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Note cri­ti­che a: «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi» – 7 aprile 2018 – RAI3/Alberto An­gela

18 giu­gno 2018
Let­tera aperta ad Al­berto An­gela – Ot­tavo ap­pro­fon­di­mento

Quanto se­gue è uno de­gli otto al­le­gati della «Let­tera aperta ad Al­berto An­gela» di com­mento alla tra­smis­sione «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi» an­data in onda il 7 aprile 2018 – RAI3, 21:30.
I col­le­ga­menti alle al­tre parti della let­tera sono ri­por­tati al piede di que­sta pa­gina o nel menù prin­ci­pale in te­stata.

 

Manzoni rimosso da Duomo e Biblioteca Ambrosiana.

Del Duomo ignorata la funzione di cuore della città di ieri e di oggi.

Dall’Ambrosiana rimosso ogni riferimento al Manzoni che ne fu uno straordinario promotore.

Duomo di Milano: nel racconto manzoniano è il “parlamento” di chi non ha parola.

Que­sto tema di ap­pro­fon­di­mento de­di­cato al Duomo di Mi­lano ha nella tra­smis­sione di RAI3-ANGELA il tempo più lungo (11:57 mi­nuti) ma è in­sieme quello po­sto meno in re­la­zione non solo con “I Pro­messi Sposi” e il pen­siero di Man­zoni, ma an­che – pa­ra­dos­sal­mente – con lo stesso Duomo.

An­gela ci parla in­fatti dal Ti­bu­rio della cat­te­drale, im­me­dia­ta­mente sotto la Ma­don­nina, e ci de­canta la vi­sta che si gode da quella po­si­zione. Ma non ci mo­stra nulla, non solo del fa­moso Re­se­gone, che da lì sa­rebbe per­fet­ta­mente vi­si­bile, ma an­che della città.
Inol­tre, delle tante sta­tue di cui parla, egli evi­den­zia solo una ve­ra­mente me­dio­cre com­po­si­zione raf­fi­gu­rante il lot­ta­tore-pu­gile-at­tore Primo Car­nera.

Chi si aspet­tava di ve­dere al­meno qual­cuna di quelle belle scul­ture che ca­rat­te­riz­zano il Duomo, come i fa­mosi “doc­cioni” o i “gi­ganti” (molti sono ve­ra­mente belli e molti rea­liz­zati pro­prio nel Sei­cento) è ri­ma­sto de­luso. An­gela si è li­mi­tato a qual­che ri­presa nel Mu­seo del Duomo, a una ve­loce car­rel­lata sulle na­vate in­terne e sulle tante ve­trate.

Ma ve­niamo al come la tra­smis­sione ci ha par­lato del Duomo in re­la­zione a “I Pro­messi Sposi”.

[43:44] ANGELA: «Du­rante il tra­gitto Renzo è com­bat­tuto tra paura e spe­ranze e de­si­deri di ven­detta, fin­ché scorge l’ottava me­ra­vi­glia, così la chiama Man­zoni, di cui Renzo ha sen­tito par­lare fin da bam­bino e la se­gue come se fosse una stella po­lare.
Di cosa si tratta? Se­guiamo an­cora le pa­role del Man­zoni. È quella della “gran mac­china del duomo sola sul piano”. Mac­china nel senso che il Duomo era an­cora un edi­fi­cio in co­stru­zione e la co­stru­zione del Duomo in­fatti fu molto molto lunga e al­lora ecco come do­veva ap­pa­rire agli oc­chi di Renzo nel Sei­cento e so­prat­tutto come ap­pare oggi.»

Lo ab­biamo ap­pena letto: se­condo RAI3-An­gela Renzo, alle vi­ste di Mi­lano, guarda al Duomo come a quell’elemento cui si pre­sta as­so­luta fi­du­cia per giun­gere alla de­si­de­rata meta.

Dob­biamo pur­troppo ri­le­vare che an­che in que­sto caso il ro­manzo viene ma­la­mente ci­tato. In pro­po­sito in­fatti Man­zoni scrive pro­prio l’opposto di ciò che ci sug­ge­ri­sce la tra­smis­sione.

[“I Pro­messi Sposi”, 1840, Cap. XI, pag. 230]: «[Renzo] si fermò su due piedi, di­men­ti­cando tutti i suoi guai, a con­tem­plare an­che da lon­tano quell’ottava ma­ra­vi­glia, di cui aveva tanto sen­tito par­lare fin da bam­bino.»

ma im­me­dia­ta­mente di se­guito pro­se­gue:

«Ma dopo qual­che mo­mento, vol­tan­dosi in­die­tro, vide all’orizzonte quella cre­sta fra­sta­gliata di mon­ta­gne, vide di­stinto e alto tra quelle il suo Re­se­gone, si sentì tutto ri­me­sco­lare il san­gue, stette lì al­quanto a guar­dar tri­sta­mente da quella parte, poi tri­sta­mente si voltò, e se­guitò la sua strada.»

Ecco! nel suo primo viag­gio a Mi­lano, per Renzo quell’ottava me­ra­vi­glia con­tava ben poco a fronte del Re­se­gone, ma­gico sfondo alla sua Lecco (ri­mossa dalla tra­smis­sione di RAI3-An­gela).

Il ri­fe­ri­mento al Duomo come “stella po­lare” è in un tutt’altro con­te­sto del ro­manzo, quat­tro­cento pa­gine più avanti, quando cioè Renzo torna – per la se­conda volta – nella Mi­lano de­va­stata dalla pe­ste, alla ri­cerca di Lu­cia.

Man­zoni scrive [Cap. XXXIII, pag. 647]: «… mise la te­sta fuori, e non ve­dendo nes­suno, scese di dov’era sa­lito, uscì di dov’era en­trato, s’incamminò per viot­tole, pren­dendo per sua stella po­lare il duomo.»

Ecco! qui il ri­chiamo alla “stella po­lare” come ele­mento di cer­tezza ha un senso. Renzo ignora se tro­verà Lu­cia viva, ma con quel ri­fe­ri­mento alla stella po­lare Man­zoni ci pre­di­spone, in modo quasi su­bli­mi­nale, allo scio­gli­mento po­si­tivo della vi­cenda.

Ci sem­bra di sen­tire qual­cuno dire: «Que­sti del Cen­tro Studi Abate Stop­pani vo­gliono pro­prio cer­care il pelo nell’uovo. In­somma! An­gela non ha mai detto di vo­lere fare di que­sta pun­tata di Ulisse una le­zione fi­lo­lo­gica sul Man­zoni.»
Certo!

Ma qual­cuno lo ha forse ob­bli­gato a in­ti­to­lare la sua pun­tata «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi»?
Avrebbe po­tuto chia­marlo in tanti al­tri modi – per esem­pio «Lecco, chi l’ha vi­sta?Ca­pri-ca­valli al Laz­za­rettoEros e Tha­na­tos a MonzaDuelli nell’Ottocento Lom­bardo / La­ziale» e sbiz­zar­rirsi a pia­cere (per chi vo­lesse ap­pro­fon­dire i temi ac­cen­nati, i ti­toli scher­zosi – ma non troppo – con­du­cono a no­stri com­menti se­riosi sui di­versi ar­go­menti).

Ma se RAI3-ANGELA hanno ri­te­nuto di ri­farsi espli­ci­ta­mente a “I Pro­messi Sposi”, al­lora de­vono es­sere coe­renti con se stessi e con gli spet­ta­tori pa­ganti.
E oc­cu­parsi quindi an­che dei con­te­nuti e dei mec­ca­ni­smi in­terni del ro­manzo di Man­zoni – non usarne il nome come sem­plice ri­chiamo, con quello che i mi­la­nesi chia­mano an­cora “gi­bi­giana”, spec­chietto per al­lo­dole.

Ma an­diamo avanti.

Ri­cor­date le pa­role con cui An­gela chiude la pre­sen­ta­zione di que­sto ap­pro­fon­di­mento? «ecco come do­veva ap­pa­rire [il Duomo] agli oc­chi di Renzo nel Sei­cento e so­prat­tutto come ap­pare oggi.».

Dopo que­ste pa­role, prende ini­zio una lunga pre­sen­ta­zione (dieci mi­nuti) nel corso della quale si parla di molte cose at­ti­nenti al Duomo: nu­mero di sta­tue, gu­glie, ve­trate, Ma­don­nina (rea­liz­zata nel di­cem­bre 1754), pi­la­stri, marmo di Can­do­glia, su­per­fi­cie oc­cu­pata, fac­ciata, ecc. ecc.

In­somma un lungo promo a fa­vore del Duomo di Mi­lano e pre­su­mi­bil­mente del suo in­dotto tu­ri­stico. Nulla di male per ca­rità (come na­tivi non può che farci pia­cere) ma che c’entra tutto ciò con Man­zoni, “I Pro­messi Sposi”, Renzo, e con il Sei­cento, il pre­sunto pro­ta­go­ni­sta del ro­manzo?

E pen­sare che, in­vece, Man­zoni del Duomo di Mi­lano parla pa­rec­chio, de­di­can­dovi an­che al­cune il­lu­stra­zioni molto det­ta­gliate.

A dif­fe­renza di quanto sem­bra pen­sare An­gela nel suo sot­to­li­neare l’espressione “grande mac­china sola nel piano”, a Man­zoni in­te­ressa ben poco della parte ar­chi­tet­to­nica o este­tica del Duomo e in pro­po­sito fa solo due in­cisi:

[Cap. XV, pag. 249]: «La vo­glia d’osservar gli av­ve­ni­menti non potè fare che il mon­ta­naro, quando gli si sco­prì da­vanti la gran mole, non si sof­fer­masse a guar­dare in su, con la bocca aperta»
.
e po­che ri­ghe più in là [pag. 250]:
«diede un oc­chiata an­che alla fac­ciata del duomo, ru­stica al­lora in gran parte e ben lon­tana dal com­pi­mento».

Ciò è quanto dice Man­zoni nel ro­manzo sull’aspetto fi­sico della cat­te­drale.

Del Duomo Man­zoni vuole in­vece evi­den­ziare la fun­zione col­let­tiva, il suo es­sere – nel bene e nel male – un ele­mento di ri­fe­ri­mento per la città.

Ieri come oggi la piazza può diventare il “parlamento” di chi non ha parola.

[Cap. XV, pag. 249 e 250]: «[…] andò die­tro a uno che, fatto un fa­scio d’asse spez­zate e di schegge, se lo mise in ispalla, av­vian­dosi, come gli al­tri, per la strada che co­steg­gia il fianco set­ten­trio­nale del duomo […] L’uomo del fa­scio lo buttò su quel muc­chio; un al­tro, con un moz­zi­cone di pala mezzo ab­bru­ciac­chiato, sbra­cia il fuoco: il fumo cre­sce e si ad­densa; la fiamma si ri­de­sta ; con essa le grida sor­gon più forti. “Viva l’abbondanza! Mo­iano gli af­fa­ma­tori ! Moia la ca­re­stia! Crepi la Prov­vi­sione! Crepi la giunta! Viva il pane!” »

E quella stessa sera, prima dell’arresto, Renzo si era scam­biata la pa­rola con i ri­vol­tosi:

[Cap. XV, pag. 274]: «A ri­ve­derci a do­mani. – Dove? – Sulla piazza del duomo. – Va bene. – Va bene. – E qual­cosa si farà. – E qual­cosa si farà.»

E prima di es­sere tra­sci­nato dai birri con i ma­ni­chini ai polsi, chiede: «Pas­se­remo dalla piazza del duomo? do­mandò poi al no­taio.»

Per­ché sa che lì, in quella piazza, c’è chi lo può aiu­tare. Cosa che in­fatti av­viene: la folla preme sui birri e gli grida «scappa, scappa, ga­lan­tuomo: lì c’è un con­vento, ecco là una chiesa, di qui, di là

E fug­gendo [Cap. XVI, pag. 310]: «Renzo ar­riva sulla piazza del duomo; l’attraversa, passa ac­canto a un muc­chio di ce­nere e di car­boni spenti, e ri­co­no­sce gli avanzi del falò di cui era stato spet­ta­tore il giorno avanti; co­steg­gia gli sca­lini del duomo, ri­vede il forno delle grucce, mezzo sman­tel­lato, e guar­dato da sol­dati.»

Ma la piazza può esprimere anche la sconfitta della parola e il trionfo della cecità e della follia collettiva.

[Cap. XXXI, pag. 599]: «Al­cuni, ai quali era parso di ve­dere, la sera del 17 di mag­gio, per­sone in duomo an­dare un­gendo un as­sito che ser­viva a di­vi­dere gli spazi as­se­gnati a due sessi, fe­cero, nella notte, por­tar fuori della chiesa l’assito e una quan­tità di pan­che […] Quel vo­lume di roba ac­ca­ta­stata pro­dusse una grand’impressione di spa­vento nella mol­ti­tu­dine, per cui un og­getto di­venta così fa­cil­mente un ar­go­mento. Si disse e si cre­dette ge­ne­ral­mente che fos­sero state unte in duomo tutte le pan­che, le pa­reti, e fin le corde delle cam­pane.»
.
.[Cap. XXXI, pag. 607] «Tre gio­vani com­pa­gni fran­cesi […] ve­nuti per ve­der l’ Ita­lia, per istu­diarvi le an­ti­chità […] s’erano ac­co­stati a non so qual parte esterna del duomo, e sta­van li guar­dando at­ten­ta­mente. Uno che pas­sava, li vede e si ferma; gli ac­cenna a un al­tro, ad al­tri che ar­ri­vano: si formò un croc­chio, a guar­dare, a te­ner d’occhio co­loro, che il ve­stia­rio, la ca­pi­glia­tura, le bi­sacce, ac­cu­sa­vano di stra­nieri e, quel ch’ era peg­gio, di fran­cesi. Come per ac­cer­tarsi ch’era marmo, ste­sero essi la mano a toc­care. Ba­stò. Fu­rono cir­con­dati, af­fer­rati, mal­me­nati, spinti, a fu­ria di per­cosse, alle car­ceri.»

Dal Duomo poi parte la pro­ces­sione, vo­luta dalla ge­rar­chia ec­cle­sia­stica (solo con qual­che ri­serva an­che dal Car­di­nale Bor­ro­meo), cui il Ma­gi­strato di Sa­nità non ha il co­rag­gio di op­porsi aper­ta­mente e che in­con­sa­pe­vol­mente con­tri­bui­sce a dif­fon­dere il con­ta­gio.

[Cap. XXXII, pag. 608] «l’undici di giu­gno, […] la pro­ces­sione usci, sull’alba, dal duomo. An­dava di­nanzi una lunga schiera di po­polo, donne la più parte.»
.
.[Cap. XXXII, pag. 610]: «La pro­ces­sione passò per tutti i quar­tieri della città: a ognuno di que’ cro­cic­chi, […] che al­lora ser­ba­vano l’antico nome di car­robi […] si fa­ceva una fer­mata […] di ma­niera che si tornò in duomo un pezzo dopo il mez­zo­giorno. Ed ecco che, il giorno se­guente, men­tre ap­punto re­gnava […] una fa­na­tica si­cu­rezza che la pro­ces­sione do­vesse aver tron­cata la pe­ste, le morti creb­bero, in ogni classe, in ogni parte della città […]»

E dal Duomo parte quella «sto­ria, cre­duta […] dal po­polo, e, al dir del Ri­pa­monti, non ab­ba­stanza de­risa da qual­che uomo di peso, girò per tutta Ita­lia e fuori.»

.[Cap. XXXII, pag. 618] «Si rac­con­tava […] che un tale, […] aveva vi­sto ar­ri­var sulla piazza del duomo un tiro a sei, e den­tro, con al­tri, un gran per­so­nag­gio, con una fac­cia fo­sca e in­fo­cata, con gli oc­chi ac­cesi, coi ca­pelli ritti, e il lab­bro at­teg­giato di mi­nac­cia.

Men­tre quel tale stava in­tento a guar­dare, la car­rozza s’era fer­mata; e il coc­chiere l’aveva in­vi­tato a sa­lirvi […] erano smon­tati alla porta d’un tal pa­lazzo, dove […] aveva tro­vato ame­nità e or­rori, de­serti e giar­dini, ca­verne e sale; e in esse, fan­ta­sime se­dute a con­si­glio.

Gli erano state fatte ve­dere gran casse di da­naro, e detto che ne pren­desse [a patto] che ac­cet­tasse un va­setto d’unguento, e an­dasse con esso un­gendo per la città. Ma non avendo vo­luto ac­con­sen­tire, s’era tro­vato, in un bat­ter d’occhio, nel me­de­simo luogo dove era stato preso.

Que­sta sto­ria, cre­duta […] dal po­polo, e, al dir del Ri­pa­monti, non ab­ba­stanza de­risa da qual­che uomo di peso, girò per tutta Ita­lia e fuori.»

Come si vede, ne “I Pro­messi Sposi”, fa­cendo perno sul Duomo, Man­zoni for­ni­sce una ab­bon­dante messe di ele­menti re­la­tivi alla pe­ste, alla cre­du­lità po­po­lare, alla de­bo­lezza dei gruppi di­ri­genti, uti­lis­simi per ca­pire il Sei­cento e i mec­ca­ni­smi della vita so­ciale e po­li­tica d’ogni tempo.

Allo scrit­tore in­te­ressa pro­prio poco l’architettura del Duomo e molto la sua fun­zione so­ciale.

E vuole in­vece evi­den­ziare che là dove non è pre­vi­sta dalle leggi una isti­tu­zione di me­dia­zione, nella quale ab­biano voce i di­versi e an­che con­tra­stanti in­te­ressi so­ciali, que­sta può pren­dere forma al di fuori della legge.

So­prat­tutto nei mo­menti di crisi, quando ogni de­ci­sione può si­gni­fi­care la vita o la morte, il co­sid­detto “po­polo”, os­sia chi non ha al­cuna pos­si­bi­lità di in­fluire sulle de­ci­sioni, trova luo­ghi pro­pri in cui espri­mersi, or­ga­niz­zarsi e dai quali im­porre i pro­pri in­te­ressi.

Nel rac­conto delle gior­nate della ri­volta per il pane, Man­zoni cita in­fatti piazza del Duomo in di­verse ri­prese come cen­tro di rac­colta dei ri­vol­tosi e punto di ri­fe­ri­mento.
In man­canza di strut­ture rap­pre­sen­ta­tive la piazza di­venta il “par­la­mento” del po­polo in ri­volta.

Man­zoni aveva vi­sto que­sto pro­cesso (che si è fre­quen­te­mente ri­pe­tuto nella sto­ria) svol­gersi sotto i pro­pri oc­chi nel 1814 quando, ca­duto di fatto il na­po­leo­nico Re­gno d’Italia si era aperta una fase di as­senza di po­tere.

As­sieme ad al­tre 130 per­so­na­lità della città Man­zoni aveva fir­mato il 19 aprile una pe­ti­zione per­ché ve­nis­sero con­vo­cati i Col­legi Elet­to­rali per de­ci­dere sulla co­sti­tu­zione di un au­to­nomo Re­gno di Lom­bar­dia.

Il giorno suc­ces­sivo, il 20 aprile, la folla aveva lin­ciato Prina, già Mi­ni­stro delle Fi­nanze del Re­gno d’Italia, di fronte a Pa­lazzo Blon­del, a due passi dall’abitazione di Man­zoni e dal Duomo.
Man­zoni, ter­ro­riz­zato, non era riu­scito a vin­cere le sue fra­gi­lità e solo Ugo Fo­scolo, cor­rendo il ri­schio di fi­nire male a sua volta – ma co­mun­que inu­til­mente – si era messo di mezzo, cer­cando di sal­vare Prina.

Pie­tro Cu­stodi dà un’altra ver­sione (“Uo­mini il­lu­stri”, Cap. IV – Ms. ital. 1555, fol 195 r°) nel ri­cor­dare l’omicidio di Prina, suo in­timo amico e ai cui or­dini era stato fun­zio­na­rio del Mi­ni­stero:
«As­si­cu­rasi che Ales­san­dro Man­zoni siasi tro­vato tra i no­bili spet­ta­tori che nel giorno 20 aprile 1814 ap­plau­di­vano, su piazza S. Fe­dele di Mi­lano, agli sforzi dei tu­mul­tuanti, i quali fi­ni­rono con l’assassinio del mi­ni­stro Prina; e che egli, com­mosso da quel fu­ne­sto esito, ab­bia poi con­ce­pito tali ri­morsi di avervi in­di­ret­ta­mente par­te­ci­pato, fino ad es­sere per molto tempo af­flitto da ve­glie not­turne agi­ta­tis­sime, che die­dero grave ti­more per la sua sa­lute.»
A que­sto epi­so­dio ri­te­niamo ri­salga l’ostilità di Cu­stodi per Man­zoni, di cui ab­biamo già avuto modo di par­lare (vedi il no­stro Di chi era fi­glio A. Man­zoni?).

Qua­lun­que sia stato l’andamento dei fatti e il ruolo dello scrit­tore nell’omicidio di Prina, Man­zoni nel de­scri­vere la piazza del Duomo ha ben pre­sente le di­na­mi­che dell’insurrezione po­po­lare e la sua pos­si­bile fe­ro­cia, unita a una an­cora più pos­si­bile de­bo­lezza di pro­spet­tive e di pro­po­ste ope­ra­tive in man­canza di una guida con­sa­pe­vole.

La piazza è il grande ven­tre della città, luogo di so­cia­lità ma an­che bra­ciere per fuo­chi a volte in­con­trol­la­bili an­che con svi­luppi del tutto con­trari alla so­cia­lità stessa.

Come è fa­cile ve­dere dalle ci­ta­zioni da “I Pro­messi Sposi” so­pra ri­por­tate, Man­zoni trat­teg­gia il ruolo del Duomo nella ri­volta per il pane o nell’assalto della pe­ste in modi net­ta­mente di­stinti.

Nel primo mo­mento – la ri­volta per il pane – il Duomo e la sua piazza di­ven­tano per i ri­vol­tosi cen­tro di ri­trovo e di azione; luogo a cui guar­dare come ele­menti di cer­tezza per la col­let­ti­vità che lì si riu­ni­sce per tu­te­lare i pro­pri in­te­ressi. Dalle au­to­rità re­li­giose, che nel Duomo hanno il loro ri­fe­ri­mento, escono an­che le ri­sorse per al­le­viare le mi­se­rie.

Nel se­condo mo­mento – la pe­ste – il Duomo di­venta in­vece il luogo della di­vi­sione, della vio­lenza in­terna, della fol­lia iste­rica, di tutte le pul­sioni ne­ga­tive della col­let­ti­vità, in­dotte dalla in­ca­pa­cità e dal ci­ni­smo dei gruppi di po­tere e di go­verno. In que­sta fase le stesse au­to­rità re­li­giose di­ven­tano sim­bolo di miope su­per­sti­zione, fa­vo­rendo pa­ra­dos­sal­mente il male nell’atto stesso di in­vo­care la di­vi­nità a pro­te­zione del male.

E di tutto ciò – e delle tante al­tre cose che si po­treb­bero dire – per­ché An­gela, pur de­di­cando al Duomo ben un­dici mi­nuti, nulla dice?

Nulla in con­tra­rio verso gli spot tu­ri­stici. Ma se si riu­scisse a met­tere in­sieme qual­che ra­gio­na­mento, ol­tre alle belle fi­gu­rine, forse que­sti stessi spot po­treb­bero fun­zio­nare me­glio – per gli af­fari ma so­prat­tutto per la cul­tura col­let­tiva.

Biblioteca Ambrosiana: celebrata da Manzoni come  luogo di sapere universale creato per chi non ha sapere.

Nel nome di Manzoni, da parte di RAI3-ANGELA sistematica la rimozione di Manzoni dalla cultura ambrosiana e nazionale.

Ab­biamo già detto che ognuno de­gli “ap­pro­fon­di­menti” della tra­smis­sione “Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi” con­dotto da Al­berto An­gela e an­dato in onda sa­bato 7 aprile 2018 su RAI3, ha una sua par­ti­co­la­rità.

Que­sto — che ci pre­senta la Bi­blio­teca Am­bro­siana di Mi­lano — è da se­gna­lare per la straor­di­na­ria ri­mo­zione di ogni pos­si­bile ri­fe­ri­mento a Man­zoni nella vi­cenda della Bi­blio­teca stessa, uno dei gio­ielli della cul­tura mon­diale.

[1:28:51] ALBERTO ANGELA: «Li ab­biamo vi­sti: due at­tori straor­di­nari. Mur­ray Abra­ham come l’Innominato e Burt Lan­ca­ster come Bor­ro­meo. Du­rante il col­lo­quio con il car­di­nale si pente del male fatto e de­cide di li­be­rare Lu­cia.
Bor­ro­meo è un per­so­nag­gio real­mente esi­stito e de­ci­sa­mente ca­ri­sma­tico. Una fi­gura alla quale la città di Mi­lano deve molto. Ba­sti pen­sare che si deve a lui una delle isti­tu­zioni an­cora più pre­sti­giose della città, la Bi­blio­teca Am­bro­siana.»

[1:29:21] VOCE FUORI CAMPO: «Ba­sta en­trare nella Bi­blio­teca Am­bro­siana per avere un’idea della lun­gi­mi­ranza e dell’apertura men­tale di Fe­de­rico Bor­ro­meo.
Sono i primi anni del Sei­cento, Fe­de­rico è ar­ci­ve­scovo di Mi­lano e mette a di­spo­si­zione del pub­blico i suoi li­bri a stampa: 30.000 se­condo Man­zoni, e i ma­no­scritti: 14.000.
Sono do­cu­menti pre­ziosi tra cui il trat­tato sulla pro­spet­tiva di Piero della Fran­ce­sca; gli studi di ma­te­ma­tica e geo­me­tria di Luca Pa­cioli e que­sto ma­gni­fico ma­no­scritto con le opere di Vir­gi­lio de­co­rato con una mi­nia­tura di Si­mone Mar­tini. Il ma­no­scritto è ap­par­te­nuto a Fran­ce­sco Pe­trarca; sui mar­gini si pos­sono leg­gere le an­no­ta­zioni scritte dal poeta.

La cosa sin­go­lare è che l’istituzione vo­luta da Bor­ro­meo rac­co­glieva opera di tutte le cul­ture e re­li­gioni e so­prat­tutto di ogni ramo del sa­pere. Chiun­que fosse in­te­res­sato po­teva con­sul­tarli. La bi­blio­teca met­teva a di­spo­si­zione carta e ca­la­mai per po­ter pren­dere ap­punti.»

Que­sto brano an­drebbe in­cor­ni­ciato e te­nuto a in­se­gna­mento di come NON si debba fare di­vul­ga­zione cul­tu­rale, al­meno per quat­tro buone ra­gioni.

1. Il nome di Manzoni ridotto a fugace citazione.

Nel pre­sen­tare la sto­ria della Bi­blio­teca Am­bro­siana, il nome di “Man­zoni” viene ri­cor­dato in modo del tutto in­ci­den­tale: «Fe­de­rico è ar­ci­ve­scovo di Mi­lano e mette a di­spo­si­zione del pub­blico i suoi li­bri a stampa: 30.000 se­condo Man­zoni, e i ma­no­scritti: 14.000.»

RAI3-An­gela nulla di­cono del fatto che Man­zoni sia il più noto e bril­lante com­men­ta­tore e pre­sen­ta­tore della sto­ria dell’Ambrosiana dal 1607 a oggi.

Né di­cono che Man­zoni – caso unico in tutto il suo ro­manzo – ha de­di­cato alla de­scri­zione di na­scita, fun­zio­na­mento, scopi della pre­sti­giosa Bi­blio­teca Am­bro­siana ben tre pa­gine (740 pa­role con­tro le 250 di RAI3-ANGELA, ma senza ci­ta­zioni en­tu­sia­sti­che di Burt Lan­ca­ster): ba­stava leg­gere.

Ep­pure nel sito Web della Bi­blio­teca Am­bro­siana la cosa è ri­cor­data bene: «Il pro­gramma cul­tu­rale di Fe­de­rico, che Ales­san­dro Man­zoni ce­le­brò nei Pro­messi Sposi […]»: ba­stava co­piare.

2. Oltre alla rimozione anche l’errore.

La cosa di­ver­tente (ma non troppo) è che an­che in que­sta ri­mo­zione di Man­zoni, RAI3-ANGELA rie­scono a pren­dere un ab­ba­glio.
Ve­diamo.

Ri­pren­diamo an­cora la frase di RAI3 «[Fe­de­rico] mette a di­spo­si­zione del pub­blico i suoi li­bri a stampa: 30.000 se­condo Man­zoni, 14.000 ma­no­scritti […]».

Cosa ne­ces­sa­ria­mente ne ri­cava il te­le­spet­ta­tore? Che Fe­de­rico aveva nella pro­pria di­spo­ni­bi­lità pri­vata 30.000 li­bri e 14.000 ma­no­scritti e che a un certo punto li mise a di­spo­si­zione del pub­blico, con un atto di grande li­be­ra­lità.

Siamo certi che le cose fos­sero in que­sti ter­mini? Ba­sta leg­gere la frase de “I Pro­messi Sposi” – ma in­tera, non come nelle ri­cer­chine delle me­die – per ac­cor­gersi che Man­zoni dice tutt’altra cosa.

[Cap. XXII, pag. 418, sot­to­li­nea­tura no­stra]: «[…] que­sta bi­blio­teca am­bro­siana, che Fe­de­rigo ideò con sì ani­mosa lau­tezza, ed eresse, con tanto di­spen­dio, da’ fon­da­menti; per for­nir la quale di li­bri e di ma­no­scritti, ol­tre il dono de’ già rac­colti con grande stu­dio e spesa da lui, spedì otto uo­mini, de’ più colti ed esperti che potè avere, a farne in­cetta, per l’Italia, per la Fran­cia, per la Spa­gna, per la Ger­ma­nia, per le Fian­dre, nella Gre­cia, al Li­bano, a Ge­ru­sa­lemme. Così riu­scì a ra­du­narvi circa tren­ta­mila vo­lumi stam­pati, e quat­tor­di­ci­mila ma­no­scritti.»

Se­condo Man­zoni (e se­condo la realtà sto­rica) Bor­ro­meo nell’avviare ciò che egli stesso de­finì con bella espres­sione “Per un ser­vi­zio uni­ver­sale” cer­ta­mente donò suoi li­bri pri­vati alla Bi­blio­teca inau­gu­rata nel 1609, ma ciò è del tutto ir­ri­le­vante ri­spetto al vero dono che Fe­de­rico la­sciò ai suoi con­tem­po­ra­nei e ai po­steri, che bene viene de­scritto da Man­zoni.

3. Dopo l’errore l’incomprensione.

Ri­leg­gete la frase di Man­zoni: «spedì otto uo­mini, de’ più colti ed esperti che potè avere, a farne in­cetta, per l’Italia, per la Fran­cia, per la Spa­gna, per la Ger­ma­nia, per le Fian­dre, nella Gre­cia, al Li­bano, a Ge­ru­sa­lemme.»

E poi an­cora:

[Cap. XXII, pag. 419] «[…] Alla bi­blio­teca unì un col­le­gio di dot­tori (fu­ron nove, e pen­sio­nati da lui […]; e il loro ufi­zio era di col­ti­vare vari studi, teo­lo­gia, sto­ria, let­tere, an­ti­chità ec­cle­sia­sti­che, lin­gue orien­tali, con l’obbligo ad ognuno di pub­bli­car qual­che la­voro sulla ma­te­ria as­se­gna­ta­gli; v’unì un col­le­gio da lui detto tri­lin­gue, per lo stu­dio delle lin­gue greca, la­tina e ita­liana; un col­le­gio d’alunni, che ve­nis­sero istruiti in quelle fa­coltà e lin­gue, per in­se­gnarle un giorno; v’unì una stam­pe­ria di lin­gue orien­tali, dell’ebraica cioè, della cal­dea, dell’arabica, della per­siana, dell’armena; una gal­le­ria di qua­dri, una di sta­tue, e una scuola delle tre prin­ci­pali arti del di­se­gno.»

e an­cora:

«Pre­scrisse al bi­blio­te­ca­rio che man­te­nesse com­mer­cio con gli uo­mini più dotti d’Europa, per aver da loro no­ti­zie dello stato delle scienze, e av­viso de’ li­bri mi­gliori che ve­nis­sero fuori in ogni ge­nere, e farne ac­qui­sto; gli pre­scrisse d’indicare agli stu­diosi i li­bri che non co­no­sces­sero, e po­tes­ser loro es­ser utili; or­dinò che a tutti, fos­sero cit­ta­dini o fo­re­stieri, si desse co­mo­dità e tempo di ser­vir­sene, se­condo il bi­so­gno.»

Come si vede da­gli ele­menti evi­den­ziati da Man­zoni, Fe­de­rico ebbe non tanto il me­rito di aprire la pro­pria borsa per­so­nale, quanto di riu­scire a coin­vol­gere l’intera so­cietà in un’operazione cul­tu­rale di re­spiro in­ter­na­zio­nale.

Non solo quindi la ge­rar­chia della Chiesa (su sua sol­le­ci­ta­zione Papa Cle­mente VIII, con Breve pon­ti­fi­cio aveva ga­ran­tito al na­scente Col­le­gio dei Dot­tori dell’Ambrosiana au­to­rità e so­ste­gno eco­no­mico, a spese del Col­le­gio Bor­ro­meo di Pa­via) ma an­che molti pri­vati che col­sero in quella straor­di­na­ria ini­zia­tiva gli ele­menti per l’affermazione della cul­tura uma­ni­stica e “ita­liana”, con tutti i li­miti dell’espressione per quei tempi.

In que­sto con­si­ste la gran­dezza di Fe­de­rico, si può pro­prio dire “ce­le­brata” da Man­zoni: non nell’aver do­nato qual­che cen­ti­naio di pur co­stosi li­bri o stampe o qua­dri ma nell’aver at­ti­vato un grande mec­ca­ni­smo di “sus­si­dia­rietà cul­tu­rale” (il let­tore ci passi l’espressione, che vuole es­sere solo sug­ge­stiva) in un’epoca di to­tale ca­renza dei po­teri am­mi­ni­stra­tivi pub­blici.

Man­zoni mette in luce que­sto aspetto dell’attività della Chiesa mi­la­nese, fa­cen­done la se­conda fac­cia dell’altra grande azione “sus­si­dia­ria” della Chiesa: l’assistenza ai ma­lati nel corso della pe­ste del 1630, di­retta con au­to­re­vo­lezza ed ef­fi­cienza da Fe­de­rico che – an­che su que­sto di­verso ver­sante – diede prova della sua grande ca­pa­cità or­ga­niz­za­tiva e di su­sci­ta­tore di si­ner­gie.

Man­zoni non fu un grande esti­ma­tore delle qua­lità in­tel­let­tuali di Fe­de­rico (per molti aspetti da lui giu­di­cato uomo ve­ra­mente dei suoi tempi, an­che ne­gli aspetti più ar­re­trati) ma per que­sti lampi di ge­nia­lità so­ciale ne fece il per­so­nag­gio delle classi alte più di spicco del suo ro­manzo.

4. Rimuovere Manzoni è rimuovere la cultura degli umili.

Per con­clu­dere, è op­por­tuno an­che solo ri­cor­dare che l’omaggio di Man­zoni al Car­di­nale Fe­de­rico per la sua for­mi­da­bile ini­zia­tiva dell’Ambrosiana si col­lo­cava nel qua­dro dell’azione a fa­vore della cul­tura di massa con­dotta per tutta la lunga vita dall’autore de “I Pro­messi Sposi”.

[Cap. XXII, pag. ]: «Non do­man­date quali siano stati gli ef­fetti di que­sta fon­da­zione del Bor­ro­meo sulla col­tura pub­blica: sa­rebbe fa­cile di­mo­strare in due frasi, al modo che si di­mo­stra, che fu­ron mi­ra­co­losi, o che non fu­ron niente; cer­care e spie­gare, fino a un certo se­gno, quali siano stati ve­ra­mente, sa­rebbe cosa di molta fa­tica, di poco co­strutto, e fuor di tempo. Ma pen­sate che ge­ne­roso, che giu­di­zioso, che be­ne­volo, che per­se­ve­rante ama­tore del mi­glio­ra­mento umano, dovess’essere co­lui che volle una tal cosa, la volle in quella ma­niera, e l’esegui, in mezzo a quell’ignorantaggine, a quell’inerzia, a quell’antipatia ge­ne­rale per ogni ap­pli­ca­zione stu­diosa, e per con­se­guenza in mezzo ai cos’importa? e c’era al­tro da pen­sare? e che bell’invenzione! e man­cava an­che que­sta, e si­mili; che sa­ranno cer­tis­si­ma­mente stati più che gli scudi spesi da lui in quell’ im­presa; i quali fu­ron cen­to­cin­que­mila, la più parte de’ suoi.»

Su que­sta ce­le­bra­zione di Man­zoni della Bi­blio­teca Am­bro­siana sono stati scritte va­go­nate di li­bri e ci li­mi­tiamo a fare pre­senti le pa­gine di Italo Cal­vino che nel suo “Il si­stema del po­tere nei Pro­messi sposi” (2001) scrive: «tutto il ro­manzo cul­mina nella fon­da­zione della Bi­blio­teca Am­bro­siana, a co­ro­nare il cen­tro ideale del li­bro, la vita di Fe­de­rigo Bor­ro­meo».

Cal­vino tenne sem­pre a va­lo­riz­zare il più pos­si­bile Man­zoni, ve­den­dolo come al­fiere di una cul­tura estesa a tutte le com­po­nenti della so­cietà. L’immaginifico scrit­tore cer­ta­mente si sa­rebbe tro­vato a di­sa­gio nel ve­dere la tra­smis­sione di RAI3-ANGELA che in­vece di co­gliere l’occasione per con­si­de­ra­zioni (sa­reb­bero state suf­fi­cienti po­che frasi) sul tema della cul­tura ge­ne­ra­liz­zata, sem­pre di grande at­tua­lità, ha pre­fe­rito esal­tare della Bi­blio­teca Am­bro­siana il ca­rat­tere più eli­ta­rio.

Utile forse in chiave tu­ri­stica ma per nulla con­forme sia allo spi­rito di Fe­de­rico Bor­ro­meo sia di Ales­san­dro Man­zoni, di cui si è ad­di­rit­tura ri­mosso ogni con­tri­buto a fa­vore della grande isti­tu­zione in­for­mata alla “cul­tura uni­ver­sale”.

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