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Mar­tedì 18 mag­gio 2021

La nostra Nota critica
«Lotto sguardato da Frangi — Per Lecco un capolavoro tutto da verificare»
è stata pubblicata il 16 aprile 2021.

Sul Corriere della Sera dell’11 maggio 2021 due pagine di “promo-distrazione” dalle evidenti criticità del dipinto di Lotto in mostra di Lecco.

Mar­tedì 18 mag­gio 2021

La nostra Nota critica
«Lotto sguardato da Frangi — Per Lecco un capolavoro tutto da verificare»
è stata pubblicata il 16 aprile 2021.

Dalle colonne del Corriere della Sera dell’11 maggio 2021 una risposta solo pubbli-redazionale­­ alla nostra analisi sul dipinto di Lotto e sulla mostra di Lecco.

Tenendo giudiziosamente conto della nostra analisi, con due paginoni sul CorSera, la Curia di Lecco lascia perdere scoiattolo pliniano, bare mignon e preveggenze varie!

Ma la pezza cucita con il “sermo humilis” è peggio del buco!

E il curatore artistico Valagussa non molla con l’abbaglio su Berenson, imbarazzante per le quotazioni commerciali del dipinto!

Anzi, raddoppia con una simpatica invenzione ­firmata Scorranese!

Un caldo Grazie! ai giornali del lariano (Leccoonline del 21-04-2021 e LeccoToday del 22-04-2021) per avere dato conto della nostra Nota del 16 dedicata al dipinto attribuito a Lorenzo Lotto ed esposto in questi mesi a Palazzo delle Paure di Lecco.

È un ottimo servizio reso alla collettività!

Un grazie con riserva invece al Corriere della Sera che, confermando solo a metà la validità delle nostre osservazioni critiche, svicola rispetto al tema centrale da noi sollevato: Berenson nel 1895 descrisse un ALTRO dipinto.
Martedì 11 maggio 2021, nei due paginoni (40-41) dedicati al dipinto di Lotto esposto a Lecco, è stato infatti attuato un radicale cambiamento di rotta.
Per sei mesi ogni discorso di promotori e organizzatori della mostra sul senso del dipinto di Lotto era infatti centrato sullo scoiattolo che vi è lì rappresentato e su una sua pretesa capacità predittiva, anticipatrice della tragica Passione del Bambino.
Dopo la nostra Nota, che ha dimostrato l’inconsistenza di questo approccio, gli organizzatori hanno cambiato registro: nei due paginoni del CorSera lo scoiattolo come annunciatore di morte viene infatti ricordato solo una volta e di sfuggita — di fatto, al povero incolpevole animaletto si è data silente sepoltura.
In compenso, a cercare di dare una nuova linea interpretativa, la mai esausta inventiva pubbli-redazionale ci ha donato la rotonda espressione “sermo humilis” che, apparendo di tono “alto”, può sembrare spiegare tutto mentre, in relazione al dipinto di Lotto, spiega nulla!
Ma la cosa veramente grave è un’altra.
Agitando quella bandierina terminologica, sfilata dal taschino di Auerbach, dalle colonne del CorSera gli organizzatori della mostra cercano di tacitare l’altra parte della nostra analisi, forse preoccupati per il posizionamento commerciale del dipinto.
Abbiamo infatti dimostrato in modo inoppugnabile anche l’inconsistenza della ormai centenaria vulgata secondo cui il dipinto esposto a Lecco sarebbe stato descritto da Berenson nella sua monografia del 1895.

Noi sosteniamo che in quell’opera Berenson descrisse un ALTRO dipinto — DA INDIVIDUARE — il che pone l’ovvio problema DA DOVE DIAVOLO — prima del 1929 ma certo dopo il 1895 — sia saltata fuori la tela esposta in questi mesi a Palazzo delle Paure.

Non bisogna essere grandi accademici per comprendere che ciò sostanzialmente lascia il dipinto esposto a Lecco senza carta di identità: sicuramente un bel problema anche per le sue quotazioni commerciali.
Attenzione! Ciò non significa che il dipinto esposto a Lecco sia fasullo: può essere benissimo di Lotto ma bisogna ricostruirne la storia, fino alle nostre osservazioni garantita dall’autorità di Bernard Berenson ma ora senza prove documentali.
A fronte di quanto da noi evidenziato, il curatore artistico della mostra Giovanni Valagussa (tra l’altro Conservatore presso l’Accademia Carrara di Bergamo, un ruolo di rilevante responsabilità culturale), anziché prendere atto dell’evidenza e avviare un serio percorso conoscitivo sul dipinto esposto a Lecco (suggerendo, per esempio, anche le opportune analisi strumentali per cominciare a definirgli un contorno non di sola fantasia) ha scelto tutt’altro percorso.
Con gli imbarazzanti due paginoni dell’edizione nazionale a stampa del Corriere della Sera, promotori e organizzatori della mostra (tra questi vi è anche il Comune di Lecco, Istituzione pubblica che ha ineludibili obblighi nei confronti della cittadinanza) non solo hanno ribadito la “favola Berenson” ma anche servito al mezzo milione di lettori del CorSera, alla cittadinanza di Lecco e agli effettivi o potenziali visitatori della mostra di Lecco, una vera e propria invenzione su quanto esposto in merito al Lotto del 1522 dal celebre critico statunitense-lituano.
La cosa è poco lodevole sotto ogni profilo e riteniamo quindi opportuno tornare, seppure in sintesi, su questo aspetto della nostra analisi del 16 aprile scorso.

1. Invenzioni redazionali e verità documentali.

1 / Deformanti, di fantasia o decisamente erronee le uniche tre affermazioni con una qualche attinenza con la critica d’arte esposte nei due paginoni del CorSera.

Ri­le­vando come non pro­prio me­mo­ra­bili l’intervista di Beba Mar­sano a Gio­vanni Frangi (da se­gna­lare solo un me­sto ac­cenno allo scom­parso sco­iat­tolo — Frangi aveva pun­tato tutto su quello) e quella di Or­nella Sgroi a due stu­denti-ci­ce­roni del Li­ceo di Stato Man­zoni di Lecco (si po­teva an­che se­gna­lare che la for­ma­zione loro e di al­tri 300 stu­denti è stata in­te­ra­mente cu­rata dalla Cu­ria di Lecco, cosa certo né scon­tata né ine­vi­ta­bile), nei due pa­gi­noni del Cor­Sera, l’unica frase con un qual­che col­le­ga­mento con le pro­ble­ma­ti­che da noi evi­den­ziate è nel re­da­zio­nale “Ana­to­mia della fra­gi­lità” a firma di Ro­berta Scor­ra­nese (p. 40, evi­den­zia­zione nostre):

«La Ma­donna con Bam­bino tra i Santi Gio­vanni Bat­ti­sta e Ca­te­rina d’Alessandria, da­tato 1522, è la sin­tesi per­fetta del sermo hu­mi­lis di Lo­renzo Lotto, come aveva in­tuito Ber­nard Be­ren­son, au­tore di una fon­da­men­tale mo­no­gra­fia sull’artista — nella quale, pe­ral­tro, com­pare que­sto qua­dro, già nel 1895, oggi in una col­le­zione privata.»

Quindi, se­condo Scorranese:

1. Il di­pinto espo­sto a Lecco sa­rebbe l’espressione per­fetta di un “sermo hu­mi­lis” che Lotto avrebbe espresso nel 1522.

2. Nella sua mo­no­gra­fia del 1895 Be­ren­son avrebbe evi­den­ziato que­sto “sermo hu­mi­lis”, pre­sun­ti­va­mente ela­bo­rato da Lotto.

3. Nella me­de­sima mo­no­gra­fia Be­ren­son avrebbe de­scritto cri­ti­ca­mente il di­pinto espo­sto a Lecco.

Ci rin­cre­sce di do­vere dire, col sermo il meno hu­mi­lis pos­si­bile, che le tre af­fer­ma­zioni sono tutte e tre de­sti­tuite di qual­siasi fondamento!

Co­min­ciamo dall’ultima, su cui ci siamo già am­pia­mente espressi e che è pre­li­mi­nare a qual­si­vo­glia di­scorso di approfondimento.

Il 16 aprile 2021 ab­biamo pub­bli­cato la Nota ti­to­lata «Lo­renzo Lotto sguar­dato da Gio­vanni Frangi. Per Lecco un “ca­po­la­voro” tutto da ve­ri­fi­care.» ].

Si tratta di ol­tre 95 car­telle for­mate da 38.000 pa­role (per dare una idea, i due pa­gi­noni del Cor­Sera ne ri­por­tano 2.297) ac­com­pa­gnate da ol­tre 110 do­cu­menti iconografici.

Circa la metà di que­sto ma­te­riale, tutto stret­ta­mente do­cu­men­tale, è de­di­cato a di­mo­strare che Be­ren­son, nella sua mo­no­gra­fia lot­te­sca del 1895, de­scrisse un di­pinto che certo ap­par­te­neva a un ge­nere spe­ri­men­tato da Lotto at­torno al 1520, ma che pre­sen­tava evi­denti ele­menti og­get­tivi che lo di­stin­guono da quello espo­sto a Lecco in que­sti mesi.

Qui sotto ri­por­tiamo le pa­gine della mo­no­gra­fia di Be­ren­son del 1895 cui ab­biamo fatto ri­fe­ri­mento per la no­stra ana­lisi (qui per la no­stra tra­du­zione).

Da una let­tura an­che su­per­fi­ciale di que­ste tre pa­gi­nette, e senza bi­so­gno di par­ti­co­lari com­pe­tenze cri­ti­che, qual­siasi let­tore può con­ve­nire con quanto noi ab­biamo am­pia­mente di­mo­strato: Be­ren­son de­scrisse in quella mo­no­gra­fia un ALTRO di­pinto, da iden­ti­fi­care; di certo NON quello espo­sto a Lecco.

Ci me­ra­vi­gliamo che com­men­ta­trici esperte come Scor­ra­nese, Mar­sano e Sgroi non solo non hanno mi­ni­ma­mente te­nuto conto della no­stra Nota (so­prav­vi­ve­remo an­che a que­sto) ma non si sono prese nep­pure il pic­colo di­sturbo di an­darsi a leg­gere Berenson.

Noi ab­biamo ri­por­tato cin­que prove do­cu­men­tali che qui rias­su­miamo, in­vi­tando il let­tore in­te­res­sato a con­sul­tare la Se­zione 5 della no­stra Nota del 16 aprile per una più am­pia disamina.

Nel di­pinto de­scritto da Be­ren­son ab­biamo una Ma­donna che:

1. è ap­pog­giata all’indietro (nel di­pinto espo­sto a Lecco è in­cli­nata in avanti);
.
2. guarda ciò che av­viene tra il Bam­bino e Santa Ca­te­rina (nel di­pinto espo­sto a Lecco in­vece guarda noi);
.
3. è in un con­te­sto che Be­ren­son giu­di­cava “ma­tri­mo­niale”, tanto da in­ti­to­larlo “Mar­riage of St. Ca­the­rine” (nel di­pinto espo­sto a Lecco non c’è pro­prio nulla di ma­tri­mo­niale).

La Santa Ca­te­rina dal canto suo:

4. ha un serto di per­vin­che e al­loro (a Lecco, solo di per­vin­che);
.
5. porta — at­tenti al plu­rale — gio­ielli e perle (a Lecco, solo un gio­iello for­mato da un ru­bino e una perla).

A fronte di que­sti ele­menti in­con­fu­ta­bili, con­ti­nuare a so­ste­nere (come fa Va­la­gussa col tra­mite di Ro­berta Scor­ra­nese e col ta­cito as­senso di Mar­sano e Sgroi) che Be­ren­son nella mo­no­gra­fia lot­te­sca del 1895 de­scrisse il di­pinto che in que­sti mesi è espo­sto a Lecco, è qual­cosa di più che iner­zia in­tel­let­tuale: è la di­mo­stra­zione lam­pante della in­com­pren­sione di quali siano le que­stioni sot­tese alla di­mo­strata nul­lità della bi­blio­gra­fia at­tri­buita a Be­ren­son 1895.

2 / Ovviamente ne viene messo in discussione il posizionamento sul mercato dell’arte.

Lo ri­pe­tiamo: con la no­stra Nota del 16 aprile 2021 ab­biamo di­mo­strato che la bi­blio­gra­fia re­la­tiva al di­pinto espo­sto a Lecco, oggi nelle di­spo­si­zioni della Col­le­zione Ca­mozzi-Ver­tova di Co­sta di Mez­zate, è tutta da ri­ve­dere.

Al let­tore che non si oc­cupa con par­ti­co­lare at­ten­zione di que­ste te­ma­ti­che la cosa può ap­pa­rire non par­ti­co­lar­mente si­gni­fi­ca­tiva.
Per il mer­cato dell’arte è cosa che conta in­vece — e pa­rec­chio.

Come noto, il va­lore di un di­pinto, rea­liz­zato in un pas­sato or­mai ab­ba­stanza re­moto (nel no­stro caso par­liamo di mezzo mil­len­nio), è in gran parte le­gato alla iden­ti­fi­ca­zione certa del suo au­tore.
Quel tale di­pinto è di Ti­ziano, Tin­to­retto, Leo­nardo, Lotto, Cor­reg­gio, ecc. ecc. op­pure è di un ar­ti­sta a loro coevo che li ha imi­tati più o meno innocentemente?

Op­pure è un la­voro di bot­tega, rea­liz­zato da uno o più al­lievi sotto la su­per­vi­sione del mae­stro, ma­gari con un suo in­ter­vento di­retto solo su una pic­cola parte o con solo la sua firma?
Op­pure — Apollo ci scampi e li­beri — è stato pro­dotto da un pit­tore più tardo di qual­che secolo?

Se ci pen­sate, sul piano ideo­lo­gico-cul­tu­rale, chi ef­fet­ti­va­mente sia l’autore di un’opera è solo re­la­ti­va­mente im­por­tante: se in un di­pinto è raf­fi­gu­rato un certo modo di in­ten­dere il con­cetto della San­tis­sima Tri­nità, o la lotta de­gli schiavi, o il com­por­ta­mento più o meno pu­dico di una Oda­li­sca, poco im­porta che sia tutto ed esclu­si­va­mente opera di un grande nome — conta il suo con­te­nuto e la qua­lità della rappresentazione.

La cosa però cam­bia quando ci spo­stiamo sul piano del col­le­zio­ni­smo, da sem­pre stret­ta­mente le­gato a in­te­ressi — ba­nali ma se­ris­simi — di ca­rat­tere economico.

3 / Gli pseudo Leonardo e Caravaggio … occhio ai quattrini!

Nella no­stra Nota del 16 aprile ab­biamo sol­le­ci­tato ana­lisi stru­men­tali sul di­pinto espo­sto a Lecco che, a quanto si sa pub­bli­ca­mente, non vi è mai stato sot­to­po­sto.
In ri­spo­sta il so­lito si­len­zio da ta­na­tosi, quasi la no­stra fosse una strana ri­chie­sta, quando in­vece le ana­lisi stru­men­tali sulle opere d’arte sono or­mai prassi co­mune.
Vi­sto an­che che molte di que­ste ana­lisi hanno oggi un co­sto ve­ra­mente mo­de­sto, è ine­vi­ta­bile chie­dersi per­ché vi sia que­sta re­ti­cenza a una mag­giore e con­di­vi­si­bile co­no­scenza su opere che ven­gono pro­po­ste come par­ti­co­lar­mente si­gni­fi­ca­tive alla pub­blica at­ten­zione; viene ine­vi­ta­bil­mente da pen­sare che que­ste ana­lisi po­treb­bero mo­strare dati og­get­tivi che — forse — mo­di­fi­che­reb­bero opi­nioni ben con­so­li­date sotto de­cen­nali strati di “idee”, “sen­sa­zioni”, “in­tui­zioni” ecc. ecc., spesso pure chiac­chiere tutte fun­zio­nali solo alla pro­prietà delle opere stesse e alla loro ap­pe­ti­bi­lità commerciale.

È dei primi di quest’anno la de­ci­sione de­fi­ni­tiva da parte della Fran­cia di NON ac­qui­stare il di­pinto “Giu­ditta che de­ca­pita Olo­ferne”, sco­perto in una sof­fitta di To­losa nel 2014 e poi espo­sto nel 2016 alla Pi­na­co­teca di Brera come au­to­grafo di Ca­ra­vag­gio (la cosa pro­vocò grosse po­le­mi­che in­terne).
La Fran­cia, che lo aveva in prima bat­tuta de­fi­nito “te­soro na­zio­nale”, di­chia­ran­dosi di­spo­sta a ac­qui­starlo an­che per 120 mi­lioni di Euro, ha cam­biato idea es­sen­dosi sem­pre più af­fer­mata l’ipotesi che il di­pinto, de­fi­nito co­mun­que “di qua­lità ec­cel­lente”, sia stato in realtà rea­liz­zato dal coevo Louis Fin­son, pit­tore fiam­mingo e au­tore di nu­me­rose co­pie di opere del Merisi.

È in­vece di que­sti giorni il chia­ri­mento del caso del “Sal­va­tor Mundi” dopo due anni di ser­rati con­fronti an­che al li­vello di­plo­ma­tico in­ter­con­ti­nen­tale.
Ac­qui­stato da un pri­vato nel 2017 come in­te­ra­mente di Leo­nardo da Vinci per 450 mi­lioni di dol­lari, non venne espo­sto alla mo­stra del Lou­vre su Leo­nardo (inau­gu­rata a Pa­rigi il 21 ot­to­bre 2019) per­ché, dopo ap­pro­fon­dite pe­ri­zie stru­men­tali, il pre­sti­gioso Mu­seo fran­cese aveva va­lu­tato che in quell’opera l’intervento di Leo­nardo era stato ir­ri­le­vante — per il pri­vato, 450 mi­lioni di $ but­tati nel gabinetto.

4 / E allora? come ci si deve regolare?

Il let­tore si chie­derà: ma al­lora cosa ga­ran­ti­sce che il di­pinto “X” sia au­to­grafo di Leo­nardo, Lotto, ecc. ecc.?

Là dove pre­sente, la do­cu­men­ta­zione og­get­tiva.
Al­tri­menti l’autorevolezza e l’affidabilità de­gli esperti che lo cer­ti­fi­cano sulla base di mol­te­plici con­si­de­ra­zioni — sto­ri­che, cul­tu­rali, di stile, ecc. ecc.
Più con­so­li­date sono le cer­ti­fi­ca­zioni su una au­to­gra­fia, più af­fi­da­bili e di pre­sti­gio gli esperti, mag­giore la cer­tezza, mag­giore il va­lore com­mer­ciale dell’opera.

Nel caso del di­pinto ap­par­te­nente alla Col­le­zione Ca­mozzi-Ver­tova ed espo­sto in que­sti mesi a Lecco, il più im­por­tante te­sti­mone della sua at­tri­bu­zione a Lo­renzo Lotto è da quasi cento anni in­di­cato in Ber­nard Be­ren­son, nella no­stra epoca forse il più noto al Mondo tra gli esperti della pit­tura rinascimentale.

È chiaro che ac­cet­tare la no­stra tesi se­condo cui Be­ren­son de­scrisse nel 1895 un ALTRO di­pinto, e non quello espo­sto a Lecco, ob­bli­ghe­rebbe ad az­ze­rarne la bi­blio­gra­fia; ob­bli­ghe­rebbe a ri­co­struirne la iden­tità.
Si com­prende che i pro­prie­tari del di­pinto non ne sa­reb­bero con­tenti; si com­prende che le die­cine di il­lu­stri cri­tici d’arte che non se ne sono mai ac­corti (o hanno fatto finta di nulla), fa­reb­bero la fi­gura dei cioc­co­la­tai ma …

Ma noi che ci pos­siamo fare?
La no­stra mis­sione / pia­cere / do­vere è di ana­liz­zare i dati della realtà, non as­se­con­dare i pur com­pren­si­bili de­si­de­rata dei pro­prie­tari di di­pinti pre­ziosi o la re­pu­ta­zione di le­gioni di cri­tici e di sto­rici dell’arte. O no?

5 / Le implicazioni per la Curia.

L’azzeramento della bi­blio­gra­fia co­struita sul di­pinto espo­sto a Lecco, che di­scende og­get­ti­va­mente dalla no­stra ana­lisi, ha un ov­vio ri­flesso an­che sulla Cu­ria della città, pro­mo­trice della mostra.

Ab­biamo già ri­le­vato come la Cu­ria ab­bia ge­ne­ro­sa­mente uti­liz­zato l’immagine del di­pinto nella sua co­mu­ni­ca­zione ai fe­deli, af­fian­can­dolo a car­dini della dot­trina e della prassi re­li­giosa: il Na­tale, la Pas­sione, la Re­sur­re­zione.
Il fatto che ora, pro­prio con la dop­pia pa­gi­nata sul Cor­Sera la Cu­ria ab­bia cam­biato re­gi­stro e ne parli come di “col­lante di una co­mu­nità col­pita dalla pan­de­mia” o come “an­ti­doto a una ri­presa il­lu­so­ria” non cam­bia di una vir­gola l’importanza dell’investimento cul­tu­rale che su quel di­pinto ha fatto il Pre­vo­sto di Lecco, Don Da­vide Milani.

Non in­te­ressa alla Cu­ria lec­chese che su quel di­pinto non vi sia nep­pure il più pic­colo dub­bio? non sa­rebbe op­por­tuno che, a fronte delle no­stre cir­co­stan­ziate os­ser­va­zioni, ci si im­pe­gnasse a ren­dere più so­lido quel ri­fe­ri­mento ico­no­gra­fico usato a piene mani nel rap­porto con i fe­deli della città?

Guar­date che la cosa non è af­fatto com­pli­cata.
È suf­fi­ciente sot­trarsi a quella vera e pro­pria TANATOSI che sem­bra co­gliere le Isti­tu­zioni la­riane ogni volta che viene sol­le­vato un qual­si­vo­glia pro­blema di ca­rat­tere cul­tu­rale — ta­na­tosi tanto più esi­bita quanto più fon­date ap­pa­iono le os­ser­va­zioni cri­ti­che.

Il non ri­spon­dere non è mai ma­ni­fe­sta­zione di su­pe­rio­rità o forza: è pro­prio al con­tra­rio l’espressione più pa­lese di im­po­tenza a ri­spon­dere o di una con­ve­nienza a tacere.

Il no­stro Cen­tro Studi ha svolto la sua ana­lisi con la Nota del 16 aprile.
Do­manda: gli ar­go­menti di quella ana­lisi hanno un qual­che va­lore o sono tutte sciocchezze?

Se i no­stri in­ter­lo­cu­tori ri­ten­gono che siano scioc­chezze, non do­vreb­bero avere al­cun pro­blema a di­mo­strarlo pub­bli­ca­mente: quale mi­gliore oc­ca­sione per fare stare zitti quei mai con­tenti del Cen­tro Studi dell’Abate Stop­pani as­se­stando loro sulle orec­chie un bel paio di pa­gine scritte come si deve e de­fi­ni­tive?
Se sono scioc­chezze non ci vorrà né molto tempo né molto talento.

Se in­vece non ci si sente in grado di con­tro­bat­tere con ar­go­menti al­tret­tanto do­cu­men­tati, al­lora il si­len­zio o lo scan­to­nare è la cosa peg­giore che si possa fare.
Non solo per­ché ci si mo­stra peg­gio di quello che pro­ba­bil­mente si è ma an­che per­ché il si­len­zio im­mo­ti­vato o lo scan­to­na­mento, an­zi­ché so­pire su­sci­tano la cu­rio­sità an­che di al­tri at­tori: per­ché stanno zitti? avranno qual­che cosa da nascondere?

Noi sap­piamo bene che non è così, che nulla i pro­mo­tori e gli or­ga­niz­za­tori della mo­stra hanno da na­scon­dere at­torno a quel di­pinto, ma è chiaro che, an­che tra gli adepti della ri­cerca sto­rica e cul­tu­rale, gli at­teg­gia­menti elu­sivi sti­mo­lano gli istinti di cac­cia — se­gui la pi­sta: qual­che cosa sal­terà fuori!

Pos­siamo as­si­cu­rare che la no­stra Nota del 16 aprile è stata ac­colta da al­cuni spe­cia­li­sti del set­tore con espres­sioni come “molto in­te­res­sante” — modo di­plo­ma­tico per se­gna­lare che ab­biamo por­tato alla luce del sole una vo­ra­gine co­no­sci­tiva che in cento anni nes­suno aveva nep­pure in­tra­vi­sto e che la parte se­ria della cri­tica d’arte ri­tiene sia da con­si­de­rare con attenzione.

6 / Le implicazioni per il Comune di Lecco.

Su que­sta mo­stra di Lecco de­di­cata a Lotto e a Gio­vanni Frangi il Co­mune della città ha svolto un ruolo pres­so­ché nullo: il Sin­daco Gat­ti­noni e l’Assessora alla Cul­tura Piazza hanno par­te­ci­pato, stando in se­condo piano, a un paio di pre­sen­ta­zioni dell’iniziativa nell’ottobre scorso; hanno detto due pa­role di cir­co­stanza alla sua inau­gu­ra­zione vir­tuale del 5 di­cem­bre 2020.
Nulla di più sul piano cul­tu­rale, la­sciando campo li­bero alla Cu­ria che — con le idee più chiare — si è as­sunta il com­pito di in­di­riz­zare e dirigere.

In primo luogo — cosa im­por­tan­tis­sima e nei due pa­gi­noni promo-pub­bli­ci­tari del Cor­Sera ac­cu­ra­ta­mente non detta — istruendo i 300 stu­denti che hanno dato la loro di­spo­ni­bi­lità a fare da “ci­ce­roni” nell’apertura della mo­stra al pub­blico.
In se­condo luogo ac­cen­trando tutta la at­ti­vità di co­mu­ni­ca­zione con­nessa alla mostra.

Il Co­mune si è li­mi­tato a ti­rare fuori un po’ di soldi, con un con­tri­buto di 39.000 Euro: 14.000 sotto forma di ser­vizi espo­si­tivi; 25.000 in Euro a fondo per­duto (15.000 dei quali a re­mu­ne­ra­zione di Gio­vanni Frangi — per ap­pro­fon­di­menti vedi qui).
Se­gna­liamo in pro­po­sito che nelle due pa­gi­nate del Cor­Sera dell’11 mag­gio, i re­dat­tori della man­chette in alto a si­ni­stra di p. 41 hanno di­men­ti­cato que­sto pic­colo det­ta­glio, as­sieme a quello de­gli al­tri 50.000 Euro dati a fondo per­duto da Fon­da­zione Ca­ri­plo, che por­tano a Euro 144.925 gli in­cassi to­tali rea­liz­zati da que­sta ini­zia­tiva della Cu­ria nel nome di Lotto-Frangi.

Fin qui avremmo sem­pli­ce­mente la con­ferma della or­mai cro­nica in­ca­pa­cità da parte delle strut­ture co­mu­nali di pro­durre pro­getti cul­tu­rali di largo re­spiro e di con­si­de­rare nor­male l’essere su­bal­terni alla Cu­ria della città.

La cosa cam­bia a fronte della no­stra ana­lisi che az­zera la bi­blio­gra­fia sul di­pinto e pone quindi un pro­blema sem­pli­cis­simo: per che cosa il Co­mune ha dato con­tri­buti per Euro 14.000+25.000?

Per un’opera di Lo­renzo Lotto di cui si do­vrebbe sa­pere quasi tutto?
Op­pure di un’opera di cui, al di là della sua even­tuale qua­lità pit­to­rica, non si sa pra­ti­ca­mente un bel niente?

A fronte di una do­cu­men­ta­zione og­get­tiva che sol­leva pro­blemi reali su una ini­zia­tiva che gode di fi­nan­zia­menti pub­blici, il Co­mune non può fare finta di nulla: deve ado­pe­rarsi per­ché vi sia la mas­sima chia­rezza.
Ciò non per­ché si du­biti di at­ti­vità poco cor­rette: ci man­che­rebbe!
Ma per­ché lo im­pone la sto­ria della città di Man­zoni, di Stop­pani, di Ghislanzoni.

Di una città che non può mai scor­dare il pro­prio ob­bligo / pre­vi­le­gio a so­ste­nere un ruolo di punta nella cul­tura ita­liana.
E che quindi non può con­sen­tire che nel suo nome si pro­pon­gano al pub­blico ini­zia­tive — come la mo­stra di Lecco de­di­cata a Lotto e a Frangi — quanto meno fra­gili e su­sci­ta­trici di dubbi.

Il no­stro Cen­tro Studi ha po­sto sul tap­peto al­cuni pro­blemi cul­tu­rali e cri­tici in re­la­zione a quel di­pinto at­tri­buito a Lotto: il Co­mune ESIGA da­gli or­ga­niz­za­tori della mo­stra e dai pro­prie­tari dell’opera (che sono re­mu­ne­rati al­meno con 5.000 Euro per il “pre­stito”, con l’aggiunta di una lunga e va­sta pub­bli­cità me­dia­tica a tutto fa­vore della sua va­lo­riz­za­zione an­che com­mer­ciale), di ren­derne pub­blica la vera sto­ria e di ti­rare fuori le ana­lisi stru­men­tali che certo sono state ese­guite sul di­pinto per sa­pere se è ve­ra­mente di Lotto e se vi sono ele­menti in­te­res­santi per la cri­tica di quell’opera.

E se nulla è stato fatto in quel senso, il Co­mune si fac­cia pro­mo­tore di una in­da­gine se­ria: spinga gli or­ga­niz­za­tori e i pro­prie­tari a ope­rare (non ci vo­gliono molti soldi) per­ché su quel di­pinto si possa sa­pere tutto ciò che la scienza oggi ci può of­frire; si at­tivi per­ché venga messa da parte la re­ti­cenza sulla sto­ria pro­prie­ta­ria del di­pinto, ri­ven­di­cata con in­no­cente di­sin­vol­tura dal cu­ra­tore ar­ti­stico Va­la­gussa e dal por­ta­voce Cor­tella nel We­bi­nar del 23 feb­braio 2021 (per ap­pro­fon­di­menti, vedi qui).

Ri­cor­diamo che nel 1978 Rona Gof­fen mise in piedi un am­pio (an­che se la­cu­noso e a tratti solo fan­ta­stico) ap­pa­rato con­cet­tuale che ha fatto scuola (vedi qui), pro­prio a par­tire da in­da­gini stru­men­tali sulla ver­sione “Bo­ston” del di­pinto, fino ad al­lora pres­so­ché sconosciuta.

E al­lora, per­ché nes­suno fi­nora ha fatto nulla in pro­po­sito sul di­pinto espo­sto a Lecco (o ne tace)?
Tutti ne esal­tano lo stato ec­ce­zio­nale di con­ser­va­zione: sco­pria­mone il se­greto; apriamo un nuovo ca­pi­tolo di co­no­scenza! Pen­sate quale con­tri­buto alla co­no­scenza an­che della tec­nica di Lotto ne verrebbe!

Se in­vece or­ga­niz­za­tori e pro­prie­tari con­ti­nue­ranno a fare orec­chie da mer­cante, al­lora il Co­mune ri­con­si­deri il con­tri­buto a fondo per­duto ac­cor­dato agli or­ga­niz­za­tori della mo­stra (è pre­vi­sto che i quat­trini siano ero­gati a con­sun­tivo dell’iniziativa): ci man­che­rebbe an­che che la col­let­ti­vità si debba tro­vare a fi­nan­ziare ini­zia­tive og­get­ti­va­mente opache!

Ma an­diamo avanti con i due pa­gi­noni del CorSera.

7 / Una bandierina intessuta di solo fumo.

E pas­siamo a quel “sermo hu­mi­lis”, in­nal­zato a mo’ di ves­sillo da Scor­ra­nese in so­sti­tu­zione del po­vero sco­iat­tolo, già on­ni­pre­sente e ora ri­dotto a una unica fug­ge­vole ci­ta­zione nel mega promo del CorSera.

Scor­ra­nese ha ri­te­nuto su­per­fluo dire qual sia l’accezione dell’espressione cui ella vo­leva ri­fe­rirsi, la­sciando al let­tore il pia­cere di dare un qual­si­vo­glia senso al quel “sermo hu­mi­lis” alla cui gra­de­vo­lezza eu­fo­nica è stata ora af­fi­data la spie­ga­zione del senso del di­pinto espo­sto a Lecco.

Non è il caso di ad­den­trarci qui nella di­sa­mina dell’espressione, in­ven­tata da Erich Auer­bach alla metà del ’900: li­mi­tia­moci a ri­cor­dare che è spes­sis­simo usata del tutto a sproposito.

Auer­bach ela­borò l’espressione “sermo hu­mi­lis” a in­di­care lo sforzo com­piuto dai grandi dif­fu­sori della dot­trina cri­stiana nei primi se­coli (Sant’Agostino) e poi nel tardo Me­dioevo (Dante) per espri­mere i con­cetti della dot­trina, fi­lo­so­fi­ca­mente com­plessi (e an­che oscuri), nel lin­guag­gio delle masse con ri­dotte com­pe­tenze cul­tu­rali che co­sti­tui­vano uno dei loro prin­ci­pali pub­blici di riferimento.

Va da sé che l’espressione ar­ti­stica fi­gu­ra­tiva (in par­ti­co­lare la pit­tura) am­pia­mente im­pie­gata dalla Chiesa per at­trarre nei luo­ghi di culto e istruire an­che le classi so­ciali cul­tu­ral­mente meno at­trez­zate, do­ve­vano per de­fi­ni­zione es­sere “hu­mi­lis”: do­ve­vano cioè tra­smet­tere sia al cuore sia alla mente dello spet­ta­tore — con im­me­dia­tezza e senza am­bi­guità — i di­versi aspetti della dot­trina cri­stiana.
Un pit­tore che non avesse usato un lin­guag­gio “hu­mi­lis” avrebbe fatto poca strada nei tanti se­coli in cui l’arte fiorì nelle chiese.

Ma che c’entra que­sto con il di­pinto espo­sto a Lecco?
Qua­lun­que cosa si vo­glia in­ten­dere con l’espressione “sermo hu­mi­lis” e pur ipo­tiz­zando che Lo­renzo Lotto po­tesse — ma que­sto even­tual­mente solo in età avan­zata — pen­sare a se stesso come a un Ago­stino da Ip­pona o a un Dante, ar­mati di pen­nello, è del tutto certo che il di­pinto espo­sto in que­sti mesi a Pa­lazzo delle Paure in Lecco, nulla ha a che ve­dere con la vo­lontà o il ten­ta­tivo di ren­dere frui­bile da il­let­te­rati i con­cetti com­plessi della dot­trina cri­stiana da parte di Lo­renzo Lotto, qua­ran­tenne nel suo pe­riodo bergamasco.

8 / Incongruità documentale.

Altro che “sermo humilis”: secondo Berenson nel 1522 (ai suoi 40 anni, appunto) Lotto avrebbe sperimentato un genere raffinato, caratterizzato da Madonne e Sante avvenenti e vestite con ricercatezza, rappresentate con uno stile altamente sofisticato.

Lo ri­pe­tiamo, se­condo Ro­berta Scor­ra­nese, nella sua mo­no­gra­fia del 1895, Be­ren­son avrebbe con­sta­tato nelle opere di Lotto del 1522 la «sin­tesi per­fetta di un sermo hu­mi­lis» che avrebbe ca­rat­te­riz­zato Lotto, quasi in op­po­si­zione a pit­tori di re­gime come Tiziano.

Que­sta è qual­cosa di più di una in­ge­nua in­ven­zione: è una vera e pro­pria al­te­ra­zione di un dato do­cu­men­tale per­fet­ta­mente con­sta­ta­bile da chiunque.

Tor­nate a leg­gere le tre pa­gi­nette so­pra ri­por­tate: lì Ber­n­hard Be­ren­son lo scrisse bene in chiaro:

«L’anno 1522 è rap­pre­sen­tato da tre la­vori da­tati, tutti del me­de­simo pe­cu­liare e raf­fi­nato ge­nere: Ma­donna o Sante, estre­ma­mente av­ve­nenti, sono ve­stite con grande ri­cer­ca­tezza, rap­pre­sen­tate con uno stile al­ta­mente sofisticato».

L’esatto con­tra­rio di quanto sug­ge­rito da Scor­ra­nese che in­vece in­dica in quel mo­mento della vita di Lotto la pra­tica di un “sermo hu­mi­lis” pit­to­rico, teso alla il­lu­stra­zione della dot­trina cristiana.

D’altra parte ce lo con­ferma pro­prio Be­ren­son nella stessa già ci­tata mo­no­gra­fia su Lotto, p. 330 (evi­den­zia­zioni nostre):

«Una sol­le­ci­ta­zione stret­ta­mente cri­stiana o re­li­giosa è, no­no­stante que­ste Ma­donne, meno fre­quente ne­gli anni ber­ga­ma­schi di Lotto che in quelli pre­ce­denti o suc­ces­sivi della sua vita. Es­sendo la re­li­gione per lui piut­to­sto un bi­so­gno di so­ste­gno e di con­so­la­zione che l’oggetto di uno sforzo ar­ti­stico, essa gioca una parte meno im­por­tante quando la ma­rea della vita è più alta in lui

Chiaro no?

9 / Incongruità nel fatto.

Altro che “sermo humilis”: il dipinto esposto a Lecco è parte di una serie di composizioni destinate a soddisfare la superbia sociale di patrizi e alto-borghesi, appena mascherata dai veli dell’iconografia religiosa.

Come scrisse Be­ren­son nella già plu­ri­ci­tata mo­no­gra­fia lot­te­sca, nel 1522, vi­vente in Ber­gamo, Lotto pro­dusse tre di­pinti, raf­fi­gu­ranti Ma­donne e Sante tutte bel­lis­sime e be­nis­simo ve­stite, ca­rat­te­riz­zate da in­va­sive grandi ma­ni­che (l’ultima moda del mo­mento) che si pre­sta­vano ot­ti­ma­mente all’impiego di masse mul­ti­sfac­cet­tate di co­lore rosso vivo o aran­cione ac­ceso — una sfida e una go­du­ria per qual­siasi pittore.

1. “Mar­riage of St. Ca­the­rine” [Spo­sa­li­zio di Santa Ca­te­rina], da Be­ren­son in­di­cato come il più af­fa­sci­nante.
È quello che la vul­gata or­mai cen­te­na­ria in­dica nel di­pinto espo­sto a Lecco ma che in realtà nulla ha a che ve­dere con que­sto e che non è stato an­cora in­di­vi­duato.

2. “Ma­donna e Bam­bino tra i Santi Gi­ro­lamo e Ni­cola da To­len­tino” [An­to­nio da Pa­dova], con­ser­vato a Londra.

3. “Santa Ca­te­rina”, Leu­ch­ten­berg (che egli però vide solo in una incisione).

La Ma­donna che egli vide nel primo di­pinto (a noi non noto) e che de­scrive nella mo­no­gra­fia del 1895 è a metà strada tra la “Ma­donna con Bam­bino e i Santi Rocco e Se­ba­stiano”, 1521 (Ot­tawa, Ca­nada) e quella delle “Nozze mi­sti­che di Santa Ca­te­rina con il do­na­tore Nic­colò Bon­ghi”, 1523 (Ac­ca­de­mia Car­rara, Bergamo).

Nulla vieta — e anzi tutto fa pen­sare — che di di­pinti coe­renti con quel ge­nere spe­ri­men­tato da Lotto at­torno a quell’anno 1522 ce ne pos­sono es­sere an­che al­tri (di va­rianti di quel tipo un pit­tore esperto come Lotto po­teva sfor­narne an­che die­cine in po­chi mesi).

E in­fatti ne ab­biamo la ver­sione “Bo­ston” (da Be­ren­son non co­no­sciuta) da qual­che de­cen­nio ben nota e ap­prez­zata e che può es­sere de­fi­nita come un QUARTO com­po­nente della se­rie “Ma­donne e Sante bel­lis­sime ed elegantissime”.

Di tutta evi­denza, il Co­sta-Mez­zate in que­sti mesi espo­sto a Lecco, può es­serne in­di­cato come un QUINTO com­po­nente (che Be­ren­son nel 1895 non vide e co­mun­que non descrisse).

Fu pro­po­sto per la prima volta — an­che con fo­to­gra­fia — nel 1929 da Ven­turi nella sua “Sto­ria della Pit­tura Ita­liana” (vedi qui) che, guarda caso, non ne evi­den­ziò al­cun le­game par­ti­co­lare con Berenson.

Per ra­gioni da ap­pu­rare, Be­ren­son, con un per­corso av­viato nel 1932 e con­clu­sosi nel 1955 con la pub­bli­ca­zione della terza edi­zione della sua mo­no­gra­fia su Lotto, de­cise però di farlo pas­sare per quello da lui de­scritto nel 1895, dando prova di non grande tra­spa­renza (per una esau­stiva espo­si­zione di que­sta am­bi­gua vi­cenda, vedi qui).

10 / Un genere pittorico “religioso” solo nei riferimenti iconografici: tutto mondano nella sostanza.

I di­pinti di quel ge­nere “raf­fi­nato”, cui ap­par­tiene an­che il di­pinto espo­sto a Lecco, non erano af­fatto de­sti­nati al pub­blico in­dif­fe­ren­ziato (e quindi an­che “umile”) che fre­quen­tava le chiese.

Erano com­mis­sio­nati a Lotto e ai suoi col­le­ghi da pa­trizi e alto-bor­ghesi per esal­tare o se stessi o le pro­prie mo­gli e fi­glie, ma­sche­ran­dole da Ma­donne o Sante, e te­nendo que­sti di­pinti-pub­bli­cità ben lon­tani da­gli sguardi della gente minuta.

È ov­vio che a que­sti si­gnori dalla borsa ben for­nita non in­te­res­sava ve­dere rap­pre­sen­tate le loro com­pa­gne di vita e di stato so­ciale come mo­de­ste nor­mali donne (ma­gari an­che ba­nali o brut­tine): do­ve­vano bril­lare per una evi­dente bel­lezza tutta mon­dana e ri­ful­gere in abiti all’ultimissima moda.

Per que­ste opere i com­mit­tenti vo­le­vano che della re­li­gione il pit­tore ri­chia­masse le este­rio­rità, di certo non che fa­cesse opera di in­dot­tri­na­mento, qua­lun­que po­tes­sero es­sere verso il 1520 a Ber­gamo le spinte spi­ri­tuali di Lotto, del re­sto de­boli nell’artista in quella fase della vita, come ab­biamo vi­sto sot­to­li­neò pro­prio Be­ren­son nel 1895, nella ci­ta­zione che ab­biamo poco so­pra riportato.

L’idea quindi che di­pinti di quel ge­nere fos­sero da Lotto ge­stiti come vei­coli di un suo “sermo hu­mi­lis” è ve­ra­mente una cor­bel­le­ria grande come una casa.

11 / Riassumendo ….

Sul di­pinto at­tri­buito a Lotto ed espo­sto a Lecco, nella no­stra Nota del 16 aprile ab­biamo sol­le­vato in modo do­cu­men­tato e da tutti in­tel­li­gi­bile due pro­blemi cri­tici, sug­ge­rendo un per­corso co­no­sci­tivo alternativo:

1. Be­ren­son nella sua mo­no­gra­fia lot­te­sca del 1895 NON de­scrisse il Co­sta-Mez­zate in que­sti mesi espo­sto a Lecco ma un ALTRO di­pinto, da iden­ti­fi­care.

2. Il con­te­nuto cul­tu­rale del di­pinto espo­sto a Lecco, da­gli or­ga­niz­za­tori pre­sen­tato come pre­vi­sione della pas­sione del Bam­bino, in­di­cata con en­fasi dalla pre­senza dello sco­iat­tolo pre­teso pre­veg­gente e da una bara mi­gnon su cui pog­gia il Bam­bino stesso, è de­sti­tuito da ogni ri­scon­tro do­cu­men­tale.

Per po­tere for­mu­lare una in­ter­pre­ta­zione al­ter­na­tiva che con­senta una mi­gliore in­tel­li­genza del senso del di­pinto, ab­biamo in­di­cato che sa­rebbe ne­ces­sa­rio:
averne chiari i pas­saggi pro­prie­tari (al­tro che ri­ser­va­tezza);
con­durre le op­por­tune ana­lisi stru­men­tali da cui si­cu­ra­mente po­treb­bero emer­gere in­te­res­santi spunti.

In ri­spo­sta alla no­stra ana­lisi, i pro­mo­tori e gli or­ga­niz­za­tori della mo­stra, an­zi­ché pren­dere atto della cor­ret­tezza e sen­sa­tezza delle os­ser­va­zioni, agi­tando le due len­zuo­late del CorSera:

hanno can­cel­lato zitti zitti gli aspetti più evi­den­te­mente in­con­si­stenti della loro ipo­tesi in­ter­pre­ta­tiva, ma …

non si sono spo­stati di una vir­gola sulla “que­stione Be­ren­son” da noi sollevata.

Ci sem­bra evi­dente che que­sta re­ti­cenza a ri­co­no­scere l’ovvietà sia stret­ta­mente le­gata alle me­de­sime esi­genze che hanno spinto gli or­ga­niz­za­tori a pra­ti­care e chie­dere quell’incredibile si­len­zio sulla pro­prietà e la sto­ria del di­pinto, così sfac­cia­ta­mente espresso da Va­la­gussa e Cor­tella nel corso del We­bi­nar del 23 feb­braio 2021, me­mo­ra­bile per la cac­cia a vuoto allo scoiattolo.

A pro­po­sito della quale, è da ri­le­vare che nei due pa­gi­noni del Cor­Sera dell’11 mag­gio 2021 non solo è scom­parso il pic­colo ro­di­tore ma pure il Pro­fes­sor An­to­nio Maz­zotta.
La cosa è cu­riosa: il gio­vane sto­rico dell’arte in­fatti non solo è l’autore del prin­ci­pale con­tri­buto cri­tico del Ca­ta­logo uf­fi­ciale della mo­stra di Lecco (“Lo­renzo Lotto: va­ria­zioni sul tema” — 13 pa­gine) ma in que­sti ul­timi sei mesi ha svolto un ruolo cen­trale in molti dei mo­menti pub­blici di pro­mo­zione del di­pinto e della mostra.

Che fine ha fatto il gio­vane Prof.?
Non pen­siamo che il non aver tro­vato lo sco­iat­tolo nella selva oscura della mo­no­gra­fia lot­te­sca di Be­ren­son del 1895 possa giu­sti­fi­care un così ra­di­cale ostra­ci­smo; nel me­de­simo pa­stic­cio si è in­fatti tro­vato an­che il Prof. Va­la­gussa, pre­sen­tis­simo in­vece nel Cor­Sera dell’11 maggio.

Che il Prof. Maz­zotta ri­torni tra noi: nei suoi in­ter­venti ci ha detto an­che cose in­te­res­santi e ci ha re­ga­lato co­mun­que un mo­mento di in­di­men­ti­ca­bile buon umore!

Fa­bio Stop­pani
Cen­tro Studi Abate Stoppani.

Stavamo per scordarcene …

Nell’assemblare i due pa­gi­noni per il Cor­riere della Sera dell’11 mag­gio 2021 a pro’ della mo­stra di Lecco, i con­fe­zio­na­tori hanno pro­po­sto al let­tore una vi­stosa di­stor­sione per­cet­tiva, certo involontariamente.

A p. 41, nella stri­scia su­pe­riore della pa­gina, della sala ri­ca­vata al Pa­lazzo delle Paure di Lecco nella quale sono espo­sti sia le 7 opere di Gio­vanni Frangi sia il di­pinto at­tri­buito a Lotto, hanno in­fatti pro­po­sto al let­tore le due fo­to­gra­fie che mo­striamo qui sotto.

Il let­tore del Cor­Sera ne ri­cava ine­vi­ta­bil­mente l’idea che il di­pinto di Lotto non solo sia largo più del dop­pio dell’altezza ma so­prat­tutto che oc­cupi nella pa­rete poco meno delle opere di Frangi rap­pre­sen­tate nella fo­to­gra­fia a lato.

Solo per spi­rito di ser­vi­zio, se­gna­liamo che così non è.
Come ave­vamo evi­den­ziato nella no­stra Nota del 16 aprile (vedi qui), non solo il di­pinto di Lotto mi­sura cm h74x68 (os­sia è più alto che largo) ma ha una su­per­fi­cie di mq 0,47, ven­ti­due volte meno dei mq 10,5 oc­cu­pati dalle 7 opere di Frangi — tutto il con­tra­rio di ciò che ap­pare nei due pa­gi­noni del Cor­riere della Sera (certo involontariamente).

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