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Lettera aperta alla Ministra dell’Istruzione Senatrice Valeria Fedeli sulla adeguatezza didattica del docu-film «Alessandro Manzoni, milanese d’Europa» • 21 settembre 2017

Os­ser­va­zioni cri­ti­che sulla ade­gua­tezza di­dat­tica del docu-film «Ales­san­dro Man­zoni, mi­la­nese d’Europa – L’immagine della pa­rola». Un film di Pino Fa­ri­notti. Re­gia di An­drea Bel­lati. Scritto da An­gelo Stella e Pino Fa­ri­notti. Pro­dotto dal Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani, con il con­tri­buto di Fon­da­zione Ca­ri­plo.

19 Perché Giulia sposò Pietro?
Dei Verri si mostra Pietro per Giovanni; si presenta come ineludibile per salvare i Beccaria un matrimonio che convenne a entrambi gli sposi; la posizione sociale di Pietro Manzoni sembra essere ridicolizzata.

Par­lato docu-film – I nu­meri tra [pa­ren­tesi] si ri­fe­ri­scono ai fo­to­grammi so­pra ri­por­tati.

Fa­ri­notti: [1]: «Ales­san­dro nac­que bene, no­bile e ricco. Sua mamma era Giu­lia Bec­ca­ria, una delle donne più co­no­sciute in Mi­lano. Vi­vace, in­tel­li­gente, Giu­lia era fi­glia di Ce­sare Bec­ca­ria. Sua mamma era Te­resa de Bla­sco, di ori­gine si­ci­liane e spa­gnole. Le fre­quen­ta­zioni erano quelle della cul­tura il­lu­mi­ni­sta mi­la­nese, a co­min­ciare dai Verri, tre fra­telli. Uno dei quali, Gio­vanni, ebbe con Giu­lia rap­porti in­tensi. Ven­tenne do­vette – il ter­mine è cor­retto (i Bec­ca­ria erano in dif­fi­coltà fi­nan­zia­rie), spo­sare don Pie­tro Man­zoni. “Don” si­gni­fi­cava un sot­tile strato di no­biltà. Pie­tro era più grande di lei di 26 anni.»

No­stre os­ser­va­zioni – In que­sto Epi­so­dio (più avanti ve­dremo an­che il con­tri­buto della dot­to­ressa Jone Riva, pro­se­cu­zione dell’incipit di Fa­ri­notti) il docu-film del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani (d’ora in poi CNSM) pre­senta er­rori di fatto e os­ser­va­zioni fuor­vianti. Ve­dia­moli, ini­ziando dall’iconografia.

Men­tre Fa­ri­notti parla di Te­resa de Bla­sco (la ma­dre di Giu­lia) sul vi­deo viene pre­sen­tato il ri­tratto di una gio­vane donna. Lo spet­ta­tore è ine­vi­ta­bil­mente por­tato a ri­te­nere che sia della ma­dre di Giu­lia. Non è così. L’immagine che ci viene mo­strata è in­vece quella di un ri­tratto della stessa Giu­lia, ese­guito da Ma­ria Co­sway verso il 1796-97, poco dopo il tra­sfe­ri­mento di Giu­lia a Pa­rigi con Carlo Im­bo­nati. A lato l’immagine di Te­resa de Bla­sco, ma­dre di Giu­lia.

Ri­tratto di Pie­tro, il mag­giore dei quat­tro fra­telli Verri.

Ma vi è un al­tra so­sti­tu­zione di per­sona. A pro­po­sito delle fi­gure fre­quen­tate da Giu­lia, Fa­ri­notti pone tra i primi: «i Verri, tre fra­telli. Uno dei quali, Gio­vanni, ebbe con Giu­lia rap­porti in­tensi». Ai no­stri oc­chi è in­tanto pro­po­sto ri­tratto di un gio­vane con una sgar­giante giacca blu.

Lo spet­ta­tore è au­to­riz­zato a ri­te­nere si tratti del ri­tratto del ci­tato Gio­vanni Verri, in­timo della Giu­lia. Ma non è così. Il ri­tratto mo­strato nel docu-film è in­fatti quello di Pie­tro Verri (sulla si­ni­stra). Che era fra­tello mag­giore di Gio­vanni (sulla de­stra).

Fa­ri­notti scam­bia un fra­tello con l’altro. Ma non solo: ne di­men­tica uno. Fa­ri­notti dice che erano tre. E in­vece erano quat­tro: Pie­tro (1728-1797), Ales­san­dro (1741-1816), Carlo (1743-1823), Gio­vanni (1745-1818).

Ri­tratto di Gio­vanni Verri, il più gio­vane dei Verri.

Re­sti­tuito alla fa­mi­glia Verri il quarto fi­glio, di­sperso dal CNSM, e dato a Gio­vanni il volto di Gio­vanni, pos­siamo pas­sare a Giu­lia.

No­to­rietà di Giu­lia in Mi­lano? – Se­condo il docu-film, Giu­lia ven­tenne era «una delle donne più co­no­sciute in Mi­lano». Ci sem­bra non fosse pro­prio così.

Giu­lia, do­di­cenne nel 1774 alla morte della ma­dre, venne af­fi­data al col­le­gio presso il Con­vento in Mi­lano delle Ago­sti­niane in San Paolo. E lì ri­mase fino all’autunno inol­trato del 1780. Il pa­dre Ce­sare, ri­spo­sa­tosi po­chi mesi dopo la morte della ma­dre di Giu­lia, la tra­scurò com­ple­ta­mente.

Del suo am­biente, Pie­tro Verri fu l’unico che la in­con­trasse ogni tanto in con­vento, in oc­ca­sione delle vi­site che egli fa­ceva alla sua pro­pria so­rella Anna, che lì era mo­naca da vent’anni. Per il pe­riodo della sua for­ma­zione Giu­lia non ebbe quindi al­cuna fre­quen­ta­zione con l’ambiente mi­la­nese.

La ma­dre di Giu­lia, la vi­vace Te­resa, non di Mi­lano né di no­bile fa­mi­glia (i Bec­ca­ria si erano op­po­sti al ma­tri­mo­nio di Ce­sare con lei pro­prio per que­sto) nella sua breve esi­stenza, ca­rat­te­riz­zata pare da un gran gu­sto per i di­ver­ti­menti, non aveva la­sciato grandi tracce nella co­scienza della città.
In una pa­rola, quando Giu­lia uscì dal col­le­gio, era in Mi­lano pres­so­ché sco­no­sciuta, e tale ri­mase per quei due anni che abitò (mal sop­por­tata) nella casa del pa­dre Bec­ca­ria. L’unico am­biente con un mi­nimo di eco mon­dano che di certo fre­quentò – ma solo dal feb­braio 1781 – fu quello di Gio­vanni Verri.

Que­sti, ga­lante e spian­tato ca­detto, fre­quen­tava in­tel­let­tuali, mu­si­ci­sti e can­tanti, certo vi­vaci in­tel­let­tual­mente e sim­pa­tici, ma tutto tranne che rap­pre­sen­tanti del mondo mi­la­nese che con­tava.

Così li de­scri­veva Pie­tro Verri al fra­tello Ales­san­dro in una let­tera del 31 mag­gio 1777:

«Una folla di gio­vi­netti spen­sie­rati, oc­cu­pa­tis­simi dei loro ricci, cal­zoni lar­ghi e gros­sis­simo collo, im­pe­gnati a far cre­dere d’avere quanti ca­pelli non ha ca­vallo nella coda, ve­ge­tano sfio­rando leg­ger­mente tutto, e sin­go­lar­mente si fanno pre­gio di non dire mai una ve­rità.»

Se vo­gliamo es­sere pre­cisi, l’unica ra­gione per cui Giu­lia po­tesse go­dere di una qual­che no­to­rietà – ma ne­ga­tiva – era il suo sco­perto le­game con Gio­vanni Verri. Se il co­stume con­sen­tiva che una donna spo­sata avesse una pub­blica re­la­zione amo­rosa (pre­fe­ri­bil­mente col con­senso del ma­rito), in una nu­bile non era per nulla ben vi­sto avere una vita sen­ti­men­tal-ses­suale al di fuori delle re­gole.

Un ma­tri­mo­nio for­zato? Par­lando di Giu­lia, con­ti­nua Fa­ri­notti: «do­vette – il ter­mine è cor­retto (i Bec­ca­ria erano in dif­fi­coltà fi­nan­zia­rie), spo­sare don Pie­tro Man­zoni. “Don” si­gni­fi­cava un sot­tile strato di no­biltà.»

Lo spet­ta­tore ne trae l’idea che:

1º. dal ma­tri­mo­nio di Giu­lia di­pen­desse la so­prav­vi­venza dei Bec­ca­ria (“do­vette”, “i Bec­ca­ria erano in dif­fi­coltà fi­nan­zia­rie”);
.
2º che la si­tua­zione fosse così grave da co­strin­gerla a spo­sare an­che una fi­gura quasi ir­ri­le­vante sul piano so­ciale («“Don” si­gni­fi­cava un sot­tile strato di no­biltà»).

Que­sta rap­pre­sen­ta­zione ha qual­che ri­scon­tro con la realtà sto­rica? Ve­diamo, co­min­ciando dalla “no­biltà”.

Come si sa, si­gnori si na­sce, no­bili si di­venta.
E in­fatti, ne­gli or­di­na­menti eu­ro­pei, il ti­tolo di “no­bile” ve­niva ac­cor­dato dal mo­narca per me­riti di ogni tipo (an­che ero­tici – vedi Luigi XIV nei con­fronti delle sue si­gnore di com­pa­gnia) o per norma (lo svol­gi­mento di una fun­zione per un certo nu­mero di anni) o per l’acquisto di terre.
Es­sendo la no­biltà un “or­dine” ne erano pre­vi­sti vari li­velli (e il pas­sag­gio da uno all’altro), al­cuni le­gati al rap­porto di san­gue con il so­vrano, al­tri all’entità dei me­riti o de­gli ac­qui­sti.

Dire di un no­bile che aveva un “sot­tile strato di no­biltà”, come af­fer­mato da Fa­ri­notti, è come dire di un sa­cer­dote che ha un “sot­tile strato di ap­par­te­nenza alla Chiesa”, per­ché non Car­di­nale.
E si­gni­fica de­sti­narsi a non com­pren­dere come un Verri “conte” po­tesse gui­dare a bac­chetta un Bec­ca­ria “mar­chese”, e quindi con più “strati di no­biltà”.

Nel caso della fa­mi­glia Man­zoni di Lecco, cui ap­par­te­neva don Pie­tro, il ti­tolo di “no­bile” era stato ac­qui­sito da tempo.
Se­condo sen­tenza del tri­bu­nale aral­dico della Lom­bar­dia, in data 13 giu­gno 1771, i Man­zoni ven­gono de­scritti nel ca­ta­logo delle fa­mi­glie no­bili, e più pre­ci­sa­mente: Man­zoni don Paolo, ca­no­nico or­di­na­rio della Me­tro­po­li­tana, e don Pie­tro An­to­nio, fra­telli – già in pos­sesso del feudo ono­ri­fico e no­bile di Mon­cucco, nel ter­ri­to­rio di No­vara, di cui, in virtù di reale di­spac­cio di Carlo II di Spa­gna, era stato in­ve­stito (23 feb­braio 1691) il loro avo pa­terno don Pie­tro An­to­nio.

I Man­zoni erano quindi “no­bili” prima dei Bec­ca­ria, che di­ven­nero tali nel 1705 (vedi il “Tea­tro Ge­nea­lo­gico delle Fa­mi­glie Il­lu­stri, No­bili, e Cit­ta­dine di Mi­lano”), con l’acquisizione di due roc­ca­forti a Gual­dra­sco e a Vil­la­reg­gio (pro­vin­cia di Pa­via); e prima dei Verri (1695).

Ma ve­niamo al ma­tri­mo­nio tra il “no­bile” don Man­zoni e “donna” Giu­lia Bec­ca­ria (avendo un fra­tello, era “mar­chesa” solo per cor­te­sia mon­dana).

Giu­lia Bec­ca­ria non po­teva es­sere “co­stretta” pro­prio da nes­suno a spo­sare don Pie­tro. Certo, il ma­tri­mo­nio fu “com­bi­nato”, come molti ma­tri­moni di al­lora quando fos­sero in gioco ren­dite, terre, quat­trini. Ma è da se­gna­lare che pro­nubo in­te­res­sato ne era Pie­tro Verri, per ra­gioni molto pre­cise.

Uscita dal col­le­gio con­ven­tuale, la di­cian­no­venne Giu­lia di­venne in­fatti amica in­tima di Gio­vanni Verri. Il pri­mo­ge­nito Pie­tro, senza fi­gli ma­schi e an­cora senza ti­tolo (il vec­chio pa­dre Conte Ga­briele si ri­fiu­tava di mo­rire), aveva in­te­resse a evi­tare che il pro­prio fra­tello ca­detto ge­ne­rasse un fi­glio con una espo­nente del Pa­tri­ziato Mi­la­nese, pri­van­dolo quasi si­cu­ra­mente del ti­tolo.

D’altro lato Ce­sare Bec­ca­ria non aveva certo bi­so­gno del ma­tri­mo­nio della fi­glia per cam­pare. Tra sti­pen­dio e ren­dite gli en­tra­vano in casa l’equivalente di ol­tre 2 mi­lioni di Euro an­nui. Di­ciamo in­vece che Ce­sare era noto come im­pe­ni­tente tac­ca­gno.

Dal ma­tri­mo­nio di Giu­lia non aveva da gua­da­gnare al­tro che li­be­rarsi di una fi­glia che aveva da ri­dire sull’eredità la­scia­tale dalla ma­dre e che no­to­ria­mente egli non amava (ri­cam­biato). Una li­be­ra­zione cui te­neva, tanto da sbor­sare 200 zec­chini (circa 100.000 Euro) in più di dote, quando si sparse voce che Pie­tro Man­zoni fosse am­bito come sposo an­che da un’altra fa­mi­glia, che aveva “of­ferto di più”.

E donna Giu­lia (qui a lato in un ri­tratto di An­drea Ap­piani verso il 1790) cosa po­teva gua­da­gnare dal ma­tri­mo­nio con don Pie­tro?

In­tanto la si­ste­ma­zione con un pos­si­dente di non pic­colo ta­glio (la fa­mi­glia Man­zoni pos­se­deva tra il ter­ri­to­rio la­riano e l’area di Pa­via terre va­rie con una ren­dita di circa 55.000 Lire – più o meno 5 mi­lioni di Euro, net­ta­mente su­pe­riore a quella dei Bec­ca­ria).

Che po­teva aspi­rare a en­trare nel Pa­tri­ziato mi­la­nese, con tutti i van­taggi an­nessi. E che (sul pa­rere dei co­muni co­no­scenti) era per­sona nor­male, non gretta (il qua­dretto di­sa­stroso che essa ne fece per la se­pa­ra­zione, è al­tra cosa – ne par­liamo più avanti).

E don Pie­tro, ol­tre alla na­tu­rale e sana pia­ce­vo­lezza della gio­ventù di Giu­lia (per la ve­rità da nes­suno mai giu­di­cata come “bella” – l’acuto ri­trat­ti­sta Ap­piani si tenne fe­dele alla na­tura e Pie­tro Verri, uscita dal con­vento, l’aveva de­fi­nita ”sana e ro­bu­sta”) cosa gua­da­gnava dal ma­tri­mo­nio con la gio­vane?

Que­sto è forse più in­te­res­sante. I Man­zoni tra il 1600 e il 1700 ave­vano pos­se­duto mi­niere di mi­ne­rale fer­roso, fu­cine, opi­fici, al­ti­forni, ed erano stati for­ni­tori dell’esercito spa­gnolo di stanza in Lom­bar­dia. E con tutte le ca­rat­te­ri­sti­che del po­tere di al­lora: com­presi an­che scon­tri vio­lenti con i con­cor­renti d’affari.

Ri­tratto di Giu­lia Bec­ca­ria di An­drea Viap­piani, circa 1790.

Con la di­mi­nu­zione dei pro­fitti dell’attività si­de­rur­gica, la fa­mi­glia Man­zoni aveva in­di­riz­zato le pro­prie ri­sorse verso la ren­dita fon­dia­ria, con in­ve­sti­menti in im­mo­bili e in terre. Verso l’ultimo quarto del ’700, i due fra­telli eredi della ca­sata, Paolo (ca­no­nico al Duomo di Mi­lano) e Pie­tro (pa­dre di Ales­san­dro), ave­vano ac­cen­tuato l’orientamento verso la pro­prietà ter­riera.

E de­ciso di dare la sca­lata al Pa­tri­ziato mi­la­nese cui era già ap­par­te­nuta la loro ma­dre Ma­ria Mar­ghe­rita Porro, una delle più il­lu­stri fa­mi­glie mi­la­nesi.

Al Pa­tri­ziato di Mi­lano si ac­ce­deva su va­lu­ta­zione della Com­mis­sione mu­ni­ci­pale dei Con­ser­va­tori de­gli Or­dini, a ciò pre­po­sta. La quale si ba­sava non sui “gradi di no­biltà” (de­fi­niti dal so­vrano) ma sulla va­lu­ta­zione circa il rap­porto che un no­bile po­teva di­mo­strare di avere avuto per al­meno cento anni con la città.

Ov­via­mente in que­ste coop­ta­zioni non co­di­fi­cate da ele­menti og­get­tivi, erano im­por­tanti le re­la­zioni. An­che per ciò, Pie­tro Man­zoni aveva ac­cet­tato di spo­sare Giu­lia Bec­ca­ria, con­tando di raf­for­zare la pro­get­tata do­manda di ade­sione all’élite cit­ta­dina, che in­fatti avanzò nel 1791.

A don Pie­tro andò male, an­che per il Pa­tri­ziato. La sua do­manda, esa­mi­nata solo nel 1792 (a se­pa­ra­zione da Giu­lia già av­ve­nuta) venne re­spinta. La Com­mis­sione ri­tenne che i Man­zoni non aves­sero ma­tu­rato un suf­fi­ciente le­game con la città nel cui Pa­tri­ziato chie­de­vano di en­trare.
In­di­pen­den­te­mente da­gli “strati” di no­biltà.

PDF dell’Analisi cri­tica
in­dice dei venti epi­sodi

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