, fi­dan­zato più o meno uf­fi­ciale, l’altro del tutto uf­fi­cioso. Come suc­cede, i due si erano in­cro­ciati sulla so­glia di casa della fan­ciulla: ne era uscita una sfida a duello, poi giu­di­zio­sa­mente fatta sva­po­rare dal fra­tello di lei.

Dalla “Pre­fa­zione” di Gio­suè Car­ducci (Li­rica, di An­nie Vi­vanti, Tre­ves 1890):

Si­gno­rina,
[…]
A Lei, la fi­so­no­mia dell’immagine, la tem­pera del co­lo­rito, la qua­lità della frase e l’andamento del verso ven­gono e spi­rano col mo­vi­mento del fan­ta­sma e della pas­sione che Le dan la poe­sia. Tutto ciò è sem­pre bene? lo so e Le dico che molte volte mi ra­pi­sce.
E Le ba­cio la mano.

La cosa si era poi evo­luta tra Boc­cac­cio e Du­mas.
An­nie Vi­vanti, men­tre “molte volte ra­piva” il ma­turo poeta/professore, ra­piva an­che due gio­va­notti: uno, fi­dan­zato più o meno uf­fi­ciale, l’altro del tutto uf­fi­cioso. Come suc­cede, i due si erano in­cro­ciati sulla so­glia di casa della fan­ciulla: ne era uscita una sfida a duello, poi giu­di­zio­sa­mente fatta sva­po­rare dal fra­tello di lei.

TERZO — da accuse di conflitto di interessi proprio in relazione a Manzoni.

Mem­bro dal 1881 del Con­si­glio Su­pe­riore dell’Istruzione, Car­ducci nel 1884 aveva con­dotto un du­plice di­retto at­tacco a Man­zoni in am­bito sco­la­stico:

a/ aveva am­pia­mente con­di­viso la scelta di esclu­dere Man­zoni dai li­bri di te­sto ob­bli­ga­tori delle scuole del Re­gno la­scian­done la let­tura di “prose” solo all’ultimo anno di li­ceo e a di­scre­zione del do­cente — un golpe cul­tu­rale anti-man­zo­niano in piena re­gola;

b/ aveva escluso Man­zoni dalla pro­pria an­to­lo­gia “Let­ture Ita­liane”, “sug­ge­rita” ai gin­nasi di tutta Ita­lia dal Mi­ni­stero dell’Istruzione.
I man­zo­niani lo ac­cu­sa­vano di col­lu­sioni af­fa­ri­stico-edi­to­riali con il Mi­ni­stro Cop­pino.

La stoccata del quotidiano milanese “Il Secolo”.

Men­tre Car­ducci sa­bato 10 ot­to­bre 1891 si re­cava in treno a Lecco per la gior­nata inau­gu­rale di do­me­nica 11, aveva modo di con­sta­tare che quella vi­cenda an­zi­ché sva­po­rare col tempo, con­ti­nuava a es­sere ben pre­sente sia ai man­zo­niani sia alla op­po­si­zione an­ti­go­ver­na­tiva (in que­sto caso rap­pre­sen­tata dal “Se­colo” di Mi­lano) cui non gar­bava la li­nea mo­no­po­liz­za­trice del Go­verno nei ri­guardi dell’istruzione pub­blica.

Il quo­ti­diano mi­la­nese di quel sa­bato 10 ot­to­bre ac­co­glieva il poeta/professore con un più che evi­dente “si­ni­stro-de­stro” re­da­zio­nale.
In se­conda pa­gina met­teva l’annuncio “Il Mo­nu­mento di Man­zoni a Lecco”, sot­to­li­neando che il de­pu­tato Mer­za­rio, dai pri­mis­simi anni ’60 amico e com­pa­gno di lotte po­li­ti­che dell’Abate, era stato no­mi­nato a capo dei par­la­men­tari pre­senti alla ce­ri­mo­nia (con au­to­rità quindi di con­di­zio­narne i com­por­ta­menti pub­blici).

Im­me­dia­ta­mente sotto, un ar­ti­colo — “I li­bri di te­sto” — in cui si at­tac­cava Car­ducci sulla vi­cenda della esclu­sione di Man­zoni dai li­bri di te­sto (sot­to­li­nea­ture no­stre):

«Nelle scuole se­con­da­rie si im­pon­gono le an­to­lo­gie del Car­ducci: e an­che que­ste hanno il di­fetto di es­sere di­spo­ste se­condo par­titi let­te­rari e di man­care di quella lar­ghezza im­par­ziale che nelle an­to­lo­gie è do­ve­rosa. Per que­sto par­ti­gia­ne­simo si ab­bonda ne­gli au­tori del tre­cento e del quat­tro­cento, tra­scu­rando i mo­derni, fra i quali Man­zoni con pa­lese in­giu­sti­zia

E que­sto tanto per dar­gli il ben­ve­nuto! alla inau­gu­ra­zione del Mo­nu­mento de­di­cato all’uomo i cui scritti egli aveva par­te­ci­pato at­ti­va­mente a esclu­dere dalle scuole del Re­gno.

Ov­via­mente quelle po­che ri­ghe non do­vet­tero pia­cere a Car­ducci.
E in­fatti egli, po­chi giorni dopo, nella sua let­tera di ac­com­pa­gna­mento della ri­scrit­tura di quanto pro­nun­ciato a Lecco al brin­disi se­rale, citò pro­prio que­sto ar­ti­colo, a evi­den­ziare quanto quella que­stione gli stesse a cuore.

1.2 / L’incredibile doppia giravolta lecchese di Carducci.

Una vera gi­ra­volta per Car­ducci nei con­fronti dell’uomo ef­fi­giato nel mo­nu­mento inau­gu­rato in Lecco.

Le sue po­che pa­role, dette con il bic­chiere alla mano, in tre mi­nuti e nel bru­sio di cento com­men­sali, pur con tutta la fa­con­dia ora­to­ria di Car­ducci, non po­te­vano ap­pa­rire più che una cu­riosa ester­na­zione, tra l’altro de­ci­sa­mente zoppa in quel con­te­sto.

Car­ducci in­fatti non disse una pa­rola né sul mo­nu­mento (nei suoi tre al­to­ri­lievi vero mes­sag­gio di etica man­zo­niana) né sull’Abate Stop­pani che con quella im­ma­gine in bronzo in­nal­zava un mo­nu­mento non solo allo scom­parso Man­zoni scrit­tore, fi­lo­sofo, po­li­tico ma al “man­zo­ni­smo pre­sente e vivo”, a quell’orientamento etico-po­li­tico così ef­fi­ca­ce­mente rap­pre­sen­tato pro­prio dall’Abate Stop­pani.

Come si ri­cor­derà, a metà de­gli anni ’80 di quel se­colo, la forte af­fer­ma­zione di un for­sen­nato po­si­ti­vi­smo pseudo-scien­ti­fico (Marx ed En­gels lo ri­te­ne­vano uno dei peg­giori sot­to­pro­dotti dello svi­luppo sel­vag­gio del ca­pi­ta­li­smo) e il con­so­li­darsi di una al­tret­tanto for­sen­nata chiu­sura del Va­ti­cano di fronte sia allo Stato uni­ta­rio sia alle più ele­men­tari esi­genze di rin­no­va­mento della for­ma­zione e della fun­zione del clero, ave­vano sol­le­ci­tato e fa­vo­rito il ma­ni­fe­starsi di una “terza via”, ri­spet­tosa e della scienza vera e del sen­ti­mento re­li­gioso.

È noto come l’Abate Stop­pani, pro­prio in quel torno di anni im­pe­gnato come scien­ziato e come teo­logo a ve­ri­fi­carne la pos­si­bi­lità di af­fer­ma­zione, fosse con­ti­nua­mente e bru­tal­mente at­tac­cato dal Va­ti­cano che com­bat­teva in lui an­che l’alfiere di Man­zoni (il Man­zoni con­ci­lia­to­ri­sta e uni­ta­rio con Roma ca­pi­tale).
E in­fatti per quel mo­nu­mento in Lecco, il clero rea­zio­na­rio della città (e i po­chi lec­chesi che gli si al­li­nea­rono — come gli Scola) aveva fatto muro con­tro Stop­pani, ar­ri­vando a no­mi­narlo solo di sfug­gita nelle cro­na­che della gior­nata (pro­prio come al Mu­seo Man­zo­niano).

Il si­len­zio di Car­ducci su uno dei più noti rap­pre­sen­tanti di quel “nuovo man­zo­ni­smo” an­dava quindi a spo­sarsi col si­len­zio del clero rea­zio­na­rio, in un con­nu­bio de­ci­sa­mente de­pri­mente (per l’ex sa­ta­nico “Vate” na­tu­ral­mente).

La mal­de­stra gi­ra­volta “filo-man­zo­niana” di Car­ducci al brin­disi di Lecco della do­me­nica 11 sera fu co­mun­que ac­colta an­che con sod­di­sfa­zione: al ter­mine dei tre mi­nuti ci fu­rono dei “Viva Man­zoni — Viva Car­ducci”.
Te­nuto ai mar­gini per una lunga gior­nata, Car­ducci poté quindi al­meno per un mo­mento sen­tirsi al cen­tro dell’attenzione e ben ac­colto (l’uomo era sen­si­bile alle lodi).

Il Cor­riere della Sera prese atto delle smac­cate di­chia­ra­zioni “filo-man­zo­niane” di Car­ducci: lu­nedì 12 sin­te­tizzò (in modo ve­ri­tiero) le sue pa­role e ci fece so­pra solo un poco di iro­nia, ti­to­lando il fine ar­ti­colo di cro­naca della gior­nata con un “Car­ducci si ri­crede” (ci tor­ne­remo so­pra; per una prima pre­sen­ta­zione di que­sto breve te­sto, vedi qui il ri­ta­glio stampa del Cor­Sera).

1.3 / Da Carducci e Padovani una sgangherata difesa pseudo-letteraria.

Ma per Car­ducci quella breve ci­ta­zione de “Il Cor­riere della Sera” di lu­nedì 12 (che lo col­lo­cava tra i brin­disi e le lu­mi­na­rie — lui, il più grande poeta vi­vente d’Italia!) do­vette es­sere una con­ferma del fal­li­mento dei pro­getti di vi­si­bi­lità e ri­po­si­zio­na­mento che lo ave­vano spinto a Lecco.

Per cer­care di ri­pren­dersi la scena, fece quindi lan­ciare dall’amico Pa­do­vani, di­ret­tore de “Il Re­sto del Car­lino” di Bo­lo­gna, una sgan­ghe­rata di­fesa ap­pron­tata con me­dio­cri stru­menti pseudo-let­te­rari.

Il giorno suc­ces­sivo, mar­tedì 13 ot­to­bre, Pa­do­vani, senza mi­ni­ma­mente con­te­stare il senso di quanto scritto dal Cor­Sera, si at­tac­cava all’uso del verbo “ri­cre­dere” (un ap­pi­glio eri­stico di nes­sun conto) e in prima pa­gina del suo gior­nale so­ste­neva a spada tratta che “Car­ducci non si ri­crede ma si ri­pete”, ar­go­men­tando in modo de­ci­sa­mente scon­clu­sio­nato — ma chi se ne frega! — che Car­ducci, al­meno dal 1873, aveva la­sciato alle spalle le in­tem­pe­ranze gio­va­nili e con­fer­mato la sua am­mi­ra­zione per le “doti ar­ti­sti­che di Man­zoni”.

Pa­do­vani però te­neva a ri­mar­care che una frase della breve sin­tesi del Cor­Sera, ri­guar­dante il ruolo di Man­zoni sul piano po­li­tico, era da con­si­de­rare con la do­vuta at­ten­zione (ci tor­ne­remo so­pra): Car­ducci do­veva ap­pa­rire un po­chino man­zo­niano, non di­ven­tare un man­zo­niano tout-court.

Mer­co­ledì 14 “Il Cor­riere della Sera”, finse di pren­dere sul se­rio Pa­do­vani e, con il ti­tolo “Car­ducci su Man­zoni”, pub­blicò un pre­ciso e cir­co­stan­ziato re­so­conto di ciò che Car­ducci aveva detto al brin­disi di do­me­nica 11, met­tendo in bella evi­denza i molti pas­saggi in cui il “Vate della Terza Ita­lia” lo­dava Man­zoni, come uomo, come pa­triota, come po­li­tico in­te­ger­rimo.

Era ov­vio il senso della mossa: e ora Car­ducci, che a Lecco si è di­chia­rato così man­zo­niano, ci rac­conti un poco per­ché ha escluso Man­zoni da tutti i li­bri di te­sto delle scuole del Re­gno e come in­tende rein­te­grarlo.

Ciò che il Cor­riere della Sera aveva sot­tin­teso lo aveva in­vece già espresso in chiaro mar­tedì 13 ot­to­bre il già ri­cor­dato “Se­colo” (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Pare che a Lecco vi sia qual­che strada di Da­ma­sco, per­chè do­me­nica Car­ducci si è con­ver­tito. Pec­cato che ab­bia aspet­tato sì tardi! E spe­riamo che la con­ver­sione non si fer­merà tra i fumi del ban­chetto, ma i suoi ef­fetti gli fa­ranno rin­ne­gare l’Antologia sco­la­stica nella quale Man­zoni non ha il po­sto che gli è do­vuto».

Car­ducci, leg­gendo que­sti com­menti e so­prat­tutto il Cor­Sera di mer­co­ledì 14, capì di es­sersi dato la zappa sui piedi: un conto era stato par­lare la do­me­nica sera a quel brin­disi ru­mo­roso di Lecco, ascol­tato (con dif­fi­coltà) da qual­che die­cina di per­sone; un conto ve­dersi scritto su uno dei quo­ti­diani più ven­duti di Ita­lia.
La cosa non po­teva es­sere la­sciata cor­rere dal poeta / pro­fes­sore.
Il quale, presa carta e penna, si mise a scri­vere non ciò che aveva detto a Lecco, ma ciò che vo­leva si pen­sasse avesse detto — cose ov­via­mente non ne­ces­sa­ria­mente coin­ci­denti.

Tre giorni dopo il brin­disi se­rale di do­me­nica 11 all’Albergo Croce di Malta di Lecco, su­bito dopo avere letto il Cor­riere della Sera di mer­co­ledì 14 e te­nen­do­selo da­vanti (ne da­remo più avanti la prova), Car­ducci scrisse quindi un te­sto ap­pa­ren­te­mente si­mile ma com­ple­ta­mente di­verso dalle pa­role pro­nun­ciate la do­me­nica sera, ri­man­gian­dosi la ri­va­lu­ta­zione po­si­tiva su Man­zoni po­li­tico e sul clero pro­gres­si­sta.

A que­sta sua ri­scrit­tura del brin­disi, Car­ducci diede il pom­poso ti­tolo di “Di­scorso di Lecco”.
Il suo so­dale Pa­do­vani, di­ret­tore de “Il Re­sto del Car­lino”, uf­fi­cia­lizzò la cosa, pub­bli­cando gio­vedì 15 la ri­scrit­tura di Car­ducci e dan­dola come unica ve­ri­tiera – poco im­por­tava che il Vate men­tisse sa­pendo di men­tire.

In ge­ne­rale la stampa ignorò la “ri­scrit­tura” di Car­ducci e ri­prese la ver­sione del “Cor­riere della Sera”.
Solo “La Per­se­ve­ranza” — ma po­le­mi­ca­mente — ri­portò il nuovo te­sto di Car­ducci pub­bli­cato da “Il Re­sto del Car­lino” evi­den­ziando trat­tarsi di ben al­tro ri­spetto a quanto da Car­ducci ef­fet­ti­va­mente detto a Lecco.

Nes­suno però si prese la briga di ap­pro­fon­dire la cosa e met­tere con le spalle a terra Car­ducci e il suo so­cio gior­na­li­sta: al­lora sa­rebbe stato fa­ci­lis­simo — tutti ave­vano ben pre­senti le cose — e avremmo evi­tato 130 anni di una an­ti­pa­tica gher­mi­nella, ma­tu­rata col tempo in aperta men­zo­gna.

1.4 / Dopo il “ripensamento”, il falso ideologico.

Dieci anni dopo, non con­tento di es­serne uscito nel 1891 con solo lievi am­mac­ca­ture, Pa­do­vani, in per­fetta ma­la­fede (e col silenzio/assenso di Car­ducci? di­remmo pro­prio di sì!) giunse a spac­ciare que­sta ri­scrit­tura fal­sante come il “Di­scorso inau­gu­rale” del Mo­nu­mento, te­nuto in­vece — lo ab­biamo ap­pena scritto so­pra — al mat­tino, per 90 mi­nuti e con grande fa­vore del pub­blico, da Gae­tano Ne­gri.

Nei de­cenni suc­ces­sivi, gra­zie alla forza di co­mu­ni­ca­zione di Za­ni­chelli, edi­tore sto­rico di Car­ducci, non­ché alla ten­denza dei vari in­tel­let­tuali a non ini­mi­carsi edi­tori e chissà che al­tro, que­sto falso ideo­lo­gico ha as­sunto il con­no­tato della ve­rità, can­cel­lando ciò che ef­fet­ti­va­mente Car­ducci aveva detto l’11 ot­to­bre 1891 e, se­guendo Pa­do­vani, tra­sfor­man­dolo nel “di­scorso uf­fi­ciale” della ma­ni­fe­sta­zione.

In sin­to­nia con la gher­mi­nella messa in piedi da Carducci/Padovani nel 1891 (per la mano di Pa­do­vani tra­sfor­mata in falso ideo­lo­gico dieci anni dopo), al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco, i po­chi ri­fe­ri­menti al Mo­nu­mento a Man­zoni sono pre­sen­tati in modo in­de­cen­te­mente con­fuso e mu­tilo; tale co­mun­que da in­durre il vi­si­ta­tore ignaro a ri­te­nere che il Mo­nu­mento sia stato inau­gu­rato da Car­ducci.

L’alterazione della ve­rità da parte della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco, con i suoi ri­flessi ine­vi­ta­bili sulla sto­ria della città, sulla me­mo­ria di Man­zoni e dell’Abate Stop­pani, ci ob­bliga a una messa a re­gi­stro dei fatti real­mente ac­ca­duti.

Ma è so­prat­tutto da con­si­de­rare come uno dei tanti esempi di come in que­sto Mu­seo il dato sto­rico venga si­ste­ma­ti­ca­mente de­for­mato, con una in­de­cente ri­scrit­tura de­gli av­ve­ni­menti che ha in­sieme del ri­di­colo e del pa­to­lo­gico.

In­vi­tiamo i let­tori a non sot­to­va­lu­tare que­sti fe­no­meni di sca­di­mento del pen­siero e della me­mo­ria col­let­tiva; sug­ge­riamo un loro in­ter­vento per­ché que­sto Mu­seo sia luogo di ap­pren­di­mento e non ma­gaz­zino di er­rori e in­ven­zioni in­fan­tili e/o ma­li­ziose.

Con la nota che se­gue in­ten­diamo quindi:

ri­chia­mare la realtà di quanto ac­ca­duto at­torno al Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco l’11 ot­to­bre 1891;
.
col­lo­care nella sua reale di­men­sione l’irrilevante ruolo che vi ebbe Car­ducci;
.
chia­rire ciò che real­mente disse Car­ducci in quella gior­nata;
.
il­lu­strare qual fosse stato sem­pre il pen­siero anti-man­zo­niano di Car­ducci;
.
dare la di­gnità che me­ri­tano ai veri pro­ta­go­ni­sti di quella vi­cenda, an­cora oggi parte co­sti­tuiva della fi­sio­no­mia della città di Lecco; in par­ti­co­lare all’Abate Stop­pani, di cui dob­biamo co­min­ciare a pre­pa­rare il bi­cen­te­na­rio della na­scita (15 ago­sto 2024).

Come no­stro me­todo, le os­ser­va­zioni che svi­lup­pe­remo — certo an­che pun­tuali e a volte pun­tute — sa­ranno sup­por­tate da do­cu­menti in­te­grali, com­pren­si­bili an­che al let­tore meno pre­pa­rato sull’argomento: ognuno avrà così modo di farsi una pro­pria idea su quella vi­cenda, cro­no­lo­gi­ca­mente da­tata ma con aspetti im­por­tanti per la sto­ria e la fi­sio­no­mia an­che at­tuale di Lecco.

La Nota si com­pone di 37.360 pa­role (240.000 bat­tute; circa 15 pa­gine di un quo­ti­diano; più o meno 90 pa­gine di un li­bro di for­mato me­dio); è leg­gi­bile in poco meno di due ore.

La prima parte di que­sta Nota è stata pub­bli­cata Gio­vedì 30 lu­glio 2020 con il ti­tolo
«Al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco il mar­chio ta­le­bano che can­cella la fac­cia di Man­zoni.»

2. Marasma museal / museografico sul Monumento a Manzoni.

Nella Nota del 30 lu­glio scorso, de­di­cata agli stra­fal­cioni del Mu­seo Man­zo­niano su aspetti della vita po­li­tica di Man­zoni, ab­biamo già par­lato della sua Sala 9.

È la più an­gu­sta del Mu­seo (6 me­tri qua­dri) e in essa viene trat­tato l’argomento “Il let­te­rato e la po­li­tica”.

Ma vi è stato in­fi­lato an­che uno scon­clu­sio­nato e fal­si­fi­cante ri­fe­ri­mento al Mo­nu­mento a Man­zoni, per di più con le so­lite bag­gia­nate cul­tu­rali e mu­seo­gra­fi­che.

Di­remo nel pro­sie­guo di que­sta Nota de­gli aspetti cul­tu­rali e della fal­si­fi­ca­zione; in via pre­li­mi­nare è però op­por­tuno sgom­brare il campo da­gli stra­fal­cioni.

2.1 / Etichette pazze per un Museo in pieno marasma culturale e organizzativo.

Per­ché il let­tore ab­bia una per­ce­zione an­che fi­sica della Sala 9 ne mo­striamo quella parte (3 me­tri qua­dri sui 6 com­ples­sivi) in cui sono espo­sti al­cuni do­cu­menti re­la­tivi al Mo­nu­mento a Man­zoni, me­sco­lati ad al­tri per­fet­ta­mente estra­nei non solo al Mo­nu­mento e allo stesso Man­zoni ma allo stesso buon senso co­mune:

— il pan­nello in­for­ma­tivo, ti­to­lato “Il let­te­rato e la po­li­tica”;

— una ve­tri­netta (cm 135×60), con­te­nente 3 do­cu­menti a fo­glio e 1 vo­lume a stampa, con re­la­tive eti­chette;

— so­pra la ve­tri­netta, a pa­rete, 1 li­to­gra­fia e 2 fo­to­gra­fie, senza al­cuna eti­chetta (è una delle tro­vate mu­seo­gra­fi­che più grot­te­sche del Mu­seo, ne par­le­remo in al­tra sede).

Del pan­nello in­for­ma­tivo ri­por­tiamo l’ultima parte — è quella in cui si fa un qual­che ri­fe­ri­mento al “Mo­nu­mento de­di­cato allo scrit­tore” (evi­den­zia­zioni come nell’originale):

«Come An­to­nio Ro­smini (1797-1855) e An­to­nio Stop­pani (1824-1891), quindi, Man­zoni fu un cat­to­lico-li­be­rale an­ti­con­for­mi­sta e, pro­prio per que­sta sua man­canza di al­li­nea­mento, fu uti­liz­zato con op­po­sti in­ten­di­menti nelle po­le­mi­che po­li­ti­che che si sca­te­na­rono nei primi de­cenni po­stu­ni­tari, ca­rat­te­riz­zati da­gli scon­tri vi­ru­lenti tra la Si­ni­stra an­ti­cle­ri­cale, scien­ti­sta e mas­so­nica, e i con­ser­va­tori.

Que­ste po­le­mi­che eb­bero ri­flessi lo­cali il giorno dell’inau­gu­ra­zione del mo­nu­mento de­di­cato allo scrit­tore, l’11 ot­to­bre 1891, che era stato pro­mosso da un Co­mi­tato ispi­rato da An­to­nio Stop­pani e so­ste­nuto dai pro­gres­si­sti. ­In quell’occasione, la ce­le­bra­zione di Man­zoni da parte del fram­mas­sone Gio­suè Car­ducci nel suo di­scorso, diede luogo ad un pic­colo gos­sip cul­tu­rale sui quo­ti­diani na­zio­nali, pro­vo­cando una smen­tita del poeta con una let­tera sul quo­ti­diano bo­lo­gnese II Re­sto del Car­lino.
Di que­sta vi­cenda si pre­sen­tano le foto della ce­ri­mo­nia e gli au­to­grafi car­duc­ciani del Di­scorso di Lecco.
Tra i molti ma­te­riali […] una rara edi­zione di Ça ira, poema car­duc­ciano che ce­le­bra gli av­ve­ni­menti della ri­vo­lu­zione fran­cese.»

Il let­tore ha letto bene? Si­cu­ra­mente sì.
Si sarà quindi ac­corto che in que­sto pan­nello in­for­ma­tivo, nel guaz­za­bu­glio di pe­riodi an­che senza senso, si ac­cenna a un mo­nu­mento de­di­cato a Man­zoni, la cui inau­gu­ra­zione si tenne l’11 ot­to­bre 1891.

Ma senza un pic­colo det­ta­glio — a quale mo­nu­mento ci si ri­fe­ri­sce? dove si trova que­sto mo­nu­mento?

È forse quello di Piazza San Fe­dele a Mi­lano?
Solo un vi­si­ta­tore molto at­tento — e alla ri­cerca spe­ci­fica di que­sta in­for­ma­zione, come è stato il no­stro caso — solo con dif­fi­coltà può sco­prire in quale città si trova il Mo­nu­mento: in tutta la do­cu­men­ta­zione del Mu­seo que­sto “det­ta­glio” è in­di­cato, per in­ciso e di sfug­gita, solo nell’etichetta mal leg­gi­bile di una ve­tri­netta.

Per il mo­mento però ci met­tiamo nei panni di un vi­si­ta­tore qual­siasi.
Il quale, per rac­ca­pez­zarsi in ciò che ha letto — ma certo non com­preso — cerca di chia­rirsi le idee guar­dando sia gli og­getti che vede espo­sti nella ve­tri­netta po­sta a un passo dal pan­nello, sia le il­lu­stra­zioni, po­ste a pa­rete pro­prio so­pra di essa.

Nella ve­tri­netta il vi­si­ta­tore vede 3 fo­gli ma­no­scritti e il vo­lu­metto “Ça ira” di Gio­suè Car­ducci, edito da Som­ma­ruga nel 1883 (tanto per ca­pirci: in fran­cese “ça ira” si­gni­fica “si farà” e “ça ira / ça ira / ça ira” era il ri­tor­nello di una delle can­zoni di lotta della prima fase della Ri­vo­lu­zione Fran­cese del 1789).

Guar­diamo in­sieme i tre ma­no­scritti, co­min­ciando da si­ni­stra.

Etichette pazze — Primo manoscritto.
Ma di che si parla?

Leg­giamo l’etichetta (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Gio­suè Car­ducci | Bozza della let­tera al Di­ret­tore del quo­ti­diano Il re­sto [sic!] del Car­lino, sul si­gni­fi­cato del di­scorso te­nuto a Lecco | ma­no­scritto au­to­grafo [Bo­lo­gna, 30 mag­gio 1892

E poi leg­giamo dal do­cu­mento (è ab­ba­stanza chiaro, per leg­gere me­glio vedi qui):

«Rin­gra­zio dell’onorifico in­vito la cor­te­sia lom­barda, tanto buona e gra­ziosa nel bel paese dei Pro­messi Sposi. Mi ral­le­gro con l’arte lom­barda di que­sta ima­gine del poeta della ve­rità, tanto bene ef­fi­giata dallo scul­tore Con­fa­lo­nieri. […]»

Un mo­mento! C’è qual­cosa che non va!

Più che di una let­tera al Di­ret­tore del Car­lino bo­lo­gnese sem­bre­rebbe l’inizio di una qual­che ester­na­zione, più o meno let­te­ra­ria, ri­volta a dei lom­bardi.

E poi che c’entra quel “30 mag­gio 1892”?
Non si sta par­lando della inau­gu­ra­zione del mo­nu­mento a Man­zoni dell’11 ot­to­bre 1891?
Che si­gni­fica quella data, di 7 mesi suc­ces­siva all’inaugurazione?

È chiaro che si tratta di ben due sva­rioni, re­ga­lati al vi­si­ta­tore in sole tre ri­ghe: un re­cord an­che per la fan­ta­siosa e di­stratta Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo.
E poi per­ché si parla di “bozza”?

Ma an­diamo avanti.

Etichette pazze — Secondo manoscritto: ma cosa è? anche qui non si capisce nulla!
E poi, dove diavolo parlò Carducci? Non certo alla inaugurazione!

Co­min­ciamo come sem­pre dall’etichetta (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Bozza del di­scorso» te­nuto a Lecco all’inau­gu­ra­zione del Mo­nu­mento ad A. Man­zoni | ma­no­scritto au­to­grafo, c.1 di 6, [1891] | do­na­zione Fon­da­zione della Pro­vin­cia di Lecco.»

E quindi leg­giamo il do­cu­mento (an­che que­sto ab­ba­stanza chiaro, per leg­gere me­glio vedi qui):

«Si­gnor Di­ret­tore del Car­lino, | La rin­gra­zio. E in f­­atti il verbo “ri­cre­dere” non venne mai pro­nun­ziato. ecc.»

Ma quale “bozza del di­scorso”?
Ov­via­mente que­sta è la let­tera al Di­ret­tore del quo­ti­diano bo­lo­gnese “Il Re­sto del Car­lino”.

È chiaro che si tratta di un al­tro caso di ma­ra­sma eti­chet­ta­to­rio di que­sta Sala 9: quei buon­tem­poni museal/museografi di Lecco hanno scam­biato le eti­chette.

E dall’espressione “alla inau­gu­ra­zione del Mo­nu­mento” cosa ne ri­cava ine­vi­ta­bil­mente il vi­si­ta­tore?
Ne ri­cava ciò che legge, os­sia che il co­sid­detto “Di­scorso di Lecco” di Car­ducci “si tenne alla inau­gu­ra­zione del Mo­nu­mento”.

Sic­come le pa­role non sono far­falle nep­pure a Lecco, que­sta non è in­for­ma­zione al vi­si­ta­tore: è una dop­pia di­sin­for­ma­zione in piena re­gola.

La prima di­sin­for­ma­zione è su ciò che real­mente disse Car­ducci l’11 ot­to­bre 1891.
Lo ab­biamo già an­ti­ci­pato, il suo te­sto, steso mer­co­ledì 14 e co­no­sciuto come “Di­scorso di Lecco”, è una op­por­tu­ni­stica e ver­go­gnosa ri­scrit­tura, lon­tana mille mi­glia dalle pa­role che egli ef­fet­ti­va­mente pro­nun­ciò do­me­nica 11 sera (più avanti il let­tore tro­verà una am­pia e cir­co­stan­ziata ana­lisi di que­sto dato di fatto).

La se­conda di­sin­for­ma­zione è sul “quando / dove” Car­ducci parlò in quell’11 ot­to­bre 1891.

Car­ducci parlò a ce­ri­mo­nie fi­nite da un pezzo e ben lon­tano dalla uf­fi­cia­lità: non al Tea­tro So­ciale, dove Ne­gri tenne il vero Di­scorso inau­gu­rale dalle 13 alle 14,30; non in piazza Man­zoni, dove Chie­rici, Ghi­slan­zoni e Ci­polla ten­nero i tre di­scorsi dello sco­pri­mento del Mo­nu­mento.

Fu a ce­ri­mo­nie con­cluse da al­meno due ore, all’Albergo Croce di Malta, che Car­ducci fece uno dei dieci brin­disi che chiu­sero la cena so­ciale ini­ziata alle 18,00.

Quindi cer­ta­mente NON parlò in nes­suno dei mo­menti dell’inaugurazione del Mo­nu­mento.

2.2 / Il brindisi di fine cena di Carducci a cerimonia inaugurale conclusa da ore.

A pro­po­sito del “brin­disi” ri­pren­diamo la cro­naca molto pre­cisa del ban­chetto, ri­por­tata da “La Per­se­ve­ranza” di lu­nedì 12 ot­to­bre 1891.

La Per­se­ve­ranza” era un molto in­fluente quo­ti­diano mi­la­nese, fon­dato nel 1860 ed espres­sione della De­stra sto­rica al po­tere fino al 1876.

Come si può no­tare, la no­ti­zia di cro­naca sulla gior­nata man­zo­niana di Lecco evi­den­zia il brin­disi di Car­ducci (il se­condo dei dieci che ven­nero pro­nun­ciati in quel fine cena di do­me­nica 11 ot­to­bre 1891) ma del suo pro­fes­sarsi man­zo­niano sot­to­li­neando non la sin­ce­rità o ve­ri­di­cità ma l’abilità nel par­lare.
Detto da quel gior­nale era una stoc­cata in piena re­gola.

Come a tutti al­lora ben noto, il quo­ti­diano mi­la­nese non era te­nero con il poeta/professore.
Pro­prio al con­tra­rio, era stata “La Per­se­ve­ranza” a por­tare po­chi anni prima un forte at­tacco a Car­ducci, ac­cu­san­dolo di col­lu­sione col Mi­ni­stro dell’Istruzione per­ché ve­nisse adot­tato nei gin­nasi di tutta Ita­lia una an­to­lo­gia del Car­ducci stesso, da cui era com­ple­ta­mente escluso Man­zoni (un po’ quello che suc­cede al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco).

Bi­so­gna ri­cor­dare che a Lecco in quell’11 ot­to­bre 1891 era ra­du­nato il fior fiore del man­zo­ni­smo, con una at­mo­sfera cor­te­se­mente ostile a Car­ducci, come già si era vi­sto nella mat­ti­nata.

Gae­tano Ne­gri, in­fatti, pro­prio all’inizio del suo lungo e vero “Di­scorso inau­gu­rale” te­nuto al Tea­tro So­ciale, ne aveva fatto pub­bli­ca­mente il nome, lo­dan­done il ta­lento ar­ti­stico.
Ma poi per 90 mi­nuti aveva de­mo­lito punto per punto i mo­tivi an­ti­man­zo­niani che Car­ducci aveva ela­bo­rato in quarant’anni di in­se­gna­mento e di cri­tica let­te­ra­ria e po­li­tica all’autore de “I Pro­messi Sposi”.

Allo sco­pri­mento della sta­tua, Car­ducci con­tava certo di dire qual­che cosa ma era stato bloc­cato dal de­pu­tato Mer­za­rio (per trent’anni in­timo amico dell’Abate Stop­pani e man­zo­niano di ferro), per l’occasione no­mi­nato Coor­di­na­tore dei par­la­men­tari pre­senti e quindi for­mal­mente au­to­riz­zato a de­ci­derne gli in­ter­venti (su que­sti aspetti, al­tro più avanti nella cro­naca della gior­nata).

2.3 / Dalla narrazione del Museo ignorata anche la pur ambigua targa dell’Albergo Croce di Malta.
Si vuole occultare il “dove” parlò realmente Carducci?

Qui sotto ri­por­tiamo il te­sto della targa, tut­tora ben vi­si­bile sulla fronte dell’ex Al­bergo Croce di Malta nel cuore di Lecco, dal 1908 po­sta a me­mo­ria di quell’11 ot­to­bre 1891 e dell’intervento di Car­ducci.

«Il giorno 11 ot­to­bre 1891 / inau­gu­ran­dosi il mo­nu­mento / all’autore dei “Pro­messi Sposi” / Gio­suè Car­ducci / ap­por­tato con la sua pre­senza / tri­buto di onore e di plauso / pro­nun­ciava in que­sto al­bergo / il “Di­scorso di Lecco” / te­sti­mo­nianza della sua am­mi­ra­zione / verso Ales­san­dro Man­zoni / e del suo di­sde­gno / con­tro chi non ne in­tese o ne falsò / l’arte glo­riosa / X Ot­to­bre MXMVIII».

La targa, de­ci­sa­mente fuor­viante, fa acri­ti­ca­mente pro­pri tutti ele­menti della “ri­vol­ta­tura di gi­let” ope­rata da Car­ducci e si chiude con una frase di pura fan­ta­sia (a que­ste no­stre os­ser­va­zioni — forse mai avan­zate prima da al­tri — il let­tore tro­verà più avanti il no­stro so­ste­gno do­cu­men­tale).

Ha però un ele­mento di ve­rità: Car­ducci parlò all’Albergo Croce di Malta, NON alla “inau­gu­ra­zione del mo­nu­mento” (forse per ciò è igno­rata dal Mu­seo Man­zo­niano).

2.4 / Quale bozza? la prima, la seconda? la “ennesima”?

Bozza! Bozza! Bozza!

Ma per­ché la Di­re­zione del Mu­seo Man­zo­niano si è in­can­tata su que­sta pa­rola? per in­can­tare il vi­si­ta­tore?

Nelle eti­chette della ve­tri­netta che ben già co­no­sciamo, viene de­fi­nita “bozza” la let­tera di Car­ducci al Di­ret­tore del Car­lino e “bozza” il te­sto di quanto egli fal­sa­mente so­stenne di avere pro­nun­ciato a Lecco.

Ma “bozza” è un ter­mine che non si pre­sta a equi­voci: è quanto pre­cede un qual­che cosa di de­fi­ni­tivo — do­cu­mento, con­tratto, ar­ti­colo, li­bro, com­po­si­zione ar­ti­stica, pro­gramma, ecc. ecc.
Na­tu­ral­mente, men­tre c’è un solo “de­fi­ni­tivo”, lungo il per­corso pos­sono es­servi una o più “bozze”.

Bene!
Chie­diamo alla Di­re­zione del Mu­seo: se quei pezzi di carta messi nella ve­tri­netta della Sala 9 sono “bozze” di un qual­che cosa:
1. cosa e dove è il “de­fi­ni­tivo”?
2. in cosa dif­fe­ri­sce dalle “bozze”?

Per quale ra­gione que­ste “bozze” ven­gono pre­sen­tate al Mu­seo? Hanno in sé un qual­che si­gni­fi­cato na­sco­sto? Sono così lon­tane dal de­fi­ni­tivo da me­ri­tare una col­lo­ca­zione pri­vi­le­giata nel mu­seo man­zo­niano?

Per­ché nel 2014 la Fon­da­zione Pro­vin­cia di Lecco ha speso 3 o 4.000 Euro per ac­qui­stare delle “bozze”, dan­dole poi in co­mo­dato al Co­mune di Lecco che vi ha ac­ceso so­pra una as­si­cu­ra­zione?

Il let­tore ha già com­preso che sono do­mande re­to­ri­che.

Ciò che il Mu­seo pre­senta al vi­si­ta­tore non sono “bozze” di al­cun­ché: sono gli au­to­grafi “de­fi­ni­tivi”, con cui mer­co­ledì 14 ot­to­bre la mano di Car­ducci cen­su­rava ciò che la bocca di Car­ducci aveva detto do­me­nica 11 al brin­disi se­rale in Lecco e il cui te­sto venne fe­del­mente ri­preso dal quo­ti­diano bo­lo­gnese, che lo mise in stampa gio­vedì 15 ot­to­bre con il ti­tolo “Di­scorso di Lecco”.

Que­sti au­to­grafi di Car­ducci ven­nero il 30 ot­to­bre 2014 pre­sen­tati in una pub­blica con­fe­renza in Lecco da Mauro Ros­setto (oggi, il più volte qui ri­cor­dato Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo Man­zo­niano) as­sieme a Gian­marco Ga­spari, al­lora Di­ret­tore del “Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani”.

In quella oc­ca­sione nes­suno si so­gnò di chia­mare i ma­no­scritti “bozze”; pur­troppo però non ne venne messo in luce il ca­rat­tere vo­lu­ta­mente men­dace e ci si perse in ac­cenni del tutto fuori luogo a pre­sunti “gos­sip” gior­na­li­stici.

Per ra­gioni in­son­da­bili il ter­mine “gos­sip” piace alla Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano che a di­stanza di anni con­ti­nua a usarlo del tutto a spro­po­sito, come nel già ri­por­tato te­sto del pan­nello della Sala 9 (puoi ri­ve­derlo qui).

Non ci fu pro­prio nes­sun “gos­sip” gior­na­li­stico.
Ci fu un’azione in­tel­let­tual­mente di­so­ne­sta di Car­ducci che mer­co­ledì 14 ot­to­bre si ri­man­giò quanto aveva detto al brin­disi se­rale di do­me­nica 11.

In quell’occasione, la ce­le­bra­zione di Man­zoni da parte del fram­mas­sone Gio­suè Car­ducci nel suo di­scorso, diede luogo ad un pic­colo gos­sip cul­tu­rale sui quo­ti­diani na­zio­nali, pro­vo­cando una smen­tita del poeta con una let­tera sul quo­ti­diano bo­lo­gnese II Re­sto del Car­lino

Co­mun­que sia, il let­tore ha già com­preso che la de­fi­ni­zione “bozza” è una in­ven­zione della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.
Re­sta da ve­dere il per­ché di que­sta in­ven­zione: è una go­liar­data? è un pro­blema post­pran­diale?
Ci au­gu­riamo che sia solo così.

Per­ché al­tri­menti bi­so­gne­rebbe pen­sare a un re­tro-pen­siero poco sim­pa­tico da parte della Di­re­zione scien­ti­fica: far cre­dere al vi­si­ta­tore che quei te­sti siano delle vere “bozze”, os­sia che siano stati stesi da Car­ducci “prima” e in pre­pa­ra­zione del “coso” pro­nun­ciato a Lecco l’11 ot­to­bre 1891 du­rante i brin­disi se­rali all’Albergo Croce di Malta.

È que­sto che si vuole far cre­dere al vi­si­ta­tore? Sem­bre­rebbe pro­prio di sì, an­che con­si­de­rando un re­cente scritto di Mauro Ros­setto, Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo Man­zo­niano, nel quale si so­stiene esat­ta­mente que­sta tesi.

Nel Ca­ta­logo della mo­stra “Man­zoni nel cuore” (inau­gu­ra­tasi il 9 feb­braio 2020 a Lecco e con­clu­sasi il suc­ces­sivo 30 ago­sto), nell’articolo a firma Ros­setto “La co­stru­zione di un Mu­seo at­tra­verso le sue col­le­zioni”, a p. 55 si legge (evi­den­zia­zione no­stra):

«[…] con il de­po­sito fatto dalla Fon­da­zione della Pro­vin­cia di Lecco di un cor­pus di ma­no­scritti au­to­grafi di Gio­suè Car­ducci: sono gli ap­punti per il “Di­scorso di Lecco” pro­nun­ciato dal “vate” in oc­ca­sione dell’inaugurazione del Mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni, nel 1891.»

Il Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo de­fi­ni­sce quindi i ma­no­scritti di Car­ducci come de­gli “ap­punti”, ter­mine che ha una evi­dente vi­ci­nanza con­cet­tuale con il ter­mine “bozza” e che sta­rebbe a in­di­care un qual­che cosa che Car­ducci scrisse PRIMA di avere par­lato a Lecco.

Ma caro Mauro Ros­setto, Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo, quei ma­no­scritti è pro­prio Car­ducci a scri­vere al di­ret­tore del Car­lino di averli stesi DOPO avere letto come le sue pa­role erano state ri­por­tate dai gior­nali, quindi DOPO avere par­lato a Lecco:

«E giac­ché pa­rec­chi gior­nali, all’asciutto di no­ti­zie, han dato im­por­tanza alle pa­role ch’io dissi in Lecco, mi fac­cia Ella il pia­cere di pub­bli­carle nel gior­nale suo quali pro­prio le dissi. Quand’io parlo all’improvviso, come pongo tutta l’intenzione a dire delle frasi, così quello sforzo mi la­scia non solo nella me­mo­ria il di­scorso per più giorni. Ec­co­glielo dun­que fre­sco fre­sco.»

Bozza” e “ap­punti” sono quindi in­ven­zione esclu­siva della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo.

I casi quindi sono due: o la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo non sa leg­gere op­pure vuole pren­dere in giro il vi­si­ta­tore: ci fac­cia sa­pere cosa pre­fe­ri­sce.

Nel frat­tempo, sug­ge­ri­remmo agli amici della As­so­cia­zione Bo­vara di Lecco (edi­trice del ci­tato Ca­ta­logo “Man­zoni nel cuore”) di va­gliare con mag­giore at­ten­zione ciò che ospi­tano sulle loro pa­gine: è fa­ci­lis­simo che la loro di­sat­ten­zione (o ac­con­di­scen­denza mal ri­po­sta) venga presa o per in­ca­pa­cità o per con­senso verso le scioc­chezze ospi­tate.
E que­sto vale an­che per quel pa­ne­gi­rico a firma di Fer­nando Maz­zocca sul “nuovo” ri­tratto di Man­zoni (pro­prie­ta­rio Gritti) at­tri­buito in modo ri­si­bile da Ser­gio Re­bora a Giu­seppe Mol­teni, della se­rie “dacci oggi il no­stro Mol­teni quo­ti­diano” (ma su que­sto in una suc­ces­siva, cor­posa no­stra Nota).

Il let­tore scu­serà que­sta di­gres­sione ma nel ci­tato Ca­ta­logo “Man­zoni nel cuore” a p. 5, nella co­lon­nina “Rin­gra­zia­menti”, si fa an­che il no­stro nome: rin­gra­ziamo del gen­tile pen­siero (det­tato certo dalle mi­gliori e più be­ne­voli in­ten­zioni) ma — non solo per i ri­lievi ap­pena in­di­cati — non vor­remmo es­sere con­si­de­rati come parte at­tiva e con­sen­ziente della loro pur in­te­res­sante e me­ri­to­ria ini­zia­tiva nella quale non siamo as­so­lu­ta­mente mai stati coin­volti, nep­pure di stri­scio.

Ma tor­niamo a noi.

In realtà Car­ducci men­tiva per la gola: mer­co­ledì 14 ot­to­bre scrisse un te­sto molto molto di­verso da ciò che do­me­nica 11 aveva ef­fet­ti­va­mente detto al brin­disi all’Albergo Croce di Malta e che era stato fe­del­mente ri­por­tato dal Cor­Sera il 14 ot­to­bre — un te­sto molto di­verso non solo per l’uso di que­sta o quella pa­rola ma in molti punti del tutto op­po­sto, come più sotto mo­stre­remo.

Quindi nes­suna “bozza”, nes­sun “ap­punto” ma solo ma­no­scritti de­fi­ni­tivi di Car­ducci, con un bel po’ di balle di con­torno.

Prima o poi sal­terà fuori per­ché la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco sente il bi­so­gno di tra­vi­sare la sto­ria e le vi­cende man­zo­niane: per il mo­mento ne pren­diamo atto e lo se­gna­liamo alla cit­ta­di­nanza e agli stu­diosi.

Ma fin qui siamo an­cora nel campo del par­lare a van­vera e della con­fu­sione cui or­mai siamo as­sue­fatti in que­sto Mu­seo dove non si può fare un passo senza in­cap­pare in ca­stro­nate, tra­vi­sa­menti, balle!

Con il terzo e quarto do­cu­mento della no­stra or­mai fa­mi­liare ve­tri­netta alla Sala 9 ab­biamo in­vece un salto di qua­lità.

2.5 / Il documento fantasma intestato a un fantasma per una occasione fantasma.

In que­sto caso la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco ha de­ciso di stu­pire e di pre­sen­tare al vi­si­ta­tore un do­cu­mento che nulla ha a che fare né con Man­zoni né tan­to­meno con il suo Mo­nu­mento di Lecco — e nep­pure con Car­ducci.

Il let­tore ci chie­derà: ma ne siete si­curi? se così fosse do­vremmo pen­sare a un at­teg­gia­mento di con­sa­pe­vole rag­giro ai danni del vi­si­ta­tore da parte della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo.

Sì, ne siamo si­curi!
Al Mu­seo Man­zo­niano ven­gono pre­sen­tati do­cu­menti che nulla hanno a che fare né con Man­zoni né col suo mo­nu­mento.

Il let­tore ci se­gua e com­pren­derà il per­ché e il per­come.

Al so­lito, co­min­ciamo col leg­gere la eti­chetta (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Con­vo­ca­zione del nuovo Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna in­viata a Gio­suè Car­ducci (Bo­lo­gna, 30 mag­gio 1890).»

In­viata a Gio­suè Car­ducci? E chi lo dice?
Nel fo­glio manca il nome del de­sti­na­ta­rio! Per prima cosa quindi: fuori la do­cu­men­ta­zione da cui si evince che quella sia la co­mu­ni­ca­zione in­viata a Car­ducci!

E poi, nel do­cu­mento cosa è scritto?

Si legge bene: è un pre­stam­pato, con mar­chio del Mu­ni­ci­pio di Bo­lo­gna / Se­gre­te­ria Ge­ne­rale, con le spe­ci­fi­che in­se­rite a mano:

«Il­lu­stris­simo Si­gnore,
.
La S. V. Il­lu­stris­sima è pre­gata di vo­lere in­ter­ve­nire all’Adunanza del Con­si­glio Co­mu­nale fis­sata pel giorno di Sa­bato 31 del mese cor­rente alle ore 4 pom. per esau­rire d’urgenza i se­guenti og­getti:
1º. Di­mis­sioni del Sin­daco e della Giunta.
2º. No­mina del Sin­daco.
3º. No­mina della Giunta.
.
d’ordine
il Se­gre­ta­rio di Giunta
M. Burzi

Avete letto bene? Si­cu­ra­mente sì.

E al­lora chie­de­tevi con noi: che c’entra quella frase “Con­vo­ca­zione nuovo Con­si­glio co­mu­nale”.

La con­vo­ca­zione è al “vec­chio” Con­si­glio co­mu­nale: il Sin­daco non ha an­cora dato le di­mis­sioni, come in­di­cato chia­ra­mente ai punti all’ordine del giorno.

Ri­pe­tiamo la do­manda: sanno al­meno leg­gere alla Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano?

Il let­tore co­mun­que si chiede: ma nuovo o non nuovo Con­si­glio co­mu­nale, che c’entra tutto que­sto col mo­nu­mento a Man­zoni o con Man­zoni?

È pro­prio la do­manda che ci siamo po­sta noi quando ab­biamo vi­sio­nato il fo­glio al Mu­seo.
Prima di sten­dere que­ste no­stre os­ser­va­zioni ab­biamo quindi fatte le op­por­tune ve­ri­fi­che con­sul­tando i ver­bali delle se­dute del Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna, dal 27 al 31 mag­gio 1890 (gra­zie per la cor­tese ed ef­fi­ciente col­la­bo­ra­zione dell’Archivio Sto­rico del Co­mune di Bo­lo­gna).

Quei giorni fu­rono ca­rat­te­riz­zati da una crisi-lampo della Giunta bo­lo­gnese, de­ter­mi­nata da una vi­cenda del tutto mar­gi­nale e in nes­sun modo con­nessa a Man­zoni, al suo mo­nu­mento, allo stesso Car­ducci: il Sin­daco Carlo Carli era stato messo in mi­no­ranza a pro­po­sito della no­mina a un ruolo di re­spon­sa­bi­lità am­mi­ni­stra­tiva di un tal Lan­dini, ri­te­nuto inaf­fi­da­bile.

Alla se­duta del 27 mag­gio, nel corso della quale la Giunta venne messa in mi­no­ranza sulla vi­cenda ac­cen­nata, Car­ducci par­te­cipò con voto con­tra­rio alla Giunta; egli tenne però a di­chia­rare non es­sere il suo un voto di sfi­du­cia alla po­li­tica ge­ne­rale della stessa.

Alla se­duta suc­ces­siva del 30 mag­gio, nel corso della quale il Sin­daco Carli ma­ni­fe­stò l’intenzione di ras­se­gnare le di­mis­sioni (e a con­clu­sione della quale venne di­ra­mata la con­vo­ca­zione per il 31 mag­gio, ri­por­tata nella ve­tri­netta del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco), Car­ducci non par­te­cipò, es­sendo as­sente giu­sti­fi­cato.

Alla se­duta del 31 mag­gio, Car­ducci in­vece par­te­cipò.
La Giunta ras­se­gnò le di­mis­sioni; si pro­ce­dette alla ele­zione del nuovo Sin­daco; fu ri­con­fer­mato il Sin­daco di­mis­sio­na­rio Carlo Carli; la Giunta che ne uscì ri­cal­cava la strut­tura della pre­ce­dente.

Né il 27, né il 30, né il 31 mag­gio 1890 al Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna, in nes­sun modo si parlò nep­pure di sfug­gita di Man­zoni o del suo mo­nu­mento a Lecco.

Quindi: che CAVOLO c’entra que­sto do­cu­mento qui al Mu­seo Man­zo­niano, nella ve­tri­netta con­te­nente do­cu­menti con­nessi (sep­pur alla lon­tana) con l’inaugurazione del mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco dell’11 ot­to­bre 1891?

Non ci sono dubbi sulla ri­spo­sta: as­so­lu­ta­mente NULLA! NULLA! NULLA!

Le cose stanno di­ver­sa­mente?
La Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano è in­vece in grado di spie­gare per­ché ha po­sto nella ba­checa della Sala 9 quella con­vo­ca­zione del Con­si­glio Co­mu­nale di Bo­lo­gna del 30 mag­gio 1890?

Bene, lo fac­cia! Ma lo fac­cia su­bito!
In man­canza di una ri­spo­sta coe­rente, sarà chiaro che l’inserimento di quel do­cu­mento è una con­sa­pe­vole presa in giro del vi­si­ta­tore del Mu­seo.

In­fatti quella con­vo­ca­zione del Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna non è frutto di una svi­sta dell’allestitore della ve­tri­netta, poi non con­trol­lata dalla Di­re­zione del Mu­seo (cosa ov­via­mente co­mun­que grave).

È in­vece un do­cu­mento su cui il Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo, Mauro Ros­setto; la re­spon­sa­bile della parte ico­no­gra­fica, di­ret­tore Bar­bara Cat­ta­neo; il con­su­lente mu­seo­gra­fico, ar­chi­tetto Ne­gri, ave­vano pen­sato da tempo nella fase pro­get­tuale, come ri­sulta da do­cu­menti da loro stessi re­datti.

Nel “Pro­getto mu­seo­gra­fico” dell’architetto Ne­gri, da­tato aprile 2019 (quindi qual­che mese prima della inau­gu­ra­zione del Mu­seo) quella con­vo­ca­zione fan­ta­sma a un fan­ta­sma per una ra­gione fan­ta­sma, al punto 9.3 è pre­vi­sto sia po­sta pro­prio nella po­si­zione in cui la vede oggi il vi­si­ta­tore (vedi qui sotto gli ele­menti del “Pro­getto Ne­gri” ri­fe­riti a que­sto par­ti­co­lare, frec­cetta no­stra).

Breve pa­ren­tesi.
Sa­remmo ve­ra­mente cu­riosi di co­no­scere come, nel loro in­timo, il Mu­seo Man­zo­niano sia vis­suto dai mu­seo­grafi dello Stu­dio dien­ne­pierre (e dal loro prin­ci­pale re­fe­rente, l’ex As­ses­sore alla Cul­tura Si­mona Piazza, oggi “As­ses­sora alla Cul­tura e alla Po­li­zia lo­cale”) ol­tre che come una lo­ca­tion di ten­denza! (le due fo­to­gra­fie sono tratte dalle pa­gine Fa­ce­book de­gli in­te­res­sati).

Non hanno mai sen­tito an­che la sem­plice cu­rio­sità di ve­ri­fi­care che non ci fos­sero ca­stro­nate nelle ve­tri­nette di quel Mu­seo in cui tanto amano mo­strarsi agli ol­tre due mi­liardi di loro co-utenti Fa­ce­book in ado­le­scen­ziali ri­crea­zioni o in lieti eventi per­so­nali? A pro­po­sito, au­guri di cuore agli sposi dal no­stro Cen­tro Studi.

2.6 / Anche “Ça ira” utilizzato come fumo negli occhi per il visitatore — povero Manzoni (ma anche povero Carducci!).

Tra l’altro la “Le­genda opere” re­datta dall’architetto Ne­gri, è utile an­che per com­pren­dere come fosse da sem­pre nella te­sta della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano la messa in luce dell’anti-manzoniano Car­ducci a de­tri­mento dei man­zo­niani che per quel Mo­nu­mento si erano fatti il mazzo (scu­sate il pre­stito dia­let­tale).

Se no­tate, al punto 9.4, l’architetto Ne­gri scrive «Vo­lume in stampa ori­gi­nale di G. Car­ducci, da re­pe­rire».
Da “re­pe­rire”­, ap­punto. Il che si­gni­fica che la “rara edi­zione” di “Ça ira” non fa­ceva parte della do­ta­zione del Mu­seo ma è stata cer­cata ap­po­si­ta­mente.

Ab­biamo così l’opportunità di chiu­dere con la com­po­si­zione a so­netti “Ça ira” di Car­ducci que­sta ras­se­gna di og­getti af­fa­stel­lati per oc­cu­pare in­de­bi­ta­mente spazi mu­seali più coe­ren­te­mente e op­por­tu­na­mente de­di­ca­bili a ben al­tra do­cu­men­ta­zione, per­fet­ta­mente nota alla Di­re­zione scien­ti­fica, im­me­dia­ta­mente ac­ces­si­bile e coe­rente con la vi­cenda del mo­nu­mento a Man­zoni (ne par­le­remo più avanti nella espo­si­zione).

“Ça ira” — Si tratta di do­dici com­po­ni­menti, blin­dati nello schema del “so­netto” (2 quar­tine + 2 ter­zine = 14 versi, tutti en­de­ca­sil­labi, con rima su di­versi schemi).
Stiamo quindi par­lando di 168 versi.

Già che ci siamo (e pen­sando alle sco­la­re­sche in vi­sita al Mu­seo) ri­pren­diamo le pa­role con cui la Di­re­zione scien­ti­fica pre­senta il ”Ça ira” nel pan­nello in­for­ma­tivo — in 15 pa­role 3 in­for­ma­zioni di­se­du­ca­tive (evi­den­zia­zioni no­stre):

«una rara edi­zione di Ça ira, poema car­duc­ciano che ce­le­bra gli av­ve­ni­menti della ri­vo­lu­zione fran­cese

Prima in­for­ma­zione di­se­du­ca­tivaLa rac­colta di so­netti ”’Ça ira” NON è un “poema”.

Sia per­ché “poema” in­dica nella usuale espe­rienza col­let­tiva (ma an­che a li­vello ac­ca­de­mico) una com­po­si­zione di va­sto re­spiro, con la con­ca­te­na­zione di di­versi temi, trat­tati in modo am­pio e si­ste­ma­tico, cosa che il “Ça ira” non è af­fatto.

Sia per­ché Car­ducci — espli­ci­ta­mente — NON volle farne un poema.

Car­ducci, po­chi mesi dopo l’uscita del li­bretto, nel ri­spon­dere alle molte cri­ti­che, de­dicò pa­rec­chie pa­gine a spie­gare per­ché aveva scelto il so­netto per la sua com­po­si­zione.
A chia­rire che NON aveva vo­luto com­piere una ana­lisi, sep­pure in versi, della Ri­vo­lu­zione Fran­cese, e nep­pure farne la sto­ria.

Ma la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo non si fa di­strarre né da Man­zoni né da Car­ducci, e va per una strada tutta sua fatta di in­ven­zioni e fan­ta­sie in li­bertà.

Se­conda in­for­ma­zione di­se­du­ca­tiva — Nel “Ça ira” Car­ducci non “ce­le­bra” un bel niente e se — do­vun­que sia — po­tesse leg­gere il pan­nello del Mu­seo si in­caz­ze­rebbe sa­ta­ni­ca­mente con il suo esten­sore ti­rando fuori pro­fes­so­ral­mente il di­zio­na­rio:

«ce­le­brare v. tr. [dal lat. ce­le­brare] – 1. Lo­dare, esal­tare, glo­ri­fi­care, a voce o in iscritto, per­sona o cosa: c. un eroe, un mar­tire; c. le im­prese, le ge­sta di qual­cuno.»

Sem­pre nella già ci­tata ri­spo­sta alle cri­ti­che, Car­ducci si di­fende pro­prio dall’accusa di avere espresso con­senso a un igno­bile mas­sa­cro.
So­stiene (e per la ve­rità non pos­siamo che espri­mer­gli so­li­da­rietà) di avere rap­pre­sen­tato un dato sto­rico con gli stru­menti pro­pri dell’arte.
Ma la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo se ne frega, non solo di Man­zoni e di Car­ducci, ma an­che del buon senso e va avanti, va avanti, va avanti.

Terza in­for­ma­zione di­se­du­ca­tivaCar­ducci né ce­le­bra né tratta delle “vi­cende della ri­vo­lu­zione fran­cese”; la quale, per con­ven­zione sto­rio­gra­fica, è fis­sata dal 1789 al 1799.

Il “Ça ira” (lo dice an­che il sot­to­ti­tolo “Set­tem­bre 1792”) di quel de­cen­nio ri­corda gli av­ve­ni­menti oc­corsi a Pa­rigi tra la fine di ago­sto e i primi di set­tem­bre del 1792, che ri­co­struiamo molto alla breve, tanto per in­ten­derci e per fare in­ten­dere al let­tore per­ché Car­ducci com­pose quella rac­colta di so­netti e per­ché nulla hanno a che ve­dere con il Mu­seo Man­zo­niano e tanto meno con il Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

Nell’aprile 1792 Luigi XVI, an­cora Re a tutti gli ef­fetti, pro­fitta delle scelte bel­li­ci­ste di La­fayette e gi­ron­dini e si al­li­nea alla de­ci­sione dell’Assemblea na­zio­nale di fare guerra all’Austria e alla Prus­sia; con­tem­po­ra­nea­mente sa­bota in tutti i modi la strut­tura mi­li­tare che egli stesso ha messo in mo­vi­mento e la­vora alla scon­fitta del pro­prio re­gno con l’idea di tor­narvi in sella come prima dell’89, li­qui­dando la Ri­vo­lu­zione.

Avan­zando vit­to­rio­sa­mente in ter­ri­to­rio fran­cese gli eser­citi au­stro-prus­siani, la di­re­zione ri­vo­lu­zio­na­ria bor­ghese di Pa­rigi, pre­oc­cu­pata per il pos­si­bile ap­pog­gio che dall’interno po­teva ve­nire ai ne­mici in­va­sori, de­cide di eli­mi­nare senza pro­cesso i pri­gio­nieri di un certo peso so­ciale e po­li­tico rin­chiusi nelle di­verse pri­gioni della ca­pi­tale e an­che qual­che al­tro, tanto per non sba­gliare.

Tra il 2 e il 7 set­tem­bre, ven­gono as­sas­si­nati da squa­dre “ri­vo­lu­zio­na­rie” 1.200 tra pri­gio­nieri, preti re­frat­tari e no­bili so­spetti: una ma­ni­fe­sta­zione di ter­ro­ri­smo di Stato che fece scuola in campo po­li­tico per i due se­coli suc­ces­sivi.
Con il mas­sa­cro di set­tem­bre si chiude il do­di­ce­simo so­netto di “Ça ira”.

L’opera quindi non tratta delle “vi­cende della Ri­vo­lu­zione fran­cese”.
Tratta del tra­di­mento del Re di Fran­cia nel 1792 e della sua in­tesa con l’Austria e la Prus­sia con­tro gli in­te­ressi na­zio­nali fran­cesi.
Se non si evi­den­zia que­sto dato, non si ca­pi­sce nulla del “Ça ira” e del per­ché Car­ducci lo ab­bia com­po­sto.

2.7 / Perché Carducci scrisse “Ça ira”? Per molte ragioni, anche condivisibili.
Ma che c’entra questo con il Monumento a Manzoni in Lecco?

Car­ducci scrisse il “Ça ira” per de­nun­ciare la “Tri­plice Al­leanza’, l’accordo di­fen­sivo fir­mato nel giu­gno 1882 in fun­zione anti-fran­cese dal Re­gno d’Italia con gli im­peri d’Austria-Ungheria e di Ger­ma­nia.

L’accordo aveva come ov­via con­se­guenza il “tra­di­mento” di fatto da parte del Re Um­berto I delle aspi­ra­zioni del mo­vi­mento ir­re­den­ti­sta per “Trie­ste ita­liana”, li­bera dal do­mi­nio au­stro-un­ga­rico.

Con­tro l’accordo di­plo­ma­tico tra Ita­lia e Au­stria, nell’autunno 1882, l’irredentista trie­stino Gu­glielmo Ober­dan aveva messo in piedi un at­ten­tato ai danni dell’Imperatore d’Austria Fran­ce­sco Giu­seppe. Sco­perto e ar­re­stato, auto-ac­cu­sa­tosi, era stato con­dan­nato a morte e im­pic­cato nel di­cem­bre 1882.

Car­ducci, spe­sosi pub­bli­ca­mente con ar­ti­coli e pe­ti­zioni a fa­vore di Ober­dan, era stato messo sotto pro­cesso.
Da que­sta si­tua­zione, la sua de­ci­sione di scri­vere il “Ça ira”: il ri­cordo del “tra­di­mento” del Re di Fran­cia nel 1792 era un tra­spa­rente at­tacco al Re d’Italia del 1882, ac­cu­sato da Car­ducci di un ana­logo “tra­di­mento” della pa­tria.

Per que­sta com­po­si­zione, uscita nel mag­gio 1883, Car­ducci venne ov­via­mente messo sotto tiro dai mo­nar­chici che lo ac­cu­sa­rono di in­vo­care il ter­rore re­pub­bli­cano.

Pres­sato dalle cri­ti­che, nell’autunno del 1883 Car­ducci scrisse una ri­spo­sta col­let­tiva che venne stam­pata all’interno della rac­colta di suoi scritti “Con­fes­sioni e Bat­ta­glie”, Som­ma­ruga 1884.
Sug­ge­riamo di leg­gerla. Ol­tre che del “Ça ira” parla delle terre di To­scana, con toc­canti de­scri­zioni di pae­saggi.
In ri­spo­sta alla do­manda: per­ché lo hai scritto? Car­ducci ri­spose solo che i poeti sono tali in quanto scri­vono an­che senza un pre­ciso per­ché; senza quindi dire una pa­rola sulla Tri­plice Al­leanza, Trie­ste ita­liana e Ober­dan.

Per tor­nare a noi, in 80 pa­gine citò solo una volta il nome di “Man­zoni“; una volta l’avverbio “man­zo­nia­na­mente”; una volta l’aggettivo “man­zo­niani”; ma nelle tre oc­ca­sioni senza al­cuna at­ti­nenza né con Man­zoni pro­pria­mente detto né con ciò che Man­zoni pen­sava della Ri­vo­lu­zione fran­cese; tanto meno con il suo mo­nu­mento in Lecco, nel 1883 an­cora tutto da fare.

Dal mo­mento che ac­cu­sare un re di tra­di­mento non si­gni­fica di per sé es­sere con­tro la mo­nar­chia, a scanso di equi­voci, Car­ducci tenne a scri­vere in modo molto chiaro di ri­te­nere la re­pub­blica una iat­tura per la si­tua­zione ita­liana e che lui si sa­rebbe sem­pre schie­rato per la mo­nar­chia.

Que­sta parte della ri­spo­sta piac­que molto a tanti: il Cor­Sera la pub­blicò in prima pa­gina il 27 di­cem­bre 1883. La que­stione finì lì e Car­ducci poté con­ti­nuare a fare il suo filo let­te­ra­rio alla Re­gina Mar­ghe­rita, ini­ziato nel 1878 e che lo con­dusse ne­gli anni suc­ces­sivi a le­garsi mani e piedi al “tra­di­tore” mo­narca ita­liano.

Certo! tutto que­sto può es­sere molto in­te­res­sante — come al­tri 1.000 aspetti della no­stra sto­ria na­zio­nale.

Ma ri­pe­tiamo: che c’entra tutto ciò con Man­zoni e con il Mo­nu­mento a Man­zoni?

NULLA! NULLA! NULLA!

E al­lora che ci sta a fare quel li­bretto, ac­qui­stato ap­po­si­ta­mente dal Mu­seo per oc­cu­pare quel po­sto nella ve­tri­netta della Sala 9?
Lo ab­biamo già an­ti­ci­pato:

FUMO! FUMO! FUMO!

na­tu­ral­mente oc­cu­pando in­de­bi­ta­mente spa­zio pre­zioso.

Sa­pete per­ché par­liamo a que­sto modo dello “spa­zio” del Mu­seo?

Il 27 di­cem­bre 2019, re­car­tici a Lecco per ri­ti­rare i “Pro­getti Museal/Museografici” (ot­te­nuti solo con il ri­corso a un Ac­cesso Ci­vico Ge­ne­ra­liz­zato) Mauro Ros­setto, Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo Man­zo­niano, a una no­stra os­ser­va­zione circa la man­canza nel mu­seo di ogni ri­fe­ri­mento con un mi­nimo di strut­tura al rap­porto tra Man­zoni e l’Abate Stop­pani, ci disse con aria con­trita: “Sì lo so, ma vedi, non c’era spa­zio”.

Caro Di­ret­tore, per il fa­sullo “Di­scorso di Lecco” (che Car­ducci mai pro­nun­ciò) e per la con­vo­ca­zione fan­ta­sma del Con­si­glio Co­mu­nale di Bo­lo­gna, lo spa­zio però lo hai tro­vato; e lo hai tro­vato an­che per il “Ça ira”, vero ca­volo a me­renda in que­sto sgan­ghe­rato mu­seo.

Tra l’altro, nel 1889 Rug­gero Bon­ghi fece stam­pare l’incompiuto stu­dio «La Ri­vo­lu­zione Fran­cese del 1789 e la Ri­vo­lu­zione Ita­liana del 1859» a cui Man­zoni aveva la­vo­rato ne­gli ul­timi anni di vita.
Per­ché il Di­ret­tore Scien­ti­fico non ha pen­sato di mo­strare quell’opera di Man­zoni al po­sto del “Ça ira” di Car­ducci?

Non avrebbe avuto co­mun­que al­cun rap­porto con il Mo­nu­mento a Lecco ma al­meno lo avrebbe avuto con Man­zoni — o no?!

Mo­rale: nelle 15 pa­role del pan­nello de­di­cate a Car­ducci, tre bag­gia­nate quindi, pro­pi­nate al vi­si­ta­tore, spesso ignaro e in­di­feso o per­ché gio­va­nis­simo stu­dente o per­ché non in­for­mato su que­ste vi­cende del no­stro pas­sato.
Al­tret­tante pol­pette av­ve­le­nate per la mente di chi va al Mu­seo per ap­pren­dere, pen­sando che al­meno lì sarà li­bero dalle false no­ti­zie.­­

2.8 / Costretti a considerare il povero Carducci come un cavolo a merenda, passiamo ora alle immagini a parete.

Le tre im­ma­gini po­ste a pa­rete so­pra la ve­tri­netta non sono cor­re­date da eti­chette (come in tutto il per­corso espo­si­tivo, si in­tende — è que­sto un colpo di ge­nio solo del mu­seo­gra­fico ar­chi­tetto Ne­gri, o dob­biamo rin­gra­ziare al­tre per­so­na­lità?).

Nel cer­care di ri­pren­dersi dal caos pri­mor­diale del te­sto del pan­nello e cer­care di ca­pire qual­che cosa dalle im­ma­gini, il vi­si­ta­tore cerca quindi di leg­gere le scritte che vi in­tra­vede.

Nelle due fo­to­gra­fie raf­fi­gu­ranti folti gruppi di per­sone at­torno a un mo­nu­mento si legge ab­ba­stanza bene: «Giu­lio Rossi / Pre­miato con Di­ploma d’Onore / Mi­lano-Ge­nova».

Bello! Ma que­sta è la pub­bli­cità del fo­to­grafo: a cosa si ri­fe­ri­scono quelle foto?
Nel pan­nello è scritto “le foto della ce­ri­mo­nia”: ma di quale ce­ri­mo­nia si parla? dove si è svolta que­sta “ce­ri­mo­nia”?

E sì! Per­ché da nes­suna parte del pan­nello de­di­cato an­che al Mo­nu­mento a Man­zoni, si dice che quel Mo­nu­mento è a Lecco!

È una cosa in­cre­di­bile!
Dalla nar­ra­zione sul Mo­nu­mento a Man­zoni che la città di Lecco gli de­dicò nel 1891, è stato can­cel­lato il nome stesso della città.

Ma dove vive il Di­ret­tore scien­ti­fico del Mu­seo, il sim­pa­tico dott. Mauro Ros­setto? e il suo con­su­lente mu­seo­gra­fico, l’ottimo Mas­simo Ne­gri dello Stu­dio dien­ne­pierre?
Pare di ve­dere le fac­cine: ma suv­via Stop­pani, stiamo par­lando di Lecco! è ov­vio!

No si­gnori, non è ov­vio per niente!

È ov­vio per voi che siete di Lecco; è ov­vio per il Di­ret­tore scien­ti­fico che la­vora nel Si­stema mu­seale della città da più di vent’anni; è ov­vio per l’architetto Ne­gri che è di Lecco, ha lo Stu­dio a Lecco, si è oc­cu­pato per mesi della ico­no­gra­fia di que­sto Mu­seo.
Ma per il vi­si­ta­tore, non di­ciamo giap­po­nese o russo o te­de­sco ma di qual­siasi al­tra città ita­liana che non sia Lecco, tutto ciò non è per nulla ov­vio.

Quelle fo­to­gra­fie senza una ade­guata pre­sen­ta­zione non si­gni­fi­cano NULLA, NULLA, NULLA.

Così come sono, per­ché ac­qui­stino un qual­che senso, per esem­pio per i ra­gazzi delle scuole, deb­bono es­sere il­lu­strate dai pro­fes­sori che ac­com­pa­gnano i ra­gaz­zini e che — si pre­sume, si spera — siano in grado di col­mare i vuoti abis­sali di que­sto Mu­seo che da solo non tra­smette nulla se non ca­stro­ne­rie pro­prie, in si­ner­gia per­fetta con le ca­stro­ne­rie al­trui.

Non parliamo tanto per parlare!

2.9 / Sorridi viola anche tu: vedrai che ti passa!

Per chiu­dere que­sta prima parte de­di­cata alle ca­stro­ne­rie con il so­lito sor­riso amaro su­sci­tato da que­sto Mu­seo delle burle man­zo­niane, ba­sta dare un oc­chio a quanto pro­po­sto da un paio di re­da­zioni lec­chesi sulla vi­cenda “Di­scorso di Lecco” del Car­ducci.

Primo con­tri­buto. Qui ab­biamo l’Abate, mi­ra­co­lo­sa­mente re­di­vivo, che va sa­ta­ni­ca­mente a brac­cetto con il buon Gio­suè Car­ducci:

«Gio­suè Car­ducci pre­sente all’inaugurazione del mo­nu­mento a Man­zoni in­sieme ad An­to­nio Stop­pani.»

Se­condo con­tri­buto.

Dopo la re­sur­re­zione dei morti — an­che a evi­tare di es­serne ri­te­nuti com­plici, dal mo­mento che ci rin­gra­ziano per non me­glio de­fi­nite “in­for­ma­zioni” che avremmo dato loro — ri­por­tiamo an­che il modo con cui una re­da­zione lec­chese, mo­stra­tasi sem­pre vi­cina al Mu­seo Man­zo­niano e al suo Di­ret­tore scien­ti­fico non­ché all’ex As­ses­sore alla Cul­tura, oggi “As­ses­sora Cul­tura e Po­li­zia lo­cale”, ha pre­sen­tato molto re­cen­te­mente ai suoi let­tori il fa­moso quanto mai pro­nun­ciato “Di­scorso di Lecco” del Car­ducci, tanto va­lo­riz­zato nel Mu­seo Man­zo­niano.

Così Ec­co­Lecco:

«Il mo­nu­mento a Ales­san­dro Man­zoni a Lecco fu inau­gu­rato l’11 ot­to­bre 1891 e Gio­suè Car­ducci lesse un te­sto di An­to­nio Stop­pani, pro­mo­tore del mo­nu­mento

Qui siamo nella più sgan­ghe­rata com­me­dia alla Cic­cio & Franco ma è un se­gnale di quanto sia im­por­tante che una Isti­tu­zione come il Mu­seo Man­zo­niano vei­coli con­te­nuti ve­ri­tieri, af­fi­da­bili e seri, cui i cit­ta­dini — e an­che le re­da­zioni un po’ im­prov­vi­sate, po­ve­rine — pos­sono fare ri­fe­ri­mento (le frec­cette rosse sono no­stre).

Un in­ciso di cro­naca: una delle due pro­prie­ta­rie e re­dat­trici di Ec­co­Lecco è Ma­ria Sac­chi, l’appena no­mi­nata “As­ses­sora alla Cura delle città e La­vori pub­blici”.

Tanti au­guri a tutti!

La cosa tra­gica è che que­sto modo sgan­ghe­rato di fare di­sin­for­ma­zione può fare ri­dere le per­sone con un mi­nimo di cer­vello ma può pro­durre ef­fetti de­va­stanti.

Terzo con­tri­buto.

Qual­che set­ti­mana fa, il gio­vane S.B. di Lecco, come par­te­ci­pante alle al­lora im­mi­nenti ele­zioni co­mu­nali della città (per de­li­ca­tezza ne tac­ciamo l’appartenenza par­ti­tica) tra­volto dalla pas­sione po­li­tica, nella sua pa­gina Fa­ce­book è an­dato an­cora ol­tre (frec­cetta rossa no­stra):

«[…] all’inaugurazione [del Mo­nu­mento a Man­zoni] par­te­cipò Gio­suè Car­ducci, il quale lesse il ce­le­bre Di­scorso di Lecco, scritto da An­to­nio Stop­pani.»

Di­cono che il gio­vane, prima di do­narci que­sto straor­di­na­rio scam­polo sto­rico-let­te­ra­rio, avesse pas­sato al­cune ore nella Sala 9 del Mu­seo Man­zo­niano, fis­sando in­ten­sa­mente la con­vo­ca­zione del Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna del 30 mag­gio 1890.

________

Sgom­brato il ter­reno dalle ca­stro­nate, pos­siamo pas­sare alle cose se­rie.

3. Lecco, 11 ottobre 1891: dopo le favole del Museo Manzoniano, la storia vera.

Per l’intelligenza della cro­naca della inau­gu­ra­zione del mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco l’11 ot­to­bre 1891 e della sua coda fe­sta­iola all’Albergo Croce di Malta (dove si ten­nero i brin­disi cui par­te­cipò an­che Car­ducci) è op­por­tuno ri­co­struire, sep­pure sin­te­ti­ca­mente, la vi­cenda del mo­nu­mento e il ruolo in essa dell’Abate Stop­pani.

Ne ab­biamo già par­lato in al­tra sede (vedi il no­stro ap­pro­fon­di­mento Per il 125 an­ni­ver­sa­rio del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco) ma è forse op­por­tuno ri­pren­dere al­cuni aspetti della vi­cenda, can­cel­lati dalla nar­ra­zione del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.

Ab­biamo già vi­sto che nel pan­nello della Sala 9 il con­tri­buto dell’Abate Stop­pani alla rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento è così li­qui­dato (evi­den­zia­zioni no­stre):

« […] il mo­nu­mento de­di­cato allo scrit­tore, […] che era stato pro­mosso da un Co­mi­tato ispi­rato da An­to­nio Stop­pani e so­ste­nuto dai pro­gres­si­sti

Già da quel poco che ha letto fin qui, il let­tore ha com­preso che quelle po­che pa­role sono una vo­luta cen­sura dell’Abate Stop­pani e del suo ruolo — sotto tutti gli aspetti de­ci­sivo — per la rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento.

Da quanto pre­sen­te­remo di se­guito il let­tore com­pren­derà che non si tratta solo di cen­sura allo Stop­pani ma di un vero e pro­prio in­sulto all’esperienza col­let­tiva della mag­gior parte dei cit­ta­dini di Lecco (tra que­sti 300 bam­bini delle ele­men­tari che, po­veri o non po­veri, vol­lero dare il loro obolo) e dei loro con­na­zio­nali di fine ’800 (da ogni re­gione giun­sero con­tri­buti e so­ste­gni) non­ché all’intelligenza dei vi­si­ta­tori del Mu­seo.

3.1 / Una brevissima sintesi degli antefatti: la mobilitazione del Comune di Lecco in omaggio a Manzoni.

A com­pren­dere me­glio il ruolo dei di­versi pro­ta­go­ni­sti è op­por­tuno te­nere conto an­che di al­cuni ele­menti at­ti­nenti alla sfera pri­vata:

— nel 1873 Sin­daco di Lecco era Giu­seppe Re­si­nelli, con­suo­cero dell’Abate (Gio­vanni Ma­ria, fra­tello mi­nore di An­to­nio — era nato nel 1831 — e per anni suo com­pa­gno nelle spe­di­zioni na­tu­ra­li­sti­che, aveva spo­sato nel 1859 Bar­bara Re­si­nelli, fi­glia di Giu­seppe);

Luigi, uno dei fra­telli mag­giori dell’Abate, com­mer­ciante, nel 1873 era Con­si­gliere co­mu­nale.

A parte la sua già af­fer­mata no­to­rietà come geo­logo, l’Abate aveva quindi an­che la pos­si­bi­lità di una in­ter­lo­cu­zione ra­pida e, se il caso, an­che in­for­male con la strut­tura pub­blica.

All’indomani della morte di Man­zoni (22 mag­gio 1873), Stop­pani si mo­bi­litò im­me­dia­ta­mente per­ché an­che a Lecco si pren­des­sero ini­zia­tive in ri­cordo dello scrit­tore.

Il 24 mag­gio il Con­si­glio Co­mu­nale della città, riu­ni­tosi alle 8 po­me­ri­diane, de­li­be­rava una se­rie di ini­zia­tive, come ri­por­tiamo più sotto.

De­li­bera del Con­si­glio co­mu­nale di Lecco, riu­nito il 24 mag­gio 1873 alle ore 8 po­me­ri­diane:
_______

OMAGGIO ALLA MEMORIA DELLILLUSTRE ALESSANDRO MANZONI MORTO IL GIORNO 22 CORRENTE MAGGIO 1873.

II Pre­si­dente ri­corda al Con­si­glio co­mu­nale l’irreparabile per­dita fatta dall’Italia per la morte dell’lllustre ALESSANDRO MANZONI;
Ri­corda che il Grand’Uomo passò parte della sua gio­ventù nei no­stri paesi, che un tempo ebbe an­che a pre­sie­dere que­sta am­mi­ni­stra­zione co­mu­nale come ri­sulta da­gli atti d’ufficio di cui porge co­mu­ni­ca­zione, che coll’impareggiabile suo ro­manzo I Pro­messi Sposi il­lu­strò spe­cial­mente il no­stro ter­ri­to­rio;

E pro­pone alle vo­ta­zioni del Con­si­glio il se­guente or­dine del giorno:

Il Con­si­glio co­mu­nale di Lecco in­ter­prete dei voti dell’intera cit­ta­di­nanza com­mossa vi­va­mente all’annuncio della morte dell’illustre ALESSANDRO MANZONI — omag­gio di am­mi­ra­zione e di ri­co­no­scenza, onde per­pe­tua ne re­sti la me­mo­ria ad il­lu­stra­zione im­pe­ri­tura del paese, ad edi­fi­ca­zione ed esem­pio della pre­sente e delle fu­ture ge­ne­ra­zioni

De­li­bera:
1. Di aprire una sot­to­scri­zione per l’erezione di un mo­nu­mento nel Co­mune di Lecco alla me­mo­ria dell’Illustre Poeta au­to­riz­zando la Giunta ad ini­ziarla con Lire 3.000.
2. Di no­mi­nare una Com­mis­sione com­po­sta di sette in­di­vi­dui, in­ca­ri­cata di rac­co­gliere, d’accordo colla Giunta mu­ni­ci­pale, le sot­to­scri­zioni dai co­muni, dai corpi mo­rali e dai pri­vati; di pre­di­sporre il re­la­tivo pro­getto e di sug­ge­rire e pro­porre il luogo ove col­lo­care il mo­nu­mento.
3. Di prov­ve­dere per­ché il Mu­ni­ci­pio di Lecco sia rap­pre­sen­tato alle su­preme ono­ranze de­cre­tate dal Con­si­glio co­mu­nale di Mi­lano.

Quest’ordine del giorno è ap­pro­vato per al­zata e se­duta all’unanimità da voti 14.

Il Con­si­glio ha quindi pro­ce­duto me­diante schede se­grete alla no­mina della sud­detta Com­mis­sione che ri­sultò com­po­sta dei se­guenti si­gnori:
1. Ghi­slan­zoni An­to­nio.
2. Stop­pani Cav. Prof. An­to­nio.
3. Ga­vazzi Cav. Egi­dio.
4. Ba­doni Cav. Giu­seppe.
5. Kel­ler Cav. Al­berto.
6. Villa Per­nice Comm. D. An­gelo.
7. Torri Ta­relli Ing. To­maso.

Fi­nal­mente il Con­si­glio ad una­ni­mità prega il Sin­daco Cav. Dott. Giu­seppe Re­si­nelli di rap­pre­sen­tare il Co­mune ai so­lenni fu­ne­rali dell’Illustre De­funto.

Letto, con­fer­mato e sot­to­scritto, man­dando il pre­sente ver­bale a pub­bli­carsi ed a tra­smet­ter­sene co­pia alla R. Sotto-Pre­fet­tura.

Il Pre­si­dente DOTT. GIUSEPPE RESINELLI
Il Con­si­gliere An­ziano, dott. FRANCESCO CORNELIO.

3.2 / Come Milano, più di Milano, Lecco onorerà Manzoni con un grande monumento che ne evidenzi il legame con il territorio lariano e ne esalti il romanzo.
Una originale e centratissima campagna di comunicazione.

Con­tem­po­ra­nea­mente alla mo­bi­li­ta­zione del Co­mune, a sup­porto dell’azione or­ga­niz­za­tiva e di re­pe­ri­mento fondi, l’Abate Stop­pani av­via la cam­pa­gna di co­mu­ni­ca­zione per il Mo­nu­mento, se­condo una li­nea si­cu­ra­mente ori­gi­nale.

Nei giorni, set­ti­mane, mesi suc­ces­sivi alla morte di Man­zoni, da cen­ti­naia di in­tel­let­tuali di tutta Ita­lia erano state pro­po­ste con ar­ti­coli, opu­scoli e in con­fe­renze pub­bli­che, con­si­de­ra­zioni e va­lu­ta­zioni (per lo più fa­vo­re­voli, ma al­cune an­che cri­ti­che, per esem­pio quella di Car­ducci, su cui tor­ne­remo più avanti) che ave­vano come sog­getto il Man­zoni ar­ti­sta o il re­li­gioso o il po­li­tico.
Sem­pre, però, il Man­zoni già ma­turo, senza al­cun ri­fe­ri­mento né alla sua for­ma­zione né al ter­ri­to­rio lec­chese che dal 1614 aveva co­sti­tuito l’ambiente di ri­fe­ri­mento eco­no­mico, so­ciale ed esi­sten­ziale della sua fa­mi­glia; in cui egli stesso aveva vis­suto fino ai quin­dici anni e con cui aveva man­te­nuto uno stretto le­game di fre­quen­ta­zione di­retta, con si­gni­fi­ca­tive re­la­zioni eco­no­mi­che e so­ciali, fino ai suoi trenta tre anni.

Uno de­gli esempi di que­sta pro­du­zione ace­fala è il di­scorso che in sua me­mo­ria Giu­lio Car­cano (tra l’altro, per anni, uno dei fre­quen­ta­tori as­si­dui di Man­zoni) pro­nun­ciò in Mi­lano il 27 no­vem­bre 1873 al Reale Isti­tuto Lom­bardo di Scienze e Let­tere (il te­sto è però da­tato dall’autore al giu­gno pre­ce­dente).

In quel di­scorso di 51 pa­gine, ti­to­lato “Vita di Ales­san­dro Man­zoni”, ai rap­porti tra Man­zoni e Lecco Car­cano fa solo tre ri­fe­ri­menti:

a.«[il pa­dre, Pie­tro Man­zoni] era d’antica fa­mi­glia, oriunda di Val­sàs­sina, ov’ebbe già feudi e ono­ranze …»;
.
b. «La fa­mi­glia, la quale sog­gior­nava gran parte dell’anno al Ga­leotto [sic!], vec­chio pa­lazzo in vi­ci­nanza di Lecco, vi con­dusse il fan­ciullo …»;

.

c. «Quest’altra sto­ria d’oppressi e d’oppressori co­min­cia sotto a quel cielo così bello che aveva il­lu­mi­nata la prima fan­ciul­lezza del poeta

L’unica no­ti­zia in qual­che modo utile che Car­cano ci dà sulla for­ma­zione di Man­zoni è che la sua fa­mi­glia “sog­gior­nava gran parte dell’anno al Ga­leotto [sic!]” (utile per l’ex Sin­daco Bri­vio che non manca mai di par­lare di Villa Man­zoni come luogo di “vil­leg­gia­tura” dei Man­zoni).

È chiaro che se l’Abate, come base con­cet­tuale per la cam­pa­gna a fa­vore del Mo­nu­mento, avesse se­guito que­sta li­nea ste­reo­ti­pata di rie­vo­ca­zione della per­so­na­lità di Man­zoni, avrebbe fatto poca strada.

Nella mi­gliore delle ipo­tesi si sa­rebbe forse la­sciato la pos­si­bi­lità di de­fi­nire un col­le­ga­mento tra Man­zoni e Lecco at­tra­verso il ro­manzo.
Trac­ciando cioè un le­game o sem­pli­ce­mente de­scrit­tivo (“Quel ramo del lago di Como”, ecc.) e/o di strut­tura nar­ra­tiva (la vi­cenda dei pro­messi sposi si av­via e si con­clude a Lecco).
In ogni caso avrebbe però pe­nato a fare emer­gere il le­game strut­tu­rale e vin­co­late tra Lecco / ter­ri­to­rio La­riano e la fi­sio­no­mia più in­tima di Man­zoni, il sot­to­fondo per­ma­nente e im­ma­nente alla sua espe­rienza umana ed ar­ti­stica com­ples­siva.

Con­sa­pe­vole di ciò, Stop­pani in­di­vi­dua in­vece una li­nea di in­da­gine e di co­mu­ni­ca­zione de­ci­sa­mente ori­gi­nale, ri­ven­di­can­done espli­ci­ta­mente la pri­ma­zia (da “Prime Let­ture”, di­cem­bre 1873, p. 405 (evi­den­zia­zioni no­stre):

«que­sto non è campo che sia già stato mie­tuto, e nep­pur vi­gna che al­tri ab­bia già ven­dem­miata: anzi nes­suno ci ha mai vi­sto, ch’io mi sap­pia, né un campo da mie­tere, né una vi­gna da ven­dem­miare, ben­ché ta­luno v’abbia rag­gra­nel­lato a caso un grap­polo o una spica. L’argomento, forse fe­con­dis­simo per sé me­de­simo, fu reso ste­rile e nudo dalla di­men­ti­canza de­gli uo­mini […]»

Unico in Ita­lia, l’Abate punta tutto sul gio­vane Man­zoni e quindi — di ne­ces­sità — sul rap­porto tra Man­zoni e Lecco. So­stiene l’Abate: que­sta è la chiave per po­tere svi­lup­pare di­scorsi ampi, ori­gi­nali e “unici”; con cui il­lu­strare il per­ché di un mo­nu­mento allo scrit­tore in Lecco, an­che più “im­por­tante” di quello di Mi­lano.

In pro­po­sito Stop­pani è espli­cito (ibi­dem, pp. 406-07):

«Che Lecco ab­bia co­mune con Mi­lano la glo­ria di averlo no­ve­rato fra’ suoi con­cit­ta­dini, è cosa meno nota, ma non per­ciò meno vera. Vi ba­sti il sa­pere di certo che nell’età fra i 31 e i 32 anni egli era a capo della Am­mi­ni­stra­zione co­mu­nale di quel gran borgo (ciò ri­sulta […] da­gli Atti del Con­vo­cato ge­ne­rale del Co­mune di Lecco te­nu­tosi il 31 ot­to­bre 1816).
Ve­dete se la città di Lecco avesse di­ritto e do­vere di de­cre­tare un mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni, come fece ap­pena vi giunse la no­vella della sua morte.»

Con que­sta scelta Stop­pani mo­strava tra l’altro una con­sa­pe­vo­lezza tutta mo­derna della fun­zione de­ci­siva che gli anni di for­ma­zione hanno su qua­lun­que in­di­vi­duo.
Ciò in per­fetta coe­renza con il ruolo di edu­ca­tore della gio­ventù che egli si era ri­ta­gliato come col­la­bo­ra­tore di ri­vi­ste in­di­riz­zate agli ado­le­scenti, ac­canto a quella dello scien­ziato ori­gi­nale nei temi e nei modi di in­da­gine, non­ché di do­cente ama­tis­simo dai suoi stu­denti del Po­li­tec­nico di Mi­lano, i tec­nici della nuova Ita­lia.

3.3 / Per l’Abate fonti previlegiate sul mondo del giovane Manzoni.

Nella de­fi­ni­zione di que­sta li­nea di co­mu­ni­ca­zione, fun­zio­nale alla com­plessa rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento, l’Abate po­teva con­tare su un am­pio ven­ta­glio di re­la­zioni per­so­nali.

In primo luogo due sa­cer­doti, Na­tale Ce­roli e Adal­berto Ca­tena — en­trambi anch’essi ro­smi­niani — che ave­vano avuto stret­tis­simi rap­porti con Man­zoni, e ai quali Stop­pani era le­gato sia da in­tima ami­ci­zia per­so­nale sia da co­muni espe­rienze an­che po­li­ti­che (ac­cu­sa­tili di “at­ti­vità pa­triot­ti­che”, gli Au­striaci li ave­vano cac­ciati nel 1853 dai Se­mi­nari Ar­ci­ve­sco­vili di Mi­lano, dove in­se­gna­vano).

La fonte prin­ci­pale era si­cu­ra­mente Na­tale Ce­roli, dal 1858 quo­ti­diano as­si­stente cul­tu­rale di Man­zoni per la ge­stione della cor­ri­spon­denza, della bi­blio­teca, ecc. non­ché suo ac­com­pa­gna­tore nelle lun­ghe pas­seg­giate che Don Li­san­der fa­ceva per il cen­tro di Mi­lano (alla morte di Man­zoni don Ce­roli fu in­ca­ri­cato di rior­di­narne i ma­no­scritti e i car­teggi, in col­la­bo­ra­zione con Gio­vanni Rizzi e Vi­sconti Ve­no­sta).
Fino alla sua morte (estate 1874, per feb­bri ma­la­ri­che du­rante un viag­gio in Pa­le­stina, con­dotto pro­prio in com­pa­gnia di Stop­pani che, col­pito dal cal­cio di un mulo, ri­portò in­vece una grave fe­rita a una gamba), l’Abate poté con­tare sulla sua colta e acuta col­la­bo­ra­zione per in­ve­sti­gare aspetti poco noti della vita e della per­so­na­lità di Man­zoni non­ché di con­sul­tare (ne siamo ra­gio­ne­vol­mente certi) an­che le “bozze” pre­ce­denti la Ven­ti­set­tana.

Se­condo il suo primo bio­grafo (il ni­pote An­gelo Ma­ria Cor­ne­lio, su que­sti aned­doti ab­ba­stanza af­fi­da­bile — su que­sti aned­doti, si in­tende!), più volte Ce­roli aveva cer­cato di or­ga­niz­zare tra i due un in­con­tro; per su­pe­rare le re­si­stenze del sem­pre ri­ser­vato Man­zoni, aveva sug­ge­rito si po­tesse stare sul con­vi­viale: l’Abate (esti­ma­tore di Ros­sini) suo­nava be­nino il pia­no­forte; aveva un’ottima voce ba­ri­to­nale e sa­peva adat­tarsi a ogni parte; ci si sa­rebbe di­ver­titi.
Man­zoni aveva però sem­pre nic­chiato — a no­stro av­viso non tanto per ri­lut­tanza alle nuove co­no­scenze quanto per l’essere Stop­pani un lec­chese doc, con forti e sem­pre ma­ni­fe­state ra­dici con la città di ori­gine: in caso di in­con­tro (e no­no­stante la dif­fe­renza d’età, tra i due c’erano 39 anni) sa­rebbe ri­sul­tato ine­vi­ta­bile par­lare delle co­muni co­no­scenze, cosa che Man­zoni po­teva pre­fe­rire non fare (gli ac­cenni di Paolo Bel­lezza a una fre­quen­ta­zione di­retta tra i due sono senza fon­da­mento).

La se­conda fonte dell’Abate era Adal­berto Ca­tena, fin da ra­gazzo le­ga­tis­simo alla fa­mi­glia Stop­pani: prima di ri­ce­vere gli or­dini, egli e il com­pa­gno di se­mi­na­rio An­gelo Stop­pani (fra­tello mag­giore dell’Abate, morto gio­va­nis­simo) nel 1845 ave­vano com­piuto uno spe­ciale pel­le­gri­nag­gio, re­can­dosi a piedi da Lecco a Roma.
Nel 1870 Ca­tena di­venne par­roco della Chiesa di San Fe­dele in Mi­lano e diede pra­ti­ca­mente tutti i giorni l’eucarestia a Man­zoni, ri­ce­ven­done le con­fes­sioni. Ne ce­le­brò an­che il fu­ne­rale il 29 mag­gio 1873.
Stante la in­dub­bia ri­ser­va­tezza, Ca­tena era co­mun­que in grado di tra­sfe­rire all’Abate ele­menti di ri­fles­sione.

Da si­ni­stra: Fran­ce­sco Ti­cozzi (pa­triota, Pre­fetto di Na­po­leone I, av­vo­cato e no­taio della fa­mi­glia Man­zoni in Lecco, zio di Lu­cia Pe­co­roni, ma­dre dell’Abate Stop­pani) — Lu­cia Pe­co­roni Stop­pani (ma­dre dell’Abate) — Giu­seppe Bo­vara (ar­chi­tetto, amico fra­terno per tutta la vita di Man­zoni) — Na­tale Ce­roli (sa­cer­dote, amico fra­terno di Stop­pani, per 15 anni quo­ti­diano as­si­stente cul­tu­rale di Man­zoni).

Ele­menti di co­no­scenza gli ve­ni­vano inol­tre dalla sua stessa fa­mi­glia: uno zio di sua ma­dre Lu­cia era stato per quasi tre de­cenni stret­ta­mente le­gato ai Man­zoni.
Si trat­tava di Fran­ce­sco Ti­cozzi, av­vo­cato-no­taio: tra i capi del mo­vi­mento pa­triot­tico del 1796; in­car­ce­rato con du­rezza da­gli au­striaci al loro ri­torno nel 1797; poi, con Na­po­leone, col­lo­cato in ruoli di re­spon­sa­bi­lità: Pre­fetto; Ca­va­liere della Croce di ferro, ecc. ecc. (per non par­lare del fra­tello di lui, Ste­fano, in Lecco par­roco di San Gio­vanni in Laorca; con l’arrivo dei fran­cesi spre­ta­tosi in nome della “ri­vo­lu­zione”; anch’egli poi fun­zio­na­rio na­po­leo­nico; uomo di cul­tura, pio­niere di ta­lento della cri­tica d’arte ita­liana; tra­dut­tore an­che della “Sto­ria delle Re­pub­bli­che Ita­liane” di Si­smondi, l’opera che servì di spunto a Man­zoni per il suo “Os­ser­va­zioni sulla mo­rale cat­to­lica” — quante si­ner­gie se ne po­treb­bero trarre!).

Fran­ce­sco Ti­cozzi fu per anni il con­su­lente le­gale di Pie­tro Man­zoni; fu lui nel 1807 a sten­derne il te­sta­mento a fa­vore di Ales­san­dro e fu lui, per anni e fino alla pro­pria morte nel 1825, a rap­pre­sen­tare le­gal­mente in Lecco lo stesso Ales­san­dro.
Senza pen­sare che Ti­cozzi an­dasse a spif­fe­rare in fa­mi­glia i fatti dei suoi clienti Man­zoni, è ov­vio che no­ti­zie non sen­si­bili po­te­vano es­sere giunte allo Stop­pani an­che per que­sta via in­for­male ma po­ten­zial­mente molto ricca.

Non pos­siamo inol­tre tra­scu­rare come “fonti” dell’Abate la pro­pria ma­dre, Lu­cia Pe­co­roni e il pro­prio fra­tello mag­giore Pie­tro.
Donna istruita, per parte di ma­dre e pa­dre le­gata a fa­mi­glie so­cial­mente ben messe e quindi bene in­for­mate; so­rella di An­to­nio Pe­co­roni, af­fer­mato in­du­striale se­rico di Lecco, Lu­cia Pe­co­roni, sposa e so­cia d’affari del so­cie­vole Gio­vanni Ma­ria (“Giua­nin bona gra­zia”) era dal 1820 at­ti­vis­sima com­mer­ciante con am­pie re­la­zioni in tutto il la­riano (gli amici dell’Abate che la co­no­sce­vano — tra que­sti, Quin­tino Sella — gli espri­me­vano per lei i più am­mi­rati com­pli­menti).

Pie­tro Stop­pani — Del 1819 e pri­mo­ge­nito dei 15 nati da Lu­cia Pe­co­roni e Gio­vanni Ma­ria; sa­cer­dote, era uomo d’azione e di or­ga­niz­za­zione più che di ela­bo­ra­zione teo­rica. Ca­no­nico coa­diu­tore a Sant’Ambrogio in Mi­lano, era stato molto at­tivo nelle Cin­que Gior­nate del 1848 nel fare dell’importate chiesa mi­la­nese uno dei cen­tri or­ga­niz­za­tivi della ri­volta e un ef­fi­ciente ospe­dale per le molte cen­ti­naia di fe­riti nei com­bat­ti­menti (in fa­mi­glia si tra­manda che in un ab­boc­ca­mento con uf­fi­ciali au­striaci nel corso di una breve tre­gua, in­fu­riato per la loro stu­pida in­tran­si­genza e la­scian­doli este­re­fatti, avesse man­dato all’aria la tre­gua ro­ve­sciando il ta­volo della riu­nione — ma po­trebbe es­sere cosa in­ven­tata per ri­cor­darne il noto ca­rat­tere de­ciso e poco di­plo­ma­tico).
Nel 1860 era stato Se­gre­ta­rio della So­cietà Ec­cle­sia­stica di Mi­lano, l’organizzazione di ispi­ra­zione ro­smi­niana, strut­tura schiet­ta­mente po­li­tica cui ade­ri­vano ol­tre 250 preti con­ci­lia­to­ri­sti della città, fa­cen­done la più forte for­ma­zione or­ga­niz­zata del clero lom­bardo (loro or­gano di stampa era il bi­set­ti­ma­nale “Il Con­ci­lia­tore”, cui col­la­bo­rava il gio­vane An­to­nio Stop­pani). In que­sta sua fun­zione, nel feb­braio 1860, Pie­tro aveva svolto certo un ruolo di primo piano nello schie­rarsi del clero mi­la­nese a fianco della mo­nar­chia sa­bauda in con­tra­sto con la ge­rar­chia va­ti­cana di Pio IX: in quella ope­ra­zione Ca­vour e d’Azeglio erano riu­sciti a ga­ran­tirsi l’intervento di­retto di Man­zoni presso i “capi” del clero pa­triot­tico mi­la­nese (per que­sta vi­cenda vedi la no­stra Nota del 2017).
Dal 1875 e fino alla morte (1899), Pie­tro fu poi par­roco di Santa Ma­ria della Pas­sione, la più im­por­tante Ba­si­lica di Mi­lano.
Dal 1867 al 1875 era però stato par­roco di Chiuso, uno dei luo­ghi di scio­gli­mento nar­ra­tivo del ro­manzo di Man­zoni. Pro­prio per que­sta sua espe­rienza, dell’Abate fu pre­zioso in­for­ma­tore nella iden­ti­fi­ca­zione di fi­gure del ro­manzo con uo­mini in carne e ossa del paese, spesso fre­quen­tato dal gio­vane Man­zoni per i le­gami che suo pa­dre Pie­tro vi aveva come priore della lo­cale con­fra­ter­nita del Ss. Sa­cra­mento.

Da que­sta breve ras­se­gna delle fonti “man­zo­niane” dell’Abate si può com­pren­dere come nella sua ri­cerca egli po­tesse bat­tere con suc­cesso ine­diti per­corsi.

3.4 / La prima inchiesta “manzoniana” sul territorio.

A par­tire dalla co­no­scenza sui rap­porti eco­no­mici e per­so­nali lo­cali che così gli ve­ni­vano, Stop­pani per­lu­stra il ter­ri­to­rio la­riano per rac­co­gliere no­ti­zie di prima mano sui rap­porti tra Man­zoni e quel mondo na­tu­ra­li­stico e so­ciale che era an­che ap­pas­sio­na­ta­mente il pro­prio.

Cerca di trarre il più pos­si­bile idee e sen­sa­zioni an­che “fa­cendo par­lare le pa­reti” (sono pa­role sue) del pa­lazzo di Moz­zana di Giu­seppe Re­si­nelli, suo con­suo­cero, dove si tro­vava nel 1873 la fa­mosa “culla” (oggi espo­sta al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco) a di­spo­si­zione dei vi­si­ta­tori che vo­les­sero ve­derla — po­tremmo con­si­de­rare quella espo­si­zione come il nu­cleo ideale di un Mu­seo man­zo­niano che certo l’Abate aveva in mente si po­tesse co­sti­tuire, 100 anni prima che ciò si ve­ri­fi­casse — di quel Mu­seo che ora lo tiene ot­tu­sa­mente na­sco­sto.

In quella culla ave­vano dor­mito e dor­mi­vano in­fanti Re­si­nelli e poi in­fanti Stop­pani (tra que­sti il nonno di chi scrive, anch’egli di nome An­to­nio, come lo zio Abate, nato nel 1872, un anno prima la morte di Man­zoni).

Come quella culla fosse ar­ri­vata ai Re­si­nelli ce lo dice Stop­pani nel suo ar­ti­colo su “Le Prime Let­ture” (di­cem­bre 1873, p. 407):

«Come poi la si trovi a Moz­zana, è pre­sto detto. La fa­mi­glia Re­si­nelli ebbe in ere­dità una gran parte de­gli ad­dobbi del pa­lazzo Man­zoni, e se ne servì per la sua casa di vil­leg­gia­tura, tra­spor­tàn­dovi con essi an­che la culla, mò­bile sem­pre op­por­tuno per una gió­vine fa­mi­glia. Quante me­mò­rie del grand’uomo in quella casa! Fi­gu­rà­tevi che tra i fra­sta­gli della cor­nice do­rata di uno spèc­chio di stile ba­rocco, tro­vossi e trò­vasi an­cór oggi una lèt­tera di Pie­tro Man­zoni, pa­dre d’Alessandro, che ve l’avrà ri­po­sta forse un sè­colo fà. Fra i molti og­getti por­tati via dal Ca­leotto at­trasse sin­go­lar­mente la mia at­ten­zione un pe­sante ca­la­majo di marmo. […]».

Dalla villa di Moz­zana del con­suo­cero Re­si­nelli, Stop­pani è a un passo da Ca­scina Co­sta e gli è fa­cile par­lare con un vec­chione: era uno dei ra­gaz­zini della am­pia fa­mi­glia della ba­lia Ca­te­rina Pan­zeri Sprea­fico che a Ca­scina Co­sta aveva al­le­vato per i pri­mis­simi anni il pic­colo Ales­san­dro come un pro­prio fi­glio.

At­tra­verso la sua va­sta rete di co­no­scenze tra i sa­cer­doti ro­smi­niani del la­riano e della Val­sas­sina (tra que­sti, Luigi Ar­ri­goni, fra­tello di Giu­seppe, il ce­le­bre sto­rico della Val­sas­sina), l’Abate chiac­chiera con i vec­chi, cerca do­cu­menti, re­gi­stra tutto ciò su cui può met­tere oc­chi mani e orec­chie.

In­ter­vi­sta più volte e a lungo l’architetto lec­chese Giu­seppe Bo­vara (nel 1873 quasi cieco ma an­cora per­fet­ta­mente lu­cido), ricco di ri­cordi an­ti­chi e re­centi su Ales­san­dro, suo amico fra­terno dalla pri­mis­sima ado­le­scenza e poi sem­pre fre­quen­tato.

Nel 1808 Man­zoni aveva ven­duto all’amico Bo­vara il suo “pa­re­tajo” per la cac­cia alle al­lo­dole che si tro­vava giù verso il tor­rente Bione e in cui l’adolescente Ales­san­dro pas­sava le ore di li­bertà a spese de­gli in­cauti abi­ta­tori dei cieli (come molti ra­gaz­zini di ogni tempo e luogo).
Nel 1828, quando, con l’uscita de “I Pro­messi Sposi”, alla già con­so­li­data fama di Man­zoni come poeta si era ag­giunta quella di au­tore di un grande ro­manzo (gra­zie a cui il ter­ri­to­rio la­riano era di­ve­nuto fa­moso in tutta Ita­lia e in Eu­ropa), i Bo­vara ave­vano tra­spor­tato quel ca­panno per la cac­cia agli uc­cel­letti nel giar­dino della loro villa in Lecco e ne ave­vano fatto una spe­cie di tem­pietto al ge­nius loci con cui ave­vano giuo­cato bam­bini, con tanto di targa alla me­mo­ria.

Ov­vio che l’Abate ci si but­tasse a pe­sce, fa­cen­done una delle im­ma­gini chiave della sua cam­pa­gna di rac­colta fondi per il Mo­nu­mento.

3.5 / Definizione della linea di comunicazione: si comincia con la rivista di Sailer “Le Prime Letture”.

Co­mun­que sia, con i primi ma­te­riali rac­colti in que­sta sua in­chie­sta sul ter­ri­to­rio, per la ri­vi­sta “Le Prime Let­ture” Stop­pani firma “Lecco, no­vem­bre 1873” il lungo ar­ti­colo «Spi­go­la­ture sull’infanzia di Ales­san­dro Man­zoni» con due pa­gine in­tro­dut­tive di Luigi Sai­ler (di­ret­tore ed editore/proprietario della ri­vi­sta) che ri­corda un epi­so­dio della sua fre­quen­ta­zione con il vec­chio Man­zoni e in­dica nell’Abate la per­sona più in­di­cata a sco­prire e il­lu­strare come si fosse for­mato Man­zoni fino ai suoi 15 anni (i due con­tri­buti for­mano le ul­time 13 pa­gine dell’ultimo fa­sci­colo della ri­vi­sta per l’anno 1873, stam­pato nella prima de­cade di di­cem­bre — nelle im­ma­gini ne ri­por­tiamo solo le pa­gine re­canti il­lu­stra­zioni).

Dal mo­mento che in que­sta Nota si parla so­prat­tutto di Car­ducci, vale la pena di ri­cor­dare (giu­sto un in­ciso) che Luigi Sai­ler era stret­tis­simo col­la­bo­ra­tore e amico di Fran­ce­sco d’Ovidio, il man­zo­nia­nis­simo pro­fes­sore e sag­gi­sta che nel 1884 diede av­vio alla rea­zione dei man­zo­niani con­tro l’esclusione del Man­zoni dai li­bri di te­sto delle scuole del Re­gno, di cui Car­ducci era stato parte molto at­tiva ed ef­fi­ciente, come ab­biamo già vi­sto so­pra.

Il let­tore che ab­bia una qual­che fa­mi­lia­rità con l’iconografia man­zo­niana ha cer­ta­mente no­tato il peso che in que­sto ar­ti­colo dell’Abate su “Le Prime Let­ture” del di­cem­bre 1873 viene dato alle quat­tro il­lu­stra­zioni de­scrit­tive del pae­sag­gio e dell’ambiente nei quali si svolse la prima parte della vita di Ales­san­dro Man­zoni.

Ab­biamo la Ca­scina Co­sta di Gal­biate (in li­nea d’aria di­stante 5 chi­lo­me­tri dal Ca­leotto di Lecco) di pro­prietà dei Man­zoni e dove abi­tava Ca­te­rina Pan­zeri Sprea­fico, la ba­lia di Ales­san­dro.
La culla nella quale egli aveva dor­mito in quella ca­scina e che poi era pas­sata ai Re­si­nelli-Stop­pani, prima di fi­nire espo­sta al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.
Il pa­lazzo del Ca­leotto, dal 1614 abi­ta­zione della fa­mi­glia Man­zoni in Lecco.
Il ca­panno per la cac­cia alle al­lo­dole dell’adolescente Man­zoni, poi con­ser­vato da Giu­seppe Bo­vara come “tem­pietto” rie­vo­ca­tivo di una calda fre­quen­ta­zione ami­cale av­viata con il gio­va­nis­simo Ales­san­dro e poi man­te­nuta per ol­tre 70 anni (Bo­vara morì il 2 di­cem­bre 1873, po­chi mesi dopo Man­zoni).

Sono im­ma­gini che certo molti let­tori hanno già vi­sto va­ria­mente ri­pro­dotte: nell’iconografia man­zo­niana sono dei “clas­sici” con­so­li­dati ma po­chi sanno, o vo­gliono ri­cor­dare, che idea­tore ne fu l’Abate Stop­pani come ele­menti della for­ma­liz­za­zione su basi ri­co­no­sci­bili da tutti del le­game tra Lecco e Man­zoni.
Una re­cente ec­ce­zione: il già ri­cor­dato Ca­ta­logo “Man­zoni nel cuore” ri­porta la no­tis­sima in­ci­sione di Villa Man­zoni (opera de­gli ar­ti­sti Bar­be­ris e Ca­nedi) in­di­can­done come fonte il li­bro “I primi anni di Ales­san­dro Man­zoni”, Ber­nar­doni, Mi­lano 1874. L’indicazione è cor­retta ma non com­pleta: la prima pub­bli­ca­zione su cui com­par­vero le quat­tro im­ma­gini che ab­biamo qui ri­por­tato fu il nu­mero di di­cem­bre 1873 della ri­vi­sta “Le Prime Let­ture”, come ab­biamo vi­sto poco so­pra.

Non vo­gliamo certo fare i pre­ci­sini con gli amici della As­so­cia­zione Bo­vara: ci spinge a una certa acri­bia bi­blio­gra­fica il modo ve­ra­mente in­si­piente — e an­che scon­for­tante — con cui que­ste il­lu­stra­zioni, ideate dall’Abate Stop­pani come vei­coli di co­mu­ni­ca­zione per la cam­pa­gna del mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco, sono con­si­de­rate — o me­glio NON sono con­si­de­rate — al Mu­seo Man­zo­niano, dove ven­gono va­lo­riz­zati di­se­gni di Carlo Pizzi di iden­tico sog­getto e da­tati dallo stesso au­tore “24 no­vem­bre 1873” ma senza nep­pure ac­cen­nare all’ovvio col­le­ga­mento (ce ne è un in­di­zio an­che nei “Cenni au­to­bio­gra­fici” di Pizzi) con la con­tem­po­ra­nea ini­zia­tiva edi­to­riale con­dotta da Stop­pani su “Le Prime Let­ture”, di cui ab­biamo detto poco so­pra.

Su que­sto aspetto par­ti­co­lare svol­ge­remo con­si­de­ra­zioni ap­pro­fon­dite nella pros­sima Nota (è in pre­pa­ra­zione e uscirà quanto prima) de­di­cata an­che alla Sala 2 del Mu­seo Man­zo­niano nella nuova con­fi­gu­ra­zione.

3.6 / Il “Trionfo della Libertà”: una bandiera per il Monumento a Manzoni in Lecco.

Dopo gli spunti sull’infanzia pro­pria­mente detta di Man­zoni, cui ab­biamo già ac­cen­nato so­pra, il lungo ar­ti­colo di Stop­pani passa poi a de­scri­verne le espe­rienze sco­la­sti­che (con i pro­blemi di una istru­zione non sem­pre di alto li­vello); i primi av­vi­ci­na­menti alla poe­sia e alla let­te­ra­tura; le prime sod­di­sfa­zioni (la vi­sita del poeta Monti al col­le­gio del gio­va­nis­simo poeta venne ri­cor­data da Man­zoni per tutta la vita).

L’articolo si con­clude con un ri­chiamo in­si­stito a “Il trionfo della li­bertà”, la prima com­po­si­zione pro­pria­mente poe­tico / po­li­tica del se­di­cenne Man­zoni.
Di que­sto poe­metto Teo­doro Per­tu­sati, il 24 giu­gno 1873, aveva dato sul quo­ti­diano mi­la­nese “La Per­se­ve­ranza” al­cune an­ti­ci­pa­zioni e un rias­sunto dei temi lì trat­tati.
Non man­cava di ri­cor­dare come, im­pri­gio­nati in­sieme allo Spiel­berg, nel 1835 a Ga­briele Rosa Fe­de­rico Con­fa­lo­nieri re­ci­tasse a me­mo­ria brani di quel poe­metto, da lui im­pa­rati al Lon­gone (dove era stato com­pa­gno di studi del Man­zoni) e te­nuti an­cora a mente dopo più di vent’anni.

A par­tire da quei non molti versi ri­por­tati e dalla sin­tesi che ne fa­ceva Per­tu­sati, Stop­pani ri­tenne che il poe­metto gio­va­nile di Man­zoni fosse utile a met­tere in luce il ca­rat­tere pro­gres­si­sta e de­mo­cra­tico del se­di­cenne Man­zoni e la sua già con­so­li­data ca­pa­cità di espri­mere com­plessi con­cetti po­li­tico-so­ciali in ef­fi­caci e belle forme ar­ti­sti­che (Le Prime Let­ture, p. 415, sot­to­li­nea­ture no­stre):

«Que­sti son versi del Man­zoni se­di­cenne; ma sono versi del Man­zoni. Il suo sole vi brilla col primo rag­gio di un sole mat­tu­tino; ma è il suo sole; il suo spi­rito non ha an­cora pro­dotti né i suoi fiori più belli né i suoi frutti più squi­siti; ma ci si vede il suo spi­rito. È uno spi­rito in cui hanno già messo pro­fonde ra­dici il sen­ti­mento del giu­sto, l’amore della vera li­bertà, il culto della pa­tria, lo sde­gno della ti­ran­nia e del fa­na­ti­smo, l’entusiasmo per quanto v’ha di grande, di buono, di bello in sulla terra

L’Abate alla fine del 1873 pen­sava quindi che la cam­pa­gna a fa­vore del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco po­tesse tro­vare nelle idee pa­triot­ti­che, de­mo­cra­ti­che e pro­gres­si­ste del gio­vane Man­zoni un punto di forza: una scelta ben pre­cisa sul ta­glio da dare all’intera ope­ra­zione e quindi su­gli in­ter­lo­cu­tori cui ri­chie­dere ap­poggi e con­tri­buti (da no­tare che nella com­po­si­zione Man­zoni pren­deva di mira non solo quella parte del clero di­men­tica dei pre­cetti evan­ge­lici ma an­che gli in­va­sori fran­cesi dell’Armata d’Italia gui­data dall’ormai af­fer­ma­tis­simo Na­po­leone — il poema è del 1801).

Stop­pani non po­teva dirlo più in chiaro: dal Mo­nu­mento a Man­zoni stiano pure alla larga i rea­zio­nari; il clero con­ser­va­tore e tem­po­ra­li­sta e in ge­ne­rale chi poco sente l’amore per un’Italia senza pa­droni: ne fac­ciamo vo­len­tieri a meno.

A di­stanza di po­chi mesi da que­sta prima di­chia­ra­zione pro­gram­ma­tica sul come la col­let­ti­vità di Lecco in­ten­deva im­po­stare la cam­pa­gna per il Mo­nu­mento di Man­zoni in città, l’Abate pub­blica un vo­lume di 260 pa­gine in cui ne am­plia e si­ste­ma­tizza i temi.

3.7 / Un libro per ribadire il legame tra Lecco e Manzoni; la sua precoce fisionomia patriottica e democratico-popolare; la competenza “manzoniana” della città.

Nella prima metà del 1874, stam­pato dalla Ti­po­gra­fia Ber­nar­doni di Mi­lano, l’Abate Stop­pani fa uscire un pro­prio vo­lume ti­to­lato “I primi anni di A. Man­zoni — Spi­go­la­ture di A. Stop­paniCon ag­giunta di al­cune poe­sie ine­dite o poco note dello stesso A. Man­zoni”).

Solo come pic­colo mat­ton­cino in vi­sta del bi­cen­te­na­rio della na­scita dell’Abate (2024) ri­cor­diamo che il suo primo bio­grafo An­gelo Ma­ria Cor­ne­lio, nel suo “Vita di An­to­nio Stop­pani”, To­rino 1898, dà un’altra data di pub­bli­ca­zione (p. 173): «Ri­tor­nato a Mi­lano [ndr — dal viag­gio in Me­dio-Oriente], lo Stop­pani, nel 1875, quasi di­rei per con­ce­dersi un po’ di ri­poso, con­cen­trava il pen­siero in un’operetta va­gheg­giata da pa­rec­chio tempo so­pra un sog­getto sim­pa­ti­cis­simo: I primi anni di Ales­san­dro Man­zoni

Se­condo Cor­ne­lio quindi l’Abate avrebbe co­min­ciato a la­vo­rare al li­bro ai primi del 1875 “per con­ce­dersi un po’ di ri­poso” su un “sog­getto sim­pa­ti­cis­simo” (leg­gere Cor­ne­lio a volte fa pru­dere le mani).
Non una pa­rola viene da lui detta né sul primo ar­ti­colo di “lan­cio”, uscito su “Le Prime Let­ture” a fine 1873, né tan­to­meno sul rap­porto tra li­bro e pro­getto del Mo­nu­mento in Lecco, no­no­stante il ri­chiamo espli­ci­ta­mente fatto dall’Abate pen­sando an­che ai più di­stratti.

L’indicazione da parte sua della data al 1875 è co­mun­que del tutto senza fon­da­mento (il li­bro di Stop­pani ri­ce­vette in­fatti una “Men­zione ono­re­vole” al IX Con­gresso Pe­da­go­gico Ita­liano / V Espo­si­zione Sco­la­stica / Bo­lo­gna, che si tenne nel set­tem­bre del 1874 — dob­biamo a Elena Za­noni que­sta in­for­ma­zione che rende su­per­flua ogni ul­te­riore os­ser­va­zione).

La in­con­sa­pe­vo­lezza di Cor­ne­lio ci dà però l’occasione per ri­le­vare che que­sta ce­cità, in lui ma­cro­sco­pica, ap­par­tiene an­che ai nu­me­rosi com­men­ta­tori che, a di­stanza di tempo e va­rio ti­tolo, si sono oc­cu­pati di que­sta opera dell’Abate (giu­sto per un ri­chiamo a noi vi­cino, an­che la ci­tata Elena Za­noni, nel suo pur me­ri­to­rio la­voro del 2015 — parla solo ge­ne­ri­ca­mente di una grande am­mi­ra­zione dell’Abate per Man­zoni e del suo im­pe­gno nella rac­colta fondi per il Mo­nu­mento; l’articolo de “Le prime Let­ture” e il li­bro del 1874 sono da lei ri­cor­dati come te­sti­mo­nianza di que­sta am­mi­ra­zione di Stop­pani per Man­zoni senza però trarne le ne­ces­sa­rie con­clu­sioni).
A che ci ri­sulta, l’unico che ne ab­bia fatto un pur ra­pi­dis­simo cenno è stato Bon­fanti nel 1986, ma lo ve­diamo fra po­che ri­ghe.

Co­mun­que sia, e tor­nando al no­stro li­bro sui primi anni di Man­zoni, pos­siamo dire che gli obiet­tivi che ne vo­leva con­se­guire l’Abate ap­pa­iono piut­to­sto chia­ra­mente:

a/ con­so­li­dare con ele­menti di cro­naca e con le te­sti­mo­nianze di ben iden­ti­fi­ca­bili fi­gure lo­cali l’idea del le­game or­ga­nico tra Man­zoni, la città di Lecco e il ter­ri­to­rio la­riano;

b/ il­lu­strare la pre­senza pre­coce e la con­ti­nuità in Man­zoni di idea­lità so­ciali e po­li­ti­che pa­triot­ti­che, pro­gres­si­ste e de­mo­cra­tico-po­po­lari (i ter­mini sono quelli del no­stro tempo, li uti­liz­ziamo per ca­pirci alla svelta con il let­tore);

c/ po­si­zio­nare come “esperto del Man­zoni” se stesso (e quindi il Co­mi­tato dei sette isti­tuito dal Co­mune per la rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento) per pro­porsi con cre­di­bi­lità nel mo­mento della rac­colta dei fondi e dei so­ste­gni po­li­tico-cul­tu­rali.

Quanto alla strut­tura, il vo­lume è di­viso in due parti net­ta­mente di­stinte: nella prima ven­gono svolti i temi più pro­pria­mente bio­gra­fici; nella se­conda ven­gono pre­sen­tati scritti poco noti di Man­zoni e an­che veri e pro­pri ine­diti (ve­dremo che ciò ne co­sti­tui­sce an­che oggi uno dei punti di forza).

3.8 / I rapporti tra Manzoni e il territorio lariano.

Nel suo li­bro Stop­pani ri­prende le te­ma­ti­che già an­ti­ci­pate nell’articolo di fine 1873 su “Le Prime Let­ture”, ri­cor­rendo an­che a un largo co­pia-in­colla del suo stesso te­sto lì stam­pato.

Na­tu­ral­mente vi porta ap­pro­fon­di­menti e te­sti­mo­nianze; alle 4 il­lu­stra­zioni già pro­po­ste ne “Le Prime Let­ture” ne ag­giunge di nuove che pre­sen­tano il mondo fi­sico del ter­ri­to­rio la­riano: “Il Monte Baro”; “Il pre­sunto ca­stello dell’innominato”; “Pe­sca­re­nico”; “Il con­vento dei Cap­puc­cini di Pe­sca­re­nico”.
So­prat­tutto però l’Abate di­lata l’ambito tem­po­rale ri­spetto al primo ar­ti­colo (quindi ben al di là dei 15-16 anni di Man­zoni) e ar­riva a ri­cordi e ri­fles­sioni an­che sulla prima piena ma­tu­rità dello scrit­tore (l’Abate ac­cenna a epi­sodi del 1821 — Man­zoni aveva 36 anni).

Non man­cano aned­doti sulle pre­ce­denti ge­ne­ra­zioni dei Man­zoni at­tivi in Val­sas­sina nello sfrut­ta­mento e fu­sione dei mi­ne­rali fer­rosi; veri ti­ran­nelli lo­cali por­tati a fare il bello e il cat­tivo tempo, in con­cor­renza con al­tre fa­mi­glie dello stesso stampo (molto ci­tato il sa­luto al “sciur can” do­vuto dai sot­to­po­sti ai ma­stini dei Man­zoni, già an­ti­ci­pato da d’Azeglio).

L’Abate ri­chiama mo­menti del pe­riodo na­po­leo­nico — o vis­suti dalla co­mu­nità lec­chese o vi­sti da Man­zoni ado­le­scente an­che se in con­te­sti di­versi.

Della “Bat­ta­glia di Lecco” che si svolse a fine aprile 1799 tra fran­cesi e russi, Stop­pani de­scrive un pic­colo epi­so­dio svol­tosi a Villa Man­zoni (di cui egli stesso aveva sen­tito da bimbo il rac­conto in fa­mi­glia): i russi oc­cu­pano la Villa e Co­mino (l’uomo di fi­du­cia della fa­mi­glia, guar­diano della pro­prietà, per il quale Man­zoni ebbe sem­pre un for­tis­simo af­fetto, tanto da por­tarlo con sé a Mi­lano) sta per es­sere uc­ciso da un as­sa­li­tore; viene sal­vato in ex­tre­mis da un fran­cese che da una fi­ne­stra spac­cia con un colpo di pi­stola il sol­dato russo; nella mi­schia hanno la peg­gio i russi e il loro san­gue scorre a ri­voli sul pa­vi­mento; Co­mino se la cava fug­gendo alla di­spe­rata.

Sulla scorta delle no­ti­zie che gli ven­gono so­prat­tutto dal fra­tello Pie­tro, l’Abate av­via quella pre­sen­ta­zione de­gli “ori­gi­nali” in carne e ossa di al­cuni dei per­so­naggi del ro­manzo (Don Ab­bon­dio, spec­chio di un cu­rato di Chiuso be­nis­simo co­no­sciuto da Man­zoni gio­vane e molti anni dopo an­che da Pie­tro Stop­pani; Fe­de­rigo, spec­chio di Se­ra­fino Mo­raz­zone, a lungo cu­rato di Chiuso e morto nel 1822 cui Man­zoni era molto le­gato e a cui aveva de­di­cato nella “Prima bozza” del ro­manzo una pre­sen­ta­zione molto elo­gia­tiva, con tanto di nome e co­gnome).

In que­sto suo vo­ler tro­vare per i per­so­naggi del ro­manzo man­zo­niano pro­to­tipi real­mente esi­stiti e per di più per­so­nal­mente co­no­sciuti da Man­zoni, Stop­pani è stato vi­sto an­che come un cam­pa­ni­li­sta un po’ sem­pli­ciotto nel com­pren­dere la di­na­mica dei pro­cessi crea­tivi.

Niente di più sem­pli­ci­stico (Stop­pani scri­veva in modo di­scor­sivo e bo­na­rio ma nulla aveva del sem­pli­ciotto): l’Abate, for­zando solo un po­chino le cose, in­ten­deva se­mi­nare nel suo let­tore l’idea che l’ambiente la­riano aveva for­nito all’artista Man­zoni una ec­cel­lente ma­te­ria prima non solo per le rap­pre­sen­ta­zioni na­tu­ra­li­sti­che ma an­che per il trat­teg­gio dei ca­rat­teri.
Que­sto il suo pen­siero: il Man­zoni che co­no­sciamo e am­mi­riamo si è ab­be­ve­rato in­fante e ado­le­scente all’intero mondo la­riano e que­sto pa­tri­mo­nio di im­pres­sioni e sug­ge­stioni ne ha ali­men­tato la vena ar­ti­stica e psi­co­lo­gica lungo tutta la vita; per que­sti mo­tivi Lecco può e deve eri­ger­gli un grande mo­nu­mento: Man­zoni è un fi­glio vero di que­sta terra, uno straor­di­na­rio mu­seo a cielo aperto della vita del globo, abi­tato da una po­po­la­zione in­di­pen­dente, dai ben de­fi­niti ca­rat­teri so­cio-esi­sten­ziali.

Stop­pani tiene il ta­glio di que­sti suoi con­tri­buti sem­pre sul re­gi­stro del rac­conto leg­gero; il che non gli im­pe­di­sce di fare qual­che pun­tata pret­ta­mente cri­tica, come quando trac­cia il qua­dro per l’individuazione sto­rica di pa­dre Cri­sto­foro che, come noto, fu per­so­nag­gio as­so­lu­ta­mente reale, im­pe­gnato in prima per­sona nella pe­ste di Mi­lano del 1630.

Per i le­gami eco­no­mici e so­ciali di Man­zoni con Lecco, nel li­bro l’Abate si li­mita a ri­ba­dire quanto già an­ti­ci­pato ne “Le Prime Let­ture”: tra il 1814 e il 1816 es­sere stato Man­zoni rap­pre­sen­tante le­gale della città (una spe­cie di Sin­daco) in forza della sua ca­pa­cità con­tri­bu­tiva, ri­ser­van­dosi in pro­po­sito uno stu­dio più am­pio.

A p. 23 del suo li­bro Stop­pani scrive in­fatti (evi­den­zia­zioni no­stre):

«L’Autore, che per qual­che ra­gione se ne in­te­ressa, ha in­ten­zione di pub­bli­care un al­tro scrit­te­rello, di­retto spe­cial­mente a far me­glio co­no­scere quanta parte ab­bia Lecco e il suo ter­ri­to­rio nella vita di Ales­san­dro Man­zoni

Quella pub­bli­ca­zione pur­troppo non vide mai la luce e gli ap­punti presi dall’Abate forse sono in fondo a qual­che sca­to­lone di fa­mi­glia. È un vero pec­cato per­ché da quello “scrit­te­rello” sa­reb­bero certo emersi ele­menti di grande in­te­resse.

Ma se l’Abate, per una ra­gione o per l’altra, non riu­scì a svi­lup­pare la ri­cerca come avrebbe vo­luto, ciò non to­glie che la sua idea di fondo fosse as­so­lu­ta­mente cen­trata e che sa­rebbe nei do­veri del Mu­seo Man­zo­niano met­tere in campo ri­sorse e re­la­zioni per con­ti­nuare sul per­corso da lui ac­cen­nato e rea­liz­zare, tra le al­tre cose, an­che quello “scrit­te­rello”.
E non — pro­prio al con­tra­rio — can­cel­lare lo Stop­pani dal mondo di Man­zoni come sto­li­da­mente fa la at­tuale Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo con l’ancora più sto­lido as­senso dei suoi re­fe­renti or­ga­niz­za­tivi e po­li­tici.

3.9 / Ribadire la fisionomia patriottica e democratica di Manzoni.

An­che nel li­bro viene va­lo­riz­zato, come già ne “Le Prime Let­ture”, il poe­metto “Il trionfo della li­bertà” con il suo mes­sag­gio di li­bertà, giu­sti­zia ed egua­glianza, espresso in forme ve­ra­mente no­te­voli per un gio­vine di soli 16 anni.

A raf­for­zare l’idea di un im­pe­gno di Man­zoni nella lotta po­li­tica pa­triot­tica — non epi­so­dico ma co­stante nel tempo — l’Abate ri­fe­ri­sce un aned­doto ine­dito che gli può es­sere ve­nuto solo dalla cer­chia ri­stretta dei fre­quen­ta­tori di Man­zoni.

Non per de­bo­lezza o per cer­care be­ne­me­renze presso gli in­qui­renti, ma per dare di­gnità po­li­tica al moto in­sur­re­zio­nale di cui egli era parte im­por­tante, al capo della po­li­zia Stras­soldo che con­du­ceva le in­da­gini, Fe­de­rico Con­fa­lo­nieri aveva rac­con­tato per filo e per se­gno il suo pro­getto, ti­rando in ballo an­che un alto pre­lato (Mon­si­gnor Carlo Sozzi, Vi­ca­rio ge­ne­rale della Dio­cesi di Mi­lano) cui egli aveva pro­po­sto di as­su­mere un ruolo di re­spon­sa­bi­lità nel go­verno prov­vi­so­rio che sa­rebbe sca­tu­rito dalla ri­volta.
L’alto pre­lato, sen­tito dalla po­li­zia, se l’era ca­vata ne­gando di avere mai co­no­sciuto o par­lato con Con­fa­lo­nieri, cosa vera e ri­scon­trata da­gli in­qui­renti.

In realtà il con­tatto tra Con­fa­lo­nieri e Mon­si­gnor Sozzi c’era stato e c’era stata ef­fet­ti­va­mente la pro­po­sta di una col­la­bo­ra­zione po­li­tica cui il pre­lato non aveva detto di no.
Ma ciò era av­ve­nuto at­tra­verso una terza fi­gura — che era pro­prio Man­zoni, ot­timo amico di Con­fa­lo­nieri e in buoni rap­porti con Sozzi.

Un’altra pa­ro­lina di troppo da parte di Con­fa­lo­nieri e Man­zoni si sa­rebbe tro­vato — con il Mon­si­gnore — a farsi un bel po’ di anni di ga­lera allo Spiel­berg, in com­pa­gnia del troppo lo­quace amico e com­pa­gno di ideali.

Da parte dell’Abate, il ren­der pub­blico que­sto epi­so­dio, certo as­so­lu­ta­mente ve­ri­tiero, aveva l’obiettivo sco­perto di in­di­care sulla base di “fatti” l’impegno po­li­tico pa­triot­tico di Man­zoni.
Ciò per rin­tuz­zare le ten­denze — rap­pre­sen­tate per­fet­ta­mente da Car­ducci — che ne­ga­vano in Man­zoni la fi­gura del pa­triota im­pe­gnato nelle azioni (e non solo a chiac­chiere più o meno ar­ti­sti­che) nel lungo pro­ce­dere del Ri­sor­gi­mento ita­liano.

Non ne ab­biamo il ri­scon­tro do­cu­men­tale ma que­sto epi­so­dio rac­con­tato dall’Abate sem­bra una ri­spo­sta ad hoc ad af­fer­ma­zioni che lo stesso Car­ducci aveva espresso pro­prio tra il giu­gno e il lu­glio del 1873 nei suoi quat­tro ar­ti­coli su Man­zoni, scritti in po­le­mica con Paolo Fer­rari e Giu­seppe Ro­vani e usciti sul bo­lo­gnese “La Voce del Po­polo — Quo­ti­diano de­mo­cra­tico-so­ciale re­pub­bli­cano”.

Se­gna­liamo che que­sti ar­ti­coli fu­rono poi ri­presi da Car­ducci e pub­bli­cati nel 1876 come parte del li­bro “Boz­zetti cri­tici e di­scorsi let­te­rari di G. Car­ducci, Li­vorno, 1876” sotto il ti­tolo “A pro­po­sito di al­cuni giu­dizi su Ales­san­dro Man­zoni” che nel 1891 (il let­tore lo ve­drà me­glio più avanti) ven­nero ci­tati da Car­ducci-Pa­do­vani a te­sti­mo­nianza di un pre­sunto filo-man­zo­ni­smo di Car­ducci fin da quell’epoca — que­ste no­stre di­gres­sioni sono quindi del tutto per­ti­nenti al tema prin­ci­pale di que­sta Nota.

In que­gli ar­ti­coli Car­ducci dava atto a Man­zoni di avere creato — ma fino al 1819 — poe­sia di al­tis­simo li­vello ar­ti­stico ma … poco utili alla lotta pa­triot­tica (p. 334, sot­to­li­nea­ture no­stre):

«Maz­zini […] ebbe per al­tro coo­pe­ra­tori ef­fi­ca­cis­simi; nell’ispirare l’odio allo stra­niero e il di­sprezzo ai prin­cipi do­me­stici, il Ber­chet e il Giu­sti; nell’accomunare il fre­mito della ri­bel­lione e le ri­mem­branze di­spet­tose dell’antica gran­dezza e li­bertà, il Guer­razzi; nella guerra alla su­per­sti­zione e al pa­pato po­li­tico, il Nic­co­lini.
.
Ma il Man­zoni non può, senza of­fesa alla sto­ria e alla cri­tica, es­sere an­no­ve­rato tra co­tali ban­di­tori, ber­sa­glieri e zap­pa­tori di ri­vo­lu­zione.
L’ingegno suo, pio, calmo, se­reno, ri­fug­gente dalla turba e dall’inegual flut­tuare della pas­sione, gli ren­deva non pos­si­bile co­te­sta parte.»

Il rac­conto di Stop­pani del coin­vol­gi­mento non let­te­ra­rio ma di­ret­ta­mente or­ga­niz­za­tivo di Man­zoni nella co­spi­ra­zione del 1821 è evi­den­te­mente con­ce­pito se non per fare di Man­zoni uno “zap­pa­tore di ri­vo­lu­zione”, quanto meno per ren­dere note sue at­ti­vità poco let­te­ra­rie e de­ci­sa­mente co­spi­ra­tive, gio­cate in prima per­sona quin­dici anni prima che na­scesse Car­ducci.

3.10 / Scritti poco noti di A. Manzoni ma anche inediti importanti per la conoscenza della sua personalità.

Nella se­conda parte del li­bro “I Primi anni di Man­zoni” l’Abate cam­bia com­ple­ta­mente re­gi­stro e pre­senta un corpo di scritti poco co­no­sciuti o ad­di­rit­tura ine­diti di Man­zoni gio­vane e ma­turo.

Ven­gono così resi pub­blici per la prima volta due “Ser­moni” scritti ai pri­mis­simi del se­colo.

Il primo (“Per­ché, Pa­gani, dell’assente amico” — ha un po­sto di ri­lievo nella cri­tica man­zo­niana) è de­di­cato a Gian­bat­ti­sta Pa­gani, com­pa­gno di col­le­gio di Man­zoni al Lon­gone di Mi­lano; di fa­mi­glia at­ti­va­mente pa­triot­tica (quindi mal­trat­tata an­che dai fran­cesi); per tutta la vita a lui le­gato da saldi vin­coli (salvo il noto scherzo poco sim­pa­tico gio­cato da Pa­gani a Man­zoni nella pub­bli­ca­zione in Ita­lia del Carme a Im­bo­nati — Pa­gani ci aveva messo di sua ini­zia­tiva una de­dica a Monti, an­che a cri­tica del quale in realtà la com­po­si­zione era stata scritta).

Il se­condo (meno in­te­res­sante ma co­mun­que un ine­dito) è “Ser­mone ad ignoto au­tore di versi per nozze” del 1804.
Stop­pani pub­blica inol­tre per la prima volta un fram­mento di “A Per­te­nide”.

Chiude il li­bro un al­tro ec­ce­zio­nale ine­dito di Man­zoni.

3.11 / Un rilevante contributo di Stoppani alla cultura manzoniana: Il Natale del 1833.

Nella sua ri­cerca, cer­ta­mente per i buoni uf­fici dell’amico Na­tale Ce­roli, l’Abate Stop­pani en­tra in con­tatto con Vit­to­rina Man­zoni ma­ri­tata Bram­billa, la ni­pote pre­di­letta di Man­zoni (era fi­glia di Pie­tro, il pri­mo­ge­nito di Ales­san­dro) cui il poeta aveva do­nato il ma­no­scritto de­gli “Inni Sa­cri”.

Fu gra­zie a lei che l’Abate poté esa­mi­nare il vo­lu­mi­noso in­car­ta­mento e rin­ve­nire 4 strofe di un Inno, l’ultimo, ini­ziato da Man­zoni (ma non com­piuto) nel marzo del 1835, spinto dalla morte della mo­glie En­ri­chetta Blon­del, cui l’Abate aveva dato il ti­tolo “Fram­mento di un Inno per la Fe­sta del Santo Na­tale” ma che ora co­no­sciamo — più cor­ret­ta­mente — con il nome che gli aveva dato Man­zoni — “Il Na­tale del 1833”.

È un te­sto che a chiun­que, qua­lun­que sia la sua vi­sione del mondo, non manca di su­sci­tare un moto di com­pas­sio­ne­vole con­di­vi­sione (ne fa­remo me­mo­ria in una no­stra Nota in la­vo­ra­zione de­di­cata al “nuovo” ri­tratto di Man­zoni da Ser­gio Re­bora as­se­gnato a Giu­seppe Mol­teni — eb­bene sì, un al­tro! — con l’entusiastico ap­pog­gio di Fer­nando Maz­zocca e del sem­pre an­ge­li­ca­mente le­pido Pre­si­dente del CNSM).

Il Natale del 1833

Tuam ip­sius ani­mam per­tran­si­vit gla­dius. / (LUC., II, 35).
An­che l’anima tua stessa sarà tra­pas­sata dal col­tello. / (Trad. Mar­tini).

Sì che Tu sei ter­ri­bile!
Sì che, in quei lini ascoso,
In brac­cio a quella Ver­gine,
So­vra quel sen pie­toso,
Come da so­pra ai tur­bini,
Re­gni, o Fan­ciul se­vero!
È fato il tuo pen­siero,
È legge il tuo va­gir.

Vedi le no­stre la­grime,
In­tendi i no­stri gridi,
Il vo­ler no­stro in­ter­ro­ghi,
E a tuo vo­ler de­cidi.
Men­tre, a stor­nare il ful­mine,
Tre­pido il prego ascende;
Sordo il tuo ful­min scende
Dove tu vuoi fe­rir.

Ma tu pur na­sci a pian­gere;
Ma da quel cor fe­rito
Sor­gerà pure un ge­mito,
Un prego ine­sau­dito;
E que­sta tua fra gli uo­mini
Uni­ca­mente amata,
Nel guardo tuo beata,
Eb­bra del tuo re­spìr,

Vezzi or ti fa; ti sup­plica
Suo par­golo, suo Dio;
Ti stringe al cor, che at­to­nito
Va ri­pe­tendo: è mio! …
Un dì con al­tro pal­pito,
Un dì con al­tra fronte,
Ti se­guirà sul monte,
E ti ve­drà mo­rir.

On­ni­po­tente ……….

Ce­ci­dere ma­nus.

3.12 / Una titanica gara museal/museografica a chi si mostra più insipiente verso la memoria di Manzoni.

A pre­scin­dere dalla im­por­tanza che quel li­bro dell’Abate sui primi anni di Man­zoni ha avuto — e ha — per la cri­tica dell’opera man­zo­niana, per ri­ma­nere al no­stro tema, è op­por­tuno ri­le­vare come con quel li­bro il geo­logo e teo­logo Stop­pani aveva per­se­guito con­sa­pe­vol­mente — e con­se­guito pie­na­mente — l’obiettivo non solo di ac­qui­sire no­to­rietà come esti­ma­tore delle te­ma­ti­che man­zo­niane ma di ve­nire ri­co­no­sciuto an­che in quell’ambito come por­ta­tore di no­vità e sco­perte.

Era quello in­fatti un re­qui­sito fon­da­men­tale per po­tere so­ste­nere a li­vello na­zio­nale il ruolo di pro­mo­tore del mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco, ini­zia­tiva che ad al­cuni era sem­brata ini­zial­mente una for­za­tura.

Il li­bro fu molto bene ac­colto e da al­lora (sono pas­sati 146 anni) è sem­pre ci­tato da tutti i cri­tici di nor­male in­tel­letto che ri­co­no­scono a Stop­pani ciò che gli deve es­sere ri­co­no­sciuto: è solo a Lecco che il suo libro/manifesto per il Mo­nu­mento è ot­tu­sa­mente te­nuto fuori dal Mu­seo Man­zo­niano.

Il cui Di­ret­tore scien­ti­fico (sulle orme del suo pre­de­ces­sore) ogni tanto de­borda di­cendo di vo­lerne fare an­che un “mu­seo let­te­ra­rio”.
E che, come unica cosa che rie­sce a fare in quella di­re­zione è di igno­rare quel no­tis­simo cit­ta­dino lec­chese che ha per primo pub­bli­cato que­gli im­por­tanti ine­diti del gio­vane Man­zoni, a tutt’oggi og­getto di studi e ri­fles­sioni a ogni li­vello – com­pli­menti Di­ret­tore per la sen­si­bi­lità cri­tico-let­te­ra­ria!

In pro­po­sito non pos­siamo non ri­cor­dare che si tratta di uno stile di di­re­zione museal/museografica con ra­dici “sto­ri­che” in Lecco.
Il “già Di­ret­tore” del Mu­seo Man­zo­niano (è stato fon­dato nel 1983 ma su que­sto la “nuova ” Di­re­zione man­tiene il più eroico si­len­zio), il ben noto in città Gian Luigi Daccò, nel 2009 aveva fir­mato un agile ma im­pe­gna­tivo li­bretto di 80 pa­gine (for­mato 25×17); su carta pa­ti­nata; con molte il­lu­stra­zioni a co­lori; edito da Mon­da­dori Electa Spa, dal ti­tolo «Man­zoni a Lecco – Luo­ghi e me­mo­rie».

In quel vo­lume, molto pub­bli­ciz­zato al­lora dal Co­mune di Lecco, il “già Di­ret­tore”, con splen­dida coe­renza con il pro­prio ruolo, si era di­men­ti­cato di ci­tare – sia pure di sfug­gita, o in nota o in una di­da­sca­lia – il mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

Per quanto ri­guarda il vo­lume di Stop­pani sui primi anni di Man­zoni, il “già Di­ret­tore” lo aveva in­vece ri­cor­dato in una no­ti­cina, di­cendo che si trat­tava di uno scritto «molto vec­chio» e «in­dice evi­dente del di­sin­te­resse in cui è ca­duto l’argomento» (que­ste sono pro­prio le sue esatte espres­sioni).

Come si vede, tra la “vec­chia” e la “nuova” Di­re­zione del cit­ta­dino Mu­seo Man­zo­niano è in corso una gara a chi — ognuno con le pro­prie ca­rat­te­ri­sti­che — rie­sce a pas­sare alla sto­ria come il più no­civo alla me­mo­ria di Man­zoni e di Stop­pani.

Ma, dato il giu­sto ri­co­no­sci­mento ai pro­fes­sio­ni­sti del grot­te­sco mu­seale, prima di tor­nare al no­stro tema cen­trale, il let­tore ci con­sen­tirà di dire solo due pa­role:

a/ sulle con­se­guenze che ebbe per l’Abate Stop­pani l’aver po­sto il poe­metto “Il Trionfo della Li­bertà” tra gli ele­menti por­tanti della co­mu­ni­ca­zione per la pro­mo­zione del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco;

b/ sulla co­no­scenza del li­bro di Stop­pani da parte di Gio­suè Car­ducci (il pro­ta­go­ni­sta di que­sta no­stra Nota, at­torno a cui tutto ruota).

c/ su uno caso di ce­cità col­let­tiva che, nel suo am­bito, è da con­si­de­rare come ve­ra­mente straor­di­na­rio.

3.13 / Il “Trionfo della Libertà”, casus belli per la prosecuzione della guerra vaticana contro i rosminiani conciliatoristi.

Il let­tore ri­cor­derà che nell’articolo uscito su “Prime Let­ture” nel di­cem­bre 1873, l’Abate Stop­pani dava un fa­vo­re­vo­lis­simo giu­di­zio sul poe­metto “Il Trionfo della Li­bertà” scritto dal gio­vane Man­zoni nel 1801, po­nen­dolo quasi a sim­bolo del Mo­nu­mento da eri­gersi in Lecco.

L’Abate aveva for­mu­lato la sua lu­sin­ghiera va­lu­ta­zione ba­san­dosi su quanto ne aveva letto in un ar­ti­colo di Teo­doro Per­tu­sati, pub­bli­cato da “La Per­se­ve­ranza” del 24 giu­gno 1873, nel quale del poe­metto si pre­sen­ta­vano al­cuni versi e se ne dava una sin­tesi dei con­te­nuti.

Cin­que anni dopo, ai pri­mis­simi del gen­naio del 1878, Carlo Ro­mussi pub­bli­cava un vo­lume ti­to­lato “Il Trionfo della Li­bertà” nel quale, ol­tre a vari com­menti dell’autore, ve­niva ri­por­tata per in­tero la com­po­si­zione del gio­vane Man­zoni.

A com­mento di quel vo­lume, sul nu­mero del 31 gen­naio 1878 di “Leo­nardo da Vinci, pe­rio­dico il­lu­strato di edu­ca­zione e di­letto” (ri­vi­sta mi­la­nese della ten­denza più con­ser­va­trice del Va­ti­cano, di­retta e ge­stita da don Da­vide Al­ber­ta­rio), nella ru­brica “Bi­blio­gra­fia” e a firma del sa­cer­dote G. Bar­bieri, ve­ni­vano pre­sen­tate due pa­gine ti­to­late “Un ol­trag­gio ad Ales­san­dro Man­zoni”.

L’articolo pren­deva di mira al­cune ter­zine della com­po­si­zione in cui il gio­vane Man­zoni, con ampi pre­stiti alla tra­di­zione dan­te­sca, espri­meva giu­dizi non pro­prio lu­sin­ghieri sulla Chiesa in­tesa come ge­rar­chia tem­po­rale, con­trap­po­nen­dole gli evan­ge­lici pre­cetti cri­stiani.

Al­cune ter­zine ri­por­tate da Bar­bieri sono ab­ba­stanza espli­cite, come la se­guente (il sog­getto è la Chiesa):

E nel ro­man bor­dello pro­sti­tuta,
Vile, su­perba, sozza scel­le­rata,
Al mag­giore of­fe­rente era ven­duta.

Dopo il­lu­strate le ne­fan­dezze della com­po­si­zione del gio­vane Man­zoni (in modo an­cor più ne­fando pub­bli­ciz­zate dal Ro­mussi con lo stam­parle in un li­bro) il com­mento della ri­vi­sta di Don Al­ber­ta­rio pro­se­guiva sco­prendo il vero ber­sa­glio dell’articolo.

Ecco come pro­ce­deva il com­men­ta­tore sa­cer­dote Bar­bieri (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Ep­pure si è scritto che in que­sti versi si ri­vela lo spi­rito di Man­zoni “uno spi­rito in cui ha già messe pro­fonde ra­dici il sen­ti­mento del giu­sto, l’amore della vera li­bertà, il culto della pa­tria, lo sde­gno della ti­ran­nia e del fa­na­ti­smo, l’entusiasmo per quanto v’ha di grande, di buono, di bello in sulla terra.”
.
E chi giunse a scri­ver così? Voi lo cre­de­rete qual­che li­be­rale o fra­mas­sone di tre cotte, ma no, non fu che un prete, più geo­logo forse che prete, ma prete, l’abate Stop­pani nel suo la­voro “I primi anni di Ales­san­dro Man­zoni”.
.
Dopo che un prete sot­to­scrive in modo così franco ed espli­cito a sì or­ride in­giu­rie con­tro quella Chiesa che gli ha con­fe­rito il sa­cer­do­zio, mi sem­bran più nulla le scem­piag­gini e le be­stem­mie onde l’avv. Ro­mussi ha rim­pinzo al­cuni ar­ti­coli che pre­mise a que­sto poe­metto man­zo­niano, tanto per in­gros­sarne la mole.»

Dopo qual­che com­mento poco lu­sin­ghiero di nuovo a Ro­mussi, l’articolo si con­clu­deva con que­ste pa­role:

«Il li­bro dun­que è pes­simo sotto ogni aspetto, è pes­simo an­che no­no­stante il giu­di­zio di abati. Che anzi può es­ser que­sto stesso giu­di­zio un cri­te­rio per giu­di­care an­che di que­sti abati, geo­logi e non geo­logi, i quali nel par­lare di cose re­li­giose si tro­vano troppo so­vente d’accordo con av­vo­cati o gior­na­li­sti più o meno scre­denti, più o meno empi.»

Non pos­siamo qui svi­lup­pare il per­ché di que­sto at­tacco allo Stop­pani (ci tor­ne­remo a fondo in al­tra oc­ca­sione).
Vor­remmo però evi­den­ziare come le scelte di co­mu­ni­ca­zione, pre­sen­tate dall’Abate tra la fine del 1873 e i primi del 1874 a so­ste­gno della rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco, ave­vano un con­te­nuto po­li­tico e cul­tu­rale ben de­fi­nito che in certi am­bienti non gar­ba­vano nean­che un poco.
Tanto da farne il ca­sus belli di uno scon­tro che fece sto­ria e che vide come pro­ta­go­ni­sta l’Abate Stop­pani pro­prio ne­gli anni cru­ciali per la rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

3.14 / Carducci conosceva il libro di Stoppani sul giovane Manzoni?
Certo che sì!

Gra­zie alla cor­diale e più che di­spo­ni­bile col­la­bo­ra­zione di “Casa del Car­ducci” di Bo­lo­gna (cui dob­biamo in­te­res­santi ele­menti di que­sta vi­cenda, an­cora gra­zie ai suoi in­tel­li­genti fun­zio­nari) sap­piamo che nella bi­blio­teca di Car­ducci è con­ser­vato il li­bro “I primi anni di A. Man­zoni” pub­bli­cato dall’Abate nel 1874.

Sap­piamo an­che (lo ab­biamo già an­ti­ci­pato) che il li­bro ri­ce­vette una “Men­zione Spe­ciale” al IX Con­gresso Pe­da­go­gico che si tenne a Bo­lo­gna nel set­tem­bre dello stesso anno e che — pre­su­miamo — sarà stato se­guito con at­ten­zione del pro­fes­sor Car­ducci.
Quindi la ri­spo­sta alla do­manda è: sì, cer­ta­mente Car­ducci co­no­sceva il li­bro di Stop­pani sui primi anni di Man­zoni.

Se Car­ducci l’11 ot­to­bre 1891 avesse vo­luto en­trare nel me­rito della vi­cenda di quel mo­nu­mento, avrebbe certo avuto modo di dirne un qual­che cosa di più si­gni­fi­ca­tivo (e de­gna del suo ta­lento) che non sia stato quel suo gi­rare e ri­gi­rare il gi­let.

Prima di tor­nare alla cro­naca lec­chese dell’11 ot­to­bre 1891, vor­remmo porre ai let­tori una ri­fles­sione su un aspetto par­ti­co­lare dei due scritti di Stop­pani de­di­cati alla prima parte della vita di Man­zoni.

3.15 / Un errore vistoso che è anche un caso di cecità collettiva.

L’articolo di Stop­pani sull’infanzia di Man­zoni, pub­bli­cato su “Le Prime Let­ture” alla fine del 1873 e poi il li­bro sui suoi primi anni, pub­bli­cato nei primi mesi del 1874, non de­vono es­sere vi­sti come ana­lisi sto­ri­che sulla vita e l’opera di Man­zoni.
Come tenne a pre­ci­sare lo stesso au­tore, fu­rono sem­pli­ce­mente il vei­colo per ren­dere noti al­cuni ele­menti tra­scu­rati dalla cri­tica e dai com­men­ta­tori del tempo, come il forte le­game or­ga­nico tra Man­zoni e il ter­ri­to­rio la­riano.
Ab­biamo già detto come ciò fosse dall’Abate con­si­de­rato utile per creare un ele­mento di ri­fe­ri­mento al pro­getto del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

No­no­stante ciò, sul piano sto­rico avremmo tutti certo vo­luto che l’Abate an­dasse un poco più a fondo nella ri­cerca e col­lo­casse me­glio la fa­mi­glia Man­zoni nella realtà lec­chese: i con­tri­buti in pro­po­sito di An­gelo Bor­ghi e di Fran­ce­sco D’Alessio hanno in­fatti spo­stato in­die­tro di un se­colo (dal 1714 in­di­cato da Stop­pani al 1614) il tra­sfe­ri­mento della fa­mi­glia Man­zoni da Bar­zio al Ca­leotto di Lecco.

Avremmo an­che vo­luto che nel nar­rarci del di­stacco di Man­zoni da Lecco l’Abate la­sciasse da parte una sua evi­dente re­ti­cenza e ce ne di­cesse le vere cause.
La sto­ria del pro­cu­ra­tore di­so­ne­sto che aveva man­dato in ma­lora le pro­prietà lec­chesi suona de­ci­sa­mente ina­de­guata, come ha ac­cen­nato Bor­ghi nel suo “Lecco, città man­zo­niana” (Lecco, 1994) de­fi­nen­dole in at­tivo “al­meno nel 1809”.
È certo co­mun­que che una qual­che ri­cerca se­ria in quella di­re­zione an­drebbe fatta con lo stu­dio del ma­te­riale no­ta­rile dell’epoca — se c’era un pro­cu­ra­tore di­so­ne­sto (di cui l’Abate diede le ini­ziali A… G…) ci do­vrebbe es­sere an­che una pro­cura re­datta e re­gi­strata da qual­cuno (ci sono in Lecco due sto­rici di ta­lento per que­sto tipo di ri­cer­che. Al nuovo Sin­daco Gat­ti­noni sug­ge­riamo di tro­vare un po’ di quat­trini e fi­nan­ziare un’indagine se­ria in quella di­re­zione — i due sto­rici lec­chesi sono fa­cil­mente in­di­vi­dua­bili: sono quelli che non ven­gono mai rin­gra­ziati nella scarna do­cu­men­ta­zione del Mu­seo Man­zo­niano).

Il li­bro di Stop­pani con­tiene un er­rore di data, già ri­le­vato ne­gli anni da com­men­ta­tori e ci­tato op­por­tu­na­mente da Bon­fanti nella sua in­tel­li­gente “In­tro­du­zione” alla ri­stampa che del li­bro si fece in Mi­lano nel 1986 (Cap. XII, all’inizio: “Vin­cenzo Monti cessò di vi­vere il 9 aprile 1826”. Paolo Bel­lezza ret­ti­ficò: “… il 13 ot­to­bre 1828”).

C’è però in en­trambi i te­sti di cui ab­biamo par­lato (l’articolo per “Le Prime Let­ture” del di­cem­bre 1873; il li­bro sui primi anni di Man­zoni del 1874) un al­tro vi­stoso er­rore.
Che non spo­sta di una vir­gola il senso di quanto fin qui detto, ma che ci sem­bra op­por­tuno se­gna­lare sia per­ché ano­malo per Stop­pani, ge­ne­ral­mente molto pre­ciso in tutta la sua va­sta pro­du­zione scien­ti­fico-let­te­ra­ria, sia per­ché in 147 anni non è stato se­gna­lato pra­ti­ca­mente da nes­suno.

Per chi vo­glia ap­pro­fon­dire que­sto aspetto, del tutto ir­ri­le­vante per il tema che stiamo trat­tando nella Nota, ma di un certo in­te­resse sul piano del co­stume cul­tu­rale, può leg­gerne qual­che cosa qui.

In que­sta prima parte della no­stra ri­co­stru­zione, de­di­cata alla sto­ria del Mo­nu­mento in Lecco, ab­biamo detto al­meno l’essenziale sul ta­glio cul­tu­rale e po­li­tico che l’Abate in­tese dare fin dalle prime bat­tute alla sua opera di co­mu­ni­ca­zione e pro­mo­zione a fa­vore del pro­getto.

Pas­siamo ora a trat­teg­giare ra­pi­da­mente le fasi suc­ces­sive dell’iniziativa, rin­viando an­che alla no­stra Nota del 6 ot­to­bre 2016 (“125º an­ni­ver­sa­rio del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco”).

Pas­se­remo poi a il­lu­strare in det­ta­glio quanto av­venne do­me­nica 11 ot­to­bre 1891, gior­nata nella quale venne inau­gu­rato il Mo­nu­mento a Man­zoni e che vide an­che la pre­senza di Car­ducci — ma con un peso e con mo­da­lità del tutto di­verse da ciò che viene dato dalla vul­gata do­mi­nante e dalla Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco.

4. L’Abate Stoppani, mente, braccio e guida per il Monumento a Manzoni in Lecco.

Il “me­mento” de “La Cro­naca” di Lecco del 10 ot­to­bre 1891 sem­bra scritto ap­po­sta per la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano.

Al­lora era ben chiaro a tutti che il ruolo dell’Abate Stop­pani non era stato quella di un vago “ispi­ra­tore del Co­mi­tato Pro­mo­tore”, come detto nel pan­nello della Sala 9, con una si­gni­fi­ca­tiva fal­si­fi­ca­zione del dato sto­rico.

Vi era la con­sa­pe­vo­lezza che quell’opera raf­fi­gu­rante Man­zoni era il mo­nu­mento a un’idea di so­cietà e di col­let­ti­vità nella quale la grande mag­gio­ranza dei lec­chesi si ri­co­no­sceva e che era stata per 17 anni pro­po­sta in una lunga teo­ria di azioni e di mo­menti di chia­ri­mento pro­prio da quell’Abate Stop­pani che oggi si vuole can­cel­lare dalla vi­cenda di Man­zoni.

Dopo la De­li­bera co­mu­nale del 24 mag­gio 1873, sotto l’impulso del gruppo dei 7 de­si­gnati dal Co­mune, si co­min­cia­rono a rac­co­gliere fondi.

Per non so­vrap­porsi all’analoga ini­zia­tiva lan­ciata dal Co­mune di Mi­lano per una sta­tua al Man­zoni nella città me­ne­ghina, il pro­getto lec­chese venne so­speso; i fondi rac­colti con­ge­lati in banca.

Eretto con grande ri­tardo (1883) il mo­nu­mento di Mi­lano, si ri­partì con il pro­getto di Lecco.

Lo si in­ter­ruppe di nuovo per la morte di Ga­ri­baldi (2 giu­gno 1882): i suoi sim­pa­tiz­zanti di Lecco, in pieno ac­cordo con l’Abate Stop­pani e il Co­mi­tato pro­mo­tore, lan­cia­rono la sot­to­scri­zione per un mo­nu­mento al con­dot­tiero; fatto il mo­nu­mento a Ga­ri­baldi (16 no­vem­bre 1884) il Co­mi­tato per il mo­nu­mento a Man­zoni ri­prese l’attività.

Su im­pulso e di­re­zione dell’Abate venne lan­ciata una cam­pa­gna na­zio­nale di rac­colta fondi per un mo­nu­mento allo scrit­tore che fosse ec­ce­zio­nal­mente vi­si­bile e di grande qua­lità ar­ti­stica.

Il “me­mento” de “La Cro­naca” di Lecco del 10 ot­to­bre 1891 sem­bra fatto ap­po­sta per la Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano.

Al­lora era ben chiaro a tutti che il ruolo dell’Abate Stop­pani non era stato quella di un vago “ispi­ra­tore” del Co­mi­tato pro­mo­tore, come detto nel pan­nello della Sala 9, con una si­gni­fi­ca­tiva fal­si­fi­ca­zione del dato sto­rico.

Vi era la con­sa­pe­vo­lezza che quell’opera raf­fi­gu­rante Man­zoni era il mo­nu­mento a un’idea di so­cietà e di col­let­ti­vità nella quale la grande mag­gio­ranza dei lec­chesi si ri­co­no­sceva e che era stata per 17 anni pro­po­sta in una lunga teo­ria di azioni e di mo­menti di chia­ri­mento pro­prio da quell’Abate Stop­pani che oggi si vuole can­cel­lare dalla vi­cenda di Man­zoni.

4.1 / Pochi quattrini dalle Istituzioni; numerosi i contributi dei singoli cittadini di ogni ceto ed età.

Fa­cendo leva an­che sul cen­te­na­rio della na­scita di Man­zoni (7 marzo 1885) si co­min­cia­rono a rac­co­gliere sot­to­scri­zioni da tutta Ita­lia: vi fu un di­screto con­tri­buto da parte di sin­gole per­so­na­lità (per esem­pio l’Imperatore del Bra­sile don Pe­dro de Al­can­tara); della no­stra Casa reale (che con­tri­buì con og­getti di va­lore da porre all’asta), di fa­mi­glie di alta con­di­zione so­ciale sim­pa­tiz­zanti di Man­zoni e di Ro­smini.

Il grosso dei fondi venne però da sin­goli cit­ta­dini di ogni con­di­zione so­ciale: per esem­pio ben tre­cento bam­bini delle ele­men­tari di Lecco die­dero il loro pic­colo con­tri­buto; molto at­tivi fu­rono i sa­cer­doti del la­riano, sim­pa­tiz­zanti per le idee ro­smi­niane di Man­zoni e di Stop­pani.
Gli ar­ti­giani e i com­mer­cianti della zona si at­ti­va­rono, così come le as­so­cia­zioni po­po­lari di mu­tuo soc­corso.
In tutto ven­nero fatte 2.885 sot­to­scri­zioni (le ab­biamo tutte re­gi­strate: chi, dove, quando, quanto).

Con grande di­spia­cere dell’Abate Stop­pani, le Isti­tu­zioni fu­rono in­vece pres­so­ché as­senti, a parte un tar­divo e mo­de­sto con­tri­buto del Mi­ni­stero dell’Istruzione (500 lire); venne qual­co­sina da sin­goli pro­fes­sori dalle uni­ver­sità di Mes­sina (su im­pulso di don Carlo, fra­tello dell’Abate, in­se­gnante di sto­ria na­tu­rale al li­ceo di Mo­dica) e dall’Università di Pa­via (vi in­se­gnava don Buc­cel­lati, fer­vente man­zo­niano e amico fra­terno dell’Abate); non molti in­tel­let­tuali par­te­ci­pa­rono all’iniziativa.
Tra que­sti è però da ri­cor­dare il lec­chese An­to­nio Ghi­slan­zoni.

4.2 / Musicisti e cantanti si mobilitano guidati da Antonio Ghislanzoni, grande ammiratore di Manzoni e già da vent’anni suo efficacissimo promotore in Lecco.

Te­resa Bram­billa Pon­chielli

Ap­pena ri­prese le at­ti­vità del Co­mi­tato Ghi­slan­zoni scrisse al cu­gino Stop­pani.

La let­tera è in­te­res­sante non solo per le no­ti­zie su­gli anni pas­sati ma an­che per­ché in po­che pa­role Ghi­slan­zoni de­finì con pre­ci­sione uno de­gli aspetti di que­sto mo­nu­mento:
«Il ge­nio è ciò che vi ha di più emi­nen­te­mente de­mo­cra­tico, qua­lora la sua gran luce si espanda su tutti. Tutti gli ope­rai del ter­ri­to­rio do­vreb­bero dare una pal­lanca ad onore di chi ha creato quel bel tipo di one­sto ri­belle che era Renzo Tra­ma­glino.»

Se Gio­suè nel 1891 non fosse stato l’ormai spento Se­na­tore Car­ducci, avrebbe po­tuto bene ispi­rarsi a que­sta bella frase del Ghi­slan­zoni per trac­ciare an­che con le po­che pa­role di un brin­disi uno de­gli aspetti ca­rat­te­ri­stici del mo­nu­mento a Man­zoni.

«Ca­prino Ber­ga­ma­sco, 4 di­cem­bre 1884
.
Pre­gia­tis­simo Sig. Stop­pani,
Buo­nis­sima l’idea di far ri­sor­gere il pro­getto di u­­n mo­nu­mento al Man­zoni. È ad au­gu­rarsi che que­sta volta i no­stri con­cit­ta­dini di ogni classe ri­spon­dano al no­bile ap­pello; un se­condo in­suc­cesso sa­rebbe in­de­co­roso. Nell’anno 1873 io non rac­colsi che firme; e su que­ste, dopo tanto tempo tra­scorso, non mi è le­cito di fare as­se­gna­mento. Molti dei fir­ma­tari sono morti, al­tri sono an­dati non so dove, in fine, per tutti è un de­bito pre­scritto. A quell’epoca, il Mu­ni­ci­pio di Lecco, votò, se ben ri­cordo, l’erogazione di Lire 3000 a fa­vore del mo­nu­mento; qual­che mem­bro del Co­mi­tato versò nella cassa del Co­mune le somme rac­colte.
Se quel de­naro fu ver­sato, come al­lora si disse, alla Cassa di Ri­spar­mio, oggi, co­gli in­te­ressi de­corsi, si avrebbe già un fondo di circa L. 7000. Con­verrà dun­que rac­co­glierne al­tret­tante, o poco giova; e mi pare che ado­pran­dosi tutti di buona vo­lontà, l’intervento possa ora bene es­sere rag­giunto. Io farò quanto po­trò; il mio il­lu­stre amico Don An­to­nio po­trà più di me, quindi mol­tis­simo. Sa­rebbe utile che il Co­mi­tato si com­po­nesse di molti mem­bri, eletti ora in ogni classe.
.
Il ge­nio è ciò che vi ha di più emi­nen­te­mente de­mo­cra­tico, qua­lora la sua gran luce si espanda su tutti.
Tutti gli ope­rai del ter­ri­to­rio do­vreb­bero dare una pal­lanca ad onore di chi ha creato quel bel tipo di one­sto ri­belle che era Renzo Tra­ma­glino.

Vedo che Ella è ani­mato di buon vo­lere, e spero che que­sto sarà ap­pog­giato dal sen­ti­mento cit­ta­dino. La rin­gra­zio di aver ser­bato me­mo­ria di me, e la prego di con­tare, ora quanto valgo, sulla mia coo­pe­ra­zione al no­bi­lis­simo in­tento.
.
Con stima sa­lu­tan­dola
Di Lei De­vo­tis­simo
An­to­nio Ghi­slan­zoni»

Ol­tre a Ghi­slan­zoni, tra gli al­tri mu­si­ci­sti, si mo­bi­li­ta­rono Verdi (con un ge­ne­roso con­tri­buto, sol­le­ci­tato e rac­colto per­so­nal­mente da Stop­pani) e la can­tante Bram­billa Pon­chielli (che tenne una mat­ti­nata mu­si­cale a fa­vore dell’iniziativa).
Sul fronte de­gli in­tel­let­tuali di penna, il gior­na­li­sta e Se­na­tore Ro­mualdo Bon­fa­dini che tenne in Lecco l’8 marzo 1885, cen­te­na­rio della na­scita di Man­zoni, una ap­prez­za­tis­sima con­fe­renza il cui te­sto fu poi am­pia­mente ven­duto in tutta Ita­lia a pro’ del mo­nu­mento.

Molto at­tivo fu il Se­na­tore Gae­tano Ne­gri, po­si­ti­vi­sta e dar­wi­niano come orien­ta­mento fi­lo­so­fico e scien­ti­fico; sin­daco di Mi­lano dal 1884 al 1889; già co-au­tore con Stop­pani e Mer­calli nell’opera “L’Italia geo­lo­gica” edita da Val­lardi, di en­trambi amico sin­cero ma so­prat­tutto per­sona di buon senso e in­tel­let­tual­mente one­sta.

Il gio­vane Ma­rio Cer­me­nati (la foto lo ri­trae ov­via­mente molto più ma­turo) tenne in­vece una bella e af­fol­lata con­fe­renza (“I No­stri monti”) al Tea­tro So­ciale di Lecco il 16 marzo 1890 i cui ri­ca­vati an­da­rono tutti al mo­nu­mento.

Così come Gaetano Negri, il giovane Cermenati aveva accettato di buon grado di collaborare sia per il genuino amore che lo legava a Lecco sia per l’ammirazione che fin da adolescente ebbe per l’Abate Stoppani.
Il quale di lui ragazzino diceva: su certe cose ne sa molto più di me, non dico per celia.

4.3 / Da Bologna assente l’Università e Carducci.
Da Lecco assenti gli Scola.

Non versò un soldo l’Università di Bo­lo­gna (dove Car­ducci in­se­gnava dal 1860) né nulla fece per la sua pro­mo­zione. Da no­tare che in quell’Università in­se­gnava (e ne fu Ret­tore in due ri­prese) il geo­logo Gio­vanni Cap­pel­lini, grande amico an­che per­so­nale di Car­ducci; da lui il poeta/professore sa­peva certo tutto della vita e delle at­ti­vità dell’Abate Stop­pani.

Dal 1861 Cap­pel­lini e Stop­pani erano in­fatti in stret­tis­simo con­tatto col­la­bo­rando con ruoli di re­spon­sa­bi­lità in di­verse ini­zia­tive geo­lo­gi­che pro­mosse dal Go­verno, con un rap­porto di ami­ci­zia-ri­va­lità che durò fino alla morte dell’Abate (sulle pro­ble­ma­ti­che pe­tro­li­fere Ca­pel­lini aveva im­pa­rato tutto da Stop­pani, il quale, a metà scher­zoso, a metà no, a fine anni ’70 scri­veva a un amico “An­che oggi Ca­pel­lini è ve­nuto a fic­care il naso nel mio pozzo”).

Non ver­sa­rono un soldo né nulla fe­cero per il mo­nu­mento gli Scola di Lecco, che pro­prio al­lora co­min­cia­vano a con­si­de­rare l’opportunità di pre­sen­tarsi come cu­stodi dei quat­tro ar­redi su­per­stiti di quella che era stata la casa dei Man­zoni.
Per non sba­gliarsi sta­vano però dalla parte del clero in­tran­si­gente, os­sia con­tro Ales­san­dro Man­zoni, e si ap­pog­gia­vano alla torva fi­gura di Ce­sare Cantù, già nel 1840 re­spinto da Man­zoni e, da vec­chio, de­ci­sa­mente rea­zio­na­rio.

Non solo gli Scola non ver­sa­rono un soldo ma re­ma­rono an­che con­tro le ini­zia­tive del Co­mi­tato cit­ta­dino per il Mo­nu­mento di­retto dall’Abate.

Nel marzo 1885, per i 100 anni dalla na­scita di Man­zoni, il Co­mi­tato lec­chese aveva or­ga­niz­zato una bril­lan­tis­sima con­fe­renza di Ro­mualdo Bon­fa­dini, il cui te­sto fu poi stam­pato e ven­duto a pro’ del Mo­nu­mento in mi­gliaia di co­pie.

Gli Scola — con­tem­po­ra­nea­mente e in con­cor­renza — or­ga­niz­za­rono al Ca­leotto una “Ri­crea­zione Let­te­ra­ria-Mu­si­cale”, ge­stita dal pro­fes­sor Giu­seppe Riz­zini, pen­sata e rea­liz­zata in aperto con­tra­sto con l’attività di tutta la co­mu­nità di cui erano parte.

Tanto per non es­sere frain­tesi, il di­scorso che Riz­zini tenne a Pa­lazzo Scola al Ca­leotto si in­ti­to­lava: «Il Ca­leotto, de­gno e na­tu­rale mo­nu­mento alla glo­riosa me­mo­ria del Man­zoni», sot­tin­ten­dendo che l’iniziativa per il Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco ge­stita dall’Abate Stop­pani era su­per­flua e inu­tile.
E bravi gli Scola!

Il comico Rizzini.

C’è un ri­svolto per cui sor­ri­dere di que­sta ini­zia­tiva.
Come già an­ti­ci­pato, l’intellettuale di ri­fe­ri­mento della “Ri­crea­zione Let­te­ra­ria-Mu­si­cale” or­ga­niz­zata da­gli Scola era il prof. Riz­zini.

Il quale, già con­tat­tato in gen­naio dal Co­mi­tato Pro­mo­tore per il Mo­nu­mento, aveva ri­fiu­tato di ade­rirvi con una mo­ti­va­zione ab­ba­stanza da com­me­dia dell’arte (ma di quella bas­sina) con il te­sto che qui pro­po­niamo (evi­den­zia­zioni no­stre):

«Lecco, il 21 genn.º 1885

Ono­re­vo­lissº Sig. Sin­daco della Città di Lecco.

Per la prima volta che sono chia­mato a far parte di una com­mis­sione, per ra­gioni di amor pro­prio, mi di­spiace di non po­tere ac­cet­tare; im­pe­roc­chè, nella li­sta delle per­sone scelte a com­porre il Co­mi­tato per l’erezione d’un mo­nu­mento al Man­zoni, trovo il mio nome se­gnato per l’ultimo, il che prova che per l’ultimo è ve­nuto nella mente dei Sig.ri della Giunta, in­ca­ri­cati di com­pi­larla, e che vi è stato messo solo per il bi­so­gno di co­prire il nu­mero trenta.
M’è caro l’incontro di pro­te­starle la mia pro­fon­dis­sima stima e di­chia­rarmi
Della S.V. Onor.ª De­vo­tissº. Ser­vi­tore
Prof. Gius. Riz­zini.»

Ma an­cor più co­mica è la ri­spo­sta all’invito per­ve­nu­to­gli dal Co­mi­tato di ri­ti­rare que­ste stram­pa­late di­mis­sioni:

«Lecco, 1 feb­braio 1885

Esi­mio Sig. Vice Pre­si­dente,
Ho ri­ce­vuto il pre­giato suo fo­glio, il data del 27 dello scorso mese [gen­naio 1885], e la rin­gra­zio dell’invito che mi ri­volge di ri­ti­rare le mie di­mis­sioni all’incarico di mem­bro del Co­mi­tato pel Mo­nu­mento al Man­zoni, ma con rin­cre­sci­mento le ri­spondo che non mi sento di­spo­sto ad as­se­con­dare il de­si­de­rio suo e del Co­mi­tato Ese­cu­tivo; per­ché le mie di­mis­sioni sono già state an­te­rior­mente ac­cet­tate. In­fatti, nella prima adu­nanza del Co­mi­tato Ge­ne­rale, si diede let­tura della mia ri­nun­cia, e l’adunanza ne prese atto, e da parte di al­cuni mem­bri in un modo an­che troppo si­gni­fi­ca­tivo; e da nes­suno venne fatta la pro­po­sta d’invitarmi a ri­ti­rarla. […]

In realtà, a parte gli aspetti ca­ri­ca­tu­rali del prof. Riz­zini, che evi­den­te­mente ave­vano su­sci­tato ila­rità in al­cuni mem­bri del Co­mi­tato Pro­mo­tore, vi era una que­stione di fondo già chiara da quasi un mese.

Men­tre il Co­mi­tato per il Mo­nu­mento a Man­zoni si dava una so­lida strut­tura ope­ra­tiva e co­min­ciava a or­ga­niz­zarsi per la rac­colta fondi, in Lecco si at­ti­vava un “Co­mi­tato per il Pio le­gato Ales­san­dro Man­zoni e La­pide Com­me­mo­ra­tiva” avente come Pre­si­dente Ono­ra­rio il Sac. D. Pie­tro Galli, Pro. Parr. Vi­ca­rio Fo­ra­neo di Lecco e come Vice-Pre­si­dente Pio Scatti.

Que­sto Co­mi­tato il 10 gen­naio 1885 ema­nava uno stam­pato che così co­min­ciava:

«Ill​.mo Si­gnore,
Sarà ve­nuto a co­gni­zione della S.V. Ill. come in se­guito alla de­li­be­ra­zione presa dal Con­si­glio Co­mu­nale di Lecco in se­duta del 5 corr. Gen­naio circa l’erezione di un mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni, es­sendo d’essa ispi­rato ad idee po­li­ti­che ed an­ti­re­li­giose, si è co­sti­tuito un Co­mi­tato allo scopo di ren­dere onore al sommo Iet­te­rato, pre­scin­dendo da ogni idea po­li­tica. Fu sta­bi­lita a que­sto fine la fon­da­zione d’un Pio Le­gato in fa­vore dei cro­nici della Città e Pieve di Lecco, sotto il nome di Pio Le­gato Ales­san­dro Man­zoni e l’apposizione di una la­pide com­me­mo­ra­tiva. […]»

Come si vede, nel po­si­zio­narsi come “con­ser­va­tori della me­mo­ria di Man­zoni” gli Scola, ave­vano op­por­tu­na­mente scelto i re­fe­renti più rea­zio­nari e ma­li­ziosi.

Solo per in­ciso: dal Mu­seo Man­zo­niano è stato si­ste­ma­ti­ca­mente can­cel­lato l’Abate Stop­pani, l’unica per­so­na­lità che alla morte di Man­zoni seppe pro­porre e con­so­li­dare nella co­scienza col­let­tiva na­zio­nale il le­game tra lo scrit­tore e Lecco.
Ma agli Scola è stata de­di­cata l’intera Sala 4, pre­ten­dendo ad­di­rit­tura di equi­pa­rare a quella di Man­zoni que­sta fa­mi­glia, (de­gnis­sima si in­tende) non solo senza nes­su­nis­simo ruolo in ge­ne­rale nella vi­cenda man­zo­niana ma ad­di­rit­tura schie­rati nel 1885 con­tro chi la­vo­rava per il Mo­nu­mento a Man­zoni (ma di tutto que­sto e in det­ta­glio in al­tra Nota).

Alla fine di tre anni di in­tensa at­ti­vità pro­mo­zio­nale, gra­zie alla co­stante pres­sione dell’Abate Stop­pani, che mise in campo tutta la pro­pria in­fluenza e le tante co­no­scenze, e alla te­na­cia del Co­mi­tato cit­ta­dino for­mato da un am­pio arco di ten­denze po­li­ti­che (con la sola esclu­sione del clero con­ser­va­tore), si rac­col­sero i fondi suf­fi­cienti per rea­liz­zare un grande mo­nu­mento — si disse poi “de­gno di una grande città” — in quella che l’Abate de­finì la “mi­nima tra le città d’Italia” (Lecco aveva al­lora circa 20.000 abi­tanti).

Al ren­di­conto del 29 lu­glio 1892, ri­sul­ta­vano rac­colte Lire 41.373,42; uscite Lire 41.163,3 (di que­ste 31.000 per il mo­nu­mento vero e pro­prio). Il re­si­duo at­tivo di Lire 201,12 venne ac­can­to­nato per il fu­turo mo­nu­mento all’Abate Stop­pani.
Per avere una idea del va­lore “so­ciale” (non tec­nico mo­ne­ta­rio, at­ten­zione) pos­siamo dire che le en­trate fu­rono equi­va­lenti ai no­stri 2 mi­lioni di euro (fatto Lire 450 e Euro 23.000 il sa­la­rio me­dio an­nuale del 1891 e del 2019).

Sotto la di­re­zione sem­pre ferma e vi­gi­lante dell’Abate Stop­pani, dopo una gara senza ri­sul­tato, venne in­di­vi­duato l’artista Con­fa­lo­nieri (che aveva già rea­liz­zato in Lecco il mo­nu­mento a Ga­ri­baldi) e de­cisa la col­lo­ca­zione e con­fi­gu­ra­zione della sta­tua: Man­zoni se­duto come com­pete a un uomo di pen­siero, con alle spalle il Re­se­gone nel punto di in­cro­cio delle strade di ac­cesso alla città; alla base tre al­to­ri­lievi raf­fi­gu­ranti mo­menti del ro­manzo in forme schiet­ta­mente pe­da­go­gi­che: il ratto di Lu­cia (sul ruolo sal­vi­fico della donna); l’incontro al Laz­za­retto di Renzo con Don Ro­drigo (il per­dono come so­lu­zione dei con­flitti); il ma­tri­mo­nio di Renzo e Lu­cia (la vit­to­ria de­gli umili).

Vi fu­rono va­rie tra­ver­sie tec­nico-ar­ti­sti­che (la raf­fi­gu­ra­zione da se­duto pre­sen­tava pro­blemi di fu­sione) che ri­tar­da­rono l’esecuzione, ini­zial­mente pre­vi­sta per l’agosto 1890.
Il 1 gen­naio 1891 l’Abate Stop­pani mo­riva pre­ma­tu­ra­mente a 66 anni senza ve­dere com­piuta l’opera.

Il Co­mi­tato pro­se­guì la sua at­ti­vità an­che se at­te­nuando le po­si­zioni dell’Abate, cui non gar­ba­vano certe as­senze in­giu­sti­fi­cate nel coo­pe­rare al mo­nu­mento.
Se guar­date l’altorilievo po­sto sul re­tro del mo­nu­mento, po­tete leg­gere que­sta scritta: «I Cit­ta­dini di Lecco / nel vo­lere e nell’opera / con tutta Ita­lia con­cordi / qui / dove, ecc.».
Ma il 6 giu­gno 1890, su pro­po­sta dell’Abate, il Co­mi­tato aveva ap­pro­vato un’altra di­ci­tura, un po’ pun­tua­liz­zante: «I Cit­ta­dini di Lecco / con­cordi nel vo­lere e nell’opera / coi loro con­na­zio­nali / qui dove, ecc.».
Nella ver­sione ‘Stop­pani’ ri­sul­tava chiaro che non “tutta Ita­lia” ma “i con­na­zio­nali”, si erano dati da fare, che è cosa ben di­versa — per esem­pio l’Università di Bo­lo­gna man­cava all’appello.

Nei ca­pi­to­letti ap­pena ri­por­tati e qui so­pra, ab­biamo ri­preso al­cuni dei do­cu­menti, an­che in­tri­ganti su piano este­tico, re­la­tivi alla rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco pre­senti nell’Archivio Sto­rico del Co­mune di Lecco e per­fet­ta­mente igno­rati dalla Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo.

È un pic­colo de­po­sito tutto e uni­ca­mente lec­chese di cul­tura man­zo­niana che po­trebbe co­sti­tuire un ele­mento in­sieme di co­no­scenza per gio­vani e vec­chi e an­che di go­di­mento este­tico.

Quante si­ner­gie se ne po­treb­bero ri­ca­vare da que­sti ma­te­riali unici e ir­ri­pe­ti­bili! Non è vero museal/museografi del la­riano?

5. La giornata inaugurale dell’11 ottobre 1891: il vero protagonista è l’Abate Stoppani.

5.1 / Invito al Cav. Carducci per la giornata inaugurale del Monumento: nel “Programma” non è previsto alcun suo intervento.

Per l’inaugurazione dell’11 ot­to­bre 1891 ven­nero in­vi­tate tutte le Isti­tu­zioni: la Casa Reale espresse il suo ben­vo­lere; die­dero la con­ferma al­cuni de­pu­tati e se­na­tori.
Di con­se­guenza, la Ca­mera dei De­pu­tati chiese ai mem­bri del col­le­gio di Como-Lecco di co­sti­tuirsi in Com­mis­sione per rap­pre­sen­tarla a quella ce­ri­mo­nia.

Pre­si­dente della Com­mis­sione venne no­mi­nato Giu­seppe Mer­za­rio, de­cano del par­la­mento, già ami­cis­simo e dal 1860 stretto so­dale di Stop­pani (al­lora Mer­za­rio era re­dat­tore de “Il Con­ci­lia­tore”, il gior­nale dei sa­cer­doti pro­gres­si­sti mi­la­nesi, della cui re­da­zione fa­ceva parte an­che l’Abate — bi­so­gna se­gna­lare che Mer­za­rio era un com­men­ta­tore po­li­tico di ot­timo li­vello).

Tra i Se­na­tori, pre­sente an­che il neo-no­mi­nato (gen­naio 1891) Gio­suè Car­ducci, in­vi­tato né come rap­pre­sen­tante dell’Università di Bo­lo­gna né come Se­na­tore ma come scrit­tore e poeta.

Que­sto l’invito che venne man­dato all’Illustrissimo Ca­va­liere Gio­suè Car­ducci (si rin­gra­zia per la cor­te­sia e la larga col­la­bo­ra­zione “Casa Car­ducci” di Bo­lo­gna).

Co­mi­tato per l’erezione di un Mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni in Lecco

Lecco, 28 set­tem­bre 1891

Ill​.mo Sig.
Car­ducci Cav. Giu­suè
Bo­lo­gna

La S.V. Ill. è pre­gata di ono­rare di sua pre­senza l’inaugurazione del Mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni che avrà luogo il giorno 11 Ot­to­bre pros­simo come al pro­gramma qui a tergo.

Il Vice Pre­si­dente / Chie­rici Ing. Prof. Pier­fran­ce­sco.

*****

Il pre­sente da ac­cesso al tea­tro per la con­fe­renza Ne­gri, al palco inau­gu­rale ed al Cir­colo So­ciale di Lecco.

Pro­gramma

Mat­tino — Ri­ce­vi­mento delle Rap­pre­sen­tanze nel Tea­tro della So­cietà;

Ore 1 pom. — Com­me­mo­ra­zione di Ales­san­dro MANZONI, nel Tea­tro della So­cietà, te­nuta dal Comm. GAETANO NEGRI, Se­na­tore del Re­gno;

Ore 2 pom. — For­ma­zione del cor­teo, giro per la Città e sco­pri­mento della La­pide sulla casa ove nac­que ANTONIO STOPPANI ;

Ore 3 pom.INAUGURAZIONE del Mo­nu­mento (opera dello scul­tore Prof. Fran­ce­sco Con­fa­lo­nieri di Mi­lano);

Ore 5 pom.Ban­chetto So­ciale all’Albergo Croce di Malta;

SeraLu­mi­na­ria della Città e Largo Man­zoni;

Ore 9 pom. — Se­rata di gala in Tea­tro.

*****

Av­ver­tenza — Co­loro che de­si­de­rano pren­der parte al Ban­chetto do­vranno in­scri­versi presso il Co­mi­tato, o presso l’Albergatore si­gnor Al­ber­tini, en­tro il giorno 8 Ot­to­bre.

L’Inaugurazione del Mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni in Lecco”.

Il fa­sci­colo di grande for­mato, stam­pato a cura del Co­mi­tato or­ga­niz­za­tore lec­chese, di cui per anni era stato Pre­si­dente l’Abate Stop­pani, l’11 ot­to­bre 1891 venne ven­duto in mi­gliaia di co­pie.

Reca al suo in­terno il di­scorso che l’Abate Stop­pani aveva pro­gram­mato di pro­nun­ciare per l’inaugurazione, pre­vi­sta ini­zial­mente per l’agosto del 1890 e poi rin­viata per un di­fetto di fu­sione della sta­tua in bronzo — ma l’Abate morì il 1 gen­naio 1891.

Di que­sto fa­sci­colo, un do­cu­mento im­por­tante per la sto­ria del Mo­nu­mento e per i rap­porti tra l’Abate Stop­pani e la fi­gura di Man­zoni, nell’intera do­cu­men­ta­zione del Mu­seo nulla si dice, es­sen­do­gli stato pre­fe­rita la con­vo­ca­zione-fan­ta­sma del Con­si­glio Co­mu­nale di Bo­lo­gna del 30 mag­gio 1890.

Si noti che il Ban­chetto or­ga­niz­zato all’Albergo Croce di Malta a ce­ri­mo­nie con­cluse non aveva ca­rat­tere di uf­fi­cia­lità ed era aperto a chiun­que fosse di­spo­ni­bile a pa­gare Lire 8 (più o meno 120 Euro).
Nel Ma­ni­fe­sto del Co­mi­tato Pro­mo­tore, ri­por­tato dal Cor­Sera di gio­vedì 9 ot­to­bre, non si fa più men­zione del Ban­chetto, se­gno che pro­ba­bil­mente era già stato rag­giunto il tetto mas­simo dei com­men­sali con­sen­tito dalla strut­tura.

Per quella se­rata non dob­biamo pen­sare a uno di quei ban­chetti in cui sono essi stessi la ma­ni­fe­sta­zione e in cui quindi gli in­ter­venti sono veri e pro­pri di­scorsi.

In quell’11 ot­to­bre 1891, all’Albergo Croce di Malta di Lecco si tenne in­vece una af­fol­lata cena con 80-100 co­perti dove tro­va­rono po­sto or­ga­niz­za­tori, au­to­rità e i pa­ganti.

Pre­su­miamo che una o due ta­vo­late con­ti­gue fos­sero oc­cu­pate da­gli or­ga­niz­za­tori dell’evento e da al­cune per­so­na­lità (au­to­rità, mem­bri del Par­la­mento); tra que­ste, Car­ducci.

I brin­disi ven­nero pro­nun­ciati quindi in una grande sala af­fol­lata da com­men­sali ete­ro­ge­nei che si com­por­ta­vano come tutti i com­men­sali in qual­siasi grande ri­sto­rante: man­gia­vano, be­ve­vano, par­la­vano fra di loro, con die­cine di ca­me­rieri in­daf­fa­rati, ecc. A ognuno di noi sarà ca­pi­tato di tro­varsi in una di que­ste oc­ca­sioni in cui si fa­tica a com­pren­dere cosa dice il com­men­sale al no­stro fianco.

I dieci brin­disi che ven­nero fatti dai ta­voli de­gli or­ga­niz­za­tori ven­nero quindi sen­titi con la ne­ces­sa­ria chia­rezza solo da quelle 30-40 per­sone che si tro­va­vano a di­stanza breve da chi si al­zava a par­lare, si­cu­ra­mente con il bic­chiere in mano.

In­fatti la cro­naca de Il Re­se­gone (del 16 ot­to­bre 1891) scrive:

«— Dei brin­disi poco si può ri­ca­vare, Car­ducci parlò con­fu­sa­mente e sic­ché da po­chis­simi fu in­teso. Il suo brin­disi aveva per scopo di mo­strare la sua con­ver­sione al culto del Man­zoni. Sarà o non sarà, egli se lo pe­schi: vo­leva sal­var ca­pra e ca­voli, il suo di­scorso fu un enigma, un re­bus.»

Il com­mento è me­dio­cre e da ci­tare solo per l’osservazione che i brin­disi erano poco in­tel­li­gi­bili a causa del ru­more. Si­cu­ra­mente era così per il re­dat­tore del gior­nale del clero con­ser­va­tore della città (sem­pre ostile al mo­nu­mento a Man­zoni) che di certo non sarà stato am­messo al gruppo ri­stretto de­gli or­ga­niz­za­tori e delle per­so­na­lità.

Ma par­lando par­lando, ci siamo por­tati alla fine della gior­nata; tor­niamo alla cro­naca della inau­gu­ra­zione.

Per tutta la mat­tina vi fu­rono gli ar­rivi delle nu­me­ro­sis­sime de­le­ga­zioni, ac­colte o alla sta­zione fer­ro­via­ria o al porto dalle va­rie bande mu­si­cali mo­bi­li­tate per l’occasione.

Le cro­na­che par­lano di ol­tre 20.000 per­sone. Si può im­ma­gi­nare quindi la ressa lungo le vie prin­ci­pali della cit­ta­dina.
Ai pas­santi ve­niva ven­duto un fa­sci­colo piut­to­sto cor­poso, che andò a ruba, ti­to­lato “L’Inaugurazione del Mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni”.
Si­cu­ra­mente Car­ducci se lo sarà letto con at­ten­zione.

Per­ché in­vece ri­manga ignoto ai vi­si­ta­tori del Mu­seo Man­zo­niano, la sua Di­re­zione scien­ti­fica lo ha na­sco­sto — il ter­mine è per­fet­ta­mente cal­zante — in un’altra sala e in uno dei cas­set­toni in cui sono col­lo­cati de­cine di do­cu­menti ete­ro­ge­nei. Quelli che pos­siamo de­fi­nire le uni­che “po­sta­zioni in­te­rat­tive” del Mu­seo.
Sono i cas­set­toni po­sti nella co­sid­detta Sala Man­zoni Pop (an­che que­sta de­no­mi­na­zione me­ri­te­rebbe un di­scorso a parte) che il vi­si­ta­tore può aprire e chiu­dere da sé, pro­prio come fa ogni mat­tino quando cerca in­te­rat­ti­va­mente mu­tande e cal­zette nel comò di casa pro­pria.

Scusi il let­tore que­sta di­va­ga­zione ma la balla sem­bra di­ve­nuta l’unica ci­fra della co­mu­ni­ca­zione di que­sta ge­stione mu­seale.
E que­sta fa­vola delle ine­si­stenti po­sta­zioni “mul­ti­me­diali e in­te­rat­tive” al Mu­seo Man­zo­niano viene ri­pe­tuta an­che in do­cu­menti uf­fi­ciali del Co­mune, come il “Bi­lan­cio So­ciale di Man­dato, 2015-2020” — ci diamo un ta­glio con que­ste mi­se­ra­bili men­zo­gne? Gra­zie!

5.2 / Il nessun ruolo di Carducci alla inaugurazione del monumento.

Per l’inaugurazione del Mo­nu­mento, come chia­ra­mente in­di­cato nel Pro­gramma, per Car­ducci non era pre­vi­sto al­cun ruolo e il Pro­gramma venne scru­po­lo­sa­mente se­guito.

L’unico com­mento re­la­tivo a Car­ducci al mat­tino dell’11, prima dell’avvio delle ce­ri­mo­nie, lo tro­viamo su “Il La­rio” di mer­co­ledì 14 ot­to­bre, set­ti­ma­nale de­mo­cra­tico e filo-ga­ri­bal­dino, che rifà la cro­naca della gior­nata dell’inaugurazione.

Qui, a firma di “Io La­rio”, il Vate d’Italia viene un poco stra­paz­zato — l’articolista (per al­tro non bene in­for­mato sulla sto­ria del mo­nu­mento) si sente tra­dito dal Car­ducci:

«Alla Croce di Malta — as­se­diato da una quan­tità di de­pu­tati e se­na­tori — si af­fac­ciò al bal­cone il ce­sa­reo poeta che una volta — vero Eno­trio ro­mano — cantò Sa­tana.
Oh quanto mu­tato ri­vidi il fiero can­tore dei Giambi ed Epodi, il de­mo­cra­tico forte e con­vinto, l’atleta del pen­siero che fra le ma­ce­rie della vec­chia let­te­ra­tura scavò le perle d’un clas­si­ci­smo che non sarà più no­stro!
Alla bor­ghese giacca so­sti­tuì un eterno sti­fe­lius — ed il de­mo­cra­tico cap­pello a cen­cio, trovò il rim­piazzo in una in­ter­mi­na­bile tuba.
L’abituale in­colto onor del volto esciva al­lora ap­pena dai ta­gli abili del par­ruc­chiere, e sul naso del poeta bril­la­vano gli oc­chiali d’oro coi quali tra­stul­la­vasi come don­nina ama­bile, le­van­doli e met­ten­doli fre­quen­tis­si­ma­mente — men­tre sor­ride con com­pia­cenza a chi lo guarda.
Ora posa, ecco tutto. Troppo pre­sto la Glo­ria — in que­sti tempi di nul­lità va­ni­tose, s’assise vi­cino al Car­ducci. Da al­lora gli scritti buoni non ven­nero più!
A meno che si vo­glian te­ner buoni gli opu­sco­letti — abuso d’artificio in lotta coll’ispirazione — che, a conto della pas­sata fama, vende a un franco per quin­terno.
Ma or­mai è se­na­tore, e quella del Se­nato la di­cono la Ca­mera de­gli in­va­lidi.
Se non fosse vero, quanto trionfo an­cora per l’arte!»

Espo­si­zioni al bal­cone da prima donna di Car­ducci a parte, come sta­bi­lito dal Co­mi­tato per il mo­nu­mento, il di­scorso inau­gu­rale della ce­ri­mo­nia fu te­nuto alle 13,00 al Tea­tro So­ciale di Piazza Ga­ri­baldi dal Se­na­tore Gae­tano Ne­gri; il di­scorso, ini­ziato con il ri­cordo dello scom­parso Abate Stop­pani, durò circa 90 mi­nuti; un gran nu­mero di per­sone do­vette stare fuori e vi fu an­che qual­che spin­tone tra gli aspi­ranti all’ingresso.

5.3 / Il vero protagonista ricordato in modo anche surreale: “La partecipazione dell’Abate Stoppani”.

Per dare un’idea del clima man­zo­nian-stop­pa­niano che si do­veva re­spi­rare in quel tea­tro l’11 ot­to­bre 1891, ri­por­tiamo l’incipit della cro­naca che ne fece il giorno suc­ces­sivo lu­nedì 12 ot­to­bre il “Cor­riere della Sera” di Mi­lano.

Da “Il Cor­riere della Sera”, 12 ot­to­bre 1891.

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«L’inaugurazione
del monumento ad Alessandro Manzoni in Lecco.

La partecipazione dell’Abate Stoppani.
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Se è vero che i mo­nu­menti, i quali s’innalzano agli uo­mini ve­ra­mente grandi, ono­rino quelli che li eri­gono più di quelli a cui ven­gono eretti, ciò si ve­ri­fica in oggi, in cui que­sta mi­nima tra le città d’Italia, inau­gu­rando il suo mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni, mo­stra d’aver sa­puto le­varsi ai più grandi, ai più no­bili, ai più puri ideali, a cui un po­polo ab­bia mai sa­puto in­nal­zarsi.”

Così esor­diva l’abate Stop­pani nel suo di­scorso con cui in­ten­deva con­se­gnare il mo­nu­mento al sin­daco di Lecco, fin dall’agosto del 1890, cre­den­dosi alla vi­gi­lia del com­pi­mento della sta­tua. E quando seppe che il primo ten­ta­tivo di fu­sione era an­dato fal­lito, espresse il ti­more di non po­ter riu­scire a ve­der l’opera tanto so­spi­rata… Egli mo­riva pur troppo il primo giorno di quest’anno in cui il mo­nu­mento do­veva es­sere com­piuto.

E quelle pa­role dello Stop­pani ab­biamo vo­luto ci­tare poi­ché an­ti­ci­pa­vano il do­vuto omag­gio alla sua città na­tiva, la quale, nel pen­siero dell’illustre geo­logo com­pe­ne­trando, as­so­ciava oggi alla com­me­mo­ra­zione dell’altissimo poeta un tri­buto di me­more af­fetto a co­lui che più ef­fi­ca­ce­mente aveva con­tri­buito ad eri­gere il mo­nu­mento.»
_________

Ma tor­niamo al tea­tro (qui di se­guito sin­te­tiz­ziamo la cro­naca della gior­nata come ri­ca­vata dai te­sti di “Cor­Sera”, “La Per­se­ve­ranza”, “Il Re­se­gone”, “Il Cor­riere di Lecco”, “Il La­rio”).
Il di­scorso di Ne­gri è ri­ca­vato dal Cor­Sera; la cro­naca de “La Per­se­ve­ranza” rin­viava il let­tore al sup­ple­mento in dif­fu­sione gra­tuita con il gior­nale del 12 ot­to­bre dove era ri­por­tato il di­scorso pre­pa­rato da Ne­gri qual­che giorno prima della inau­gu­ra­zione; in realtà Ne­gri, pur man­te­nen­dosi fe­dele alla sua trac­cia, ne ta­gliò qua e là l’esposizione — an­che così il di­scorso si svi­luppò per quasi 90 mi­nuti, sem­pre se­guito con par­te­ci­pa­zione (Ne­gri era noto per le doti ora­to­rie).

Nel corso del di­scorso Ne­gri esaltò Man­zoni come poeta, come ro­man­ziere ma so­prat­tutto come po­li­tico pa­triota, ispi­ra­tore di tanti pa­trioti nel corso dei duri de­cenni della op­pres­sione au­striaca; un esem­pio di fer­mezza con­tro lo stra­niero rea­zio­na­rio; ne evi­den­ziò il le­game tra l’ispirazione po­li­tica e la fede cat­to­lico-cri­stiana nella con­ti­guità fi­lo­so­fica e dog­ma­tica a Ro­smini; la ferma scelta uni­ta­ria e con­ci­lia­to­ri­sta, in aperta op­po­si­zione con il Va­ti­cano più re­trivo.

Alle prime bat­tute del di­scorso, Ne­gri sa­lutò in Car­ducci (pre­sente sul palco con al­tri Se­na­tori e De­pu­tati) il mag­giore poeta vi­vente d’Italia.

Car­ducci si com­mosse e alla fine del di­scorso fu tra i più en­tu­sia­sti nel fe­li­ci­tarsi con Ne­gri il quale per 90 mi­nuti aveva pra­ti­ca­mente fatto a pezzi tutti gli ar­go­menti cri­tici e po­le­mici da lui sfor­nati ne­gli anni con­tro Man­zoni; forse il poeta-pro­fes­sore di Bo­lo­gna vo­leva in­gra­ziarsi Ne­gri per­ché gli con­sen­tisse un in­ter­vento alla ce­ri­mo­nia di sco­pri­mento del mo­nu­mento in piazza.

Dal Tea­tro si forma un folto cor­teo di mi­gliaia di per­sone (la cro­naca parla di circa 20.000 pre­senze) di­retto al Largo Man­zoni con 9 bande mu­si­cali e ol­tre 60 ban­diere di as­so­cia­zioni di ogni tipo; lungo il per­corso viene sco­perta una la­pide a Stop­pani sulla sua casa na­tale a ri­mar­care i le­gami ideali tra l’Abate e Man­zoni (a lato il di­scorso del Sin­daco Ghi­slan­zoni).

In piazza (se­condo il pro­gramma steso da­gli or­ga­niz­za­tori con un det­ta­glio da stato mag­giore prus­siano) da­vanti alla sta­tua parla bre­ve­mente Chie­rici, vice-pre­si­dente del Co­mi­tato or­ga­niz­za­tore. L’oratore ri­corda so­prat­tutto l’Abate Stop­pani; viene sco­perta la sta­tua; due bande in­to­nano la mar­cia reale; parla bre­ve­mente il Sin­daco di Lecco Ghi­slan­zoni.

5.4 / Il tentativo di Senatori e Deputati di inserirsi nei discorsi subito bloccato dal Comitato promotore.

Tra i De­pu­tati e i Se­na­tori, rap­pre­sen­tanti il Par­la­mento e se­duti sul palco, si co­min­cia a di­scu­tere se uno di loro debba par­lare — ma il Co­mi­tato (co­no­scendo i suoi polli) vi­gila.

Il de­pu­tato Giu­seppe Mer­za­rio, in forza della fun­zione di Pre­si­dente della Com­mis­sione par­la­men­tare isti­tuita per l’occasione, in­ter­viene e ri­solve il dub­bio col ci­tare pre­ce­denti: le Com­mis­sioni che rap­pre­sen­tano Ca­mera o Par­la­mento a pub­bli­che ce­ri­mo­nie non usano de­le­gare dei loro mem­bri a fare pub­blici di­scorsi: qui parla solo chi è stato in­di­cato dal Co­mi­tato pro­mo­tore.

L’episodio, messo in evi­denza dal Cor­Sera, deve es­sere stato ben vi­si­bile a quanti erano at­torno al palco delle au­to­rità e di non bre­vis­simo svol­gi­mento (è pro­ba­bile che Mer­za­rio ab­bia usato il tono che non am­mette re­pli­che).

Co­mun­que sia, bru­sca­mente messi in riga Se­na­tori e De­pu­tati, parla quindi Ci­polla, Prov­ve­di­tore agli studi di Como con un di­scorso con­fuso e da po­chi ascol­tato.

La ce­ri­mo­nia viene con­clusa verso le 16. Tutti a casa o alle ban­ca­relle, in at­tesa delle fe­ste not­turne con fuo­chi d’artificio e co­til­lon.

Nel corso della inau­gu­ra­zione, sia al tea­tro, dove fu svolta da Ne­gri la re­la­zione uf­fi­ciale, sia in piazza dove fu sco­perto il mo­nu­mento, Car­ducci non disse quindi una pa­rola: da nes­suno era in­fatti stato pre­vi­sto che di­cesse al­cun­ché, al pari dei tanti pre­senti in rap­pre­sen­tanza (reale o meno) di que­sta o quella Isti­tu­zione.

L’episodio, messo in evi­denza dal Cor­Sera, deve es­sere stato ben vi­si­bile a quanti erano at­torno al palco delle au­to­rità e di non bre­vis­simo svol­gi­mento (forse Mer­za­rio avrà usato il tono della non-re­plica).

Co­mun­que sia, bru­sca­mente messi in riga Se­na­tori e De­pu­tati, parla il Prov­ve­di­tore agli studi di Como Ci­polla, con un di­scorso me­dio­cre e da po­chi ascol­tato.

La ce­ri­mo­nia viene con­clusa verso le 16. Tutti a casa o alle ban­ca­relle, in at­tesa delle fe­ste not­turne con fuo­chi d’artificio e co­til­lon.

Nel corso della inau­gu­ra­zione, sia al tea­tro, dove fu svolta da Ne­gri la re­la­zione uf­fi­ciale, sia in piazza dove fu sco­perto il mo­nu­mento, Car­ducci non disse quindi una pa­rola: da nes­suno era in­fatti stato pre­vi­sto che di­cesse al­cun­ché, al pari dei tanti pre­senti in rap­pre­sen­tanza (reale o meno) di que­sta o quella Isti­tu­zione.

5.5 / La inevitabile frustrazione di Carducci.

È pos­si­bile (post fac­tum, di­remmo “al­ta­mente pro­ba­bile”) che Car­ducci pen­sasse di po­tere par­lare pub­bli­ca­mente in un qual­che mo­mento della ce­ri­mo­nia uf­fi­ciale.

Ne sono un in­di­zio:
– le esa­ge­rate sman­ce­rie per Ne­gri che gli aveva pra­ti­ca­mente dato dei cef­foni ora­tori per 90 mi­nuti (il cro­ni­sta aveva messo de­bi­ta­mente in luce la cosa);
– la di­scus­sione tra De­pu­tati e Se­na­tori per­ché in piazza par­lasse an­che uno di loro: e chi me­glio avrebbe po­tuto par­lare del grande poeta de­funto se non il grande poeta vi­vente, Se­na­tore dal gen­naio?

Come già detto, il Co­mi­tato dei lec­chesi man­zo­niani però vi­gi­lava e l’intervento de­ciso di Mer­za­rio aveva bloc­cato tra gli ono­re­voli ogni ten­ta­tivo di in­fil­tra­zione non ri­chie­sta in pas­se­rella — ci fos­sero an­che oggi i Mer­za­rio!

Tutto fa pen­sare che già a monte qual­cuno avesse ven­ti­lato un in­ter­vento di Car­ducci e che il Co­mi­tato, ov­via­mente per nulla di­spo­ni­bile a farsi usare da chi nulla aveva fatto per il mo­nu­mento e anzi si era sem­pre mo­strato av­verso a Man­zoni, si fosse mosso per tempo, fa­cendo as­se­gnare al fe­de­lis­simo Mer­za­rio l’autorità an­che for­male per det­tare la li­nea ai col­le­ghi del Par­la­mento riu­niti a Lecco in quell’11 ot­to­bre.

Car­ducci riu­scì a par­lare solo alla cena or­ga­niz­zata per le 18.00 all’Albergo Croce di Malta (in­gresso li­bero, co­sto lire 8 — 120 Euro), e per po­chi mi­nuti, non con un Di­scorso (con la ma­iu­scola, come poi con­trab­ban­dato) ma con un più mo­de­sto “brin­disi”, uno tra i dieci che ven­nero pro­nun­ciati.

Le po­che pa­role pro­nun­ciate da Car­ducci a cena già av­viata, data la sua no­to­rietà, fu­rono va­ria­mente ri­prese dalla stampa.

Su “La Per­se­ve­ranza” di Mi­lano di lu­nedì 12 viene de­di­cato all’inaugurazione un lungo ar­ti­colo di cro­naca di cui ri­pren­diamo la coda per la parte de­di­cata al fine cena e quindi an­che a Car­ducci.
Del suo brin­disi il quo­ti­diano ri­porta solo qual­che con­cetto — il gior­nale era piut­to­sto an­ti­pa­tiz­zante con il poeta/professore: pro­prio dalle sue co­lonne nel 1884 era stata lan­ciata l’accusa di col­lu­sione con il Mi­ni­stro Cop­pino per il lan­cio dell’antologia “Let­ture ita­liane” di Car­ducci.

Il professore Chierici aprì la serie dei brindisi”

«(No­stro te­le­gramma par­ti­co­lare)
Lecco, 11 ot­to­bre (ore 8,20 p.).

IL BANCHETTO E L’ILLUMINAZIONE.

Il ban­chetto all’Albergo della Croce di Malta, di cento co­perti, è rie­scito ot­ti­ma­mente.
Il pro­fes­sore Chie­rici aprì la se­rie dei brin­disi, chia­mando il Ne­gri il ge­ne­ra­lis­simo della fe­sta, rin­gra­ziando le Au­to­rità in­ter­ve­nute, pre­senti e as­senti, e con­gra­tu­lan­dosi collo scul­tore Con­fa­lo­nieri e col fon­di­tore Bar­za­ghi.

Il Car­ducci rin­gra­ziò per la cor­te­sia lom­barda, che ri­fulge nel paese dei Pro­messi Sposi. Si con­gra­tulò collo scul­tore Con­fa­lo­nieri, e col Ne­gri, il quale il­lu­minò il gran Ge­nio ita­liano. Si me­ra­vi­gliò d’esser ri­te­nuto da ta­luni ne­mico di Man­zoni, e con abile pa­rola fece una con­fes­sione ge­ne­rale man­zo­niana. « La Cu­ria ro­mana, disse il Car­ducci, ri­pu­diò il Man­zoni, il Ro­smini e il Gio­berti. Io ap­plaudo, con voi, al Man­zoni. »

Ne­gri brindò stu­pen­da­mente a Lecco, su­sci­tando en­tu­sia­smo.
Parlò poi l’onor. Mer­za­rio.
Il prof. Fer­rieri disse pa­role ap­plau­di­tis­sime.
Il Sin­daco di Lecco rin­gra­ziò, com­mosso.
Brin­da­rono poi Gat­ti­noni sin­daco di Cas­sano e il can­cel­liere Ve­ne­goni.
Cor­ne­lio brindò alla sa­lute del Si­gno­relli, se­gre­ta­rio del Co­mi­tato, chia­mato da Stop­pani se­gre­ta­rio ge­ne­rale.
Chiuse i brin­disi, con ele­gante pa­rola, il de­pu­tato Pri­netti.

La città è stu­pen­da­mente il­lu­mi­nata, con onore del cav. Sor­mani.
Lecco può scri­vere con let­tere d’oro la sto­ria di que­sta gior­nata.»

Sul Cor­Sera di Mi­lano, sem­pre del 12-10, di quanto detto da Car­ducci tro­viamo in­vece un rias­sunto un poco più svi­lup­pato, di tono de­ci­sa­mente ri­spet­toso nei con­fronti del mag­gior poeta ita­liano, salvo una lie­vis­sima pun­ta­tina iro­nica nel ti­tolo “Il ban­chetto — Car­ducci si ri­crede”.

Una estrema sin­tesi del brin­disi del poeta era stata im­me­dia­ta­mente pre­di­spo­sta. Il giorno suc­ces­sivo, lu­nedì 12, il quo­ti­diano mi­la­nese ri­portò que­sta sin­tesi met­ten­dola in coda e senza firma alla lunga cro­naca dell’evento.

Parlò primo il prof. Clerici, brindando a Confalonieri, a Negri, a Carducci”

«Il ban­chetto — Car­ducci si ri­crede.

Ci te­le­gra­fano poi da Lecco, 11, sera:
Il ban­chetto è riu­scito be­nis­simo. Erano 80 i pre­senti.

Parlò primo il prof. Chie­rici, brin­dando a Con­fa­lo­nieri, a Ne­gri, a Car­ducci. Ap­plausi vi­vis­simi.
Il de­pu­tato Mer­za­rio pure disse qual­che pa­rola.

Poi il Car­ducci, ri­chie­sto, parlò splen­di­da­mente.
— Sa­rei ac­corso come uomo e scrit­tore: venni vo­len­tieri a rap­pre­sen­tare Bo­lo­gna e la Ro­ma­gna e a smen­tire la leg­genda dell’avversione mia e di Ro­ma­gna a Man­zoni. A dieci anni sa­pevo a me­mo­ria gli Inni. Lessi molte volte i Pro­messi sposi. Let­ture che mi in­se­gna­rono il sen­ti­mento dell’arte. Nel tri­ste de­cen­nio avanti il ses­santa, ebbi il torto di con­fon­dere l’odio con­tro i tri­sti uc­celli che im­pos­ses­sa­ronsi della grande arte man­zo­niana per far­sene un’arma, coll’avversione a Man­zoni, torto gio­va­nile cui ri­paro. In Man­zoni più che la dog­ma­tica cat­to­lica di­reb­besi ri­splen­dano i tre prin­cipi della ri­vo­lu­zione: li­bertà, egua­glianza, fra­tel­lanza; sen­titi da un uomo retto colla tem­pe­ranza dell’arte ita­liana. Am­miro il Man­zoni; mi dolgo che nella po­tenza mas­sima del suo in­ge­gno siasi ri­stato. Aveva più po­tenza dell’arte che Vic­tor Hugo e Goe­the, e non li in­vi­diò: si fermò in­vece dopo l’Adelchi.
Te­niamo però conto delle con­di­zioni po­li­ti­che. Man­zoni ri­vol­gen­dosi alla prosa fece gran ven­detta di si­gno­rie stra­niere e di po­li­tica di­spo­tica. Fu gra­zie a tale ar­go­mento che la Cu­ria ro­mana non si im­pos­sessò di Man­zoni poeta che in Don Ab­bon­dio fece una crea­zione ar­ti­stica, ma ri­di­cola del clero. Mi ri­credo. Ri­co­no­sco in Man­zoni il per­so­ni­fi­ca­tore della let­te­ra­tura lom­barda nel se­colo pas­sato pre­pa­ra­to­rio di mo­vi­menti po­li­tici: con Pa­rini rap­pre­sen­tante la mo­ra­lità, con Porta rap­pre­sen­tante la realtà ar­ti­stica, con Man­zoni nella sua ve­rità li com­pen­dia (ap­plausi, en­tu­sia­stici).

Ne­gri parla bril­lan­tis­simo ap­plau­di­tis­simo. Poi al­tri pure ap­plau­diti.
L’illuminazione delle pub­bli­che vie è riu­scita be­nis­simo.»

5.6 / Frustrazione raddoppiata per Carducci.

Forse l’italico più grande poeta vi­vente — no­to­ria­mente molto sen­si­bile ai com­pli­menti e in quel pe­riodo par­ti­co­lar­mente alla cac­cia di con­ferme pub­bli­che — avrebbe vo­luto che la gior­nata an­dasse in modo di­verso.

Du­rante il suo lungo di­scorso uf­fi­ciale Ne­gri gli aveva de­mo­lito l’intero im­pianto delle cri­ti­che svolte ne­gli anni a Man­zoni.
Alla sera, nell’unico pic­colo spa­zio che il Co­mi­tato or­ga­niz­za­tore gli aveva ac­cor­ta­mente la­sciato — quello dei brin­disi all’Albergo Croce di Malta — cir­con­dato da die­cine di quelli che in mo­menti non lon­tani aveva de­fi­nito “oche” e “be­stie” man­zo­niane, Car­ducci si era sen­tito spinto a con­fer­mare quasi tutto il senso del Di­scorso di Ne­gri (que­sto sì uf­fi­ciale, con la “D” ma­iu­scola).

Per cer­care di di­stin­guersi, Car­ducci aveva però cal­cato la mano (era nota an­che la sua ten­denza a farsi fa­cil­mente in­fluen­zare da ciò che gli ac­ca­deva in­torno) e si era la­sciato an­dare molto in là dando del “ri­vo­lu­zio­na­rio” de­mo­cra­tico ed egua­li­ta­rio a quel Man­zoni che egli stesso aveva de­fi­nito com­plice della rea­zione eu­ro­pea nel lungo de­cen­nio post-48.

Per so­pram­mer­cato, aveva ri­co­no­sciuto a Man­zoni un ruolo di guida spi­ri­tuale per tutto il mo­vi­mento ri­sor­gi­men­tale che in­vece ne­gli anni pre­ce­denti gli aveva sem­pre aper­ta­mente ne­gato.

Per que­sto suo im­pre­vi­sto “ri­pen­sa­mento”, forse Car­ducci si era aspet­tato dalla stampa un trat­ta­mento di­verso.

Bo­no­nia ri­det” set­ti­ma­nale sa­ti­rico di Bo­lo­gna po­chi giorni dopo lo de­finì “ri­vol­ta­tura di gi­let” e gli fece in ac­com­pa­gna­mento alla vi­gnetta che ab­biamo già ri­por­tato in­te­gral­mente a ini­zio ar­ti­colo.

Ma alle bat­tute di “Bo­no­nia ri­det” Car­ducci era abi­tuato. Più sec­cante era da parte del Cor­Sera quel met­terlo solo a fine cro­naca.

Come sec­cante era il ti­tolo “Il ban­chetto — Car­ducci si ri­crede” a due rebbi un po’ fa­sti­diosi:

– “Il ban­chetto”, che col­lo­cava con pre­ci­sione il suo in­ter­vento al di fuori della ce­ri­mo­nia uf­fi­ciale (e ai con­tem­po­ra­nei non po­teva non ri­cor­dare il pia­cere del poeta del “Ça ira” per il buon vino);
.
– e quel “Car­ducci si ri­crede”, che fu lo spunto per lo svi­luppo suc­ces­sivo.

D’altra parte bi­so­gna dire (il let­tore se ne ren­derà conto poco più avanti) che il cro­ni­sta del Cor­Sera aveva ri­por­tato con fe­deltà l’essenza cul­tu­rale e po­li­tica del brin­disi di Car­ducci, senza evi­den­ziarne af­fatto le pur evi­denti con­trad­di­zioni.

Ma, cro­na­che gior­na­li­sti­che più o meno de­fe­renti a parte, ri­ma­neva il fatto che Car­ducci aveva man­cato l’occasione di as­su­mere un ruolo di ri­lievo nella gior­nata, come cer­ta­mente era nei suoi pro­grammi.

Vi­sta la mala pa­rata, il poeta/professore pensò quindi a come met­tere in piedi un di­ver­sivo per cer­care di ri­pren­dersi la scena.

Avendo già in mente chi gli po­teva fare ef­fi­ca­ce­mente da spalla, ap­pena letto il Cor­Sera del 12 aveva tro­vato im­me­dia­ta­mente il punto di ap­pog­gio per muo­vere la sua leva.

6. Una risposta sgangherata targata “Il Resto del Carlino”.

Le 284 pa­role di te­le­gra­fica sin­tesi sul brin­disi, ri­por­tate lu­nedì 12 ot­to­bre dal Cor­Sera e il ti­to­lino “Car­ducci si ri­crede” ven­gono pron­ta­mente sven­to­lati come ca­sus belli da Giu­lio Pa­do­vani, 41 anni, già uno dei fon­da­tori del quo­ti­diano “Il Re­sto del Car­lino”; poi per più lu­stri suo re­dat­tore fisso; amico e so­dale di Car­ducci (il quale si au­to­de­fi­niva “nume pro­tet­tore” del quo­ti­diano bo­lo­gnese).

6.1 / MARTEDÌ 13 OTTOBRE.
IL CARLINO DI BOLOGNA AL SOCCORSO DI CARDUCCI.

Il giorno suc­ces­sivo, mar­tedì 13 ot­to­bre, alla breve nota del Cor­Sera Pa­do­vani ri­sponde in prima pa­gina con 1.245 pa­role su una co­lonna e mezza ti­to­lando: “Il Car­ducci non si ri­crede”.

Dell’articolo di Pa­do­vani qui sotto diamo una no­stra sin­tesi ma sug­ge­riamo di leg­gere an­che l’articolo in­te­grale che ri­por­tiamo a lato (gra­zie a Casa Car­ducci di Bo­lo­gna per la cor­tese col­la­bo­ra­zione).

Sgan­ghe­rato come è que­sto ar­ti­colo, viene dif­fi­cile pen­sare che a te­nere la penna di Pa­do­vani ci fosse Car­ducci. È però ine­vi­ta­bile ri­te­nere che così fosse, al­meno nelle li­nee ge­ne­rali.

Dal mo­mento che a Lecco non era pre­sente nes­sun in­viato de “Il Re­sto del Car­lino”, quel “Car­ducci non si ri­crede”, spa­rato in prima pa­gina, po­teva in­fatti es­sere so­ste­nuto e ve­nire solo da Car­ducci stesso.

È quindi del tutto pro­ba­bile che il poeta/professore ab­bia dato a Pa­do­vani il ti­tolo e la chiusa “Car­ducci non si ri­crede ma si ri­pete” non­ché una li­nea ge­ne­rale su cui poi il di­ret­tore del Car­lino ha forse la­vo­rato di suo, con ri­sul­tati però quasi co­mici.

È co­mun­que da ri­te­nere al­ta­mente im­pro­ba­bile che Car­ducci non ab­bia vi­sto o sen­tito il te­sto di Pa­do­vani prima della messa in stampa.
E in­fatti, nella sua let­tera del giorno suc­ces­sivo, mer­co­ledì 13, con la quale, sulla base di “ri­cordi”, Car­ducci dava il te­sto per lui più op­por­tuno di quanto detto a Lecco, per Pa­do­vani egli ha solo pa­role di elo­gio, espri­mendo quindi una piena con­di­vi­sione per il suo in­ter­vento — per que­sto, quando di­ciamo “Pa­do­vani” si deve in­ten­dere sem­pre “Pa­do­vani / Car­ducci”.

6.3 / I 10 punti di una risposta non proprio brillante.

Que­ste co­mun­que le ar­go­men­ta­zioni espresse da Pa­do­vani [tra pa­ren­tesi qua­dre le no­stre os­ser­va­zioni]:

primo Car­ducci già 18 anni fa [1873, alla morte di Man­zoni] aveva chia­rito il suo pen­siero in una mo­no­gra­fia «A pro­po­sito di al­cuni giu­di­zii su Ales­san­dro Man­zoni». Già al­lora aveva spie­gato che il suo anti-man­zo­ni­smo non era né per que­stioni per­so­nali né per scarsa stima della ca­pa­cità poe­tica del Man­zoni [NdR — in realtà la “mo­no­gra­fia” venne stam­pata nel 1876, ac­cor­pando ar­ti­coli usciti tra giu­gno e lu­glio 1873 sul quo­ti­diano bo­lo­gnese “La Voce del Po­polo”];

se­condo era una rea­zione al pa­dre che, a mo’ di ca­stigo, gli con­sen­tiva la let­tura di soli tre li­bri, uno dei quali era “La mo­rale cat­to­lica”; da qui la sua av­ver­sione alla re­li­gione in ge­ne­rale;

terzo era una rea­zione alle sen­tenze as­sio­ma­ti­che, alla opi­nione do­mi­nante — Car­ducci non vo­leva es­sere ir­reg­gi­men­tato in con­ven­zio­nali am­mi­ra­zioni;

quarto era un ef­fetto della vo­luttà delle menti su­pe­riori di espri­mere po­si­zioni au­to­nome;

quinto era un pro­dotto del suo tro­varsi male nelle mag­gio­ranze;

se­sto inol­tre egli aveva mal­vi­sto Man­zoni per odio verso “i tri­sti uc­celli” che si erano ap­pro­priati del suo pen­siero nel de­cen­nio 1850-1860, svuo­tan­dolo di ogni im­pulso pro­gres­si­sta [NdR — i “tri­sti uc­celli” — lo aveva scritto nel 1873 Car­ducci — erano da iden­ti­fi­carsi con i pa­dri Sco­lopi presso cui egli era an­dato a suo tempo a scuola e che lo ave­vano di­sgu­stato con i con­ti­nui ri­fe­ri­menti roz­za­mente sco­la­stici all’autore de­gli Inni e dei Pro­messi];

set­timo certo, in al­cune con­fe­renze gio­va­nili Car­ducci avrà forse pro­nun­ciato qual­che pa­rola forte con­tro Man­zoni, ma guar­diamo a ciò che è scritto: Car­ducci ha lo­dato gli “Inni”, da cui tra­spare dol­cezza e ve­re­con­dia per gli af­fetti e i se­greti ma­tri­mo­niali [NdR — il let­tore si tenga a mente que­sti ele­menti di ap­pro­va­zione];

ot­tavo del re­sto già al­lora Car­ducci aveva lo­dato la grande arte di Man­zoni; lo am­mi­rava e [come ri­por­tato dal Cor­Sera] si dolse che “nella po­tenza mas­sima del suo in­ge­gno, siasi re­stato. Aveva più po­tenza dell’arte che Vic­tor Hugo e Goe­the e non li in­vi­diò: si fermò in­vece dopo l’Adelchi”; e an­cora: “Quando il Man­zoni è per­fetto, an­che quelli che ono­ransi di pro­ve­nire dalla scuola del Fo­scolo e del Leo­pardi lo in­chi­nano”;

nono così come ne aveva sem­pre ri­co­no­sciuto il ca­ri­sma come guida mo­rale. Certo Man­zoni non era uno d’assalto; e del re­sto non si può chie­dere a un let­te­rato di mo­ti­vare tutte le ra­gioni po­li­ti­che di ciò che crea; ciò che conta non è il per­ché si scri­vono certe cose ma l’arte con cui si scri­vono [NdR — que­sta ul­tima era tutta pro domo Car­ducci, tal­lo­nato dai suoi ex am­mi­ra­tori per i re­centi im­ba­raz­zanti elogi alla mo­nar­chia];

de­cimo e quindi, nel suo “di­scorso di Lecco” [NdR — ecco la prima com­parsa del ter­mine “di­scorso”] “Car­ducci non si ri­crede”, sem­mai “si ri­pete”.

Cre­diamo che il let­tore non ab­bia bi­so­gno di grandi com­menti per com­pren­dere che Pa­do­vani, par­tendo da uno spunto eri­sti­ca­mente ine­si­stente (il non avere even­tual­mente Car­ducci mai ri­corso al verbo “ri­cre­dersi”) nell’intento di fare da sponda all’amico poeta/professore (ol­tre che al pro­prio gior­nale, in­cre­men­tando le ven­dite con un ar­ti­co­lino un po’ so­pra le ri­ghe) si era poi spiag­giato da solo con un cu­mulo di bag­gia­nate.

Pa­do­vani re­spinge l’accusa di un at­tuale anti-man­zo­ni­smo di Car­ducci ma dan­do­gli pra­ti­ca­mente del cre­tino af­fetto da seri pro­blemi psi­co­lo­gici: sì è vero, fino al 1873 Car­ducci gli era stato molto ostile ma dal 1873 ri­co­no­sceva in Man­zoni il grande ar­ti­sta.

E da cosa era di­pesa l’ostilità fino al 1873?
Da due or­dini di pro­blemi:

— da un lato: da una sof­fe­renza ado­le­scen­ziale con­tro il pro­prio pa­dre; dalla rea­zione per le idee do­mi­nanti; dal sen­tirsi con­sa­pe­vole della pro­pria su­pe­rio­rità; dal non po­tere sop­por­tare nep­pure l’idea di mag­gio­ranze;

— dall’altro: dall’avere preso un ab­ba­glio ac­co­stando Man­zoni ai “tri­sti uc­celli” [i preti] che si sa­reb­bero im­pos­ses­sati del suo pen­siero.

6.4 / Urge un nostro richiamo alla realtà dei fatti.

A fronte di que­sto “con­trat­tacco” è dif­fi­cile non met­tersi a ri­dere e le tante ri­ghe di piombo del Car­lino get­tano una luce pre­oc­cu­pante sulla per­spi­ca­cia non tanto di Pa­do­vani quanto di Car­ducci che le con­di­vise.

Ine­vi­ta­bile per il let­tore di al­lora pen­sare che il Car­ducci cin­quan­tenne fosse una spe­cie di ca­tor­cio sul piano psi­co­lo­gico, vit­tima di ub­bie ado­le­scen­ziali e in­ca­pace di in­ten­dere al­cun­ché — come po­teva un si­mile uomo es­sere pro­fes­sore nell’Università di Bo­lo­gna?

Nel 1873, quando (a dire di Pa­do­vani / Car­ducci) cessò dal suo anti-man­zo­ni­smo, Car­ducci aveva in­fatti 38 anni.
Ne erano quindi pas­sati al­meno 22-23 da quando aveva su­bli­mato un sup­po­sto li­vore ado­le­scen­ziale verso il pa­dre pren­dendo a mal­vo­lere Man­zoni.

E di anni ne erano tra­scorsi 20 da quando aveva su­bito il man­zo­ni­smo asfit­tico de­gli “uc­celli neri” che gli ave­vano in­se­gnato la gram­ma­ti­chetta e la re­to­rica.
E in un caso e nell’altro non gli era an­cora pas­sata! Po­vero Car­ducci!!

Am­messo che nel 1873 Car­ducci avesse fatto pace con se stesso nei con­fronti di Man­zoni (il che era pa­le­se­mente non vero, ba­sta leg­gersi il ci­tato «A pro­po­sito di al­cuni giu­di­zii su Ales­san­dro Man­zoni»), Pa­do­vani ta­ceva però sul fatto che Car­ducci — lo ve­dremo più avanti nel det­ta­glio — aveva con­ti­nuato a dare ad­dosso a Man­zoni per tutti gli anni suc­ces­sivi al 1873 con scritti a larga dif­fu­sione, in­sa­po­riti an­che da in­sulti gra­tuiti con­tro Man­zoni e i suoi so­ste­ni­tori.

Pro­prio po­chi anni prima (set­tem­bre 1883) aveva poi com­messo quello che era stato de­fi­nito “man­zo­ni­ci­dio” ed era un vero at­tacco ideo­lo­gico: Car­ducci, mem­bro del Con­si­glio Su­pe­riore della Pub­blica Istru­zione (e nella pos­si­bi­lità di con­ce­dere o meno cat­te­dre di in­se­gna­mento), aveva con­tri­buito ad ap­pro­vare per i gin­nasi di tutta Ita­lia la pro­pria an­to­lo­gia “Let­ture Ita­liane”, scritta a quat­tro mani con il pro­fes­sore Ugo Brilli (già suo vec­chio al­lievo), da cui era com­ple­ta­mente escluso Man­zoni.

Di fronte alla rea­zione dei man­zo­niani (il primo ad espri­mersi pub­bli­ca­mente fu quel d’Ovidio, già ri­cor­dato so­pra, amico di Sai­ler de “Le Prime Let­ture”), il Car­ducci, sen­ten­dosi le spalle ben co­perte, aveva avuto l’impudenza di ag­giun­gere all’azione cen­so­ria an­che una beffa da bullo im­pu­nito: nella terza edi­zione della sua an­to­lo­gia (ot­to­bre 1884) aveva in­fatti in­se­rito un te­sto di Man­zoni.

Ma non era un te­sto né de­gli “Inni” né delle tra­ge­die né del ro­manzo o di una delle ben co­no­sciute let­tere di Man­zoni di im­po­sta­zione di ri­le­vanti pro­blemi let­te­rari.

Era un bi­gliet­tino ope­ra­tivo in­viato da Man­zoni a un ospite per­ché non avesse scru­polo a uti­liz­zare la car­rozza che Man­zoni gli man­dava per re­carsi a Bru­su­glio:

«A Nic­colo Tom­ma­seo a Mi­lano.
Caro si­gnor Tom­ma­seo,
Bru­su­glio, mar­tedì (1825).

Il giorno più sco­modo per ri­ve­der Lei (e fa egli bi­so­gno di dir­glielo?) è il più lon­tano. Se non Le di­spiace ser­virsi d’un le­gno alla buona, che vien co­stà colla pre­sente, Ella può dar to­sto que­sta con­so­la­zione, troppo più de­si­de­rata che aspet­tata. E, di gra­zia, non venga con l’intenzione di ri­par­tir oggi.
Ma­man l’aspetta a brac­cia aperte; ed io ho più vo­glia di dir­mele, che di scri­ver­mele, suo

A. Man­zoni.»

Dell’articolo di Pa­do­vani qui sotto diamo una no­stra sin­tesi ma sug­ge­riamo di leg­gere an­che l’articolo in­te­grale che ri­por­tiamo a lato (gra­zie a Casa Car­ducci di Bo­lo­gna per la cor­tese col­la­bo­ra­zione).

Sgan­ghe­rato come è que­sto ar­ti­colo, viene dif­fi­cile pen­sare che a te­nere la penna di Pa­do­vani ci fosse Car­ducci. È però ine­vi­ta­bile ri­te­nere che così fosse, al­meno nelle li­nee ge­ne­rali.

Dal mo­mento che a Lecco non era pre­sente nes­sun in­viato de “Il Re­sto del Car­lino”, quel “Car­ducci non si ri­crede”, spa­rato in prima pa­gina, po­teva in­fatti es­sere so­ste­nuto e ve­nire solo da Car­ducci stesso.

È quindi del tutto pro­ba­bile che il poeta/professore ab­bia dato a Pa­do­vani il ti­tolo e la chiusa “Car­ducci non si ri­crede ma si ri­pete” non­ché una li­nea ge­ne­rale su cui poi il di­ret­tore del Car­lino ha forse la­vo­rato di suo, con ri­sul­tati però quasi co­mici.

È co­mun­que da ri­te­nere al­ta­mente im­pro­ba­bile che Car­ducci non ab­bia vi­sto o sen­tito il te­sto di Pa­do­vani prima della messa in stampa.
E in­fatti, nella sua let­tera del giorno suc­ces­sivo, mer­co­ledì 13, con la quale, sulla base di “ri­cordi”, Car­ducci dava il te­sto per lui più op­por­tuno di quanto detto a Lecco, per Pa­do­vani egli ha solo pa­role di elo­gio, espri­mendo quindi una piena con­di­vi­sione per il suo in­ter­vento — per que­sto, quando di­ciamo “Pa­do­vani” si deve in­ten­dere sem­pre “Pa­do­vani / Car­ducci”.

6.3 / I 10 punti di una risposta non proprio brillante.

Que­ste co­mun­que le ar­go­men­ta­zioni espresse da Pa­do­vani [tra pa­ren­tesi qua­dre le no­stre os­ser­va­zioni]:

primo Car­ducci già 18 anni fa [1873, alla morte di Man­zoni] aveva chia­rito il suo pen­siero in una mo­no­gra­fia «A pro­po­sito di al­cuni giu­di­zii su Ales­san­dro Man­zoni». Già al­lora aveva spie­gato che il suo anti-man­zo­ni­smo non era né per que­stioni per­so­nali né per scarsa stima della ca­pa­cità poe­tica del Man­zoni [NdR — in realtà la “mo­no­gra­fia” venne stam­pata nel 1876, ac­cor­pando ar­ti­coli usciti tra giu­gno e lu­glio 1873 sul quo­ti­diano bo­lo­gnese “La Voce del Po­polo”];

se­condo era una rea­zione al pa­dre che, a mo’ di ca­stigo, gli con­sen­tiva la let­tura di soli tre li­bri, uno dei quali era “La mo­rale cat­to­lica”; da qui la sua av­ver­sione alla re­li­gione in ge­ne­rale;

terzo era una rea­zione alle sen­tenze as­sio­ma­ti­che, alla opi­nione do­mi­nante — Car­ducci non vo­leva es­sere ir­reg­gi­men­tato in con­ven­zio­nali am­mi­ra­zioni;

quarto era un ef­fetto della vo­luttà delle menti su­pe­riori di espri­mere po­si­zioni au­to­nome;

quinto era un pro­dotto del suo tro­varsi male nelle mag­gio­ranze;

se­sto inol­tre egli aveva mal­vi­sto Man­zoni per odio verso “i tri­sti uc­celli” che si erano ap­pro­priati del suo pen­siero nel de­cen­nio 1850-1860, svuo­tan­dolo di ogni im­pulso pro­gres­si­sta [NdR — i “tri­sti uc­celli” — lo aveva scritto nel 1873 Car­ducci — erano da iden­ti­fi­carsi con i pa­dri Sco­lopi presso cui egli era an­dato a suo tempo a scuola e che lo ave­vano di­sgu­stato con i con­ti­nui ri­fe­ri­menti roz­za­mente sco­la­stici all’autore de­gli Inni e dei Pro­messi];

set­timo certo, in al­cune con­fe­renze gio­va­nili Car­ducci avrà forse pro­nun­ciato qual­che pa­rola forte con­tro Man­zoni, ma guar­diamo a ciò che è scritto: Car­ducci ha lo­dato gli “Inni”, da cui tra­spare dol­cezza e ve­re­con­dia per gli af­fetti e i se­greti ma­tri­mo­niali [NdR — il let­tore si tenga a mente que­sti ele­menti di ap­pro­va­zione];

ot­tavo del re­sto, già al­lora Car­ducci aveva lo­dato la grande arte di Man­zoni; lo am­mi­rava e [come ri­por­tato dal Cor­Sera] si dolse che “nella po­tenza mas­sima del suo in­ge­gno, siasi re­stato. Aveva più po­tenza dell’arte che Vic­tor Hugo e Goe­the e non li in­vi­diò: si fermò in­vece dopo l’Adelchi”; e an­cora: “Quando il Man­zoni è per­fetto, an­che quelli che ono­ransi di pro­ve­nire dalla scuola del Fo­scolo e del Leo­pardi lo in­chi­nano”;

nono così come ne aveva sem­pre ri­co­no­sciuto il ca­ri­sma come guida mo­rale. Certo Man­zoni non era uno d’assalto; e del re­sto non si può chie­dere a un let­te­rato di mo­ti­vare tutte le ra­gioni po­li­ti­che di ciò che crea; ciò che conta non è il per­ché si scri­vono certe cose ma l’arte con cui si scri­vono [NdR — que­sta ul­tima era tutta pro domo Car­ducci, tal­lo­nato dai suoi ex am­mi­ra­tori per i re­centi im­ba­raz­zanti elogi alla mo­nar­chia];

de­cimo e quindi, nel suo “di­scorso di Lecco” [NdR — ecco la prima com­parsa del ter­mine “di­scorso”] “Car­ducci non si ri­crede”, sem­mai “si ri­pete”.

Cre­diamo che il let­tore non ab­bia bi­so­gno di grandi com­menti per com­pren­dere che Pa­do­vani, par­tendo da uno spunto eri­sti­ca­mente ine­si­stente (il non avere even­tual­mente Car­ducci mai ri­corso al verbo “ri­cre­dersi”) nell’intento di fare da sponda all’amico poeta/professore (ol­tre che al pro­prio gior­nale, in­cre­men­tando le ven­dite con un ar­ti­co­lino un po’ so­pra le ri­ghe) si era poi spiag­giato da solo con un cu­mulo di bag­gia­nate.

Pa­do­vani re­spinge l’accusa di un at­tuale anti-man­zo­ni­smo di Car­ducci ma dan­do­gli pra­ti­ca­mente del cre­tino af­fetto da seri pro­blemi psi­co­lo­gici: sì è vero, fino al 1873 Car­ducci gli era stato molto ostile ma dal 1873 ri­co­no­sceva in Man­zoni il grande ar­ti­sta.

E da cosa era di­pesa l’ostilità fino al 1873?
Da due or­dini di pro­blemi:

— da un lato: da una sof­fe­renza ado­le­scen­ziale con­tro il pro­prio pa­dre; dalla rea­zione per le idee do­mi­nanti; dal sen­tirsi con­sa­pe­vole della pro­pria su­pe­rio­rità; dal non po­tere sop­por­tare nep­pure l’idea di mag­gio­ranze;

— dall’altro: dall’avere preso un ab­ba­glio ac­co­stando Man­zoni ai “tri­sti uc­celli” [i preti] che si sa­reb­bero im­pos­ses­sati del suo pen­siero.

6.4 / Urge un nostro richiamo alla realtà dei fatti.

A fronte di que­sto “con­trat­tacco” è dif­fi­cile non met­tersi a ri­dere e le tante ri­ghe di piombo del Car­lino get­tano una luce pre­oc­cu­pante sulla per­spi­ca­cia non tanto di Pa­do­vani quanto di Car­ducci che le con­di­vise.

Ine­vi­ta­bile per il let­tore di al­lora pen­sare che il Car­ducci cin­quan­tenne fosse una spe­cie di ca­tor­cio sul piano psi­co­lo­gico, vit­tima di ub­bie ado­le­scen­ziali e in­ca­pace di in­ten­dere al­cun­ché — come po­teva un si­mile uomo es­sere pro­fes­sore nell’Università di Bo­lo­gna?

Nel 1873, quando (a dire di Pa­do­vani / Car­ducci) cessò dal suo anti-man­zo­ni­smo, Car­ducci aveva in­fatti 38 anni.
Ne erano quindi pas­sati al­meno 22-23 da quando aveva su­bli­mato un sup­po­sto li­vore ado­le­scen­ziale verso il pa­dre pren­dendo a mal­vo­lere Man­zoni.

E di anni ne erano tra­scorsi 20 da quando aveva su­bito il man­zo­ni­smo asfit­tico de­gli “uc­celli neri” che gli ave­vano in­se­gnato la gram­ma­ti­chetta e la re­to­rica.
E in un caso e nell’altro non gli era an­cora pas­sata! Po­vero Car­ducci!!

Am­messo che nel 1873 Car­ducci avesse fatto pace con se stesso nei con­fronti di Man­zoni (il che era pa­le­se­mente non vero, ba­sta leg­gersi il ci­tato «A pro­po­sito di al­cuni giu­di­zii su Ales­san­dro Man­zoni»), Pa­do­vani ta­ceva però sul fatto che Car­ducci — lo ve­dremo più avanti nel det­ta­glio — aveva con­ti­nuato a dare ad­dosso a Man­zoni per tutti gli anni suc­ces­sivi al 1873 con scritti a larga dif­fu­sione, in­sa­po­riti an­che da in­sulti gra­tuiti con­tro Man­zoni e i suoi so­ste­ni­tori.

Pro­prio po­chi anni prima (set­tem­bre 1883) aveva poi com­messo quello che era stato de­fi­nito “man­zo­ni­ci­dio” ed era un vero at­tacco ideo­lo­gico: Car­ducci, mem­bro del Con­si­glio Su­pe­riore della Pub­blica Istru­zione (e nella pos­si­bi­lità di con­ce­dere o meno cat­te­dre di in­se­gna­mento), aveva con­tri­buito ad ap­pro­vare per i gin­nasi di tutta Ita­lia la pro­pria an­to­lo­gia “Let­ture Ita­liane”, scritta a quat­tro mani con il pro­fes­sore Ugo Brilli (già suo vec­chio al­lievo), da cui era com­ple­ta­mente escluso Man­zoni.

Di fronte alla rea­zione dei man­zo­niani (il primo ad espri­mersi pub­bli­ca­mente fu quel d’Ovidio, già ri­cor­dato so­pra, amico di Sai­ler de “Le Prime Let­ture”), il Car­ducci, sen­ten­dosi le spalle ben co­perte, aveva avuto l’impudenza di ag­giun­gere all’azione cen­so­ria an­che una beffa da bullo im­pu­nito: nella terza edi­zione della sua an­to­lo­gia (ot­to­bre 1884) aveva in­fatti in­se­rito un te­sto di Man­zoni.

Ma non era un te­sto né de­gli “Inni” né delle tra­ge­die né del ro­manzo o di una delle ben co­no­sciute let­tere di Man­zoni di im­po­sta­zione di ri­le­vanti pro­blemi let­te­rari.

Era un bi­gliet­tino ope­ra­tivo in­viato da Man­zoni a un ospite per­ché non avesse scru­polo a uti­liz­zare la car­rozza che Man­zoni gli man­dava per re­carsi a Bru­su­glio:

«A Nic­colo Tom­ma­seo a Mi­lano.
Caro si­gnor Tom­ma­seo,
Bru­su­glio, mar­tedì (1825).

Il giorno più sco­modo per ri­ve­der Lei (e fa egli bi­so­gno di dir­glielo?) è il più lon­tano. Se non Le di­spiace ser­virsi d’un le­gno alla buona, che vien co­stà colla pre­sente, Ella può dar to­sto que­sta con­so­la­zione, troppo più de­si­de­rata che aspet­tata. E, di gra­zia, non venga con l’intenzione di ri­par­tir oggi.
Ma­man l’aspetta a brac­cia aperte; ed io ho più vo­glia di dir­mele, che di scri­ver­mele, suo

A. Man­zoni.»

Non con­tenti, in nota al “brano man­zo­niano” il duo co­mico Carducci/Brilli aveva po­stil­lato:

«Ma­man: nell’ultimo scor­cio del pas­sato se­colo nella ci­vile ed ele­gante so­cietà ita­liana in­valse la moda, che con­ti­nuò per tutto il primo quarto del sec. no­stro, di spap­pa­gal­lare un po­vero fran­cese o un bar­baro gergo italo franco: moda che qual­che scrit­tore pur me­dio­cre volle de­ri­dere, ma che nes­suno, né men de’ grandi, potè di­sprez­zar si­cu­ra­mente».

L’inserimento di Man­zoni, nella terza edi­zione della an­to­lo­gia e re­la­tiva nota, erano quindi una vo­luta e of­fen­siva presa per i fon­delli: vo­lete Man­zoni? ec­colo! te­ne­te­velo, con la sua ma­man del ca­volo!
Una vera go­liar­data da parte del pro­fes­sor Car­ducci!

Ce­sare An­ge­lini (Va­ria­zioni man­zo­niane, Mi­lano, 1974):

«Il cen­te­na­rio man­zo­niano ci per­mette di ri­cor­dare al­cuni il­lu­stri «pen­ti­menti» […] Quello, per esem­pio, del Car­ducci col fa­moso Di­scorso di Lecco del 1891 nel quale, ac­cen­nato a una leg­genda (ma non tutta leg­genda) d’una sua av­ver­sione al Man­zoni, nella te­ne­rezza d’un mat­tino lom­bardo ap­plaude senza ri­serve all’arte del poeta. «Ap­plaudo alla grande arte lom­barda che in tre tappe rin­novò la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile di no­stra gente: la “mo­ra­lità” col Pa­rini, la “realtà” col Porta, la “ve­rità” col Man­zoni. E come la ve­rità in­tuita in tutti i suoi aspetti da un grande e se­reno in­tel­letto, da un animo alto e puro, di­viene per se stessa “idea­lità”, io ap­plaudo alla in­te­rezza dell’arte in Ales­san­dro Man­zoni». La con­fes­sione è così schietta da pa­rere en­tu­sia­stica.»

6.5 / Da Padovani del “Carlino” solo paradossi e sfacciate balle.

Do­len­doci per la man­canza di ener­gia e di per­spi­ca­cia dei man­zo­niani di al­lora, tor­niamo allo scam­bio gior­na­li­stico.

L’elemento por­tante del di­scorso Pa­do­vani / Car­ducci, nel suo evi­dente ca­rat­tere mi­sti­fi­cante, a prima vi­sta do­veva ap­pa­rire an­che al­lora pa­ra­dos­sale:

• è una pura leg­genda che Car­ducci sia mai stato anti-man­zo­niano;
.
• i suoi at­tac­chi anti-man­zo­niani sono stati solo ver­bali in­tem­pe­ranze gio­va­nili;
.
• egli ha sem­pre amato e sti­mato Man­zoni.

A chi avesse al­lora al­meno un poco di ret­ti­tu­dine in­tel­let­tuale, un di­scorso del ge­nere non po­teva certo pia­cere.

La di­fesa di Pa­do­vani, agli oc­chi di chi co­no­sceva un po­chino le cose, avrebbe quindi po­tuto es­sere un vero di­sa­stro per Car­ducci.

6.5 / Da Padovani del “Carlino” solo paradossi e balle incatenate.

L’elemento por­tante del di­scorso Pa­do­vani / Car­ducci, nel suo evi­dente ca­rat­tere mi­sti­fi­cante, do­veva ap­pa­rire pa­ra­dos­sale al­lora an­cor più di oggi:

• è una pura leg­genda che Car­ducci sia mai stato anti-man­zo­niano;
.
• i suoi at­tac­chi anti-man­zo­niani sono stati solo ver­bali in­tem­pe­ranze gio­va­nili;
.
• egli ha sem­pre amato e sti­mato Man­zoni.

A chi avesse al­meno un poco di ret­ti­tu­dine in­tel­let­tuale, un di­scorso del ge­nere non po­teva certo pia­cere.

La di­fesa di Pa­do­vani, agli oc­chi di chi co­no­sceva un po­chino le cose, avrebbe quindi po­tuto es­sere un vero di­sa­stro per Car­ducci.

Fu pro­prio un pec­cato che al­lora qual­cuno, non di­ciamo man­zo­niano di ferro ma di sem­plice buon gu­sto, non si pren­desse la briga di fare un po’ di pelo e con­tro­pelo al poeta/professore e al suo so­dale gior­na­li­sta — c’erano tutti gli ele­menti per bloc­care sul na­scere il mito del “Di­scorso di Lecco”, di­ven­tato “inau­gu­rale”, ieri gra­zie ai ma­lan­drini dell’informazione, oggi per i buoni uf­fici della Di­re­zione scien­ti­fica del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco (e di al­tri scon­si­de­rati).

Bi­so­gna dire che que­sta spa­rata as­surda con qual­cuno fun­zionò al­lora, ne­gli anni suc­ces­sivi e an­che oggi: nell’ingenuo An­ge­lini ne ab­biamo un im­pie­toso esem­pio.

Ce­sare An­ge­lini (Va­ria­zioni man­zo­niane, Mi­lano, 1974):

«Il cen­te­na­rio man­zo­niano ci per­mette di ri­cor­dare al­cuni il­lu­stri «pen­ti­menti» […] Quello, per esem­pio, del Car­ducci col fa­moso Di­scorso di Lecco del 1891 nel quale, ac­cen­nato a una leg­genda (ma non tutta leg­genda) d’una sua av­ver­sione al Man­zoni, nella te­ne­rezza d’un mat­tino lom­bardo ap­plaude senza ri­serve all’arte del poeta. «Ap­plaudo alla grande arte lom­barda che in tre tappe rin­novò la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile di no­stra gente: la “mo­ra­lità” col Pa­rini, la “realtà” col Porta, la “ve­rità” col Man­zoni. E come la ve­rità in­tuita in tutti i suoi aspetti da un grande e se­reno in­tel­letto, da un animo alto e puro, di­viene per se stessa “idea­lità”, io ap­plaudo alla in­te­rezza dell’arte in Ales­san­dro Man­zoni». La con­fes­sione è così schietta da pa­rere en­tu­sia­stica.»

L’autore di “Va­ria­zioni man­zo­niane” e di al­tri te­sti non spre­ge­voli è uno di quelli che c’è ca­scato in pieno — inu­tile ogni com­mento se non il ri­le­vare che le pa­role di Car­ducci ven­gono da lui date per pro­nun­ciate “nella te­ne­rezza di un mat­tino lom­bardo” e non — come av­venne nella realtà e come ci hanno ben rac­con­tato i cro­ni­sti di al­lora — tra un bic­chiere e l’altro nel sa­lone “splen­di­da­mente il­lu­mi­nato dalla luce elet­trica” dell’Albergo Croce di Malta di Lecco.

Ce­sare An­ge­lini (Va­ria­zioni man­zo­niane, Mi­lano, 1974):

«Il cen­te­na­rio man­zo­niano ci per­mette di ri­cor­dare al­cuni il­lu­stri «pen­ti­menti» […] Quello, per esem­pio, del Car­ducci col fa­moso Di­scorso di Lecco del 1891 nel quale, ac­cen­nato a una leg­genda (ma non tutta leg­genda) d’una sua av­ver­sione al Man­zoni, nella te­ne­rezza d’un mat­tino lom­bardo ap­plaude senza ri­serve all’arte del poeta. «Ap­plaudo alla grande arte lom­barda che in tre tappe rin­novò la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile di no­stra gente: la “mo­ra­lità” col Pa­rini, la “realtà” col Porta, la “ve­rità” col Man­zoni. E come la ve­rità in­tuita in tutti i suoi aspetti da un grande e se­reno in­tel­letto, da un animo alto e puro, di­viene per se stessa “idea­lità”, io ap­plaudo alla in­te­rezza dell’arte in Ales­san­dro Man­zoni». La con­fes­sione è così schietta da pa­rere en­tu­sia­stica.»

6.6 / MERCOLEDÌ 13 OTTOBRE.
“Il Secolo” di Milano non si lascia incantare e rinnova l’attacco a Carducci.

6.6 / MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE.
“Il Secolo” di Milano non si lascia incantare e rinnova l’attacco a Carducci.

A fronte dell’articolo di Pa­do­vani sul Car­lino di mer­co­ledì 13, “Il Se­colo” di Mi­lano, non si la­scia sviare dalla sua li­nea di cr­tica a Car­ducci e, anzi, ina­spri­sce i toni.

Il quo­ti­diano mi­la­nese ri­prende brani del di­scorso che l’Abate aveva scritto per l’inaugurazione (ma ov­via­mente non pro­nun­ciato), pro­prio nei punti nei quali Stop­pani aveva più espli­ci­ta­mente evi­den­ziato il mes­sag­gio pro­gres­si­sta e po­po­lare che aveva vo­luto dare col Mo­nu­mento.
Chiude l’articolo una stron­ca­tura in­di­retta ma ef­fi­cace dell’intervento di Pa­do­vani sul Car­lino e viene ri­ba­dita la aspra cri­tica a Car­ducci sulla que­stione della “An­to­lo­gia” esclu­dente Man­zoni; con la ri­presa quindi del tema con cui il quo­ti­diano aveva ac­colto sa­bato 10 il poeta/professore, men­tre si stava re­cando a Lecco.
Dell’articolo ri­por­tiamo due brani dal di­scorso di Stop­pani e la parte re­la­tiva al brin­disi se­rale di Car­ducci.

«Qui Ales­san­dro Man­zoni, nato da fa­mi­glia per largo censo ed an­tica pro­sa­pia ap­par­te­nente a que­sta re­gione, e da ol­tre un se­colo cit­ta­dina di que­sto an­tico Ca­stello, nelle sto­rie fa­moso; qui, so que­sti colli dell’estrema Brianza, in­do­rati dai primi raggi del sole na­scente, che fanno cor­nice a quest’incantevole ba­cino, bevve, col primo latte, le prime luci e le prime aure di vita. Cosi spo­sossi all’anima sua, fin dal prime sboc­ciare d’una sì poe­tica in­tel­li­genza, que­sta bella na­tura, col suo su­blime pa­no­rama di aspri monti, di colli fio­riti, di ru­mo­rosi tor­renti, di piani uber­tosi e di la­ghi di zaf­firo, tea­tro de­sti­nato a po­po­larsi di quei sim­pa­tici e su­blimi ideali, in cui do­veva in­car­narsi e mo­strarsi viva una let­te­ra­tura no­vella.»

«Qui, tra i fran­chi abi­ta­tori di que­sta val­lata, non umi­liati dal ser­vag­gio della gleba, né in­fiac­chiti dal lusso della cor­rotta me­tro­poli, ma fin da se­coli eman­ci­pati e no­bi­li­tati dal ge­nio fe­con­da­tore delle in­du­strie se­rica e si­de­rur­gica, sentì na­scersi nell’animo i primi no­bili sde­gni con­tro i pre­po­tenti pic­coli e grandi, le prime aspi­ra­zioni alla ri­ven­di­ca­zione dei di­ritti con­cul­cati dalla co­darda ti­ran­nìa dei ric­chi e dei po­tenti op­pres­sori. Qui in­somma egli passò la parte più bella e fe­conda della sua vita …»

***

«Al ban­chetto sie­dette an­che il se­na­tore Gio­suè Car­ducci, il quale fece un brin­disi per scol­parsi dall’essere stato ri­te­nuto av­verso a Man­zoni. Disse che si ri­cre­deva: e ac­cet­tiamo la ri­trat­ta­zione fatta.

In­fatti nelle opere di Car­ducci noi ab­biamo letto molte pa­gine nelle quali non ap­pare nean­che la sim­pa­tia per Man­zoni; nelle quali si legge ad esem­pio que­sto giu­di­zio:
«Dei Pro­messi Sposi la mo­rale più chiara e più de­du­ci­bile non è ella que­sta? che a pi­gliar parte alle som­mosse l’uomo ri­sica di es­sere im­pic­cato; e torna me­glio ba­dare in pace alle cose sue fa­cendo quel po’ di bene che si può, se­condo la di­re­zione, i con­si­gli e gli esempi de­gli uo­mini di Dio.»

Non si po­teva usare peg­giori pa­role, nè dare più astioso e più falso giu­di­zio.
In quello scritto fa­ceva pro­fes­sione di fede anti-man­zo­niana, scri­vendo: «Io, nato di pa­dre man­zo­niano, non sono man­zo­niano. Av­venne egli per ri­bel­lione mia per­so­nale o per ri­bel­lione dei tempi nuovi a quell’ideale? Al­tri il vegga.»
Noi com­pren­de­vamo be­nis­simo que­sta av­ver­sione di Car­ducci per Man­zoni. Il grande scrit­tore mi­la­nese è tanto lim­pido, se­reno, per­spi­cuo, quanto il Car­ducci è iroso, oscuro, con­fuso.

Pare che a Lecco vi sia qual­che strada di Da­ma­sco, per­chè do­me­nica Car­ducci si è con­ver­tito. Pec­cato che ab­bia aspet­tato sì tardi! E spe­riamo che la con­ver­sione non si fer­merà tra i fumi del ban­chetto, ma i suoi ef­fetti gli fa­ranno rin­ne­gare l’Antologia sco­la­stica nella quale Man­zoni non ha il po­sto che gli è do­vuto.»

6.7 / MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE.
La controbattuta del Corriere che raddoppia.
Ma casca nel gioco di Padovani/Carducci.

In ri­spo­sta di fatto all’articolo del Car­lino di mar­tedì 13 (ma senza una pa­rola di ri­fe­ri­mento al quo­ti­diano bo­lo­gnese), il Cor­Sera di mer­co­ledì 14 ri­pro­pone il “brin­disi” car­duc­ciano dell’Albergo di Lecco ma met­ten­done il te­sto per esteso, evi­den­te­mente sulla base di una an­no­ta­zione di det­ta­glio (forse ad­di­rit­tura uno ste­no­gra­fico, come sug­ge­rito nel Vol. XX delle Edi­zioni Na­zio­nali di G. Car­ducci, 1937) fatta da uno dei pre­senti, se non pro­prio all’inizio, dopo una die­cina di se­condi.

Il re­so­conto ap­pare in­fatti come se uno de­gli astanti avesse com­preso che il brin­disi di Car­ducci po­teva es­sere in­te­res­sante da an­no­tare solo dopo le prime bat­tute, pre­ci­sa­mente là dove dice “Sono ve­nuto a sfa­tare una leg­genda che c’è su un mio pre­sunto es­sere an­ti­man­zo­niano”.

Di­ciamo que­sto per­ché nelle pri­mis­sime bat­tute il te­sto del Cor­Sera è ca­rente: non ri­fe­ri­sce per esem­pio dei ri­fe­ri­menti di Car­ducci a Ne­gri e a Con­fa­lo­nieri, che sono in­vece ri­presi dalla pur strin­ga­tis­sima cro­naca della Per­se­ve­ranza (la ab­biamo vi­sta poco so­pra).

A parte que­sto det­ta­glio, co­mun­que ir­ri­le­vante per la so­stanza della cosa, il te­sto pro­po­sto dal Cor­Sera è il per­fetto e coe­rente svi­luppo di quanto sin­te­tiz­zato l’11 ot­to­bre: il Cor­Sera aveva quindi im­me­dia­ta­mente avuto lo “ste­no­gra­fico” di quanto detto da Car­ducci, che era stato fe­li­ce­mente sin­te­tiz­zato dal re­dat­tore.

Il brin­disi di Car­ducci ri­por­tato dal Cor­riere della Sera suona bene; è sim­pa­tico, fa­cile da se­guire; sem­bra spon­ta­neo, come si con­ve­niva a un in­ter­vento fatto a brac­cio in un am­biente che im­po­neva una certa le­vità.
Pro­prio all’opposto del te­sto che in­vece pro­porrà due giorni dopo Car­ducci (poi stam­pato dal Car­lino di Bo­lo­gna) — as­so­lu­ta­mente in­ges­sato.

Dalla let­tura dello “ste­no­gra­fico” del Cor­Sera il let­tore com­pren­derà che, a fronte del mil­lan­tato co­stante filo-man­zo­ni­smo di Car­ducci (per lo meno dal 1873) so­ste­nuto sfron­ta­ta­mente dal Car­lino, il Cor­Sera, an­zi­ché spa­rare a zero su una balla da chiun­que ri­co­no­sci­bile, de­cide di se­guire un’altra strada.

Con ab­bon­danti blan­di­zie sul ca­rat­tere equi­li­brato delle po­si­zioni di Car­ducci su Man­zoni (cosa che ov­via­mente fa­ceva ri­dere chiun­que co­no­scesse un poco le cose) de­cide di pub­bli­care l’intero brin­disi di Car­ducci pen­sando forse di im­pic­carlo con le sue stesse pa­role: al brin­disi ti sei la­sciato an­dare a grandi lodi per Man­zoni? il gior­nale del tuo amico Pa­do­vani so­stiene anch’esso che sei stato sem­pre filo-man­zo­niano? bene adesso ri­por­tiamo pa­rola per pa­rola tutto ciò che hai detto: avrai così un bel da fare a ri­tor­nare sui tuoi passi; d’ora in avanti sa­rai con­si­de­rato an­che tu come un man­zo­niano di ferro! vo­gliamo ve­dere come ti trat­te­ranno i tuoi so­dali in anti-man­zo­ni­smo.

Ecco il te­sto, pub­bli­cato mer­co­ledì 14 ot­to­bre, da “Il Cor­riere della Sera”.

Carducci per Manzoni

Un te­le­gramma no­stro ri­ferì ieri, in rias­sunto, le pa­role dette da Gio­suè Car­ducci per Man­zoni al ban­chetto di no­vanta co­perti che ebbe luogo do­me­nica sera alla Croce di Malta in Lecco. Ma sic­come le pa­role del Car­ducci hanno, in­dub­bia­mente, im­por­tanza sto­rica e let­te­ra­ria; e sic­come mol­tis­simi — spe­cial­mente in Lom­bar­dia — hanno cre­duto e cre­dono il Car­ducci non solo esti­ma­tore fiacco del Man­zoni let­te­rato, ma av­ver­sa­rio re­ciso dell’uomo e del cit­ta­dino; così la pub­bli­ca­zione delle pa­role del Car­ducci torna op­por­tuna, a sgan­nare molti ed a se­gnare, per molti, un aspetto nuovo di que­sto spi­rito emi­nente di let­te­rato e di cri­tico.

Chi ha letto — il che è il meno — e chi ha ca­pito — il che è il più — tutto quanto Car­ducci ha scritto nel corso di un tren­ten­nio su Man­zoni, sa che que­sti, po­chi cri­tici ha avuto più ob­biet­tivi, più alti, più ve­ra­mente giu­sti del Car­ducci, senza nè la scal­mana pa­ne­gi­ri­stica, nè la posa dell’antimanzonianismo ar­rab­biato, ed ogni pa­gina del Car­ducci — per chi la sa in­ten­dere — at­te­sta l’ammirazione dell’artista e dell’uomo.

Ad ogni modo il brin­disi pro­nun­ziato da Car­ducci in Lecco — pei lom­bardi spe­cial­mente — ha un si­gni­fi­cato, e per que­sto noi lo diamo qui in­tero, rac­colto alla ta­vola della Croce di Malta da un amico, che ha in­ter­pre­tato fe­del­mente il pen­siero e la pa­rola del grande poeta ita­liano.

***

Il Car­ducci ha detto presso a poco così [686 pa­role]:

« Ho ac­cet­tato di gran cuore l’invito cor­tese del Co­mi­tato delle fe­ste man­zo­niane per ve­nire qui in mezzo a que­sti monti di bel­lezza na­tu­rale e di glo­ria let­te­ra­ria ra­diosi, a por­tare il sa­luto della più an­tica e il­lu­stre Uni­ver­sità ita­liana, e unirmi a voi nell’omaggio alla me­mo­ria di Ales­san­dro Man­zoni, in cui la gran­dezza dello scrit­tore è pari all’eccellenza dell’uomo.

« Ed è que­sta per me una fe­lice oc­ca­sione di di­strug­gere una spe­cie di leg­genda for­ma­tasi sul mio nome in re­la­zione al gran lom­bardo.

Mi si è cre­duto e mi si crede an­cora da molti un av­ver­sa­rio del Man­zoni. Niente di più falso. Av­ver­sa­rio del Man­zoni, io, che ebbi a pa­dre un suo en­tu­sia­sta, io che, gio­vi­notto, edu­cai pri­ma­mente la me­mo­ria e l’ingegno nelle poe­sie man­zo­niane, io, che ap­presi ad amare quasi fan­ciullo la pa­tria e il bene nei cori del Car­ma­gnola e dell’Adel­chi, io, che nella mia ado­le­scenza ho ri­letto cin­que volte e con pia­cere sem­pre cre­scente i Pro­messi Sposi, io che ho scritto pa­gine di schietta am­mi­ra­zione per Io scrit­tore per­fetto, per l’uomo di vita in­te­me­rata, di ca­rat­tere in­te­gro, di pa­triot­ti­smo non mai smen­tito? Ci fu un mo­mento nella sto­ria odierna d’Italia, e fu quel tri­sto de­cen­nio in cui i mal­vagi uc­celli dan­te­schi par­vero ri­svo­laz­zar si­ni­stra­mente sul suolo ita­liano e mi­nac­ciar le sorti della pa­tria con una re­cru­de­scenza di pie­ti­smo e di cat­to­li­ce­simo cu­riale. In que­sto mo­mento e ge­suiti e stra­nieri fe­cero le finte di amo­reg­giar coll’opera let­te­ra­ria di Ales­san­dro Man­zoni… Fu al­lora che io, nel mio ar­dor gio­va­nile, ebbi il torto di con­fon­dere il li­be­ra­le­simo se­reno e forte del Man­zoni col quie­ti­smo apa­tico; la sua re­li­gio­sità ope­rosa, de­mo­cra­tica, ra­zio­nale, evan­ge­lica, in cui splen­dono i tre grandi prin­ci­pii della ri­vo­lu­zione, li­bertà, egua­glianza, fra­tel­lanza, colla de­vo­zione ipo­crita, coll’untuosità rea­zio­na­ria dei mal­vagi uc­celli. E al­lora mi usci­rono dalla penna al­cune co­sette gio­va­nili che po­te­rono farmi cre­dere un an­ti­man­zo­niano. Fu un er­rore che con gran cuore ri­co­no­sco.

« Io am­miro nel Man­zoni la per­fe­zione dello scrit­tore, la com­po­stezza e forte tem­pe­ranza dell’arte ita­liana, la vita im­ma­co­lata dell’uomo, il ca­rat­tere in­tero, il pa­triot­ti­smo non mai smen­tito.

« Mi dolse e mi dolgo, che giunto alla ma­tu­rità piena dell’ingegno, ri­stasse : colpa certo più delle con­di­zioni po­li­ti­che che di ge­nio esau­sto : poi­ché nel Man­zoni c’era più po­tenza d’arte che non fosse in Goe­the o in Vic­tor Hugo, e per que­sto non li in­vi­diò. Dalla poe­sia egli si volse alla prosa, e forse in­tese me­glio la pro­pria virtù ge­niale, e la sua prosa fe’ la gran ven­detta delle si­gno­rie stra­niere e del di­spo­ti­smo po­li­tico. Don Ab­bon­dio è una grande crea­zione ar­ti­stica, ma è an­che una rap­pre­sen­ta­zione ri­di­cola del clero. Il Va­ti­cano e l’Austria lo ca­pi­rono ; e quando la Cu­ria ro­mana rin­negò fe­ro­ce­mente il Man­zoni, il Gio­berti, il Ro­smini, quando lo stra­niero s’adombrò della virtù rin­no­va­trice dell’opera man­zo­niana an­che nel senso ita­liano, e Man­zoni e man­zo­niani buoni con­cor­sero ef­fi­ca­ce­mente co’ fatti al ri­sor­gi­mento, l’equivoco non era più pos­si­bile e re­stri­zioni sulla gran­dezza an­che ci­vile del Man­zoni non era più le­cito farne.

« Onore per­tanto all’illustre ar­ti­sta Con­fa­lo­nieri, che con ve­rità e mae­stria ha scol­pito la ima­gine del gran Lom­bardo; onore a Lecco, che dopo aver dato al ro­man­ziere le più fre­sche ispi­ra­zioni, gli ha in­nal­zato oggi un mo­nu­mento de­gno di lui. Con voi oggi con­sente, con voi è il cuore dell’Italia tutta.

« E non solo a lui, ma a tutta que­sta buona, que­sta grande let­te­ra­tura lom­barda de­gli ul­timi cento e più anni, io sono af­fe­zio­nato e de­voto, per­chè essa ha avuto parte co­spi­cua nel rin­no­va­mento mo­rale e po­li­tico del paese. Quat­tro tappe (con­sen­ti­temi la bar­bara espres­sione) essa ha per­corso: — quella della mo­ra­lità col Pa­rini, di­pin­tore so­vrano del co­stume, sa­ti­rico ge­niale, tutto com­pe­ne­trato di un alto e pro­fondo senso mo­rale; — quella della realtà col Porta, in­com­pa­ra­bile nel suo ve­ri­smo pae­sano, nella bontà dell’animo, nel tem­pe­ra­mento fe­lice dell’ingegno os­ser­va­tore; — quella della ve­rità col Man­zoni, poeta e pro­sa­tore sem­pre fine e sin­cero, vero sem­pre nel suo senso sto­rico e umano; — e quella della idea­lità, che sca­tu­ri­sce dal vero, quando sia in­ter­pre­tato da una gran mente e da un gran cuore, come era l’autore del coro dell’Adel­chi e dei Pro­messi Sposi

Al Beato Gio­vanni della Pace

[…]

Viva pur San­dro Man­zoni!
Quant’è mai che s’arrabatta
Co’ fi­lo­sofi neb­bioni
E gli sto­rici a cia­batta!
Ac­qua santa a piena mano,
Tutto il se­colo è cri­stiano
Li­bertà, in­di­pen­denza,
Pa­ga­nis­sima uto­pia,
Of­fen­de­van la de­cenza
De la santa teo­ria,
Ora sta­bile e fon­data
Su l’Europa in­ca­te­nata.

[…]

Cri­sto par sia ri­por­tato
Fra’ ba­ga­gli di Ra­de­schi,
Su l’altare ap­pun­tel­lato
Da le pic­che de’ Te­de­schi.
Con­vertí la ba­io­netta
Que­sta terra ma­le­detta.

[…]
Che vo­lete? Il cri­stia­ne­simo
È un ro­manzo che fa chiasso.
Ci scor­dammo del bat­te­simo.
Ma can­tiamo co ’l com­passo
Com’ un’aria di Lu­cia
Pa­ter­no­stro e avem­ma­ria.

[…]
E le belle pe­ni­tenti
Men­tre can­tan li­ta­nia
Af­fit­tar nuovi ser­venti
Per l’entrata in sa­gre­stia,
In­vo­cando la Ma­donna
Quando s’alzano la gonna.

Come ve­dremo im­me­dia­ta­mente più sotto, il Cor­Sera non aveva ben chiaro quanto po­tesse es­sere “ela­stico” Car­ducci e quanto poco gli co­stasse, dopo aver fatto di­chia­ra­zioni di ap­pas­sio­nato man­zo­ni­smo, ri­man­giarsi con gran­dis­sima fac­cia di tolla buona parte del detto.

6.8 / MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE.
Letto il CorSera Carducci prende carta e penna e “ricorda” ciò che gli fa comodo.

Mer­co­ledì 14, ap­pena Car­ducci poté leg­gere l’articolo del Cor­sera, si sarà sfre­gato le mani.

Si sarà poi dato una ri­pas­sata alla com­po­si­zione “Al beato Gio­vanni della Pace” (che aveva scritto a 20 anni, ma pub­bli­cato solo in pic­cola parte, e ri­pub­bli­cato, in­te­gral­mente, nel 1886, quando di anni ne aveva 51) nella quale ac­cu­sava Man­zoni di aver fa­vo­rito la rea­zione eu­ro­pea nel de­cen­nio post-48.

Al Beato Gio­vanni della Pace

[…]

Viva pur San­dro Man­zoni!
Quant’è mai che s’arrabatta
Co’ fi­lo­sofi neb­bioni
E gli sto­rici a cia­batta!
Ac­qua santa a piena mano,
Tutto il se­colo è cri­stiano
Li­bertà, in­di­pen­denza,
Pa­ga­nis­sima uto­pia,
Of­fen­de­van la de­cenza
De la santa teo­ria,
Ora sta­bile e fon­data
Su l’Europa in­ca­te­nata.

[…]

Cri­sto par sia ri­por­tato
Fra’ ba­ga­gli di Ra­de­schi,
Su l’altare ap­pun­tel­lato
Da le pic­che de’ Te­de­schi.
Con­vertí la ba­io­netta
Que­sta terra ma­le­detta.

[…]
Che vo­lete? Il cri­stia­ne­simo
È un ro­manzo che fa chiasso.
Ci scor­dammo del bat­te­simo.
Ma can­tiamo co ’l com­passo
Com’ un’aria di Lu­cia
Pa­ter­no­stro e avem­ma­ria.

[…]
E le belle pe­ni­tenti
Men­tre can­tan li­ta­nia
Af­fit­tar nuovi ser­venti
Per l’entrata in sa­gre­stia,
In­vo­cando la Ma­donna
Quando s’alzano la gonna.

Avrà poi preso carta, penna e ca­la­maio e scritto “ri­cor­dando” ciò che vo­leva si ri­cor­dasse di quanto egli aveva detto la do­me­nica sera 11 ot­to­bre in Lecco riem­piendo sei pa­gine della sua larga cal­li­gra­fia.

Sono i fa­mosi “ma­no­scritti del Di­scorso di Lecco”, due fo­gli dei quali sono espo­sti nella Sala 9 del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco, e lì pre­sen­tati come “bozze”.

Il te­sto “ri­cor­dato” era ac­com­pa­gnato da una “let­tera al Di­ret­tore del Car­lino”.
Il quale pub­blicò sia il te­sto “ri­cor­dato” sia la let­tera di ac­com­pa­gna­mento, cu­ci­nando una sua in­tro­du­zione al tutto.

Come già per gli al­tri do­cu­menti, pre­sen­tiamo l’articolo del Car­lino nella sua forma in­te­grale.

Se­guirà un no­stro con­fronto tra i due te­sti: in­ten­diamo di­mo­strare — do­cu­menti alla mano — che Car­ducci, nel “ri­cor­dare”, ca­po­volse il senso di quanto aveva detto al brin­disi se­rale dell’11 ot­to­bre.

Gio­vedì 15 ot­to­bre 1891
Il Re­sto del Car­lino

Quel che disse Giosuè Carducci.

Gio­suè Car­ducci ci in­via e noi as­sai vo­lon­tieri pub­bli­chiamo il te­sto au­ten­tico delle pa­role dette al ban­chetto di Lecco.

Non sa­rebbe, non è anzi il caso di pre­met­tere al­cun pre­am­bolo ma ci spin­gono ad una breve di­chia­ra­zione, due let­tere giun­teci ieri dei so­liti as­si­dui con­gra­tu­lan­tisi per la giu­sta di­fesa — dice l’uno — per la di­fesa della ve­rità — dice l’altro — da noi as­sunta scri­vendo l’articolo: Il Car­ducci non si ri­crede!
Nulla di più ine­satto — o al­meno di più lon­tano dalle in­ten­zioni di chi Io scrisse.
Leg­gendo nel primo rias­sunto dei fo­gli mi­la­nesi, la frase « mi ri­credo » espli­ci­ta­mente at­tri­buita al Car­ducci, il ti­tolo an­cor più si­gni­fi­ca­tivo « Il Car­ducci si ri­crede » scritto in te­sta al di­scorso, l’articolista — nella per­sua­sione che le cose stes­sero pre­ci­sa­mente a quel modo come ap­pa­ri­vano — in­tese al con­tra­rio di cen­su­rare una re­si­pi­scenza di cui, come oggi il Car­ducci scrive, non era il caso: nè più ef­fi­ca­ce­mente gli pa­reva po­ter di­mo­strare la sua tesi se non met­tendo a raf­fronto il di­scorso di Lecco e lo stu­dio man­zo­niano di venti anni or sono.
Di­nanzi alle ul­time va­rianti dei gior­nali e so­pra­tutto di­nanzi al te­sto au­ten­tico, la cen­sura cade di per sè e re­sta in­vece inal­te­rato ciò che fu scritto in­torno allo spi­rito e all’indole della op­po­si­zione man­zo­niana, che fu op­po­si­zione alle enor­mità dei di­sce­poli, non al me­rito dello scrit­tore lom­bardo.
Que­sta di­chia­ra­zione ci è pia­ciuto di fare per la ve­rità e per­chè con­vinti che il ri­di­colo che ri­cade su chi si at­teg­gia a di­fen­sore di uo­mini emi­nenti, è pari sol­tanto a quello che col­pi­sce chi dice loro vil­la­nia.
I loro atti si com­men­tano e si spie­gano solo co­gli atti e gli scritti pre­ce­denti: dal con­fronto dei quali può solo sca­tu­rire qual­che giu­di­zio con­clu­dente. A que­sta mas­sima noi ci con­for­mammo in al­tre oc­ca­sioni, spe­cie quando cer­cammo di spie­gare le ori­gini e l’importanza di epi­sodi che toc­ca­rono da vi­cino il Car­ducci, e le no­stre pa­role ap­par­vero a ta­luni poco ri­spet­tose: que­sta mas­sima se­guimmo nella pre­sente cir­co­stanza in cui siamo riu­sciti a pas­sare come pa­la­dini.
Non avremo avuta la for­tuna di es­serci fatti in­ten­dere : ma la co­scienza ci dice che non me­ri­ta­vamo :
ni cet ex­cès d’honneur, ni cette in­di­gnité.

E ce­diamo la pa­rola al prof. Car­ducci che scrive :

Si­gnor di­ret­tore del Car­lino
La rin­gra­zio. In fatti il verbo ri­cre­dere non fu mai pro­nun­ziato. Non era il caso. Del re­sto, quanto alla leg­genda dell’avversione mia al Man­zoni, pur l’altro giorno, in viag­gio per la fe­sta di Lecco, leg­gevo nel Se­colo, a pro­po­sito di li­bri di te­sto, es­sere im­po­ste alle scuole le mie an­to­lo­gie (credo vo­les­ser dire le Let­ture ita­liane), nelle quali per par­zia­lità let­te­ra­ria non do sag­gio al­cuno di prosa man­zo­niana. Ora il vero è che nes­suno im­pone a nes­suno le mie Let­ture, nelle quali non vi è sag­gio di prosa man­zo­niana, per­ché (ed è detto nella pre­fa­zione) il te­sto in­tero dei Pro­messi sposi era d’obbligo in tutte quasi le classi delle scuole se­con­da­rie.

E giac­ché pa­rec­chi gior­nali, all’asciutto di no­ti­zie, han dato im­por­tanza alle pa­role ch’io dissi in Lecco, mi fac­cia Ella il pia­cere di pub­bli­carle nel gior­nale suo quali pro­prio le dissi. Quand’io parlo all’improvviso, come pongo tutta l’intenzione a dire delle frasi, così quello sforzo mi la­scia non solo nella me­mo­ria il di­scorso per più giorni. Ec­co­glielo dun­que fre­sco fre­sco. Ella sa che io non uso sec­care co’ miei di­scorsi nè Lei nè al­tri gior­na­li­sti. Ma que­sta volta ho caro di ve­dermi stam­pato au­ten­tico.

No­velle gra­zie.
14 ot­to­bre 1891.
dev​.mo Gio­suè Car­ducci

P. S. Di­men­ti­cavo il me­glio. A Lecco non po­tevo e non do­vevo dirlo. Lo dico qui. Delle idee che più volte espressi su la teo­rica della lin­gua e della prosa qual è ap­pli­cala dai man­zo­niani mi­nori io non ne di­sdico nè mo­di­fico verbo. Nè tutta la lin­gua è solo nell’uso fio­ren­tino dell’oggi, nè tutta la prosa nei Pro­messi Sposi.

****
IL DISCORSO DI LECCO

Rin­gra­zio dell’onorifico in­vito la cor­te­sia lom­barda, tanto buona e gra­ziosa nel bel paese dei Pro­messi Sposi.
Mi ral­le­gro con l’arte lom­barda di que­sta ima­gine del poeta della ve­rità, tanto bene ef­fi­giata dallo scul­tore Con­fa­lo­nieri.
Sento an­cora pro­fondo l’insegnamento e il pia­cere della vera sana ed alta cul­tura lom­barda nelle elo­quenti pa­role onde il se­na­tore Ne­gri ha il­lu­mi­nato in tutti i suoi aspetti il ge­nio e l’opera di Ales­san­dro Man­zoni.
E a que­sta fe­sta del Man­zoni in Lecco, fe­sta non pur no­bil­mente pro­vin­ciale ma glo­rio­sa­mente ita­liana, io sono ono­rato di rap­pre­sen­tare la Uni­ver­sità di Bo­lo­gna; ma, an­che senza rap­pre­sen­tanza, sa­rei ac­corso di gran cuore, come scrit­tore e come uomo.
Corre una leg­genda di av­ver­sione mia al Man­zoni. Av­ver­sa­rio al Man­zoni io che prima d’ogni al­tra poe­sia seppi a mente il coro del Car­ma­gnola, e ho an­cora a mente tutti gli inni sa­cri e le al­tre li­ri­che, che a quin­dici anni avevo letto già, cin­que volte, i Pro­messi Sposi.
Nel tri­ste de­cen­nio avanti il ses­santa, quando certi mal­vagi uc­celli gar­ri­vano con spar­naz­za­menti delle lor brulle penne sotto il volo dell’aquila lom­barda, io ebbi il torto di pi­gliar­mela con l’opera re­li­giosa del Man­zoni. Ma ben to­sto mi rav­vidi, e cre­dei e credo che pur ne­gli inni sa­cri, così schivi della dog­ma­tica e della for­ma­lità cat­to­lica, ri­splen­dano quasi i prin­ci­pii stessi della ri­vo­lu­zione, la fra­ter­nità anzi tutto e l’egualità umana, e poi an­che la li­bertà in­tel­let­tuale e ci­vile, al­ta­mente sen­titi da uno spi­rito cri­stiano con la tem­pe­ranza della fi­lo­so­fia e dell’arte ita­liana.
E mi dolsi e mi dolgo con ram­ma­rico, io che amo so­pra tutto la gran poe­sia in versi, che il Man­zoni, giunto alla mag­gior po­tenza della sua fa­coltà poe­tica con l’Adelchi e con la Pen­te­co­ste, quando mo­strava più sim­pa­tica cal­dezza di rap­pre­sen­ta­zione che non il Goe­the, più ar­mo­nica sa­viezza d’invenzione che non l’Hugo, mi dolsi e mi dolgo che ri­stesse.
Colpa le con­di­zioni po­li­ti­che pur troppo. Ma poi­ché dalla poe­sia vol­tosi alla prosa e nella prosa in­tesa me­glio la pro­pria virtù ge­niale fece del ro­manzo la gran ven­detta sul di­spo­ti­smo stra­niero e sul sa­cer­do­zio ser­vile ed ateo, io mi co­stringo a sen­tire meno acerbo il ram­ma­rico delle grandi opere di poe­sia ch’egli po­teva an­cor fare.
Il sa­cer­do­zio com­prese, e smorzò ben pre­sto l’accensione per gl’inni sa­cri. Don Ab­bon­dio era una co­mica am­mo­ni­zione al basso clero, pa­dre Cri­sto­foro e il car­di­nal Fe­de­rico erano un tra­gico rim­pro­vero al clero alto. Certi am­mo­ni­menti e certi rim­pro­veri la cu­ria ro­mana non li vuole; e forzò il cat­to­li­ce­simo a re­spin­gere la mano che verso la metà del se­colo l’ingegno e la dot­trina laica gli por­ge­vano.
La Cu­ria ro­mana re­spinse l’arte so­vrana del Man­zoni, l’eloquente dia­let­tica del Gio­berti, l’alta fi­lo­so­fia e la virtù in­con­ta­mi­nata del Ro­smini. Me­glio così. Io ap­plaudo ad Ales­san­dro Man­zoni.
E ap­plaudo a quella grande arte lom­barda, che in tre tappe (per­do­na­temi il bar­baro ter­mine) rin­novò la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile di no­stra gente: la mo­ra­lità col Pa­rini, la realtà col Porta, la ve­rità con Man­zoni. E come la ve­rità in­tuita in tutti i suoi aspetti da un grande e se­reno in­tel­letto, da un animo alto e puro, di­viene per sé stessa idea­lità, io ap­plaudo all’interesse dell’arte in Ales­san­dro Man­zoni.
Viva l’Italia!»

Siamo fi­nal­mente ar­ri­vati al dun­que!
Come ave­vamo so­pra an­ti­ci­pato, il Cor­Sera si il­lu­deva di avere “in­ca­strato” Car­ducci con le sue stesse pa­role.

Ma il “Vate della Terza Ita­lia” ne aveva già vi­ste ben al­tre ed era ca­pace di re­ci­tare parti che i “lom­bardi” nean­che si so­gna­vano po­tes­sero es­sere nep­pure pen­sate.

La ri­spo­sta di Car­ducci me­rita es­sere ana­liz­zata con at­ten­zione: è la espres­sione sco­perta e ir­ri­dente del modo con cui un uomo di ta­lento ri­tenne di po­tere uscire da una si­tua­zione a lui non fa­vo­re­vole uti­liz­zando modi non pro­prio en­co­mia­bili.

Sul piano psi­co­lo­gico la cosa è ab­ba­stanza com­pren­si­bile: a Lecco, die­tro i sor­risi di fac­ciata dei pa­droni di casa, Car­ducci deve es­sersi sen­tito trat­tato come un ap­pe­stato; non avendo la forza o la pos­si­bi­lità di af­fron­tare i suoi in­ter­lo­cu­tori so­ste­nendo le sue più che le­git­time po­si­zioni an­ti­man­zo­niane; spinto dall’idea di ri­vol­tare un po­chino il gi­let per ra­gioni di op­por­tu­nità tutte sue, si era spinto più in là di quanto non avrebbe mai pen­sato di do­ver fare; a cosa pas­sata, ri­pen­san­doci, si era pen­tito e aveva scelto di gio­care una par­tita non pro­prio lim­pida.

Non è un giu­di­zio lu­sin­ghiero sul poeta ma par­liamo a ra­gion ve­duta e ora cer­chiamo di ren­dere par­te­cipe il let­tore di quello che ri­te­niamo sia il cor­retto modo di ve­dere l’intera vi­cenda.

Sia ben chiaro!
Per quanto ci ri­guarda, Car­ducci po­teva cam­biare idea su Man­zoni an­che tutti i giorni: fatti suoi di poeta e di po­li­tico.
.
A noi come sto­rici in­te­ressa sem­pli­ce­mente sia chiaro che ciò che viene spac­ciato da 129 anni come il “Di­scorso di Lecco” di Car­ducci non ha nulla a che ve­dere con ciò che Car­ducci real­mente disse la sera dell’11 ot­to­bre 1891 ai brin­disi se­rali all’Albergo Croce di Malta.

6.9 / Sconfessarsi, sconfessarsi, sconfessarsi: e chi se ne impippa!

Il let­tore che ab­bia an­che solo scorso le due ver­sioni di quanto disse Car­ducci al brin­disi di do­me­nica 11 ot­to­bre 1891, si è reso conto che esse ri­por­tano pa­role di­verse ma espri­mono so­prat­tutto idee e con­cetti non solo di­versi ma op­po­sti.

Per­ché ciò possa ri­sul­tare più fa­cil­mente com­pren­si­bile a tutti, dei due te­sti pro­po­niamo al let­tore una scelta dei pe­riodi che hanno un più di­retto ri­fe­ri­mento alle que­stioni po­li­ti­che, il vero ele­mento di con­tra­sto tra Car­ducci e l’ambiente man­zo­niano che, sotto la guida dell’Abate Stop­pani, aveva rea­liz­zato il Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

Nella ver­sione ri­por­tata dal Cor­Sera mer­co­ledì 14 ne ab­biamo in­di­vi­duato dieci che ci pa­iono si­gni­fi­ca­tivi.

Im­me­dia­ta­mente sotto mo­striamo come Car­ducci nella sua ri­scrit­tura dello stesso mer­co­ledì ab­bia eli­mi­nato gli ap­prez­za­menti sul Man­zoni po­li­tico che egli aveva svolto nel corso del brin­disi di do­me­nica 11 sera cam­biando o sop­pri­mendo le frasi che aveva ef­fet­ti­va­mente pro­nun­ciato: una vera e pro­pria mar­cia in­die­tro, co­lo­rata an­che da una buona dose di poco sim­pa­tica ma­li­zia.

7. Il reale e la sua riscrittura.

7.1 / Delle due versioni di quanto detto da Carducci al brindisi, ce n’è una decisamente fasulla: quella di Carducci.

Come già vi­sto, delle pa­role dette da Car­ducci du­rante il brin­disi di do­me­nica 11 ot­to­bre ab­biamo 2 ver­sioni, la se­conda delle quali (quella “ri­cor­data” da Car­ducci) in molti punti non solo di­scor­dante ma ad­di­rit­tura in­con­ci­lia­bile con la prima.

Que­sta se­conda ver­sione, venne scritta a mano da Car­ducci mer­co­ledì 14, ov­via­mente dopo avere letto sia le cro­na­che (uscite lu­nedì 12) sia la ver­sione del Cor­riere della Sera, uscita lo stesso mer­co­ledì 14.

Pur con tutto il ri­spetto per le ar­go­men­ta­zioni della di­fesa, si può ra­gio­ne­vol­mente pen­sare che quest’ultima ver­sione stesa da Car­ducci sia da con­si­de­rare la meno “au­ten­tica” ri­spetto a quanto egli ef­fet­ti­va­mente disse.

Il poeta/professore ebbe in­fatti ol­tre 48 ore per “ri­cor­dare” ciò che egli stesso aveva detto, po­tendo però con­tare su vari te­sti stesi da al­tri per “ri­cor­dare” me­glio.

Come si sa, una buona parte dell’attività giu­di­zia­ria verte sul cer­care di sta­bi­lire “ciò che real­mente ac­cadde in un dato mo­mento per una data que­stione”, at­tra­verso un con­trad­dit­to­rio in cui ogni at­tore del fatto espone ciò che ri­corda, o che gli fa co­modo di ri­cor­dare.

A pro­po­sito del “brin­disi-di­scorso” di Lecco siamo di fronte a una ti­pica si­tua­zione giu­di­zia­ria con ver­sioni di­verse — e an­che con­tra­stanti — di ciò che real­mente av­venne: ma il let­tore-giu­dice in que­sto caso può fa­cil­mente ca­pire dove sta la ve­rità.

7.2 / Il “ricordo” creativo di Carducci: “taglia, copia, incolla” — ma soprattutto “taglia e capovolgi”.

Prima di en­trare nell’analisi, può es­sere utile dire un qual­che cosa sul come Car­ducci “ri­cordò con au­ten­ti­cità e pre­ci­sione” come ri­sulta da un ben de­fi­nito do­cu­mento.

Nell’unica pa­gina del ma­no­scritto di Car­ducci vi­si­bile nella ve­tri­netta della Sala 9 del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco è ben chiaro che nello sten­dere la pro­pria ver­sione di quanto detto al brin­disi, il Vate fece forse ri­corso al pro­prio “ri­cordo” ma si­cu­ra­mente si tenne da­vanti agli oc­chi il Cor­riere della Sera.

Nel te­sto del Cor­Sera di mer­co­ledì 14 il ri­fe­ri­mento di Car­ducci a Con­fa­lo­nieri viene così ri­por­tato (evi­den­zia­zione no­stra):

«Onore per­tanto all’illustre ar­ti­sta Con­fa­lo­nieri, che con ve­rità e mae­stria ha scol­pito la ima­gine del gran Lom­bardo»

là dove balza all’occhio di chiun­que ab­bia mai vi­sto il Mo­nu­mento a Man­zoni che il ter­mine “scol­pito” è del tutto im­pro­prio: la sta­tua è in bronzo e il bronzo non si “scol­pi­sce”.

Data la evi­denza di que­sta in­con­gruenza in un te­sto scritto (nel par­lare può an­che scap­pare) c’è da pen­sare che il re­dat­tore del Cor­Sera, nel ri­por­tare le pa­role di Car­ducci, la ab­bia vo­lu­ta­mente la­sciata, forse con un piz­zico di ma­li­zia.

Sta di fatto che nel primo fo­glio del ma­no­scritto di Car­ducci, trac­ciato sulla base del “ri­cordo esatto” di quanto da lui detto, a pro­po­sito della “ima­gine del poeta” si legge per­fet­ta­mente il ter­mine “scol­pita”; da Car­ducci poi can­cel­lato e so­sti­tuito con il ter­mine “ef­fi­giata”, come verrà poi stam­pato dal Car­lino.

È evi­dente che Car­ducci, era così si­curo del suo “ri­cordo esatto” che nello sten­derlo si te­neva sotto mano il te­sto del Cor­sera co­pian­done an­che un pac­chiano er­rore.

Siamo certi che con­sul­tando tutto il ma­no­scritto di Car­ducci si tro­ve­reb­bero al­tri in­dizi di que­sto tipo (lo fa­remo quanto prima).

Sta di fatto che nel primo fo­glio del ma­no­scritto di Car­ducci, trac­ciato sulla base del “ri­cordo esatto” di quanto da lui detto, a pro­po­sito della “ima­gine del poeta” si legge per­fet­ta­mente il ter­mine “scol­pita”; da Car­ducci poi can­cel­lato e so­sti­tuito con il ter­mine “ef­fi­giata”, come verrà poi stam­pato dal Car­lino.

È evi­dente che Car­ducci, era così si­curo del suo “ri­cordo esatto” che nello sten­derlo si te­neva sotto mano il te­sto del Cor­sera co­pian­done an­che un pac­chiano er­rore.

Siamo certi che con­sul­tando tutto il ma­no­scritto di Car­ducci si tro­ve­reb­bero al­tri in­dizi di que­sto tipo (lo fa­remo quanto prima).

7.3 / Il ricordo “sintetico / metamorfico” di Carducci.

Cor­Sera, 13 ot­to­bre [125 pa­role]:

«Ed è que­sta per me una fe­lice oc­ca­sione di di­strug­gere una spe­cie di leg­genda for­ma­tasi sul mio nome in re­la­zione al gran lom­bardo.
Mi si è cre­duto e mi si crede an­cora da molti un av­ver­sa­rio del Man­zoni. Niente di più falso. Av­ver­sa­rio del Man­zoni, io, che ebbi a pa­dre un suo en­tu­sia­sta, io che, gio­vi­notto, edu­cai pri­ma­mente la me­mo­ria e l’ingegno nelle poe­sie man­zo­niane, io, che ap­presi ad amare quasi fan­ciullo la pa­tria e il bene nei cori del Car­ma­gnola e dell’Adelchi, io, che nella mia ado­le­scenza ho ri­letto cin­que volte e con pia­cere sem­pre cre­scente i Pro­messi Sposi, io che ho scritto pa­gine di schietta am­mi­ra­zione per Io scrit­tore per­fetto, per l’uomo di vita in­te­me­rata, di ca­rat­tere in­te­gro, di pa­triot­ti­smo non mai smen­tito?»

Carducci/Carlino, 15 ot­to­bre
[41 pa­role, os­sia il 33% del te­sto Cor­Sera]:

«Corre una leg­genda di av­ver­sione mia al Man­zoni. Av­ver­sa­rio al Man­zoni io che prima d’ogni al­tra poe­sia seppi a mente il coro del Car­ma­gnola, e ho an­cora a mente tutti gli inni sa­cri e le al­tre li­ri­che, che a quin­dici anni avevo letto già, cin­que volte, i Pro­messi Sposi.»

In­vi­tiamo il let­tore a se­guirci nella ana­lisi di que­sti due brani.

A parte la no­te­vole dif­fe­renza quan­ti­ta­tiva ciò che il let­tore può co­gliere a una let­tura an­che ra­pida è che il te­sto pro­po­sto da Carducci/Carlino è strut­tu­rato su con­te­nuti dia­me­tral­mente op­po­sti ri­spetto a quelli pro­po­sti dal Cor­Sera.

Pro­ce­diamo per seg­menti te­stuali.

Prima metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14 (42 pa­role):

«Ed è que­sta per me una fe­lice oc­ca­sione di di­strug­gere una spe­cie di leg­genda for­ma­tasi sul mio nome in re­la­zione al gran lom­bardo.
Mi si è cre­duto e mi si crede an­cora da molti un av­ver­sa­rio del Man­zoni. Niente di più falso.»

Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 (8 pa­role):

«Corre una leg­genda di av­ver­sione mia al Man­zoni

Ov­via­mente il re­dat­tore del Cor­Sera non avrebbe mai po­tuto in­ven­tarsi quella frase di 42 pa­role ri­spetto a quella di 8 che Car­ducci so­stiene di avere pro­nun­ciato: è stato Car­ducci a ta­gliare quanto non gli gar­bava.

E cosa non gar­bava al poeta/professore di quell’incipit che egli stesso aveva pro­nun­ciato la do­me­nica 11 sera e che ve­niva ri­por­tato con pre­ci­sione dal Cor­Sera?
Tre giorni dopo, mer­co­ledì 14, non gli gar­bava per nulla il tono as­ser­tivo con cui la do­me­nica aveva espresso la ferma vo­lontà di chia­rire che egli non era as­so­lu­ta­mente con­tro Man­zoni e non lo era stato nep­pure in pas­sato.

Car­ducci era stato molto pre­ciso: «è per me una fe­lice oc­ca­sione di di­strug­gere una leg­genda».
Una frase in­dub­bia­mente forte cui lo aveva spinto il clima ge­ne­rale di quella gior­nata e, alla sera, gli umori dei suoi com­men­sali che, da uomo sen­si­bile qual era, certo per­ce­piva per­fet­ta­mente.

Una volta uscito da quell’atmosfera, se­du­tosi per “ri­cor­dare” e met­tere nero su bianco, quell’incipit Car­ducci de­cise però di mu­tarlo ra­di­cal­mente: non è più lui, il poeta e pen­sa­tore Car­ducci, a vo­lere af­fer­mare con forza la pro­pria estra­neità alla “leg­genda” di una sua osti­lità a Man­zoni.
Ora egli prende sem­pli­ce­mente atto che “corre una leg­genda”: tutto si sper­so­na­lizza e si stem­pera. Non è sol­tanto un scen­dere da 42 a 8 pa­role: è una in­ver­sione to­tale di rotta.

Nel pro­sie­guo dell’analisi ve­dremo però che con que­sta prima frase Car­ducci ha solo vo­luto av­ver­tirci del suo mu­ta­mento e che “ri­cor­derà” ben al­tro da quanto stam­pato dal Cor­riere della Sera.

Seconda metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14 (41 pa­role), evi­den­zia­zioni no­stre:

«Av­ver­sa­rio del Man­zoni, io, che ebbi a pa­dre un suo en­tu­sia­sta, io che, gio­vi­notto, edu­cai pri­ma­mente la me­mo­ria e l’ingegno nelle poe­sie man­zo­niane, io, che ap­presi ad amare quasi fan­ciullo la pa­tria e il bene nei cori del Car­ma­gnola e dell’Adelchi,»

Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 (16 pa­role):

«Av­ver­sa­rio al Man­zoni io che prima d’ogni al­tra poe­sia seppi a mente il coro del Car­ma­gnola [?]».

An­che per que­sto brano Car­ducci ri­spar­mia pa­role ma so­prat­tutto can­cella un con­cetto chiave: il fatto che da gio­vane “l’amore per la pa­tria e il bene” gli ven­nero su­sci­tati dalla let­tura dei cori del Car­ma­gnola e dell’Adelchi di Man­zoni.

Si li­mita a ri­cor­dare che il coro del Car­ma­gnola fu “la prima poe­sia che seppe a me­mo­ria”.
C’è una bella dif­fe­renza ov­via­mente: si può im­pa­rare una poe­sia a me­mo­ria con l’intenzione di con­tro­bat­terla o svi­lirne i con­te­nuti.

Nel suo “ri­cordo au­ten­tico ed esatto” Car­ducci eli­mina quindi il de­bito verso Man­zoni per la pro­pria for­ma­zione gio­va­nile pa­triot­tica ed etica, che a voce aveva in­vece ma­ni­fe­stato brin­dando allo scrit­tore.

Al­tro che ri­vol­ta­tura di gi­let: in que­sta se­conda me­ta­mor­fosi ab­biamo di Car­ducci l’abiura in piena re­gola non solo di Man­zoni ma an­che di se stesso.

Da no­tare inol­tre la eli­mi­na­zione dell’Adelchi.
La tra­ge­dia venne in­fatti edita nel 1822, quando, se­condo Car­ducci, Man­zoni era or­mai perso per la causa na­zio­nale.
Come si vede, in Car­ducci il “ri­cordo” era molto più se­let­tivo della sua lin­gua, ben sciolta dall’ottimo rosso la­riano.

Terza metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«io, che nella mia ado­le­scenza ho ri­letto cin­que volte e con pia­cere sem­pre cre­scente i Pro­messi Sposi, io che ho scritto pa­gine di schietta am­mi­ra­zione per Io scrit­tore per­fetto, per l’uomo di vita in­te­me­rata, di ca­rat­tere in­te­gro, di pa­triot­ti­smo non mai smen­tito?»

Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15:

«e ho an­cora a mente tutti gli inni sa­cri e le al­tre li­ri­che, che a quin­dici anni avevo letto già, cin­que volte, i Pro­messi Sposi.»

Nel suo “ri­cordo esatto” Car­ducci cassa com­ple­ta­mente la frase:
«io che ho scritto pa­gine di schietta am­mi­ra­zione per Io scrit­tore per­fetto, per l’uomo di vita in­te­me­rata, di ca­rat­tere in­te­gro, di pa­triot­ti­smo non mai smen­tito?»

Nel “ri­cor­dare”, Car­ducci de­cide quindi di eli­mi­nare gli ap­prez­za­menti per il Man­zoni uomo e po­li­tico cui si era la­sciato an­dare di fronte ai man­zo­niani di Lecco, che evi­den­te­mente lo guar­da­vano sor­ri­dendo ma con il col­tello tra i denti.

Già solo da que­sto pri­mis­simo ini­zio del ri­cordo del suo brin­disi, ap­pare chiaro a chiun­que come, de­fi­nen­dolo “esatto”, Car­ducci si bur­lasse aper­ta­mente del let­tore.
E come Pa­do­vani, ospi­tan­dolo su “Il Re­sto del Car­lino” si fa­cesse am­pli­fi­ca­tore di una evi­dente gher­mi­nella.

Al­tro che “Di­scorso di Lecco”.
Ciò che Car­ducci spac­ciò per “ri­cordo au­ten­tico ed esatto” era solo un tar­tu­fe­sco ri­pen­sa­mento, ma­tu­rato e for­ma­liz­zato una volta fuori dal tiro dei suoi ospiti lec­chesi.

Se però qual­cuno pen­sasse che Car­ducci mer­co­ledì 14, con carta penna e ca­la­maio, si era li­mi­tato a mo­di­fi­care solo le prime bat­tute del suo brin­disi, al­lora pos­siamo pas­sare alle al­tre por­tate.

Quarta metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«Fu al­lora [in quel tri­sto de­cen­nio] che io, nel mio ar­dor gio­va­nile, ebbi il torto di con­fon­dere il li­be­ra­le­simo se­reno e forte del Man­zoni col quie­ti­smo apa­tico»;

in Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 viene cas­sata la frase:

«ebbi il torto di con­fon­dere il li­be­ra­le­simo se­reno e forte del Man­zoni col quie­ti­smo apa­tico»

Con que­sta au­to­cen­sura, nel suo “ri­cordo esatto”, Car­ducci ri­tenne pro­ba­bil­mente di po­tere pren­dere due pic­cioni con una fava: da un lato scan­sare l’ammissione di avere avuto torto; dall’altro non of­frire nep­pure il più pic­colo ap­pi­glio per­ché al­tri po­tes­sero pen­sare che Man­zoni fosse di un “li­be­ra­li­smo se­reno e forte”.

Certo che sul piano eri­stico l’ammettere un er­rore è la cosa peg­giore: si­gni­fica sug­ge­rire che se ho sba­gliato una volta posso sba­gliare an­cora.
Ma si sup­pone che la par­te­ci­pa­zione alla inau­gu­ra­zione del Mo­nu­mento a un uomo come Man­zoni (che lo stesso Car­ducci, in en­trambe le ver­sioni, de­fi­ni­sce per­so­ni­fi­ca­zione della “ve­rità”) non debba es­sere con­si­de­rata oc­ca­sione per l’alterazione si­ste­ma­tica di quella stessa ve­rità.

Car­ducci evi­den­te­mente non la pen­sava così — ciò che gli im­por­tava era por­tare a casa un qual­che ri­sul­tato: per il re­sto — chi­se­neim­pippa!

L’errore dei suoi in­ter­lo­cu­tori di al­lora fu di non avere com­preso l’uomo e il suo in­sop­pri­mi­bile bi­so­gno di emer­gere, co­sti quel che co­sti.

Quinta metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«la sua [di Man­zoni] re­li­gio­sità ope­rosa, de­mo­cra­tica, ra­zio­nale, evan­ge­lica, in cui splen­dono i tre grandi prin­ci­pii della ri­vo­lu­zione, li­bertà, egua­glianza, fra­tel­lanza»

Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 di­venta più sbri­ga­ti­va­mente:

«l’opera re­li­giosa del Man­zoni»,

nel senso delle com­po­si­zioni poe­ti­che de­no­mi­nate “Inni Sa­cri”; dei quali Car­ducci dà que­sto giu­di­zio: «credo che pur ne­gli inni sa­cri, così schivi della dog­ma­tica e della for­ma­lità cat­to­lica, ri­splen­dano quasi i prin­ci­pii stessi della ri­vo­lu­zione».

Nel “ri­cordo fre­sco fre­sco” di Car­ducci non è più quindi Man­zoni a ca­rat­te­riz­zarsi per “re­li­gio­sità ope­rosa, de­mo­cra­tica, ra­zio­nale, evan­ge­lica”.
Sem­mai, si pos­sono co­gliere “quasi” i prin­cipi della ri­vo­lu­zione nei suoi “Inni”, l’ultimo dei quali venne pub­bli­cato nel 1817.

Im­pli­ci­ta­mente, dopo quella data, se­condo Car­ducci, nell’opera di Man­zoni non sono quindi ri­le­va­bili ele­menti che pos­sano ri­chia­mare i “prin­cipi della ri­vo­lu­zione”.
Car­ducci con­ferma così il suo giu­di­zio sva­lu­ta­tivo sul ro­manzo “I Pro­messi Sposi”, da lui vi­sto come ri­nun­cia quie­ti­stica e prov­vi­den­zia­li­stica alla lotta.

Da no­tare che nel 1888 (Opere, IV, pagg. 46-47) Car­ducci ri­cor­dava: «Ra­gazzo, in cam­pa­gna, avevo letto sette volte i Pro­messi Sposi per la gran va­ghezza di quel rac­conto, ma sal­tando più d’una volta le gride e la pe­ste».

A Car­ducci del ro­manzo pia­ceva solo la “gran va­ghezza del rac­conto”? e per il re­sto: che noia?
Non male per un uomo con­si­de­rato uno dei più fini cri­tici let­te­rari del no­stro paese!

Del re­sto è un po’ quello che suc­cede oggi a Lecco: del Man­zoni si vuole te­nere solo il ro­manzo; del ro­manzo solo la “gran va­ghezza del rac­conto”; di que­sta, solo la sto­riella dei fi­dan­zati con­tra­stati che si ri­tro­vano e si spo­sano … nel Sa­lone delle Gri­sa­glie del Mu­seo Man­zo­niano!

Come lie­ta­mente ha fatto l’Assessore alla Cul­tura di Lecco, che ha così vo­luto te­stare la cosa di per­sona per con­trol­lare che tutto fun­zio­nasse a do­vere (ma le ve­tri­nette della Sala 9 si è di­men­ti­cata di guar­darle).
A quando i rin­fre­schi nel giar­dino di Villa Man­zoni? Sap­piamo che lo scien­ti­fico esperto di vini è già lì, pronto con l’interattivo ca­va­bu­sción!

D’altra parte, ci pare che MAI Car­ducci ab­bia detto pa­rola sulla “Sto­ria della Co­lonna In­fame”, es­sen­dosi li­mi­tato alla Ven­ti­set­tana della bi­blio­teca pa­terna.

È ve­ra­mente cu­rioso: la “Co­lonna in­fame” era un mi­ci­diale atto di ac­cusa di Man­zoni an­che con­tro la giu­sti­zia au­striaca che nel 1821-22 aveva eser­ci­tato le peg­giori tec­ni­che in­qui­si­to­rie con­tro i Car­bo­nari, tutti amici stretti di Man­zoni — per que­sto egli non aveva po­tuto in­se­rirla nella Ven­ti­set­tana.

Vin­cendo la noia e ri­flet­tendo an­che su que­sta parte con­clu­siva del “vago rac­conto” Car­ducci avrebbe forse po­tuto im­pa­rare qual­che co­sina sulla sto­ria del no­stro Ri­sor­gi­mento (che era an­che il suo, ci sem­bra)!

Sesta metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«[quando il cat­to­li­ci­smo cu­riale fece finta di ap­prez­zare Man­zoni] al­lora mi usci­rono dalla penna al­cune co­sette gio­va­nili che po­te­rono farmi cre­dere un an­ti­man­zo­niano. Fu un er­rore che con gran cuore ri­co­no­sco.»

in Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15: viene eli­mi­nata tutta la frase:

«al­lora mi usci­rono dalla penna al­cune co­sette gio­va­nili che po­te­rono farmi cre­dere un an­ti­man­zo­niano. Fu un er­rore che con gran cuore ri­co­no­sco.»

An­che qui il de­mone eri­stico di Car­ducci si è in­se­rito nell’ “esatto ri­cordo”: mai am­met­tere l’errore!

Sull’avere egli con­dan­nato un da lui sup­po­sto le­game or­ga­nico tra il cle­ri­ca­li­smo rea­zio­na­rio e Man­zoni (sem­pli­ce­mente, una so­lenne cre­ti­nata) Car­ducci pre­ferì si pen­sasse che dalla sua penna non era uscito un bel nulla.

Car­ducci volle così can­cel­lare il dato sto­rico ir­re­fu­ta­bile che egli scrisse lungo tutta la vita te­sti cri­tici sull’opera di Man­zoni (il che an­dava be­none, ci man­che­rebbe al­tro) ma an­che ac­cu­sa­tori senza fon­da­mento e stu­pi­da­mente of­fen­sivi con­tro Man­zoni uomo e po­li­tico.

Non solo. Car­ducci volle can­cel­larne an­che l’ammissione fatta da Pa­do­vani nell’articolo uscito sul Car­lino del 13 ot­to­bre — ri­cor­date: quello in cui Pa­do­vani dà al gio­vane Car­ducci dello psi­chi­ca­mente la­bile, af­fetto da com­plesso di ca­stra­zione a causa del pa­dre (tra l’altro un uomo d’oro e per nulla se­vero: a fronte delle ma­ra­chelle del gio­vane Gio­suè, an­zi­ché usare lo staf­file — pur­troppo si usava — per pu­ni­zione gli dava un paio di giorni di stanza “con­dan­nan­dolo” a leg­gere; ca­pi­rai che dramma!).

Le “co­sette gio­va­nili” sono in par­ti­co­lare la com­po­si­zione “Al Beato Gio­vanni della Pace” nella quale Car­ducci sca­rica su Man­zoni, Ro­smini e il loro am­biente di ri­fe­ri­mento l’accusa di com­pli­cità con la rea­zione ita­liana ed eu­ro­pea nel post-1848.

La com­po­si­zione, era stata pub­bli­cata dal ven­tenne Car­ducci nel 1855 (ma solo in parte); venne in­vece pub­bli­cata in­te­gral­mente a opera del suo amico del cuore Giu­seppe Chia­rini nel 1886, es­sendo Car­ducci 51enne, pre­su­mi­bil­mente quindi in grado di in­ten­dere e vo­lere.

Nel pub­bli­carla, Chia­rini scrisse trat­tarsi di una com­po­si­zione per i tempi as­so­lu­ta­mente ri­vo­lu­zio­na­ria; in realtà era solo una me­dio­cre e go­liar­dica fi­la­strocca con­tro Man­zoni e com­pa­gni da parte di un gio­va­notto igno­rante la realtà della vita po­li­tica ita­liana svol­gen­tesi al di là della sua quo­ti­dia­nità di stu­dente to­scano, tutto som­mato se­rena ri­spetto al clima te­tro e dram­ma­tico della Lom­bar­dia de­gli anni ’50.

Ri­cor­diamo che nel 1853, a se­guito della fal­lita in­sur­re­zione maz­zi­niana del feb­braio, dieci pro­fes­sori del Se­mi­na­rio di Mi­lano (tra que­sti an­che l’Abate Stop­pani) erano stati espulsi dall’insegnamento, ac­cu­sati di co­spi­ra­zione pa­triot­tica an­ti­au­striaca. In realtà, i sa­cer­doti espulsi co­spi­ra­vano alla grande — la po­li­zia au­striaca la sa­peva più lunga del gio­vane Car­ducci ma non riu­sciva a tro­varne chiare prove.

Sta di fatto che men­tre Car­ducci si pre­pa­rava alla lunga e fe­lice car­riera di do­cente, gli amici di Man­zoni ve­ni­vano espulsi dalle scuole e, sotto lo sguardo con­cu­pi­scente della po­li­zia, do­ve­vano ar­ra­bat­tarsi per cam­pare alla meno peg­gio (l’Abate aveva una fa­mi­glia fa­col­tosa alle spalle ma molti dei suoi com­pa­gni fe­cero per anni la fame).

Tanto per avere le idee chiare: l’Abate Stop­pani, su cui Car­ducci tac­que ver­go­gno­sa­mente l’11 ot­to­bre 1891, era par­ti­co­lar­mente pun­tato dalla po­li­zia che sulla sua scheda se­gna­le­tica se­gnava es­sere “molto lo­quace” — fa­ceva cioè pro­pa­ganda pa­triot­tica at­tiva.
A evi­tare ten­ta­zioni po­li­zie­sche, nell’autunno 1853 Stop­pani era stato pre­le­vato dai Porro (lon­tani pa­renti) e, per quasi due anni, te­nuto al si­curo nel loro pa­lazzo di Como come “isti­tu­tore”, in at­tesa si cal­mas­sero le ac­que.

Settima metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«[quando lo stra­niero s’adombrò della virtù rin­no­va­trice dell’opera man­zo­niana an­che nel senso ita­liano] e Man­zoni e man­zo­niani buoni con­cor­sero ef­fi­ca­ce­mente co’ fatti al ri­sor­gi­mento, l’equivoco non era più pos­si­bile e re­stri­zioni sulla gran­dezza an­che ci­vile del Man­zoni non era più le­cito farne

in Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 tutta la frase

e Man­zoni e man­zo­niani buoni con­cor­sero ef­fi­ca­ce­mente co’ fatti al ri­sor­gi­mento, l’equivoco non era più pos­si­bile e re­stri­zioni sulla gran­dezza an­che ci­vile del Man­zoni non era più le­cito farne.

viene eli­mi­nata pre­fe­rendo Car­ducci ri­man­giarsi il suo ri­co­no­sci­mento che Man­zoni e i “man­zo­niani buoni” con­cor­sero “ef­fi­ca­ce­mente” e “con i fatti” al Ri­sor­gi­mento ita­liano.

A di­stanza di tre giorni dal brin­disi, Car­ducci ri­tenne quindi che era le­cito fare “re­stri­zioni sulla gran­dezza ci­vile di Man­zoni”.

Qui Car­ducci vola ve­ra­mente basso: come po­teva il poeta/professore fin­gere di igno­rare che a Mi­lano l’orientamento del clero ro­smi­niano (che di quel mo­nu­mento di Lecco era stato uno de­gli ele­menti por­tanti) per tutto il de­cen­nio nero aveva con­tri­buito a te­nere viva la pro­spet­tiva dell’Italia li­bera e unita?

Che nel 1860 era stato un ele­mento non in­dif­fe­rente nel de­fi­nire l’asse dei rap­porti po­li­tici com­ples­sivi in fa­vore della Corte dei Sa­voia? E che pro­prio Man­zoni era stato il tra­mite tra quella Corte e quei sa­cer­doti, a lui così vi­cini?

E que­sto dopo es­sere stato per una in­tera gior­nata go­mito a go­mito con que­gli stessi uo­mini che erano stati pro­ta­go­ni­sti di quelle vi­cende! Che ver­go­gna, pro­fes­sore!

Ottava metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«la sua prosa fe’ la gran ven­detta delle si­gno­rie stra­niere e del di­spo­ti­smo po­li­tico»

in Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15, di­venta:

«nella prosa […] fece del ro­manzo la gran ven­detta sul di­spo­ti­smo stra­niero e sul sa­cer­do­zio ser­vile ed ateo»

Nel “ri­cordo” Car­ducci scelse quindi di mo­di­fi­care l’intero con­cetto; non nega la lotta di Man­zoni alle si­gno­rie stra­niere ma eli­mina il suo con­tra­sto al “di­spo­ti­smo po­li­tico”.

A pa­rere del Car­ducci post-brin­disi, Man­zoni fu quindi even­tual­mente un pa­triota-na­zio­na­li­sta ma non un de­mo­cra­tico.

Nona metamorfosi.

Cor­riere della Sera, mer­co­ledì 14:

«E non solo a lui, ma a tutta que­sta buona, que­sta grande let­te­ra­tura lom­barda de­gli ul­timi cento e più anni, io sono af­fe­zio­nato e de­voto, per­chè essa ha avuto parte co­spi­cua nel rin­no­va­mento mo­rale e po­li­tico del paese

in Car­ducci / Re­sto del Car­lino, gio­vedì 15 di­venta:

«E ap­plaudo a quella grande arte lom­barda, che in tre tappe […] rin­novò la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile di no­stra gente»

L’arte lom­barda ha cioè rin­no­vato la co­scienza let­te­ra­ria e ci­vile de­gli in­di­vi­dui ma NON ha «avuto parte co­spi­cua nel rin­no­va­mento mo­rale e po­li­tico del paese».

Co­mun­que sia — tanto per par­lare fuori dai denti — nel giro di tre giorni a quel Man­zoni e alla “grande let­te­ra­tura lom­barda”, Car­ducci smise di es­sere af­fe­zio­nato e de­voto — e volle che in pro­po­sito non ci fos­sero dubbi.

7.4 / Il risultato comunque portato a casa da Carducci.

Come si vede da que­sti esempi, Car­ducci, scri­vendo in base al suo “ri­cordo esatto” il 14 ot­to­bre de­cise di stra­vol­gere la va­lu­ta­zione che su Man­zoni po­li­tico e sul suo am­biente di ri­fe­ri­mento aveva espresso la sera dell’11 ot­to­bre 1891.

Di fronte a chi lo aveva ac­colto alla pro­pria ta­vola all’Albergo Croce di Malta (ne­gli anni pas­sati quasi tutti ele­menti di punta dell’ambiente po­li­tico di Man­zoni — e di Stop­pani) Car­ducci aveva avuto pa­role di lode e di en­tu­sia­smo.
Uscito da sotto i loro sguardi si ri­man­giò tutto.

Tra la va­sta gamma di epi­teti che me­rita que­sto vol­ta­fac­cia di Car­ducci il let­tore sa­prà sce­gliere quello più adatto alla sua sen­si­bi­lità.

Dopo il ri-ri­pen­sa­mento car­duc­ciano di mer­co­ledì 14, stam­pato dal Car­lino di Bo­lo­gna gio­vedì 15, il Cor­Sera la­sciò ca­dere la cosa; i di­versi gior­nali che ave­vano ri­preso il te­sto del quo­ti­diano mi­la­nese igno­ra­rono a loro volta il “ri­cordo esatto” pro­dotto dal duo Carducci/Padovani, con­fer­mando così la loro po­si­zione cri­tica nei con­fronti di Car­ducci.

Solo il mi­la­nese “La Per­se­ve­ranza”, da anni molto pun­tua­liz­zante verso il poeta-pro­fes­sore, ri­prese in­te­gral­mente l’articolo de “Il Car­lino” av­ver­tendo però il let­tore trat­tarsi di tutt’altra cosa ri­spetto a quanto detto da Car­ducci al brin­disi di Lecco.

Il set­ti­ma­nale sa­ti­rico “Bo­no­nia ri­det”, nel nu­mero di sa­bato 17 ot­to­bre ol­tre alla già vi­sta vi­gnetta della “ri­vol­ta­tura del gi­let” de­dicò alla vi­cenda la co­lon­nina che qui ri­por­tiamo: si ac­cenna — ma senza cal­care troppo la mano – alla “dop­pia” “ri­vol­ta­tura di gi­let” da parte di Car­ducci.

Bo­no­nia ri­det — 16 ot­to­bre 1891.

L’uomo che si ricrede.

«Eno­trio Ro­mano — per quanto in frack e gi­bus non fac­cia la più bella delle fi­gure — è e re­sterà sem­pre un gran poeta.

Però…. v’ha un però: Egli crede, e poi si ri­crede con troppa fa­ci­lità.

Per­chè il si­stema è pe­ri­co­loso, ed una volta am­messo, non si sa a quali ri­sul­tati possa con­durre.

Ecco: Un tempo Eno­trio cre­deva e giu­rava per la Re­pub­blica; ora in­vece si ri­crede e… sper­giura per la Mo­nar­chia. Que­sto per la po­li­tica.

Un tempo ri­ve­deva le buc­cie con molto ac­ca­ni­mento a quel po­vero vec­chio di Ales­san­dro Man­zoni; ora si ri­crede, e si batte il petto per aver po­tuto con­fon­dere l’odio con­tro i tri­sti uc­celli con l’avversione per Man­zoni uc­cello de­gno di ve­ne­ra­zione ed am­mi­ra­zione.

Que­sto per la let­te­ra­tura.

Ed in ma­te­ria di re­li­gione ?

Nes­suno ci vieta di sup­porre che fra qual­che anno — la na­tura glie ne ri­servi molti! — il can­tore di Sa­tana vo­glia far so­lenne am­menda dell’ode sa­cri­lega, con un inno al Pa­dre Eterno.

Non sa­rebbe che il na­tu­rale e lo­gico pro­ce­di­mento per una via già in­tra­presa con suc­cesso.

In tal caso però non l’errante si ri­cre­de­rebbe, ma l’ex mi­scre­dente si fa­rebbe ad­di­rit­tura cre­dente.»

[…]

«Tutto que­sto sarà pos­si­bile se il no­stro grande Eno­trio non ces­serà di ri­cre­dersi ad ogni vol­ger di luna.

A meno che, pro­ce­dendo, non venga il giorno — e lo au­gu­riamo ai suoi di­sce­poli che già co­min­ciano a per­dere la bus­sola — in cui per tor­nar fi­nal­mente e sta­bil­mente a cre­dere in qual­che cosa, si ri­creda di es­sersi ri­cre­duto.»

Per Car­ducci qual­che sber­leffo quindi; ma il “Vate della Terza Ita­lia” fu con­tento lo stesso.

Con quel giro di ar­ti­coli e let­tere, gra­zie alla com­pli­cità di Pa­do­vani e del Car­lino di Bo­lo­gna, Car­ducci, te­nuto ai mar­gini della ce­ri­mo­nia di inau­gu­ra­zione del mo­nu­mento a Man­zoni, era riu­scito in­fatti a ri­ta­gliarsi — al­meno sulla carta, nel senso vero del ter­mine — uno spa­zio del tutto spro­por­zio­nato al suo ef­fet­tivo ruolo nell’evento.

Era riu­scito an­che a ri­man­giarsi (e la­sciarlo per iscritto ai po­steri) quanto si era la­sciato in­durre a dire in lode di Man­zoni — fosse il buon vino o la sua sug­ge­stio­na­bi­lità o un ba­nale cal­colo non im­porta.

8. Lo strano caso di un “brindisi” che diventa un “Discorso inaugurale”.

8.1 / Il raddoppio fraudolento inventato da Padovani (con l’assenso di Carducci).

La cosa ebbe poi un se­guito cul­tu­ral­mente frau­do­lento — usiamo il ter­mine a ra­gione ve­duta.

Nel 1901, Pa­do­vani fece uscire per i tipi di Za­ni­chelli un suo li­bro “A Ve­spro / Me­mo­rie di Uni­ver­sità e di gior­na­li­smo”, steso pro­ba­bil­mente in vi­sta della im­mi­nente edi­zione delle “Opere” di Car­ducci.

Nel suo li­bro, da pag. 211 a pag. 221, Pa­do­vani ri­prese quanto av­ve­nuto at­torno a quell’11 ot­to­bre 1891.

Forse con­tando sulla ine­vi­ta­bile scom­parsa di molti dei pre­senti all’evento — e co­mun­que men­tendo sa­pendo di men­tire — par­lando di quell’episodio scrisse (p. 211, sot­to­li­nea­tura no­stra):

«Il caso ri­sale all’ottobre del 1891, al tempo cioè dei fe­steg­gia­menti ce­le­brati a Lecco per l’erezione del mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni, quando, in­vi­tato dai fe­steg­gia­tori, egli pro­nun­ziò il di­scorso inau­gu­rale e colse vo­len­tieri e colla so­lita ca­val­le­re­sca sin­ce­rità l’occasione di chia­rire e sbu­giar­dare le vec­chie e note ac­cuse di an­ti­man­zo­ni­smo.»

Car­ducci nel 1901 era vivo e ve­geto e certo avrà letto il li­bro dell’amico e so­dale Pa­do­vani. Non ci ri­sulta però sia sob­bal­zato nel leg­gere quella pac­chiana men­zo­gna né che chie­desse a Pa­do­vani una qual­che smen­tita.

Ri­te­niamo che, al con­tra­rio, es­sendo stato egli stesso ispi­ra­tore della bu­fala dieci anni prima, si sarà nuo­va­mente sfre­gato le mani — e an­che que­sta è an­data: i po­steri avranno di che par­lare di quell’inaugurazione, ma a modo mio.

In­fatti, nelle “Opere di Gio­sue Car­ducci” edite da Som­ma­ruga nel 1902 (Con­fes­sioni e Bat­ta­glie / Se­rie se­conda), il “Di­scorso” e la “Let­tera al di­ret­tore del Car­lino” ven­gono ri­por­tati alle pa­gine 305-306 sotto il ti­tolo “Di­scorso di Lecco”.

En­trambi i do­cu­menti sono pre­sen­tati al let­tore senza al­cuna in­tro­du­zione o con­te­stua­liz­za­zione, in­du­cendo il let­tore di al­lora (e di oggi) a re­ce­pirlo come il “Di­scorso inau­gu­rale” e non come uno dei nu­me­rosi brin­disi se­rali di quell’11 ot­to­bre 1891, come in­vece fu.

8.2 / Ci sono anche le persone normalmente serie a questo mondo.

Morto Car­ducci nel 1907 (avendo por­tato a casa il No­bel per la let­te­ra­tura nel 1906, po­chi mesi prima) si aprì ov­via­mente una nuova sta­gione per la pub­bli­ca­zione delle sue opere

Nel 1912 uscì la set­tima edi­zione della “An­to­lo­gia Car­duc­ciana” cu­rata da Guido Maz­zoni e Giu­seppe Pic­ciola (Za­ni­chelli edi­tore).

I due cu­ra­tori (pe­ral­tro en­tu­sia­sti­ca­mente car­duc­ciani — ma nor­mal­mente one­sti) in­di­ca­vano già nelle prime ri­ghe del loro com­mento in­tro­dut­tivo al “Di­scorso di Lecco” il suo con­te­sto reale (sot­to­li­nea­ture no­stre), p. 329:

«L’11 ot­to­bre 1891 fu inau­gu­rato in Lecco un mo­nu­mento ad Ales­san­dro Man­zoni. Fe’ de­gna­mente il di­scorso com­me­mo­ra­tivo, al tea­tro, Gae­tano Ne­gri (mi­la­nese, 1838-1902); e nel ban­chetto di­scorse il Car­ducci, se­condo che qui leg­ge­remo.»

Una smen­tita in piena re­gola al falso Pa­do­vani / Car­ducci.

8.2 / Truffati collaborativi — alcuni consapevoli, altri solo raggirati.

In quella vera e pro­pria gher­mi­nella ideo­lo­gica di Car­ducci, tra­sfor­mata in “falso ideo­lo­gico” da Pa­do­vani nel 1901, in 129 anni ci sono ca­scati in molti: al­cuni vo­len­tieri, al­tri per ba­nale non co­no­scenza dei fatti e delle fi­gure.

Tra i truf­fati “col­la­bo­ra­tivi” pen­siamo di po­tere ci­tare i cu­ra­tori della Edi­zione Na­zio­nale delle opere di Car­ducci de­gli anni ’30 del se­colo pas­sato (Za­ni­chelli edi­tore).

Nel Vo­lume XX “Man­zoni e Leo­pardi”, edito nel 1937, quanto detto da Car­ducci nel brin­disi dell’11 ot­to­bre 1891 viene pre­sen­tato come “Il Di­scorso di Lecco”, dando an­che qui a in­ten­dere si trat­tasse del di­scorso uf­fi­ciale — ma la­scian­dosi aperte le porte per una even­tuale ri­ti­rata.

I cu­ra­tori, in­fatti, fa­ce­vano un mezzo passo avanti ri­spetto all’edizione del 1902 cu­rata da Car­ducci stesso (la ab­biamo vi­sta so­pra): ol­tre al te­sto di Car­ducci, i cu­ra­tori in­se­ri­vano in­fatti an­che il te­sto stam­pato dal Cor­riere della Sera il 13 ot­to­bre.

In nota ci­ta­vano inol­tre la “An­to­lo­gia Car­duc­ciana” cu­rata da Maz­zoni e Pic­ciola di cui ab­biamo già detto po­che ri­ghe so­pra.

Di­ce­vamo “mezzo passo avanti”: in en­trambi i casi in­fatti i cu­ra­tori ri­ma­ne­vano a metà strada: ci­tando il Cor­Sera non ne ri­por­ta­vano la in­tro­du­zione re­da­zio­nale (op­por­tuna per una com­pren­sione della vi­cenda); ci­tando la “An­to­lo­gia” non ne ri­por­ta­vano la chia­ris­sima e one­sta in­di­ca­zione di chi aveva svolto il vero di­scorso inau­gu­rale — os­sia il già più volte ri­chia­mato Gae­tano Ne­gri.

Va da sé che nel 1937, scom­parsi tutti i pro­ta­go­ni­sti, com­pito dei cu­ra­tori sa­rebbe stato di rap­pre­sen­tare fe­del­mente i dati di fatto per­ché il let­tore po­tesse farsi una idea cor­retta della vi­cenda — ma i cu­ra­tori dell’edizione na­zio­nale tac­quero, la­sciando che il let­tore traesse da sé le con­se­guenze er­ro­nee della loro re­ti­cenza.

Tra i truf­fati in buona fede pen­siamo in­vece di po­tere in­di­care la Fon­da­zione Pro­vin­cia di Lecco gui­data dal sem­pre fat­tivo Ma­rio Ro­mano Ne­gri.

Nel 2014 la Fon­da­zione spese 3 o 4.000 Euro per gli au­to­grafi di un te­sto già per­fet­ta­mente noto, stam­pato in ogni dove da 123 anni, frutto di un con­sa­pe­vole rag­giro ai danni di chi il mo­nu­mento a Man­zoni lo aveva vo­luto e rea­liz­zato e il cui unico even­tuale va­lore sto­rico po­trebbe con­si­stere — sem­mai — nel mo­strare gli “ori­gi­nali” di una con­traf­fa­zione ideo­lo­gica.

Dal canto loro i mu­seal / mu­seo­grafi di Lecco — cui spet­te­rebbe il com­pito di tu­te­lare il pa­tri­mo­nio sto­rico e non di te­ner bor­done ai ta­roc­ca­tori ideo­lo­gici di oggi e di ieri — hanno in­ghiot­tito esca, amo, canna e mu­li­nello, cer­cando di in­durre il vi­si­ta­tore del Mu­seo a fare lo stesso.

In­vi­tiamo co­mun­que il Mu­seo Man­zo­niano e Fon­da­zione Pro­vin­cia di Lecco a ren­dere di pub­blico do­mi­nio i ma­no­scritti di Car­ducci re­la­tivi a quella vi­cenda. Po­treb­bero ri­sul­tare utili agli stu­diosi che dalle cor­re­zioni ap­por­tate da Car­ducci sul suo stesso scritto po­treb­bero ri­ca­vare in­di­ca­zioni su ciò che pas­sava per la te­sta del Vate della Terza Ita­lia in quell’11 ot­to­bre 1891.

8.3 / Un gesto da vero amico: il silenzio di Chiarini.

Per chiu­dere que­sta lunga di­gres­sione sul con­traf­fatto “Di­scorso di Lecco” di Car­ducci, ci pare che il me­glio sia di ri­cor­dare come Chia­rini ri­tenne op­por­tuno con­si­de­rare la cosa.

Nel suo ricco di aned­doti e molto pre­ciso li­bro «Me­mo­rie della vita di Gio­sue Car­ducci (1835-1907) rac­colte da un amico» (Fi­renze, 1907), Giu­seppe Chia­rini, da­gli anni dell’Università fino alla morte suo in­timo e af­fet­tuoso amico, su due mo­menti della vita di Car­ducci pre­ferì non scri­vere nep­pure una pa­rola: la vi­cenda amo­rosa con la gio­vane e ram­pante An­nie Vi­vanti e il “Di­scorso di Lecco” — un si­len­zio da vero amico.

9. Riassumendo e concludendo.

9.1 / Prioritario il chiarimento sul ruolo dell’Abate Stoppani nella vicenda del Monumento a Manzoni in Lecco.

Col­piti dalla grave de­for­ma­zione che sulla sto­ria man­zo­niana della città di Lecco viene pro­po­sta al vi­si­ta­tore del Mu­seo, nello sten­dere que­sta Nota ci era­vamo pro­po­sti di dare il no­stro con­tri­buto per­ché si af­fermi una sem­pre mag­giore con­sa­pe­vo­lezza sul ruolo fon­da­men­tale (e in­no­va­tivo) giuo­cato dall’Abate Stop­pani nella lunga vi­cenda della rea­liz­za­zione del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.

Nella nar­ra­zione del Mu­seo la sua lunga e an­che cla­mo­rosa azione viene li­qui­data con un in­ciso di quat­tro pa­role nel pan­nello de­scrit­tivo della Sala 9: «Que­ste po­le­mi­che eb­bero ri­flessi lo­cali il giorno dell’inaugurazione del mo­nu­mento de­di­cato allo scrit­tore, l’11 ot­to­bre 1891, che era stato pro­mosso da un Co­mi­tato ispi­rato da An­to­nio Stop­pani e so­ste­nuto dai pro­gres­si­sti.»

Una vera e pro­pria cen­sura non solo con­tro l’Abate Stop­pani ma an­che con­tro la gran parte della cit­ta­di­nanza lec­chese che, sotto la sua guida, si im­pe­gnò per anni a fare di Lecco la “città di Man­zoni”: un ri­co­no­sci­mento da nes­suno mai con­te­stato a li­vello na­zio­nale e can­cel­lato in modo scia­gu­rato solo nel 2014 (dopo 123 anni da quel 1891) e pro­prio da una am­mi­ni­stra­zione lec­chese (la prima del Sin­daco Bri­vio), sulla base della ge­niale stra­te­gia sui­ci­da­ria del crea­tivo As­ses­sore Ta­vola che volle fare di Lecco la “città dei Pro­messi Sposi”, in una ot­tusa imi­ta­zione dello sfrut­ta­mento da parte di Ve­rona di Ro­meo e Giu­lietta.

Su que­sto primo tema ci sem­bra di avere pro­po­sto al­cuni de­gli ele­menti por­tanti, quanto meno sotto il pro­filo della cro­naca e dei fatti real­mente av­ve­nuti. Molto re­sta da dire per l’inquadramento della vi­cenda nella più ge­ne­rale lotta del ro­smi­niano Abate Stop­pani con­tro l’ala rea­zio­na­ria del Va­ti­cano di Leone XIII — ma que­sto è un tema che svi­lup­pe­remo in al­tra sede.

9.2 / La verità, purtroppo non esaltante per la figura di Carducci, sull’adulterato “Discorso di Lecco”.

Nell’analizzare il ruolo dell’Abate Stop­pani nella vi­cenda del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco ci siamo im­bat­tuti in que­gli stra­fal­cioni psico-or­ga­niz­za­tivi re­la­tivi al Car­ducci — eti­chette in li­bertà; do­cu­menti messi a caso (come la con­vo­ca­zione del Con­si­glio co­mu­nale di Bo­lo­gna del 30 mag­gio 1890 che nulla ha a che ve­dere con Man­zoni e nep­pure con Car­ducci) — che ab­biamo am­pia­mente evi­den­ziato.
In prima bat­tuta quel mi­sto di me­dio­crità e di in­cu­ria me­ne­fre­ghi­sta ci aveva solo su­sci­tato un già co­no­sciuto mi­sto di stu­pore e ver­go­gna.

Ana­liz­zando però le cose con la do­vuta at­ten­zione un paio di frasi la­sciate ca­dere sba­da­ta­mente dalla Di­re­zione scien­ti­fica nel pan­nello di pre­sen­ta­zione della Sala 9, ci siamo ac­corti che die­tro quella sciat­te­ria tutto som­mato in­no­cua (a ri­sol­verla è suf­fi­ciente un mi­nimo di at­ten­zione da parte della ca­tena di con­trollo e il su­pe­ra­mento della dop­pia ta­na­tosi di Sin­daco e As­ses­sore alla Cul­tura — ve­diamo se la nuova Am­mi­ni­stra­zione sof­frirà o meno della me­de­sima pa­to­lo­gia) si na­scon­deva un pro­blema più ri­le­vante re­la­tivo a un dato sto­rico, nella fat­ti­spe­cie re­la­tivo a quel te­sto che da 129 anni viene chia­mato “Di­scorso di Lecco” del Car­ducci ma che in realtà mai Car­ducci pro­nun­ciò in quelle forme che ven­gono tra­man­date (at­ten­zione! in certi am­biti la forma è im­me­dia­ta­mente so­stanza).

L’analisi che ne ab­biamo fatto ci sem­bra ab­bia evi­den­ziato l’essenza della cosa: Car­ducci in quell’occasione si com­portò in modo in­tel­let­tual­mente poco one­sto e ciò ci sem­bra dif­fi­cil­mente smen­ti­bile.
È una pic­cola cosa nel qua­dro delle te­ma­ti­che man­zo­niane ma è pur sem­pre un dato ac­qui­sito, im­por­tante so­prat­tutto nel sug­ge­rire di mo­di­fi­care ra­di­cal­mente le mo­da­lità con cui la vi­cenda del Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco viene pre­sen­tata.
Il nuovo Sin­daco, se vorrà, po­trà fare molto in quella di­re­zione.

Se vorrà!!!

Giorni fa ab­biamo in­fatti letto il primo “di­scorso” che il nuovo Sin­daco di Lecco, Mauro Gat­ti­noni, ha vo­luto ri­vol­gere alla cit­ta­di­nanza.

Non si pre­ten­deva certo che fa­cesse i nomi di “Stop­pani” o di “Man­zoni” (troppa gra­zia!) ma ci si aspet­tava che in que­sto primo con­tatto con la città, il neo-Sin­daco Gat­ti­noni in­se­risse nel suo te­sto — al­meno una volta — la pa­rola “cul­tura”.

E in­vece il neo-Sin­daco Gat­ti­noni quella pa­ro­lina se l’è pro­prio scor­data.

Non ci vorrà molto per ca­pire se si è trat­tato di una di­stra­zione da stress o il se­gnale per un “nuovo passo” nella di­re­zione sba­gliata.

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