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22 giu­gno 2022

Ringraziando, riceviamo e pubblichiamo.

A com­mento della no­stra Nota sul “Falso-De­ledda” qui sotto ri­por­tata, Dino Ge­suino Manca (Pro­fes­sore di Fi­lo­lo­gia della let­te­ra­tura ita­liana, Sto­ria della lin­gua ita­liana e Let­te­ra­tura e fi­lo­lo­gia sarda presso l’Università de­gli Studi di Sas­sari) molto cor­te­se­mente ci ha così scritto il 20 giu­gno scorso:

«Gen­ti­lis­simo Fa­bio Stop­pani,
la rin­gra­zio tanto. Come Lei sa­prà sono già in­ter­ve­nuto sul quo­ti­diano sardo La Nuova (cfr. al­le­gato) in me­rito alla ve­xata quae­stio.
Da anni a le­zione lo spiego agli stu­denti. Mi in­te­res­sai della cosa dopo un con­ve­gno del 2014, dopo l’errata ri­pro­po­si­zione della vul­gata in­ter­net­tiana.
.
Ciò che de­sta per­ples­sità, ol­tre alla man­canza della fonte, è l’usus scri­bendi e il pro­ba­bile er­rore (nel senso fi­lo­lo­gico di al­lon­ta­na­mento, se non ma­ni­po­la­zione, della vo­lontà au­to­rale) ma­sche­rato d’autenticità. Al­cuni sti­lemi si tro­vano con­cen­trati in modo so­spetto (loci cri­tici) in una de­scri­zione dell’Elias Por­tolu (come vedo che an­che Lei ha ri­scon­trato), al­tri sono al­lo­tri, im­pro­ba­bili, poi un al­tro vago in­ci­pit in una let­tera al De Gu­ber­na­tis e il tutto viene rie­la­bo­rato se­condo una mo­da­lità ver­si­fi­ca­to­ria (usus scri­bendi) molto dub­bia. Quasi si tratti di una sorta di con­ta­mi­na­tio.
Ecco per­ché senza una fonte l’attribuzione do­vrebbe re­stare in­certa (in in­certo ab­stine).
.
Ri­co­no­sco e am­metto che è fa­cile ed è stato fa­cile ca­scarci, ma è chiaro che adesso la de­riva deve es­sere fer­mata.
Si do­vreb­bero in­vi­tare i di­vul­ga­tori se­riali a esi­bire la fonte, senza la quale per somma cau­tela si do­vrebbe quanto meno so­spen­dere il giu­di­zio (scri­ven­dolo po­nevo una que­stione di me­todo, in in­certo ab­stine, ap­punto). Ri­pe­tere cento volte una bu­gia, in­fatti, non la tra­sforma in una verità.

Sono quindi d’accordo con Lei e la rin­gra­zio.
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Le au­guro ogni bene.

Cor­diali sa­luti
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Dino Manca
Uni­ver­sità di Sassari

Que­sta la no­stra ri­spo­sta del 22 giu­gno alla chiara e istrut­tiva co­mu­ni­ca­zione del Pro­fes­sor Manca:

«Gen­tile Pro­fes­sor Manca,
ve­ra­mente gra­zie per il cor­tese in­te­res­sa­mento e per le sem­pre pre­ziose no­ta­zioni fi­lo­lo­gi­che.
Sap­piamo che Lei ha già da tempo avan­zato mo­ti­vate ri­serve a pro­po­sito della com­po­si­zione “Noi siamo sardi”, fal­sa­mente at­tri­buita a De­ledda, e siamo certi che an­che que­sta Sua ul­te­riore in­di­ca­zione varrà a chia­rire la que­stione sotto il pro­filo lin­gui­stico (salvo Suo di­verso orien­ta­mento pen­siamo di pub­bli­carla in al­le­gato alla no­stra Nota).

Come sem­plici os­ser­va­tori delle pro­ble­ma­ti­che de­led­diane vor­remmo però sug­ge­rire di non li­mi­tare l’opera di chia­ri­mento al solo qua­dro lin­gui­stico.
Ci sem­bra in­fatti che i due temi cui nella no­stra Nota ab­biamo solo ac­cen­nato, me­ri­te­reb­bero un approfondimento.

Chi me­glio di Lei e dei Suoi col­le­ghi sardi im­pe­gnati nelle com­me­mo­ra­zioni de­led­diane po­trebbe dare ri­spo­ste in­no­va­tive ri­spetto al vis­suto di De­ledda sulla po­li­tica estera ita­liana nel primo tren­ten­nio del se­colo e sul rap­porto vendetta/perdono?
Quest’ultimo tema so­prat­tutto pen­siamo po­trebbe util­mente fare da ponte an­che a con­si­de­ra­zioni sul rap­porto tra Gra­zia De­ledda e Ales­san­dro Man­zoni cui ci pare sia stato solo accennato.

Gra­zie co­mun­que an­cora per la Sua at­ten­zione e un cor­dia­lis­simo sa­luto da parte della no­stra re­da­zione e da me in particolare.

Fa­bio Stop­pani
Cen­tro Studi Abate Stoppani.»

Mi­lano, ve­nerdì 20 mag­gio 2022

Premessa.

Nel lu­glio del 2021 amici della bella Sar­de­gna ci ave­vano se­gna­lato il caso della com­po­si­zione “Noi siamo Sardi”, da al­cuni anni dif­fusa sul Web e at­tri­buita alla scrit­trice nuo­rese Gra­zia De­ledda senza al­cun ele­mento cri­tico a so­ste­gno; in com­penso, con l’assenso espli­cito di Isti­tu­zioni e me­dia an­che na­zio­nali (tra que­sti, Rai1Rai2).

Circa la pa­ter­nità di que­sta com­po­si­zione (li­mi­tan­dosi però a sen­sa­zioni sog­get­tive, im­por­tanti ma non ri­so­lu­tive) gli amici sardi ci espri­me­vano i loro forti dubbi che fosse ef­fet­ti­va­mente di De­ledda: “in­coe­rente nei ri­fe­ri­menti lin­gui­stici”; “su­per­fi­ciale e con­fusa nelle de­ter­mi­na­zioni sto­ri­che”; “troppo en­fa­tica” e , sul fronte etico, cer­ta­mente “di spi­rito non de­led­diano”.

Chie­de­vano al no­stro Cen­tro Studi se ci era pos­si­bile ve­ri­fi­care quanto l’attribuzione a De­ledda della com­po­si­zione “Noi siamo Sardi” po­tesse go­dere di un qual­che fon­da­mento o fosse in­vece da con­si­de­rare senza tante esi­ta­zioni come una delle nu­me­rose balle, ap­parse sul Web e poi pe­co­re­sca­mente fatte pro­prie an­che da im­por­tanti mezzi di in­for­ma­zione e formazione.

Im­pe­gni già av­viati ci hanno ob­bli­gato a la­sciare pas­sare più tempo del pre­vi­sto per ela­bo­rare una ri­spo­sta esau­stiva alla do­manda de­gli amici sardi e tra una cosa e l’altra è pas­sato quasi un anno.

Men­tre sta­vamo dando gli ul­timi ri­toc­chi alla no­stra Nota per ca­ri­carla fi­nal­mente sul Web, ab­biamo letto con molto pia­cere su “La Nuova Sar­de­gna” del 9 mag­gio 2022 un ar­ti­colo di Ales­san­dro Ma­ron­giu che, sep­pure con mi­nore de­ter­mi­na­tezza ri­spetto alla no­stra ri­fles­sione, ne so­ste­neva il me­de­simo con­vin­ci­mento di fondo: la com­po­si­zione “Noi siamo Sardi” non può es­sere at­tri­buita a Gra­zia Deledda.

Ma­ron­giu ri­por­tava an­che al­cune con­si­de­ra­zioni di Dino Manca (Or­di­na­rio di Fi­lo­lo­gia all’Università di Sas­sari e ben noto per le sue ri­cer­che sulla scrit­trice nuorese):

«La poe­sia le viene da anni at­tri­buita ma per quante ri­cer­che ab­bia fatto non ho mai tro­vato la fonte. Pe­ral­tro nel te­sto vul­gato ci sono al­cune spie lin­gui­sti­che che do­vreb­bero in­durre a mag­giore cau­tela in quanto al­lo­trie ri­spetto al suo usus scri­bendi. Tut­ta­via man­tengo il giu­di­zio sospeso.»

La “so­spen­sione di giu­di­zio” da parte di Manca ci ha un poco stu­pito. Il fi­lo­logo sardo ci pare in­fatti sia più che at­trez­zato (si­cu­ra­mente più di noi) per dare una ri­spo­sta au­to­re­vole e de­fi­ni­tiva alla questione.

Co­mun­que sia, un “bravo!” a Ma­ron­giu che — in Sar­de­gna si­cu­ra­mente an­cor più in con­tro­ten­denza — ha avuto il me­rito di espri­mere per primo pub­bli­ca­mente un pa­rere fermo su que­sta que­stione, in sé non par­ti­co­lar­mente ri­le­vante ma da non sot­to­va­lu­tare in quanto “esem­pio ne­ga­tivo” di come NON do­vreb­bero es­sere trat­tati certi aspetti della cultura.

È op­por­tuno se­gna­lare che il no­stro Cen­tro Studi non ha una spe­ci­fica com­pe­tenza su De­ledda e la sua opera: nel ri­spon­dere all’invito de­gli amici sardi ci siamo quindi li­mi­tati ad ap­pli­care il no­stro me­todo di la­voro, ba­sato sull’analisi di ele­menti og­get­tivi, ve­ri­fi­ca­bili e con­di­vi­si­bili da chiunque.

Solo come co­rol­la­rio ab­biamo poi ri­te­nuto po­tesse es­sere di una qual­che uti­lità svol­gere al­cune li­mi­tate con­si­de­ra­zioni su due aspetti im­pli­citi nella com­po­si­zione fal­sa­mente at­tri­buita a De­ledda:
un sup­po­sto co­smo­po­li­ti­smo mul­ti­cul­tu­rale della scrit­trice nuo­rese;
una sua sup­po­sta va­lo­riz­za­zione della “ven­detta” come ele­mento si­gni­fi­ca­tivo della fi­sio­no­mia delle genti di Sar­de­gna.

Si tratta solo di spunti, che pro­po­niamo senza al­cuna pre­tesa di esau­sti­vità, con l’augurio che gli stu­diosi de­di­cati all’opera della scrit­trice nuo­rese pos­sano / vo­gliano svi­lup­parli con al­tra am­piezza: non sa­rebbe male se an­che dall’Accademia della terra di De­ledda giun­gesse un alt! a balle spac­ciate nel suo nome. 

La composizione “NOI SIAMO SARDI”, indicata come di Grazia Deledda: un evidente FALSO, buono solo per i volutamente distratti.

Dalla deviante ma innocua composizione di anonimo (apparsa su un forum Web abbastanza casereccio) a una vera e propria campagna di disinformazione culturale, veicolata anche da Università, Istituzioni rappresentative, stampa e televisione nazionali (Rai1 e Rai 2), ormai tracimata oltre la decenza.

A evitare che un banale scherzo si affermi come verità storico-letteraria ai danni di una protagonista della nostra cultura contemporanea, diamo gli opportuni elementi conoscitivi perché ognuno possa constatare che quella “composizione” non solo NON È di Grazia Deledda ma anche ne stravolge il genuino pensiero su un importante tema etico.

Cir­cola sul Web da quasi tre lu­stri (ci sem­bra di po­ter dire dal 2008), una com­po­si­zione va­ria­mente ver­si­fi­cata, ti­to­lata “Noi siamo Sardi” e fir­mata “Gra­zia De­ledda”, senza al­cuna al­tra in­di­ca­zione, né di data né di fonte.

Que­sto il testo:

«Noi siamo Sardi.
Siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.
Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.
Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo, lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.
Siamo il regno ininterrotto del lentisco, delle onde che ruscellano i graniti antichi, della rosa canina, del vento, dell’immensità del mare.
Siamo una terra antica di lunghi silenzi, di orizzonti ampi e puri, di piante fosche, di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.
Noi siamo sardi.
Grazia Deledda.»

Per co­mo­dità — e per­ché sia da su­bito chiaro il no­stro orien­ta­mento — de­no­mi­niamo que­sta com­po­si­zione il “Falso-De­ledda”.

Il gio­chino è stato ap­pron­tato uti­liz­zando al­cune espres­sioni del ro­manzo “Elias Por­tolu” di Gra­zia De­ledda fram­mi­schiate a espres­sioni non solo del tutto estra­nee alla poe­tica e al vo­ca­bo­la­rio de­led­diano ma an­che op­po­si­tive al pen­siero etico della scrit­trice nuo­rese, in par­ti­co­lare in re­la­zione al tema del rap­porto “vendetta/perdono”.

Evi­den­zie­remo an­che il ruolo de­le­te­rio che Isti­tu­zioni e me­dia eser­ci­tano nel no­stro Paese col dif­fon­dere, senza al­cuna ve­ri­fica cri­tica, pro­po­ste pseudo-cul­tu­rali che sono solo GOGLIARDICI FALSI.

2008 / L’attribuzione a Grazia Deledda, espediente retorico in una discussione tra sardi sulla “vera sardità”.

Salvo ac­co­gliere con pia­cere di­verse in­di­ca­zioni, ci sem­bra che la prima ap­pa­ri­zione del “Falso-De­ledda” sia da­ta­bile al feb­braio del 2008, sul “Fo­rum Sar­de­gna” (sito Web “gen​te​di​sar​de​gna​.it”), de­di­cato a temi di va­ria na­tura, re­la­tivi alla “sar­dità”.

Il pro­po­nente della com­po­si­zione sem­bra es­sere mem­bro del fo­rum dal 2006 e così si pre­senta: “fem­mi­nile” il ge­nere; “Ziama” il nome; “sarda” di ori­gine e re­si­dente a New York (nel 2008 già da 15 anni).
Dal ta­glio dei suoi in­ter­venti sem­bre­rebbe trat­tarsi di per­sona già ma­tura — è op­por­tuno però se­gna­lare che il suo pre­sen­tarsi come donna po­trebbe es­sere un ac­cor­gi­mento mi­me­tico così come la sua di­chia­rata re­si­denza in New York.

Fa­remo co­mun­que ri­fe­ri­mento al pro­po­nente come alla “sign­­ora Ziama”.

Dal con­te­sto delle di­scus­sioni sul fo­rum “gen​te​di​sar​de​gna​.it” di quel pe­riodo (2008) ci sem­bra di po­tere ar­guire che la com­po­si­zione pro­po­sta come di Gra­zia De­ledda, sia stata pen­sata dalla si­gnora Ziama come espe­diente re­to­rico per raf­for­zare una pro­pria opi­nione sulla “sar­dità”, fa­cendo leva sulla au­to­rità del Pre­mio No­bel nuo­rese, in­di­scussa tra i suoi interlocutori.

Se­condo Ziama non avrebbe senso par­lare di una “pu­rezza sarda”, come so­ste­nuto da al­tri par­te­ci­panti al fo­rum, pro­pensi all’idea della so­prav­vi­venza di un nu­cleo ge­ne­tico sardo ri­sa­lente alla pro­to­sto­ria.
Per Ziama si do­vrebbe sem­mai par­lare di una “sar­dità re­la­tiva”, pro­prio come per tante al­tre re­gioni ita­liane, per­corse nei se­coli da po­po­la­zioni di va­ria origine.

L’incipit della com­po­si­zione elenca in­fatti i po­poli che (se­condo Ziama ov­via­mente), avreb­bero con­tri­buito alla realtà sarda.
Sotto il pro­filo re­to­rico, il nu­cleo cen­trale della com­po­si­zione (ba­sato sulla esal­ta­zione del mondo na­tu­ra­li­stico sardo e su un dato di co­lore sto­rico-so­ciale — la ven­detta, pre­sen­tato come tratto ca­rat­te­ri­stico della fi­sio­no­mia sarda) ap­pare come una più che scon­tata “cap­ta­tio be­ne­vo­len­tiæ”, tesa an­che a cer­ti­fi­care il le­game pro­fondo che Ziama ri­ven­dica con la sua terra di ori­gine, messo in dub­bio da qual­che par­te­ci­pante alla di­scus­sione (dai vari in­ter­venti ri­sulta che una nonna di Ziama era di ori­gine romagnola).

Ri­ser­van­doci di tor­nare più sotto sui con­te­nuti di que­sta “in­ven­zione” di Ziama e sui suoi an­che pac­chiani er­rori di ca­rat­tere sto­rico e fi­lo­lo­gico (in­ge­nua­mente fatti pro­pri da tutti co­loro che ne esal­tano l’invenzione, fa­cen­do­sene a loro volta dif­fu­sori), per il mo­mento ci li­mi­tiamo a in­di­care in que­sto fo­rum “gen​te​di​sar​de​gna​.it” e al 2008 la “na­scita” della com­po­si­zione at­tri­buita a Gra­zia Deledda.

2008-2012 / Svolazzamento in rete.

Nel 2008, lo stesso giorno in cui Ziama ca­rica sul Fo­rum la sua in­ven­zione, fir­man­dola “Gra­zia De­ledda”, un al­tro par­te­ci­pante alla di­scus­sione in­ter­viene e scrive (ri­fe­ren­dosi alla com­po­si­zione): “scusa Ziama ma que­sto te lo rubo”.
Co­min­cia così lo svo­laz­za­mento del “Falso-De­ledda” nella rete.

Nel 2011 lo tro­viamo (ma in­di­cato come “ano­nimo, at­tri­buito a Gra­zia De­ledda”) sul sito “le­zioni di bello”, as­sieme a una con­tur­bante no­ta­zione di R. Pe­taz­zoni (“Chi è stato in Sar­de­gna, non può di­men­ti­care lo sguardo delle donne sarde: sguardo in­tenso cupo e ar­dente, fa­scino am­ma­lia­tore pieno di forza ar­cana, che parve e fu ter­ri­bile” — La re­li­gione pri­mi­tiva in Sar­de­gna, 1912).

Nel 2012 il “Falso-De­ledda” at­terra sul sito “blog​.li​bero​.it” (que­sta volta fir­mato G. De­ledda) senza al­cun ac­cen­tua­zione par­ti­co­lare: evi­den­te­mente piace e tanto basta.

22 novembre 2013/ In occasione del nubifragio di Olbia, anche il Comune di Corsico (alle porte di Milano) partecipa al lutto della Sardegna citando il “Falso-Deledda”.

Il 19 no­vem­bre 2013 viene po­stato da “Fairy” su http:/win.leperledelcuore.it, un por­tale sardo di va­ria uma­nità, denso di af­fet­tuosi pen­sieri e “ba­cini bacini”.

Il mes­sag­gio è de­di­cato da Fairy «dal pro­fondo del cuore ai miei con­ter­ra­nei e con­cit­ta­dini», in quei giorni col­piti dalla vio­lenta al­lu­vione che de­va­stò la città di Ol­bia pro­vo­cando 16 morti e 2.000 sfol­lati.
Lo scopo ap­pare tra­spa­rente: te­sti­mo­niare la vi­ci­nanza di un sardo ad al­tri sardi in dif­fi­coltà, con il ri­chiamo alla co­mune origine.

È da ri­le­vare però come, in que­sto caso, la com­po­si­zione si regga solo sull’autorità della firma “Gra­zia De­ledda”, icona della “sar­dità”.

Ri­sulta in­fatti scar­sa­mente de­cli­na­bile con il con­te­sto tra­gico del 19 no­vem­bre 2013 l’elenco dei vari po­poli che avreb­bero in qual­che modo in­te­ra­gito con l’isola (spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, piemontesi).

No­no­stante que­sta evi­dente in­con­gruenza, il mes­sag­gio piace e viene ri­preso: il Co­mune di Cor­sico (im­me­dia­ta­mente alle porte di Mi­lano) pub­blica il te­sto “Noi siamo Sardi” per espri­mere la vi­ci­nanza della cit­ta­dina lom­barda alle vit­time e agli sfol­lati di Olbia.

Ci sem­bra che per la prima volta l’invenzione di Ziama viene così ri­presa da una Isti­tu­zione pub­blica, senza al­cuna pre­oc­cu­pa­zione sulla sua ve­ri­di­cità o meno.

2015/ Navigando verso una dimensione “letteraria”.

Dopo que­sta uscita sul Web nel 2013, la com­po­si­zione ha co­min­ciato ad avere una pro­pria esi­stenza au­to­noma an­che di tipo “let­te­ra­rio”.

Nel 2015 viene in­fatti ri­presa su www​.pen​sie​ri​pa​role​.it (un sito di spon­so­riz­za­zione di Vir​gi​lio​.it, il por­tale In­ter­net ita­liano, di pro­prietà di Ita­liaon­line Srl), non per una qual­che ra­gione con­tin­gente ma pro­prio per una sua sup­po­sta ap­par­te­nenza alla pro­du­zione poe­tica de­led­diana, na­tu­ral­mente senza uno strac­cio di ri­fe­ri­mento cri­tico, e na­tu­ral­mente sfrut­tata a fini pubblicitari.

Ma fin qui siamo an­cora nel campo dell’innocuo di­let­tan­ti­smo della rete, da po­ter con­si­de­rare come inin­fluente sco­ria della pseudo-cultura.

La cosa diventa preoccupante
dopo un paio d’anni.

2017 / Il “Falso-Deledda” presentato con l’assenso della Università di Cagliari come alta testimonianza per l’interpretazione del passato genetico e culturale della Sardegna.

Spiace in­fatti di do­vere con­sta­tare che è sci­vo­lata nella ac­co­glienza acri­tica del parto let­te­ra­rio della si­gnora Ziama an­che l’Università de­gli Studi di Ca­gliari, che, in spe­cie quando si parla di Sar­de­gna e della sua sto­ria, do­vrebbe teo­ri­ca­mente es­sere la più at­tenta alle balle in­ter­net­tiane e non.

Pur­troppo, però, l’Università (Di­par­ti­mento di Sto­ria, Beni cul­tu­rali e Ter­ri­to­rio) nel 2017 ha pub­bli­cato (Carlo Del­fino Edi­tore) il vo­lume “Cor­pora delle an­ti­chità della Sar­de­gna — La Sar­de­gna ro­mana e al­to­me­die­vale” con la co­per­tura della “Re­gione Au­to­noma della Sar­de­gna” (che ha an­che fi­nan­ziato l’iniziativa) e del “Mi­ni­stero dei beni e delle at­ti­vità cul­tu­rali e del turismo”.

Il vo­lume, di 498 pa­gine, con­tiene 29 con­tri­buti di Ac­ca­de­mici (Uni­ver­sità di Sas­sari, Ca­gliari, Pa­dova, Bo­lo­gna) e di Re­spon­sa­bili della So­prin­ten­denza di di­verse aree della Sar­de­gna.
Tra que­sti ul­timi an­che Ru­bens D’Oriano (So­prin­ten­denza Ar­cheo­lo­gia, Belle Arti e Pae­sag­gio per le pro­vince di Sas­sari, Ol­bia-Tem­pio e Nuoro) che ha pre­sen­tato uno stu­dio dal ti­tolo “La Sar­de­gna e il mare”.

Nel qua­dro del suo con­tri­buto, D’Oriano po­le­mizza (p. 42) con quella che egli de­fi­ni­sce una
«er­rata au­toi­den­ti­fi­ca­zione dei Sardi di oggi nelle po­po­la­zioni nu­ra­gi­che, quindi un “Noi Sardi di oggi ci ri­co­no­sciamo nei glo­riosi au­toc­toni Nu­ra­gici e chi è ve­nuto dopo è no­stro invasore-colonizzatore-sfruttatore”.»

A fronte di que­sta par­ti­co­lare vi­sione del pas­sato della Sar­de­gna, D’Oriano ha una sua di­versa opi­nione e per so­ste­nerla mette sul ta­volo una carta che egli ri­tiene vin­cente (p. 43, evi­den­zia­zioni nostre):

«La cri­tica a que­sta mi­to­lo­gia è piut­to­sto ov­via: i Sardi di oggi, come i Si­ci­liani, i Cre­tesi, i To­scani, i Ca­ta­lani, non pos­sono che es­sere l’esito della stra­ti­fi­ca­zione ge­ne­tica e cul­tu­rale di tutte le po­po­la­zioni che si sono av­vi­cen­date nell’Isola, Nu­ra­gici certo, e prima an­cora Neo­li­tici, Cam­pa­ni­formi, e poi Fe­nici, Greci, Car­ta­gi­nesi, Ro­mani, Bi­zan­tini, Arabi, Pi­sani, Ara­go­nesi, come era già chiaro a una delle più alte voci che que­sta terra ab­bia fi­nora espresso, il Pre­mio No­bel per la let­te­ra­tura Gra­zia De­ledda, che già circa un se­colo fa in­se­gnava «Siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, pie­mon­tesi» nell’incipit della poe­sia che si in­ti­tola (guarda caso) “Siamo Sardi”.

Si badi che la ci­ta­zione da parte del So­prin­ten­dente D’Oriano non è da con­si­de­rare come frutto di una sua per­so­nale vi­sione, even­tual­mente da con­si­de­rare “ori­gi­nale”, ma è evi­den­te­mente lar­ga­mente condivisa.

Nella In­tro­du­zione al vo­lume Giu­seppe Des­sena (As­ses­sore re­gio­nale della Pub­blica Istru­zione, Beni Cul­tu­rali, In­for­ma­zione, Spet­ta­colo e Sport) così in­fatti sin­te­tizza l’obiettivo dello stu­dio:
«La Sar­de­gna si con­ferma una terra che ac­co­glie nel pro­prio grembo, […] tra­di­zioni e istanze esterne di­mo­strando, […] la sua fun­zione di cen­tra­lità nel Me­di­ter­ra­neo, e smen­tendo quella li­nea di in­ter­pre­ta­zione che so­stiene che l’insularità ab­bia pro­dotto e pro­duca di ne­ces­sità un chiuso e muto iso­la­mento. Il pa­tri­mo­nio di studi rac­colto e rie­la­bo­rato è de­sti­nato alla frui­zione pub­blica e per­ciò stesso alla cre­scita cul­tu­rale dell’intera comunità.».

Con que­sta ci­ta­zione del “Falso-De­ledda” da parte di un noto So­prin­ten­dente dell’Archeologia sarda (all’interno di uno stu­dio pro­dotto dalla pre­sti­giosa Uni­ver­sità de­gli Studi di Ca­gliari) non­ché con il pieno plauso dell’Assessore re­gio­nale alla Pub­blica Istru­zione, si può ben dire che l’invenzione della si­gnora Ziama ha com­piuto ab­ba­stanza ra­pi­da­mente un bel po’ di strada dal 2008: la sua in­ven­zione in salsa “de­led­diana” è as­surta a ga­ran­zia di una vi­sione “uf­fi­ciale” della sto­ria dei Sardi.
Ver­rebbe pro­prio da dire: ne hai fatta di strada, tia Ziama!

Ma per il vero lan­cio me­dia­tico a li­vello na­zio­nale del “Falso-De­ledda”, bi­so­gna aspet­tare an­cora un pochino.

28 aprile 2018/ Dinamo Sassari.
Noi siamo sardi: in tutta l’isola si celebra “Sa die de sa Sardigna”.

«La Di­namo, squa­dra della Sar­de­gna, ce­le­bra “Sa die de sa Sar­di­gna: gior­nata di fe­sta in me­mo­ria di ve­spri sardi dell’aprile del 1794.

[…] La Di­namo è la squa­dra di un’isola, di un po­polo or­go­glioso della sua sto­ria e con­sa­pe­vole della sua forza: do­me­nica scorsa, in oc­ca­sione della sfida con la Reyer Ve­ne­zia, il gruppo di tifo or­ga­niz­zato, ha co­lo­rato il Pala Ser­ra­di­mi­gni con una me­ra­vi­gliosa e sug­ge­stiva co­reo­gra­fia de­di­cata alla Sar­de­gna. In un tri­pu­dio di ban­diere dei quat­tro mori, con il sot­to­fondo mu­si­cale con le note di Pro­cu­rade ’e mo­de­rare suo­nata con le lau­ned­das, sono state scan­dite le pa­role di Gra­zia De­ledda della ce­le­bre poe­sia “Noi siamo sardi” che hanno emo­zio­nato i cin­que­mila pre­senti. Un inno all’isola, alla Sar­de­gna, all’identità di un po­polo com­bat­tivo e in­do­mito come quello sardo. 

Nel giorno de “Sa die de sa Sar­di­gna, la Di­namo Banco di Sar­de­gna Sas­sari -prima realtà ce­sti­stica dell’isola- ce­le­bra la fe­sta del po­polo sardo che, nel 1794, diede vita a quei moti che co­sti­tui­rono la prima presa di co­scienza dei pro­pri mezzi. Am­ba­scia­trice della Sar­de­gna in Ita­lia ed Eu­ropa, la Di­namo ce­le­bra la “Gior­nata del po­polo sardo” in­sieme alla sua gente, unen­dosi ai fe­steg­gia­menti di un’isola in­tera, im­pe­gnata da Sas­sari a Ca­gliari, da Ori­stano a Nuoro, a com­me­mo­rare que­sta im­por­tante ri­cor­renza. Una gior­nata all’insegna della tra­di­zione e dell’identità, con la chiara e or­go­gliosa con­sa­pe­vo­lezza della sto­ria dove af­fon­dano le no­stre radici.»

Chiude l’annuncio il “Falso-De­ledda”, in edi­zione in­te­grale, con bene evi­dente il ti­tolo — Noi siamo sardi— non­ché il nome della mil­lan­tata au­trice: Gra­zia Deledda.

Luglio 2019/ Non può mancare il murale a Macomer (con una parola atta a rivelare il falso­­­ — ma nessuno se ne accorge).

È ov­vio che in que­sto tri­pu­dio di ci­ta­zioni del “Falso-De­ledda” non po­teva man­care la voce (o la mano, per la pre­ci­sione) de­gli ar­ti­sti di Macomer.

In oc­ca­sione del Fe­sti­val della Re­si­lienza (Ma­co­mer, lu­glio 2019) il pit­tore Paolo Maz­zucco, in arte Mam­blo, de­dica a De­ledda la grande pa­rete esterna di un edi­fi­cio, ri­por­tando la parte fi­nale del “Falso-De­ledda”.
Della com­po­si­zione l’artista tra­la­scia l’incipit co­smo­po­lita e mul­ti­raz­ziale (che era stato in­vece l’elemento chiave per la scelta del Ca­gliari Cal­cio) e si con­cen­tra sulla parte per così dire “et­nico-na­tu­ra­li­stica”.
Da no­tare che, coe­rente con la sua fi­sio­no­mia di sardo adot­tivo, “Mam­blo” ha cor­retto “alla sarda” una pa­rola del “Falso-De­ledda”; una pa­rola chiave per con­fer­mare la non ap­par­te­nenza a De­ledda del “Noi siamo Sardi” (guar­dando la scritta di Mam­blo il let­tore at­tento se ne ac­corge di si­curo e ab­ba­stanza in fretta — noi ne par­liamo più sotto).

19 settembre 2019/ Il Cagliari Calcio ne fa una icona antirazzista.

Il 19 set­tem­bre 2019, prima della par­tita Ca­gliari-Ge­noa (si te­neva al Sar­de­gna Arena), il Ca­gliari Cal­cio di­stri­bui­sce agli spet­ta­tori un vo­lan­tino in cui si stim­ma­tiz­zano gli in­sulti ri­volti da una pic­cola parte della ti­fo­se­ria al gio­ca­tore Lu­kaku in oc­ca­sione di Ca­gliari-In­ter, gio­cata po­chi giorni in­nanzi, il 1 set­tem­bre 2019.

L’iniziativa del Ca­gliari cal­cio viene ri­presa con evi­denza dall’agenzia gior­na­li­stica na­zio­nale ANSA​.it che così ne dà notizia:
“No al raz­zi­smo”. Lo ha ri­ba­dito il Ca­gliari cal­cio, que­sta sera prima della gara con il Ge­noa alla Sar­de­gna Arena, di­stri­buendo ai ti­fosi un vo­lan­tino per sen­si­bi­liz­zare tutti su un tema caldo, a evi­tare epi­sodi non con­soni e in­di­vi­duare su­bito i responsabili.

Aiu­taci a far ca­pire a chi do­vesse tra­dire i no­stri va­lori che que­sto non può es­sere il suo sta­dio”, si legge nel vo­lan­tino, che si con­clude con la ce­le­bre poe­sia del Pre­mio No­bel Gra­zia De­ledda “Noi siamo Sardi”, che ini­zia così: “Noi siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, piemontesi”.

Il lan­cio ANSA viene ri­preso da molte te­state na­zio­nali (per esem­pio, cor​riere​.it, tg​com​m24​.me​dia​set​.it, re​pub​blica​.it), as­si­cu­rando una larga dif­fu­sione alla com­po­si­zione, dalla si­gnora Ziama nel 2008 fan­ta­sio­sa­mente at­tri­buita a Gra­zia Deledda.

Nel 2021, gra­zie all’avallo pre­sti­gioso di una im­por­tante realtà sarda e della stampa na­zio­nale, con l’avvicinarsi delle ce­le­bra­zioni per i 150 anni dalla na­scita della scrit­trice sarda (Nuoro, 28 set­tem­bre 1871), la com­po­si­zione “Noi siamo Sardi” si è pro­gres­si­va­mente con­qui­stata un largo spa­zio sulla rete, ac­com­pa­gnata da espres­sioni an­che entusiastiche:

stu­penda”, “esprime in modo gran­dioso la sar­dità”, “gra­zie Gra­zia”, “E que­ste non sono poe­sie: sono sante pa­role” ecc. ecc.

24 aprile 2021/ Anche “ Il Provinciale” di RAI 2, condotto da Federico Quaranta, si fa diffusore del “Falso-Deledda” inventato dalla signora Ziama.

Il lan­cio de­fi­ni­tivo nell’immaginario na­zio­nale della com­po­si­zione in­ven­tata da Ziama si deve a “Il Pro­vin­ciale”, un pro­gramma che «con­duce at­tra­verso i va­lori e i prin­cipi più sani della pro­vin­cia ita­liana, alla sco­perta di un’Italia poco co­no­sciuta, in luo­ghi e lungo sen­tieri che ac­cen­dono l’immaginazione», ideato da Giu­seppe Bo­sin, An­drea Ca­te­rini, Lillo Ia­co­lino, Fran­ce­sco Lu­ci­bello e dal con­dut­tore Fe­de­rico Quaranta.

Sa­bato 24 aprile 2021 lo stesso Qua­ranta, in­fatti, come av­vio della pun­tata “Gal­lura, tra stazzi ban­diti e poeti”­­, de­clama (con aria molto ispi­rata e voce ade­gua­ta­mente im­po­stata) al­cuni brani del “Falso-De­ledda”, chiu­dendo la ci­ta­zione con il nome di Gra­zia De­ledda e vo­len­done ri­chia­mare ideal­mente il volto.

«Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi … della rosa canina,

del vento, dell’immensità del mare … siamo una terra an­tica, di si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri …

… di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla ven­detta … noi siamo sardi.
Gra­zia Deledda.»

Che do­ve­vano pen­sare i 400.000 spet­ta­tori che hanno se­guito la tra­smis­sione Rai2 del 24 aprile 2021?
Ine­vi­ta­bil­mente che le pa­role dette con tanta par­te­ci­pa­zione da Fi­lippo Qua­ranta sono state ef­fet­ti­va­mente scritte da Gra­zia Deledda.

Come co­rol­la­rio, sarà ri­ma­sto loro in mente an­che che Gra­zia De­ledda, mo­strata ideal­mente nel pro­gramma at­tra­verso il volto della can­tante-et­no­grafa Paola Giua, fosse ros­sic­cia di ca­pelli e “gal­lu­resa”.
E sì, per­ché la brava Paola Giua è una ar­ti­sta che canta so­prat­tutto in gal­lu­rese (dia­letto ro­manzo pri­ma­rio, con forti in­flussi dal corso) e che nel fil­mato si pre­senta con i ca­pelli ramati.

Pec­cato che sia tutto un pa­stic­cio con nes­sun rap­porto con la realtà.

I “Bel­lis­simi ca­pelli NERI” di Gra­zia Deledda.

In “Co­sima”, ro­manzo ine­dito e pub­bli­cato dopo la sua morte, De­ledda de­scrive se stessa con molto realismo.

Ne ri­por­tiamo due brani dall’edizione cri­tica cu­rata da Dino Manca del 2016 (p. 33 e p. 40):

«Pic­cola di sta­tura, con la te­sta piut­to­sto grossa, mani e piedi mi­nu­scoli […] aveva però una car­na­gione chiara e vel­lu­tata, bel­lis­simi ca­pelli neri lie­ve­mente on­du­lati e gli oc­chi grandi, a mandorla.»

«Il ve­sti­tino giallo, con guar­ni­zioni rosse è quello di Co­sima, che par­rebbe ri­di­colo e pure dà ri­salto al suo viso pal­lido e ai folti ca­pelli neri.»

In­fatti, non solo Gra­zia De­ledda aveva i ca­pelli ne­ris­simi ma — so­prat­tutto — non era gal­lu­rese ma di Nuoro, dove si parla una va­riante par­ti­co­lar­mente con­ser­va­tiva e ar­caiz­zante di “sa limba”, la vera lin­gua sarda — tutt’altra cosa dal gallurese.

La città di De­ledda era ed è il ca­po­luogo di una “re­gione sto­rica” sarda che nulla ha a che ve­dere con la Gal­lura (al­tra “re­gione sto­rica”) né per l’ambiente fi­sico né per la lin­gua, né per la sto­ria, né per le tra­di­zioni, so­prat­tutto con ri­guardo all’ultima parte dell’800, quando Gra­zia De­ledda si formò come donna e come scrit­trice (guarda la car­tina con le re­gioni sto­ri­che sarde).

Tanto la set­ten­trio­nale Gal­lura, tutta af­fac­ciata sul mare e con ot­timi porti na­tu­rali come Ol­bia, era di ne­ces­sità aperta alle in­fluenze esterne, al­tret­tanto la cen­trale Bar­ba­gia di Nuoro alla na­scita di Gra­zia De­ledda era ri­ma­sta pra­ti­ca­mente in­va­riata nella sua vita millenaria.

An­che le bene or­ga­niz­zate le­gioni ro­mane si erano do­vute ar­ren­dere alla na­tura aspra dei luo­ghi e al ca­rat­tere non pro­prio mite de­gli abi­tanti dell’interno sardo. I quali riu­sci­rono sem­pre a te­nerle in co­stante stato di al­larme, co­strin­gendo i di­so­ne­sti fun­zio­nari di Roma ca­put mundi (uno per tutti, Marco Emi­lio Scauro, Pro­pre­tore della Pro­vin­cia Sar­di­nia et Cor­sica nel 55 a.C.) a in­sul­tarli — ma da lon­tano — per bocca dei loro ben pa­gati av­vo­cati (uno per tutti, Marco Tul­lio Ci­ce­rone), de­fi­nendo “in­fidi” i sardi (di­ciamo noi, che non vo­le­vano sot­to­met­tersi alle loro ru­be­rie) e “per nulla at­traenti” le sarde (di­ciamo noi, che non si pre­sta­vano alle loro di­so­ne­ste pre­tese erotiche).

La pa­stic­ciata tra­smis­sione con­dotta da Qua­ranta ha dato la stura alle più au­daci fan­ta­sie di enti, so­cietà com­mer­ciali, or­ga­ni­smi cul­tu­rali (di­ciamo così) e gior­na­li­sti che si sono av­ven­tati sul “Falso-De­ledda” come mo­sche sul miele.

Bi­so­gna dire che la pas­sione per lo scherzo della si­gnora Ziama ha con­ta­giato an­che fi­gure che, per for­ma­zione e im­pe­gno pro­fes­sio­nale, do­vreb­bero / po­treb­bero es­sere un po­chino più at­tente nella scelta dei loro ri­fe­ri­menti let­te­rari e di immagine.

27 luglio 2021/ Milo Manara e l’isola in fiamme: un disegno e la poesia “Noi siamo sardi” di Grazia Deledda.

Il ce­le­bre fu­met­ti­sta usa le pa­role della scrit­trice pre­mio No­bel per dire “Co­rag­gio Sar­de­gna!”
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Il grande fu­met­ti­sta Milo Ma­nara su In­sta­gram ri­volge un pen­siero alla Sar­de­gna in que­sti giorni fla­gel­lata dal fuoco con un po­tente di­se­gno e le straor­di­na­rie pa­role della poe­sia di Gra­zia De­ledda “Noi siamo sardi”:

«Noi siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, pie­mon­tesi. Siamo le gi­ne­stre d’oro giallo che spio­vono sui sen­tieri roc­ciosi come grandi lam­pade ac­cese. Siamo la so­li­tu­dine sel­vag­gia, il si­len­zio im­menso e pro­fondo, lo splen­dore del cielo, il bianco fiore del ci­sto. Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi, della rosa ca­nina, del vento, dell’Immensità del mare. Siamo una terra an­tica di lun­ghi si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri, di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla ven­detta. Noi siamo sardi.”

Il di­se­gno è un ca­vallo in­ghiot­tito dalle fiamme, “Co­rag­gio Sar­de­gna!!!” l’esortazione finale.

28 luglio 2021/ Anche lo stilista Marras coinvolto (suo malgrado?) nell’omaggio al “Falso-Deledda”.

A pro­po­sito di as­sensi, forse in­con­sa­pe­voli, al “Falso-De­ledda”, lo sti­li­sta An­to­nio Mar­ras (per al­tro de­ci­sa­mente ap­prez­za­bile per la sua in­ter­pre­ta­zione in chiave mo­derna dell’universo del co­stume sardo tra­di­zio­nale) per l’allestimento del Pa­di­glione Cle­mente del Mu­seo Na­zio­nale Sanna di Sas­sari (ria­perto a fine lu­glio 2021 dopo tre anni di chiu­sura) ha pre­sen­tato sue crea­zioni con un ri­fe­ri­mento — ma im­pli­cito, si badi bene — ­­­alla com­po­si­zione at­tri­buita a Deledda.

Il com­men­ta­tore dell’evento Ales­sio On­nis ci ha però messo del suo e su Ar­tri­bune del 28 lu­glio 2021 ha pre­sen­tato come espli­cito il so­la­mente in­di­retto ri­fe­ri­mento di Mar­ras al “Falso-De­ledda”:

«La sala suc­ces­siva, di tipo “fanta-et­no­gra­fico”, riu­ni­sce una se­rie di ma­ni­chini che in­dos­sano gli ac­ces­sori del ve­stia­rio fem­mi­nile tra­di­zio­nale sardo, ma che l’estro crea­tivo dello sti­li­sta ha vo­lu­ta­mente stra­volto ri­spetto al loro uso quo­ti­diano. […] le gonne di­ven­tano co­pri­capi, i cor­petti ven­gono in­dos­sati al ro­ve­scio, tutto viene de­co­struito e rein­ter­pre­tato allo scopo di rie­la­bo­rare la cul­tura mil­le­na­ria sarda at­tra­verso le stra­ti­fi­ca­zioni di va­rie cul­ture dei po­poli che si sono suc­ce­duti sull’isola, […] met­tendo in dia­logo di­verse forme cul­tu­rali.
In tutta la mo­stra non com­pare al­cuna eti­chetta o di­da­sca­lia, […] La tra­di­zione non ap­par­tiene solo al pas­sato, ma è pre­sente e quindi fu­turo, è sem­pre in di­ve­nire, e An­to­nio Mar­ras in que­sto suo estroso al­le­sti­mento ha reso con­crete le pa­role della poe­sia Noi siamo sardi di Gra­zia De­ledda: “Noi siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, /romani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, pie­mon­tesi. // [ecc. ecc. — viene ri­por­tata tutta la com­po­si­zione della si­gnora Ziama]»

2021 / Per raccontarsi al mondo anche la Città di Bosa si affida al “Falso-Deledda”.

Per la sta­gione tu­ri­stica 2021 la Città di Bosa ha lan­ciato il pro­getto “Bosa, città dei co­lori” che sul sito Web de­di­cato al lan­cio della pro­po­sta con­clude il mes­sag­gio pro­mo­zio­nale ri­por­tando la parte fi­nale del “Falso-De­ledda”, as­surto così a sug­gello “sto­rico-cul­tu­rale” per que­sta “città” po­sta nel cuore della Sar­de­gna originaria:

«Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi, della rosa ca­nina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra an­tica di lun­ghi si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri, di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla ven­detta. Noi siamo sardi.

Gra­zia Deledda

Sa­rebbe op­por­tuno che, al­meno a li­vello isti­tu­zio­nale, i ri­fe­ri­menti cul­tu­rali di realtà si­gni­fi­ca­tive come è sto­ri­ca­mente la città di Bosa (ma que­sto di­scorso vale ov­via­mente per ognuno de­gli ol­tre 8.000 Co­muni del no­stro bel Paese) ve­nis­sero va­gliate con una par­ti­co­lare at­ten­zione: una in­ven­zione dopo l’altra e ci si po­trà pre­sen­tare Trento come una città sarda e Ca­gliari come il ca­po­luogo della Val d’Aosta.

15 dicembre 2021/ Quattro assi pigliatutto — in onore (si fa per dire!) di Deledda. Peccato che Grazia­­ fosse contrarissima al gioco delle carte.

Certo sti­mo­lati dalla sua ri­pro­po­si­zione acri­tica sui me­dia na­zio­nali, al­cuni im­pren­di­tori hanno pen­sato di uti­liz­zare il “Falso-De­ledda”, sfrut­tando così (a gra­tis, come si dice) il pre­sti­gio della scrit­trice nuo­rese: in col­la­bo­ra­zione con Dal Ne­gro (sto­rico pro­dut­tore di carte da gioco) hanno in­fatti messo sul mer­cato un mazzo di carte che ne ri­porta il te­sto, di­stri­buito nei quat­tro assi.

Qui di se­guito il promo-pub­bli­ci­ta­rio di Web TV Sar­de­gna Live:

«Il mazzo di carte “Pren­das de Giogu”, il­lu­strato dall’artista Scyna Suf­fiotti, ha come pro­ta­go­ni­sti per­so­naggi sto­rici sardi che con le loro vite emo­zio­nanti hanno fatto la sto­ria della no­stra Isola, ri­per­cor­rendo così un pe­riodo che va dal me­dioevo fino ai primi dell’Ottocento.
L’evento è stato pre­sen­tato dal cri­tico d’arte Efi­sio Car­bone con re­la­tori il ge­ne­rale Gian­ga­briele Carta e il prof An­to­nio Sa­lis. I canti del Coro “Su Re­den­tore” di Nuoro hanno poi im­pre­zio­sito l’incontro.»

Da no­tare que­sta ini­zia­tiva (in sé ov­via­mente poco si­gni­fi­ca­tiva) per­ché se­gnala non solo la dif­fusa pro­pen­sione ad ap­pro­priarsi a spro­po­sito del nome di fi­gure pre­sti­giose della cul­tura ma an­che la non­cu­ranza nello stra­vol­gerne il pen­siero a fini pu­ra­mente commerciali.

E sì! per­ché Gra­zia De­ledda non solo non ha mai scritto nulla a fa­vore dei gio­chi di carte, ma ne ha anzi svolto una cri­tica se­vera.
Per esem­pio nel rac­conto “Cat­tive com­pa­gnie” del 1921 De­ledda de­scrive con rea­li­smo il mec­ca­ni­smo per­ver­ti­tore del gioco d’azzardo:

«Hai mai ve­duto una casa da giuoco? An­dia­moci, solo per vedere.
Elia ac­cettò. Un tempo egli era stato un gio­ca­tore di­spe­rato. […] Era una casa di lusso, fre­quen­tata da uo­mini ben ve­stiti, ele­ganti, da ar­ti­sti, […] Un uomo pic­colo, […] s’avvicinò e sa­lutò il negoziante.
– Non gio­chi? – gli domandò.
– Sta­sera no! Siamo ve­nuti solo per ve­dere, con quest’amico forestiere.
– E che ha paura di gio­care? Si può per­dere, ma si può an­che vin­cere! – disse lo sco­no­sciuto con ac­cento beffardo.
Elia ebbe ver­go­gna dei suoi buoni pro­po­siti. L’antica pas­sione lo vinse.
— Posso an­che gio­care — disse con di­sprezzo. — E se an­che perdo, non mi uc­cido! —. E se­dette al ta­volo verde. Dap­prima vinse, poi, come sem­pre ac­cade, per­dette il da­naro vinto e il da­naro suo, poi vinse an­cora, per­dette an­cora. Ri­mase con dieci lire in mo­neta d’argento e con la bu­sta che con­te­neva l’offerta per la Ma­donna di Pom­pei. Egli si ri­cordò di Pa­squa che lo aspet­tava, sola, nell’albergo; vide da­vanti a sé la fi­gura so­lenne del ve­scovo di Ol­bia. Che fare? Egli guardò con rab­bia l’amico ne­go­ziante, che lo aveva con­dotto in quel luogo ma­le­detto. Ma gli parve di non ri­co­no­scerlo più. L’amico s’era tra­sfor­mato in ne­mico: aveva gli oc­chi, non più dolci e se­reni, ma verdi per la cu­pi­di­gia e l’ansia del giocatore. […]
Pa­squa dor­miva quando egli rien­trò. Era già l’alba. Elia batté all’uscio del vec­chio, e gli rac­contò ogni cosa come ad un padre.
— Ave­vate ra­gione voi – gli disse. — Tal­volta il dia­volo as­sume l’aspetto di un cat­tivo compagno.»

An­che in “Canne al vento” il per­so­nag­gio del gio­vane Gia­cinto, gio­ca­tore in­cal­lito, non è certo un esem­pio di mo­ra­lità: è pro­prio per de­biti di gioco che, come im­pie­gato pub­blico, rag­gira un in­ge­nuo cit­ta­dino sfug­gendo alla ga­lera solo per la bontà di quest’ultimo ma gio­can­dosi il suo buon po­sto di la­voro.
È per il suo in­con­trol­la­bile vi­zio che dal con­ti­nente “ri­torna” all’isola, al paese e alla fa­mi­glia della ma­dre, come ul­tima spiag­gia di una vita già ai suoi inizi in­tac­cata dalla inconcludenza.

Ma an­che qui, sem­pre alla ri­cerca di un fa­cile gua­da­gno con le carte (mai rea­liz­zan­tesi, na­tu­ral­mente) pre­ci­pita nell’abisso dell’usura, delle cam­biali fir­mate con il nome dell’ignara e in­col­pe­vole zia Noemi, po­sta così di fronte al bi­vio se ro­vi­nare la vita pro­pria e delle so­relle o con­se­gnare alla ga­lera l’amorale nipote.

An­che nell’ultimissima pos­si­bi­lità — cin­quanta lire — che Gia­cinto si com­pra (sem­pre dall’usuraia) con l’idea di cam­biare fi­nal­mente vita, la de­bo­lezza ha la me­glio e lo scia­gu­rato si gioca gli ul­timi soldi con una unica par­tita alle carte — in­no­cuo pas­sa­tempo o pas­sa­porto per la ro­vina, come De­ledda de­scrive con ef­fi­ca­cia (Canne al vento, Tre­ves, 1913, p. 140):

«Tut­ta­via fi­ni­rono nella bet­tola quasi de­serta; solo due uo­mini gio­ca­vano si­len­ziosi e un terzo guar­dava ora le carte dell’uno ora le carte dell’altro, ma a un cenno di don Predu si av­vi­cinò ai nuovi ve­nuti e tutti e quat­tro se­det­tero in­torno a un al­tro ta­volo.
Il bet­to­liere, un pic­colo pae­sano che pa­reva un ebreo della Bib­bia, col giu­sta­cuore slac­ciato sulle bra­che orien­tali, portò il vino in un boc­cale le­van­tino e de­pose una lu­cerna di ferro nero in mezzo alla ta­vola; e il Mi­lese con la te­sta re­cli­nata a de­stra me­scolò pen­sie­roso le carte guar­dando ora l’uno ora l’altro dei suoi com­pa­gni.
— Quanto la po­sta?
— Cin­quanta lire, — ri­spose Gia­cinto.
Trasse il bi­glietto dell’usuraia.
Per­dette.
Sulla lu­cerna nera la fiam­mella az­zur­ro­gnola im­mo­bile pa­reva la luna sul ru­dero della torre.»

29 ottobre 2021/ Al Senato della Repubblica è la massima Istituzione della terra natia di Deledda a farsi portavoce del falso della signora Ziama.

Il 29 ot­to­bre 2021 la Sala Ca­pi­to­lare di Pa­lazzo della Mi­nerva ha ospi­tato il con­ve­gno “Gra­zia De­ledda, la donna che non mise li­miti alle donne”, pro­mosso dal Pre­si­dente della Com­mis­sione per la Bi­blio­teca e l’Archivio sto­rico del Se­nato, sen. Gianni Ma­ri­lotti, all’interno delle ce­le­bra­zioni per i 150 anni dalla na­scita della scrittrice.

Tra gli in­ter­venti, quello (da re­moto) del Pre­si­dente della Re­gione Au­to­noma della Sar­de­gna, Chri­stian So­li­nas, che ha così con­cluso il suo con­tri­buto all’evento: «Alla De­ledda siamo le­gati istin­ti­va­mente dall’empatia che su­sci­tava que­sta donna sarda che seppe in­can­te­vol­mente espri­mere l’amore per la pro­pria terra nei versi ce­le­ber­rimi più volte ci­tati, che re­ci­tano: Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi, della rosa ca­nina, del vento, dell’immensità del mare. Siamo una terra an­tica di lun­ghi si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri, di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla vendetta.»

Na­tu­ral­mente in que­sti casi non è bello in­fie­rire e del re­sto è pre­su­mi­bile che il Pre­si­dente della Re­gione Sar­de­gna ab­bia letto ciò che gli uf­fici gli hanno pas­sato, senza averne una grande consapevolezza.

La cosa però dà da pen­sare per al­meno due aspetti:
— per­ché in que­sta oc­ca­sione è stato il Pre­si­dente della terra na­tia della scrit­trice nuo­rese a farsi in­ge­nuo dif­fu­sore del “Falso-De­ledda”, per di più all’interno del Se­nato della Re­pub­blica;
— per­ché nes­suno de­gli in­tel­let­tuali che per vo­ca­zione e fun­zione do­vreb­bero es­sere chia­mati a tu­te­lare la cul­tura na­zio­nale e re­gio­nale (stiamo pen­sando so­prat­tutto agli Ac­ca­de­mici) si è preso la briga di al­zare la ma­nina e dire: adesso ba­sta con que­ste fan­ta­sie, dia­moci un taglio!

In at­tesa che i saggi si diano una sve­gliata, tor­niamo ai me­dia na­zio­nali: dopo il “li­bera tutti”! av­viato dalla tra­smis­sione di Qua­ranta, an­che Li­nea verde ha in­nal­zato il “Falso-De­ledda” a ban­diera della “sar­dità”.

19 dicembre 2021/ Linea Verde: il “Falso-Deledda” (presentato come “una delle poesie più famose di Grazia Deledda”) diventa il “manifesto turistico della Sardegna”.

A ruota del pro­gramma con­dotto da Qua­ranta, tro­viamo Li­nea Verde, an­dato in onda il 12 di­cem­bre 2021 con una car­rel­lata di in­ter­vi­ste “dal Sini a Mon­te­ferru”. Nel pro­gramma non si re­ci­tano i versi at­tri­buiti a De­ledda ma a essi fà ri­fe­ri­mento la pre­sen­ta­zione del pro­gramma stesso:

«Noi siamo sardi”, una delle poe­sie più fa­mose di Gra­zia De­ledda ini­zia così: “noi siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, bi­zan­tini, pie­mon­tesi” e la pe­ni­sola del Si­nis sem­bra rac­con­tare pro­prio di que­sti pas­saggi di popoli.»
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Il parto della si­gnora Ziama è quindi or­mai riu­scito a po­si­zio­narsi come “ma­ni­fe­sto” della nar­ra­zione na­zio­nal-po­po­lare (è pro­prio il caso di usare que­sto ter­mine) at­torno alla Sardegna.

A que­sto punto non po­teva man­care il con­tri­buto dell’Alberto na­zio­nale. E infatti …

16 aprile 2022/ Anche Alberto Angela con “Ulisse” su Rai1 ha attribuito il Falso-Deledda” alla scrittrice nuorese.
E ci ha poi messo del suo, facendola apparire in un paese del Sud Sardegna (da lei mai né descritto né visitato) e facendole pronunciare parole di cui essa si sarebbe vergognata.

Sem­pre sul filo pro­mo­zio­nal-tu­ri­stico an­che il pro­gramma “Ulisse — Il pia­cere della sco­perta”, tra­smesso su Rai1 il 16 aprile 2022 ha at­tri­buito il “Falso-De­ledda” a Gra­zietta.
Ma il ge­niale Al­berto An­gela (per uno sguardo alla sua se­rietà fi­lo­lo­gica vedi qui) ha vo­luto fare di più: ha fatto del paese di Tra­ta­lias (mai ci­tato in al­cuna opera di De­ledda né da lei mai vi­si­tato) il luogo di in­time me­di­ta­zioni e ri­fles­sioni della scrit­trice nuo­rese, da co­gliere quasi in presa diretta.

Forse pen­sando di dare mag­gior pa­thos alle pa­role del “Falso-De­ledda” (per la re­ci­ta­zione dob­biamo con­fes­sare di avere sen­tito di me­glio) il di­sin­volto An­gela ha as­se­gnato alla at­trice Da­niela Cos­siga il ruolo di Gra­zia, con­dendo il tutto con al­cune me­dio­cri im­ma­gini pae­sag­gi­sti­che della Sar­de­gna (sotto que­sto pro­filo aveva fatto me­glio Quaranta).

Al­berto Angela/RAI1 ci mo­stra quindi la Cossiga/Deledda men­tre esce dalla Chiesa di Santa Ma­ria di Mon­ser­rato (ri­pe­tiamo, mai ci­tata in al­cuna opera di De­ledda né da lei mai vi­si­tata); le gira in­torno; en­tra in una abi­ta­zione po­sta sul re­tro della chiesa stessa; guarda su un ano­nimo nulla fuori dalla fi­ne­stra, si pre­sume da un se­condo o terzo piano.

Poi si gira con aria truce verso lo spet­ta­tore men­tre il suo par­lato re­cita (con in­fles­sioni alla Bar­ba­blù) la frase fi­nale del “Falso-De­ledda”: “mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla ven­detta”.

Che briii­vido!!! Che emoziooone!

Pec­cato che que­sta de­pri­mente rap­pre­sen­ta­zione non c’entri nulla né con la pa­rola né con lo spi­rito di Gra­zia Deledda.

A mar­gine, una os­ser­va­zione già svolta a pro­po­sito del mu­ra­les di Ma­co­mer: la sarda, sar­dis­sima at­trice Da­niela Cos­siga, certo senza ren­der­sene conto, re­ci­tando il “Falso-De­ledda” pro­nun­cia “alla sarda” una pa­rola che nella com­po­si­zione è in­vece pro­po­sta nel cor­retto e cor­rente ita­liano (un poco di pa­zienza e, più sotto, que­sta sgu­sciante pa­rola verrà evidenziata!).

2. Entriamo nel merito: il “Noi siamo sardi” non è di Grazia Deledda.

Come ab­biamo ap­pena il­lu­strato, da­gli e da­gli, mol­ti­pli­cando ir­re­spon­sa­bili ester­na­zioni, fi­gure note e in­fluenti (con il mas­sic­cio e pe­co­re­sco sup­porto dei me­dia na­zio­nali, an­che men­tre erano in corso le com­me­mo­ra­zioni per i 150 anni della na­scita di Gra­zia De­ledda) hanno ine­vi­ta­bil­mente dato ap­pa­renza di ve­rità a un non troppo so­fi­sti­cato falso letterario.

Per fare un po’ di chia­rezza, pur nella con­di­vi­sione delle buone in­ten­zioni anti-raz­zi­ste che sono pre­su­mi­bil­mente alla base di al­cuni usi pub­blici della com­po­si­zione in esame, qui di se­guito espor­remo quindi le ra­gioni per cui essa non può e non deve es­sere con­si­de­rata frutto della crea­ti­vità e sen­si­bi­lità di Gra­zia Deledda.

Del “Noi siamo Sardi” nessuna traccia nella bibliografia deleddiana …

Come già au­to­re­vol­mente espresso da chi si oc­cupa in modo si­ste­ma­tico dell’opera di De­ledda (vedi so­pra la di­chia­ra­zione di Dino Manca), un dato che pos­siamo con­si­de­rare ac­qui­sito è che:
— la com­po­si­zione in og­getto non è mai stata ri­por­tata in nes­suno de­gli studi bi­blio­gra­fici sulla scrit­trice nuo­rese.
— non ap­pare ci­tata nel suo epi­sto­la­rio in en­trata e in uscita;
— non se ne è mai fatto cenno in al­cuna pub­bli­ca­zione, let­te­ra­ria o meno, a lei coeva o successiva.

Na­tu­ral­mente nulla vie­te­rebbe po­tersi trat­tare di un ine­dito.
Ma è ov­vio che, in que­sto caso, sa­rebbe stato in­te­resse dello sco­pri­tore darne am­pia pub­bli­cità; in­di­care dove, come, per­ché, in quali cir­co­stanze sia emerso que­sto re­perto, ri­ma­sto even­tual­mente na­sco­sto per tanti de­cenni.
Ma in pro­po­sito — in­vece — il si­len­zio più assoluto.

È al­tret­tanto ov­vio, d’altronde, che l’onere della prova sta allo “sco­pri­tore” — non ba­sta dire: “ho tro­vato in can­tina que­sto di­pinto che vi as­si­curo es­sere di Leo­nardo, ar­ran­gia­tevi voi a di­mo­strare il contrario!”.

Ab­biamo quindi chie­sto lumi sia ad al­cuni dei dif­fu­sori della com­po­si­zione sia a ISRE (Isti­tuto Su­pe­riore Re­gio­nale Et­no­gra­fico di Nuoro).

ISRE, molto gen­til­mente, il 10 lu­glio 2021 così ci ha risposto:

« […] il no­stro Isti­tuto ha con­dotto ap­pro­fon­dite ri­cer­che sulla poe­sia “Noi siamo sardi”, at­tri­buita a Gra­zia De­ledda, senza tro­vare al­cuna in­for­ma­zione sulla stessa.
Gli stessi stu­diosi e do­centi uni­ver­si­tari che da anni si oc­cu­pano dell’opera della scrit­trice, sono stati con­sul­tati dai no­stri uf­fici, ma hanno con­fer­mato di avere più volte cer­cato fonti e do­cu­menti utili a con­fer­mare l’attribuzione di que­sta poe­sia alla scrit­trice, ma senza al­cun risultato.»

… da parte dei diffusori della composizione, invece, silenzio tombale …

Il Ca­gliari Cal­cio ha in­fatti man­te­nuto il si­len­zio, così come le al­tre strut­ture e per­so­na­lità da noi con­sul­tate (per esem­pio il quo­ti­diano “La Nuova Sar­de­gna”; per esem­pio il fu­met­ti­sta Milo Ma­nara; per esem­pio il noto ar­cheo­logo D’Oriano; per esem­pio “Sar­de­gna Eventi”, ecc. ecc.).

Ri­te­niamo che que­sto im­ba­raz­zante si­len­zio non sia da at­tri­buire a cat­tiva edu­ca­zione (per quanto un nor­male ri­scon­tro po­teva an­che es­sere dato) ma alla im­pos­si­bi­lità a for­mu­lare una qual­si­vo­glia ri­spo­sta che non fosse un “ci spiace, non lo sappiamo”.

La com­po­si­zione di cui ci stiamo oc­cu­pando in­fatti NON è di Gra­zia De­ledda, come an­diamo di se­guito a dimostrare.

Un obiettivo circoscritto.

Senza av­viare grandi ri­fles­sioni su De­ledda (per que­sto ci sono fior di ac­ca­de­mici, o no?) ci li­mi­te­remo a di­mo­strare, te­sti alla mano, come quella com­po­si­zione sia stata com­pi­lata ac­co­stando a espres­sioni, ef­fet­ti­va­mente usate da Gra­zia De­ledda in un suo ro­manzo del 1903 (“Elias Por­tolu”), espres­sioni che non solo poco hanno a che ve­dere con lo stile e la sen­si­bi­lità etica della scrit­trice nuo­rese ma che anzi li con­trad­di­cono.

Nel “Falso-De­ledda”, per esem­pio, pro­prio con la prima frase si sug­ge­ri­sce sug­ge­sti­va­mente al let­tore che Gra­zia De­ledda avesse ed espri­messe una vi­sione dello svi­luppo sto­rico sardo come esem­pio di co­smo­po­li­ti­smo e mul­ti­cul­tu­ra­li­smo, frutto straor­di­na­rio di una uni­fi­cante “cul­tura me­di­ter­ra­nea”.
Più sotto mo­stre­remo come que­sta vi­sione, oggi da molti con­di­visa in forme più o meno espli­cite, non fosse nep­pure lon­ta­na­mente im­ma­gi­nata da De­ledda. La scrit­trice nuo­rese, sen­si­bi­lis­sima a co­gliere la realtà della “sua“ Sar­de­gna non ci ha in­fatti la­sciato nes­suna sua ri­fles­sione su que­sta sup­po­sta “cul­tura me­di­ter­ra­nea” so­vra­na­zio­nale e sovra-razziale.

Allo stesso modo, nel “Falso-De­ledda”, la “ven­detta” è pre­sen­tata come ele­mento fon­dante della cul­tura e della fi­sio­no­mia sarda — ma nella vera De­ledda le cose stanno in tutt’altro modo.
Nella sua ela­bo­ra­zione, in­fatti, la “ven­detta” viene ri­fiu­tata a pro’ del “per­dono”— evi­den­te­mente tutto un al­tro uni­verso etico, certo dif­fe­rente dalla pro­spet­tiva pro­po­staci in forme più com­plesse da al­tri (per esem­pio da Man­zoni) ma co­mun­que suf­fi­cien­te­mente chiaro nelle conclusioni.

Le fonti.

Per un qua­dro ge­ne­rale dell’opera di De­ledda ci siamo av­valsi dei te­sti messi gra­tui­ta­mente a di­spo­si­zione del pub­blico da Sar­de­gna Di­gi­tal Library.

Per le ri­cer­che sta­ti­stico-te­stuali ci siamo in­vece av­valsi di una edi­zione di­gi­tale dell’intera opera de­led­diana, di­spo­ni­bile a Euro 0,49 (sì, mezzo Euro) sul por­tale https://​we​brea​der​.my​to​lino​.com.
L
’edi­zione (co­mun­que suf­fi­ciente per gli scopi che ci siamo pre­fissi con que­sta Nota) per la ve­rità non è un gran­ché da un punto di vi­sta fi­lo­lo­gico.
Man­cano per esem­pio le 156 pa­gine di “let­ture” re­datte da De­ledda per il “Li­bro della terza classe ele­men­tare — 1930-31” (già più che af­fer­mata, la scrit­trice avrebbe an­che po­tuto farne a meno!); e manca an­che il rac­conto “Ga­bina” del 1892, che uti­liz­ze­remo più avanti per al­cune con­si­de­ra­zioni sull’universo etico di Deledda.

An­che la tra­scri­zione dei te­sti non è un gran­ché e pre­senta nu­me­rose mende. È quindi pos­si­bile che al­cuni dati nelle “oc­cor­renze” da noi più sotto ri­por­tati non siano pre­cisi al mille per mille ma — per i no­stri obiet­tivi — ciò ha una im­por­tanza solo relativa.

Due distinte “accumulazioni”.

La com­po­si­zione “Noi siamo sardi” ha una sua strut­tura ben ri­co­no­sci­bile.
In ter­mini re­to­rici è in­fatti com­po­sta da due di­stinte “ac­cu­mu­la­zioni” (cer­cate qual­che esem­pio su In­ter­net, ne tro­vate a iosa) il cui con­cetto di in­sieme (“noi siamo sardi”) è po­sto ad aper­tura e a chiusura.

La prima “ac­cu­mu­la­zione” (siamo spa­gnoli, afri­cani, ecc.) è da con­si­de­rare senz’altro non coor­di­nata sul piano lo­gico (è “cao­tica”, se­condo il les­sico della re­to­rica); la se­conda in­vece pre­senta una certa coerenza.

Co­min­ciamo quindi col sud­di­vi­dere la com­po­si­zione della si­gnora Ziama in que­ste sue di­stinte parti strutturali:

Ac­cu­mu­la­zione A.
Fi­sio­no­miz­za­zione et­nico-sto­rica
.

Frase 1/ Noi siamo Sardi. Noi siamo spa­gnoli, afri­cani, fe­nici, car­ta­gi­nesi, ro­mani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, pie­mon­tesi.­
La ab­biamo de­fi­nita “ac­cu­mu­la­zione cao­tica” per­ché que­sta enu­me­ra­zione pone sullo stesso piano ter­mini con­cet­tual­mente molto di­stanti come, per es., “afri­cani” e “pi­sani” — sa­rebbe come in tas­so­no­mia porre sullo stesso li­vello si­ste­ma­tico i mam­mi­feri e lo sco­iat­tolo co­mune (una delle 279 sot­to­spe­cie de­gli Sciu­ridi, una delle 34 fa­mi­glie dei Ro­di­tori, a sua volta uno dei 19 or­dini dei mammiferi).

__________

Ac­cu­mu­la­zione B.
Fi­sio­no­miz­za­zione etnico-naturalistica.

Frase 2/ Siamo le gi­ne­stre d’oro giallo che spio­vono sui sen­tieri roc­ciosi come grandi lam­pade accese.

Frase 3/ Siamo la so­li­tu­dine sel­vag­gia, il si­len­zio im­menso e pro­fondo, lo splen­dore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Frase 4/ Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi, della rosa ca­nina, del vento, dell’immensità del mare.

Frase 5/ Siamo una terra an­tica di lun­ghi si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri, di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla vendetta.

Frase 1/
«Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.»

La prima frase del “Falso-De­ledda” sug­ge­ri­sce una col­lo­ca­zione della Sar­de­gna nel con­te­sto dell’esperienza sto­rica dell’area me­di­ter­ra­nea e, a sup­porto, pro­pone un elenco di­so­mo­ge­neo di po­poli o realtà geo-po­li­ti­che che sa­reb­bero stati de­ter­mi­nanti per la de­fi­ni­zione della fi­sio­no­mia dell’isola.

Ci possono essere modi diversi di vedere la storia del Mediterraneo ma a noi qui interessa solo verificare come Deledda si esprimesse a proposito di “spagnoli, africani, fenici, cartaginesi, romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi”.

Cominciamo dal lemma “africano”/a/i/e.

In tutta l’opera di De­ledda (com­ples­si­va­mente ol­tre 4 mi­lioni di pa­role, di cui circa 3 mi­lioni di ar­go­mento “sardo”) ne ab­biamo tro­vate 7 (sette) oc­cor­renze: in nes­suna di que­ste il lemma “africano/a/i/e è uti­liz­zato a in­di­care abi­tanti o po­poli del con­ti­nente afri­cano, come an­diamo qui di se­guito a do­cu­men­tare (“pos” in­dica la “po­si­zione” nella ci­tata edi­zione Kindle):

pos. 4102 / “Ca­gliari” (da Na­tura ed Arte, Mi­lano, 1899, n. 12)

«Si è ben lon­tani dal forte cen­tro della Sar­de­gna; qui il clima, il suolo, l’aria, i venti afri­cani […]»

pos. 6897 / “Me­mo­rie di Fer­nanda” (1889):

«Po­chi mi­nuti dopo ci tro­vammo in giar­dino, in un ma­gni­fico viale di ti­gli d’Olanda e di ai­lanti del Giap­pone, vi­cino a cui cre­sce­vano delle stu­pende ket­mie afri­cane

pos. 35910 / “Il Nonno” (1908):

«che por­tava l’odore delle co­ste afri­cane. All’orizzonte, so­pra il […] »

pos. 38393 / “Sino al con­fine” (1910):

«le cam­pa­gne col­ti­vate sem­bra­vano de­serti afri­cani! Quelle due voci animavano […]»

pos. 83146 / “I gio­chi della vita” (“Il fer­ma­glio”, 1920):

«come Spe­ranza usava fare con gli afri­cani com­prati a Via­dana. » [sono dol­cetti, quelli che in “Il fer­ma­glio” Spe­ranza di­vo­rava “a pez­zet­tini a pez­zet­tini, in­torno in­torno, len­ta­mente” — ndr]

pos. 121636 / “Ce­nere” (1929):

«per la­vo­rare in una mi­niera afri­cana, non s’era sa­puto più […]»

Ci ripetiamo (ma può forse essere utile): in tutta l’opera di Deledda, in nessuna delle 7 occorrenze individuate, il termine “africano/i” è utilizzato come sostantivo a indicare abitanti o popoli del continente africano.

La cosa non è ov­via­mente così biz­zarra: il con­ti­nente Africa è co­sti­tuito, oggi come ai tempi di De­ledda evi­den­te­mente, da cen­ti­naia di et­nie net­ta­mente di­stinte, con ol­tre 2.000 lin­gue per­fet­ta­mente dif­fe­ren­ziate e con sto­rie geo-po­li­ti­che le più di­verse — an­che in re­la­zione al Me­di­ter­ra­neo.
Con la sua mi­li­tanza gio­va­nile nell’area della et­no­gra­fia, De­ledda non sa­rebbe mai ca­scata in una in­di­ca­zione così ge­ne­rica — a qual­cuno ri­sul­tano in­fluenze bantù o ashanti sulla Sardegna?

E passiamo ai “bizantini” …

Su 21 oc­cor­renze (stiamo sem­pre par­lando dell’intera opera di De­ledda de­di­cata alla Sar­de­gna, pari a circa 3 mi­lioni di pa­role) solo UNA ac­cenna in­ci­den­tal­mente ai bi­zan­tini come en­tità po­li­tica (“Monte Bardia”):

«Dopo l’insurrezione dei Sardi con­tro la do­mi­na­zione bi­zan­tina, fug­giti i fiac­chi Greci da Cagliari […]»

Nelle al­tre 20 oc­cor­renze De­ledda ci ri­porta come “bi­zan­tini” per lo più ele­menti ar­chi­tet­to­nici e decorativi:

ve­tri / mo­saici / fi­ne­stroni / fi­gure / cor­po­ra­tura / Ma­donne / scul­ture di ani­mali / croci / me­da­glie / ra­be­schi / santi in le­gno / la pieve di Santo Antioco.

Solo un accenno incidentale, quindi, ai “bizantini” come soggetto storico-politico! E da qui si vorrebbe inferire che Deledda considerasse la fase di dominio dell’Impero di Bisanzio sull’isola come co-fondante della fisionomia sarda contemporanea?

Oc­chio alla ri­spo­sta per­ché, se vo­les­simo ap­pli­care que­sto cri­te­rio ad al­tre realtà, po­tremmo ugual­mente dire, e a mag­gior ra­gione, che l’eredità bi­zan­tina è stata de­ter­mi­nante an­che nel de­fi­nire la fi­sio­no­mia di ro­ma­gnoli, mar­chi­giani, li­guri, la­ziali, pu­gliesi, ca­la­bresi, si­ci­liani (qui sotto — in co­lore rosa — l’estensione dell’Impero Bi­zan­tino verso il 600): avan­ze­remmo cioè una os­ser­va­zione pu­ra­mente sug­ge­stiva e senza al­cun va­lore ag­giun­tivo in re­la­zione alla Sardegna. 

… e che dire degli “arabi”? …

Il lemma “arabo”/a/i/e com­pare in tutta l’opera di De­ledda per 31 oc­cor­renze: an­che in que­sto caso, nes­suna di que­ste fa ri­fe­ri­mento agli “arabi” come po­polo o en­tità sto­rico-po­li­tica, come il let­tore può verificare:

la­men­toso arabo me­tro / im­merse le mem­bra arabe den­tro le perle pure / una in­te­res­san­tis­sima aria araba / vo­glio rac­con­tarti una leg­genda araba / volto nero e arso di arabo / era­vamo mon­tate su ele­ganti ca­val­lini arabi / lo vidi su un ca­vallo arabo / di quella strana bel­lezza araba / tipo di donna araba, alta, secca / fra­tello, col pal­lido viso arabo / avrai d’effluivi ara­bici il crine im­bal­sa­mato / ri­cor­dava le donne arabe nate dal sole / gra­ziose te­ste di arabe pro­vo­canti / pal­lida e coi grandi oc­chi arabi / mo­no­tono di qual­che donna araba / ma­gra, dalla fine te­sta araba / Ella ha un viso da araba / il pro­filo arabo della gio­vine ve­dova / una fi­gura di donna araba / Ve­stita da araba, con un co­stume / al­bum di fo­to­gra­fie egi­ziane ed arabe / le donne im­ba­cuc­cate come arabe / si­len­ziosa e nera dal pro­filo arabo / alto e nero come un arabo / scuro in viso come un arabo / vo­lut­tuosa come una fan­ciulla araba / viso bruno e ra­pace di arabo / in casa un gio­vane servo arabo / sue av­ven­ture, del ser­vetto arabo / vo­glio rac­con­tarti una leg­genda araba / im­mo­bile come un pic­colo arabo / quel mo­bile arabo da mu­seo / per­fetto di­scen­dente dei pi­rati arabi / quella bella mo­retta che mi par già di aver co­no­sciuto in Arabia?

Allora, anche degli arabi “storico-politici”, nessuna traccia!

E, in ef­fetti, quando De­ledda ha vo­luto ri­fe­rirsi agli “arabi” come en­tità sto­rico-po­li­tica, ha sem­pre uti­liz­zato il ter­mine “Sa­ra­ceni”.

Del re­sto an­che dei “Li­bici” (così nell’antichità clas­sica si in­di­ca­vano gli abi­tanti del Nord-Africa pro­spi­ciente all’Italia), De­ledda scrive solo due volte: in “Co­sima”, de­scri­vendo se stessa: «le ca­rat­te­ri­sti­che fi­si­che se­den­ta­rie delle donne della sua razza, forse d’origine li­bica»; nella fa­vola “La fan­ciulla di Ot­tana”, dove si ac­cenna al li­bico Sar­dus Pa­ter come og­getto di culto.

… e concludiamo con i “piemontesi”.

In tutta l’opera di De­ledda il lemma “piemontese”/i ri­corre solo tre volte (su 3 mi­lioni di pa­role) e mai in re­la­zione alla fun­zione e al ruolo sto­rico-po­li­tico della re­gal Casa che, an­che “per vo­lontà della Na­zione”, co­sti­tuì il Re­gno d’Italia nel 1861:

— «Ella era fi­glia d’un ca­pi­tano pie­mon­tese» [Amori mo­derni];
— «il se­vero capo ma­stro pie­mon­tese» [Fior di Sar­de­gna];
— «e un sarto pie­mon­tese, ele­gan­tis­simo» [Ce­nere].

Ab­biamo pro­vato ad al­lar­gare un po­chino la ma­glia di ri­cerca ma con poco suc­cesso: per “Re­gno di Sar­de­gna” ab­biamo una sola oc­cor­renza (“Ca­gliari”):

«Co­sti­tuito il così detto Re­gno di Sar­de­gna, l’isola continuò […]»

Per “Casa Sa­voia”, 1 oc­cor­renza (“Ca­gliari”):

«i Sardi si le­ga­rono a casa Sa­voia; e nel 1793 respinsero […]»

Riassumendo su questo aspetto, possiamo ben dire che “africani”, “bizantini”, “arabi” e “piemontesi” non erano da Deledda considerati termini utili a indicare alcune delle realtà storico-politiche che dal “Falso-Deledda” vengono invece poste come elementi costitutivi della “fisionomia sarda”.

Ma la vera Deledda che diceva su altri popoli, su altre influenze?

Ve­diamo in­nan­zi­tutto se in De­ledda sono rin­trac­cia­bili enu­me­ra­zioni di po­poli che ab­biano avuto a che fare con la Sar­de­gna, e di che tipo.
Noi ne ab­biamo tro­vate tre (ben ven­gano al­tre segnalazioni).

La prima è nel Pro­logo di uno scritto del 1899 de­di­cato alle leg­gende (con ac­co­sta­menti an­che im­ma­gi­ni­fici, evi­den­zia­zioni nostre):

«Sono per­so­naggi sto­rici che si me­sco­lano coi dia­voli, con le fate, con le stre­ghe e le ja­nas; sono i gi­ganti, da cui il po­polo sardo crede fos­sero abi­tati i nu­ra­ghes, sono i Sa­ra­ceni, i Pi­sani, i Ge­no­vesi, gli Spa­gnoli, i Giu­dici, i Ve­scovi che in ogni tempo, — dopo la do­mi­na­zione ro­mana, di cui sol­tanto i Sardi, pur re­stando tanto pro­fon­da­mente la­tini, ne­gli usi e nella fa­vella, non si ri­cor­dano quasi, — fe­cero del bene e del male all’isola. Sono i Do­ria e i Ma­la­spina, sono i giu­dici di Tor­res, i vi­ceré ara­go­nesi, i frati, le ma­liarde fio­rite nel me­dio-evo, sono le scor­re­rie e le av­ven­ture dei pi­rati sa­ra­ceni, ne­gli ul­timi se­coli prima del mille, […]»

La se­conda è in “Leg­gende di Sar­de­gnaSu­per­sti­zioni, 1893”

«Tra­di­zioni cer­ta­mente an­ti­chis­sime, an­te­riori ai Sa­ra­ceni ai La­tini ai Car­ta­gi­nesi, che i Sardi hanno sa­puto con­ser­vare at­tra­verso tante vi­cende e me­sco­lanze di popoli.»

La terza enu­me­ra­zione è in “Ca­gliari, 1899”:

«Al­tri sto­rici la chia­ma­rono Ca­ra­les, ed an­che Ja­lea, da Jo­lao, con­dot­tiero di una co­lo­nia greca, che i più di­cono fon­da­tore di Ca­gliari.
Al­tri la ri­ten­gono fon­data dai Fe­nici, die­tro cui ven­nero gli Etru­schi, i Tro­iani, gli Iberi, i Galli, i Greci e i Car­ta­gi­nesi che con­qui­sta­rono tutta l’isola, te­nen­dola loro schiava per tre se­coli, dal VI avanti Cri­sto.
Du­rante le guerre pu­ni­che, pas­sata la Sar­de­gna ai Ro­mani, Ca­gliari si sol­levò, ma il con­sole Tito Man­lio Tor­quato riu­scì pre­sto a domarla.»

.

«Dopo la sol­le­va­zione dei Sardi Pel­liti, sof­fo­cata nel san­gue, Ca­gliari passò, dopo i Ro­mani, ai Van­dali, ai Greci, ai Goti, poi di nuovo ai Greci. Cac­ciati que­sti, la Sar­de­gna fu di­visa in giu­di­cati, con a capo pic­coli prin­cipi; ma l’indipendenza sarda durò poco. Nel 700 Liut­prando, Re dei Lon­go­bardi, in fama di pio e di santo, aiutò l’invasione dei Sa­ra­ceni in Sardegna.»

Quindi?
Quindi De­ledda, là dove ac­cenna ai po­poli che si sono pre­sen­tati in Sar­de­gna come con­qui­sta­tori o mer­canti, ol­tre a due delle 9 realtà che com­pa­iono nel “Falso-De­ledda” (os­sia gli Spa­gnoli e i Pi­sani) ne ri­corda ben 12 (Sa­ra­ceni, Ge­no­vesi, Ara­go­nesi, La­tini, Greci, Etru­schi, Tro­iani, Iberi, Galli, Van­dali, Goti, Lon­go­bardi) che non com­pa­iono nel “Falso-De­ledda”.

D’altro lato (lo ab­biamo vi­sto so­pra), ne­gli elen­chi di De­ledda non com­pa­iono ben cin­que delle 9 en­tità elen­cati nel “Falso-De­ledda” — afri­cani, arabi, pi­sani, bi­zan­tini, pie­mon­tesi.

De­fi­nita la cosa sul piano stret­ta­mente do­cu­men­tale, pos­siamo con­clu­dere que­sta prima parte della no­stra ana­lisi con una breve ri­fles­sione di ca­rat­tere ideologico-culturale.

Era nelle sensibilità di Grazia Deledda esprimersi in termini “di cosmopolitismo mediterraneo”?

Ar­ri­viamo alla cosa con un paio di pas­saggi.
Come ab­biamo già an­ti­ci­pato, la prima frase del “Falso-De­ledda” è una clas­sica “ac­cu­mu­la­zione cao­tica”, os­sia che si snoda lungo un per­corso non ne­ces­sa­ria­mente lo­gico.
Va da sé che, an­che se non or­di­nata se­condo una lo­gica ri­go­rosa, nel “Falso-De­ledda” quella enu­me­ra­zione di po­poli ed espe­rienze so­cio-po­li­tico-cul­tu­rali, va­sta come l’intero ba­cino me­di­ter­ra­neo e lunga 3.000 anni, può su­sci­tare — in chi pos­siede un certo tipo di sen­si­bi­lità si in­tende — un ri­flesso di po­si­tiva aper­tura (ed è certo in que­sto senso che la frase è stata im­pie­gata a fini an­ti­raz­zi­sti dal Ca­gliari Cal­cio nel 2019).

Dob­biamo però chie­derci — stiamo di­scu­tendo di que­sto, non è vero? — se il senso di co­smo­po­li­ti­smo me­di­ter­ra­neo e di mul­ti­cul­tu­ra­li­smo che se ne può trarre po­teva ap­par­te­nere a Gra­zia De­ledda.
Pos­siamo tran­quil­la­mente ri­spon­dere che NO!

I sen­ti­menti di “co­smo­po­li­ti­smo”, più o meno in­ter­na­zio­na­li­sta, che pos­sono in­tra­ve­dersi in quella frase po­te­vano forse ap­par­te­nere a ten­denze (mi­no­ri­ta­rie co­mun­que) del mo­vi­mento so­cia­li­sta / anar­chico eu­ro­peo al tempo della scrit­trice nuo­rese (150 anni fa). Ma in Ita­lia certe idee (pen­siamo an­che alla que­stione fem­mi­nile) ri­sul­ta­vano molto an­nac­quate pro­prio dall’accentuato lo­ca­li­smo, di cui era espres­sione an­che Gra­zia De­ledda, sep­pure in lei in forme non regressive.

Il sen­tirsi come po­si­tivo amal­gama di plu­ri­se­co­lari espe­rienze di­verse può ap­par­te­nere a una parte della no­stra col­let­ti­vità: ma que­sto — even­tual­mente — oggi, nella ine­lu­di­bile ma­ni­fe­sta­zione a tutti i li­velli della globalizzazione.

Ma di si­curo non in quel tardo ’800 in cui si for­mava De­ledda, ca­rat­te­riz­zato an­che dalla cruenta af­fer­ma­zione del co­lo­nia­li­smo, con tutto il co­rol­la­rio delle teo­rie raz­zi­ste di certo po­si­ti­vi­smo, cui non fu si­cu­ra­mente estra­nea la stessa gio­vane De­ledda; giova ri­cor­dare che, in­ge­nua­mente, an­cora nell’edizione Spei­rani del 1901, il suo “La via del male” ri­por­tava in de­dica «Ad / Al­fredo Ni­ce­foro e Paolo Orano / che amo­ro­sa­mente vi­si­ta­rono la Sar­de­gna» certo non ben­vo­luti in Sar­de­gna per i loro studi di ta­glio lom­bro­siano sul ban­di­ti­smo sardo come por­tato di una ge­ne­tica corrotta.

Ci sem­bra che, di fronte alla ag­gres­sione dell’Italia alla Li­bia del 1911, una delle più sgan­ghe­rate e in­sieme san­gui­na­rie av­ven­ture mi­li­ta­ri­ste del tempo (qual­che anno dopo di­ve­nuta, con il ge­no­cida Gra­ziani, pro­to­collo ma­ca­bro per tutti i co­lo­nia­li­sti eu­ro­pei e non) De­ledda (come molti in­tel­let­tuali, si in­tende) se ne sia di­stac­cata solo in ter­mini di ge­ne­rica etica re­li­giosa, senza af­fron­tare la que­stione sul piano geo-po­li­tico o delle re­la­zioni mul­ti­cul­tu­rali, come pos­siamo leg­gere in “Canne al vento” del 1913 (pp. 89-92, evi­den­zia­zioni nostre):

«Tutto il giorno la fi­sar­mo­nica suonò ac­com­pa­gnata dai gridi dei ri­ven­di­tori, dall’urlo dei gio­ca­tori di morra, dai canti co­rali o dai versi dei poeti estem­po­ra­nei.
Rac­colti en­tro una ca­panna, se­duti per terra a gambe in croce in­torno a una da­mi­giana verso cui si vol­ge­vano come a un idolo, i poeti im­prov­vi­sa­vano ot­tave pro e con­tro la guerra di Li­bia, eran pa­rec­chi e si da­vano il turno, e in­torno a loro si ac­cal­ca­vano uo­mini e ra­gazzi […].
.

Il poeta Se­ra­fino Ma­sala di Bul­tei, col pro­filo greco e ve­stito come un eroe di Omero, can­tava:
Su turcu non si che­ret re­duire,
An­zis pro gher­rare est ani­mosu,
S’arabu in­fe­ro­citu est co­rag­giosu,
Si pa­rat prontu nè che­ret fuire….
[Tra­du­zione De­ledda: «Il Turco non vuole ar­ren­dersi, / Anzi nel com­bat­tere è ani­moso, / L’Arabo in­fe­ro­cito è co­rag­gioso, / Si slan­cia pronto né vuole fug­gire»]
[…]

E Gre­go­rio Gior­dano di Dual­chi, bel gio­vane rosso ve­stito come un tro­va­tore, si li­sciava i lun­ghi ca­pelli con tutte e due le mani, se li ti­rava sul collo, e can­tava quasi sin­ghioz­zando come una prè­fica:
Ba­sta, non poto pius re­la­tare,
Di­scurro su chi poto insa me­mo­ria;
Chi àp­pana in do­gni passu sa vit­to­ria,
De po­der tottu l’Africa ac­qui­stare;
Tran­quil­los e sa­nos a tor­rare,
Los as­si­stan sos San­tos de sa Glo­ria,
E cun bona me­mo­ria e ver­tude
Tor­ren a dom’issoro chin sa­lude!
[Tra­du­zione De­ledda: «Ba­sta, non posso più rac­con­tare, / Di­scorro quel che posso a me­mo­ria; / Che ab­biano (gl’Italiani) in ogni passo la vit­to­ria / Da po­ter tutta l’Africa con­qui­stare; / Tran­quilli e sani pos­sano tor­nare, / Li as­si­stano i Santi della Glo­ria, / E con buona me­mo­ria e virtù / Tor­nino a casa loro con sa­lute!»]
.

Ap­plausi e ri­sate ri­suo­na­vano; tutti ri­de­vano ma erano com­mossi. […]
.
Un Ba­ro­niese smilzo alto e nero come un arabo, in­vitò Efix a bere e gli rac­contò epi­sodi della guerra, di cui era re­duce.
— Sì, — di­ceva guar­dan­dosi le mani, ho strap­pato il ciuffo ad un Sir­dusso, uno che ado­rava il dia­volo. lo avevo fatto voto di pren­der­glielo, il ciuffo; di pren­derlo in­tero, con la pelle e con tutto. E così lo presi, che pos­siate ve­dermi cieco, se men­ti­sco! Lo por­tai al mio ca­pi­tano, te­nen­dolo come un grap­polo: sgoc­cio­lava san­gue nero come acini d’uva nera. Il ca­pi­tano mi disse: bravo, Con­zinu!
Efix ascol­tava, con in mano una ro­sel­lina di mac­chia. Si fece il se­gno della croce con lo stelo del fiore, e disse:
— Ti con­fes­se­rai, Conzì! Hai uc­ciso un uomo!
— Nella guerra non è pec­cato. È forse di na­sco­sto? No.
Al­lora co­min­cia­rono a di­scu­tere, ed Efix guar­dava la ro­sel­lina come par­lando a lei sola.
Ad uc­ci­dere tocca a Dio.»

Me­ri­to­ria­mente, la or­mai ma­tura De­ledda (nel 1913 aveva 42 anni), nella im­me­dia­tezza della “ope­ra­zione spe­ciale” ita­liana con­tro la Li­bia, con­dan­nava quindi con ef­fi­ca­cia le atro­cità dei cri­mi­nali di guerra.
Al con­tempo però pro­po­neva come oriz­zonte per cui sen­tirsi “com­mossi” la con­qui­sta dell’intera Africa.
Con buona pace, ov­via­mente, di ogni even­tuale pen­siero “co­smo­po­lita” o “in­ter­na­zio­na­li­sta”, nel nome di una co­mune ci­viltà europeo-mediterranea.

È poi fin pleo­na­stico (ma me­glio ri­pe­tersi che fare finta di nulla in nome di non si sa quale “senso di op­por­tu­nità”) ri­cor­dare come nel già ci­tato “Li­bro per la terza classe ele­men­tare, 1930-31” (re­datto da De­ledda per la se­zione “Let­ture”), nella se­zione “Sto­ria” (opera di Ot­to­rino Ber­to­lini) così ve­ni­vano pro­po­sti agli ita­lici 700.000 bam­bini della terza ele­men­tare (e alle loro fa­mi­glie) i rap­porti con le cul­ture “afri­cane” e “me­di­ter­ra­nee” (pag. 283):

«Che cosa sono le co­lo­nie? In Africa, nell’Asia, nelle Ame­ri­che vi sono grandi esten­sioni di terre, ric­che di pro­dotti na­tu­rali, ma abi­tate da po­po­la­zioni in­di­gene an­cora bar­bare o sel­vagge, che non le sanno sfrut­tare.
I po­poli bian­chi, in­vece, gra­zie alla loro ci­viltà, co­no­scono il va­lore di quei pro­dotti […] È quindi ben na­tu­rale che i po­poli bian­chi si siano ado­pe­rati ad oc­cu­pare quelle terre, per trarne i pro­dotti tanto ne­ces­sari al be­nes­sere della loro pa­tria, e per re­care agli in­di­geni la luce ed i be­ne­fici di una ci­viltà su­pe­riore. Le terre così oc­cu­pate son dette colonie.»

Ev­viva la chiarezza!

E an­cora (p. 287):

«La con­qui­sta della Li­bia, di Rodi, del Do­de­can­neso: 1911-1912.
Guar­date su la carta geo­gra­fica la no­stra Ita­lia: non sem­bra un molo gi­gan­te­sco lan­ciato nel mare Me­di­ter­ra­neo verso l’Africa? Su que­sto mare l’Italia ha in­fatti i suoi mag­giori in­te­ressi, e su di esso era stata pa­drona nell’antichità e per gran parte del Me­dio Evo.
Ma in se­guito Fran­cesi e In­glesi ave­vano oc­cu­pato le rive afri­cane ba­gnate dal Me­di­ter­ra­neo, fatta ec­ce­zione solo della Li­bia […] Se an­che la Li­bia fosse ca­duta sotto il do­mi­nio di un’altra grande po­tenza eu­ro­pea, l’Italia si sa­rebbe tro­vata come pri­gio­niera nel Me­di­ter­ra­neo, con suo gra­vis­simo pe­ri­colo. La con­qui­sta di quella re­gione era dun­que as­so­lu­ta­mente ne­ces­sa­ria: e nel set­tem­bre 1911 l’Italia di­chiarò guerra alla Tur­chia tra l’entusiasmo in­de­scri­vi­bile di tutto il po­polo.
La guerra durò un anno e fu vittoriosa.»

Inu­tile evi­den­ziare che il tutt’altro che sprov­ve­duto pro­fes­sor Ber­to­lini (no­tare come le giu­sti­fi­ca­zioni per le ag­gres­sioni di ra­pina, scritte in al­fa­beto la­tino o ci­ril­lico siano sem­pre le me­de­sime), nello scri­vere “dell’entusiamo di tutto il po­polo” men­tiva sa­pendo di men­tire e mi­sco­no­sceva il ruolo ri­co­perto in quella oc­ca­sione da quello che nel 1930-31 era suo si­gnore, pa­drone e com­mit­tente.
Per tutto il set­tem­bre del 1911, in­fatti, una parte si­gni­fi­ca­tiva d’Italia ma­ni­fe­stò aper­ta­mente — e in al­cune città an­che con no­te­vole de­ci­sione — con­tro l’aggressione alla Li­bia: vi fu­rono in­tel­let­tuali e po­li­tici (ri­cor­diamo per tutti Ama­deo Bor­diga fra i più in­ci­sivi) che de­nun­cia­rono con chia­rezza il ca­rat­tere im­pe­ria­li­stico (nel senso più mo­derno) dell’azione ita­liana; in tutta Ita­lia vi fu­rono ma­ni­fe­sta­zioni e co­mizi nel corso dello scio­pero ge­ne­rale na­zio­nale, ap­po­si­ta­mente in­detto per il 27 set­tem­bre dalla Con­fe­de­ra­zione Ge­ne­rale del La­voro (CGdL); a Forlì la pro­te­sta as­sunse un ca­rat­tere pre-in­sur­re­zio­nale il 26 e il 27: il re­pub­bli­cano Pie­tro Nenni e l’allora so­cia­li­sta Be­nito Mus­so­lini fu­rono in prima li­nea — e con grande ef­fi­ca­cia — nel di­ri­gere i ma­ni­fe­stanti in azioni di­rette (per que­sto loro ruolo scon­ta­rono poi pa­rec­chi mesi di galera).

Co­mun­que sia, con ri­fe­ri­mento ai primi tre de­cenni del ’900, vis­suti con piena con­sa­pe­vo­lezza da De­ledda (e ca­rat­te­riz­zati dal più ga­glioffo scio­vi­ni­smo an­che da parte dei ra­di­cali cui essa era al­lora vi­cina), l’attribuire alla scrit­trice nuo­rese quel par­ti­co­lare modo di pen­sare e sen­tire, sot­teso per la no­stra sen­si­bi­lità at­tuale alla prima frase del “Falso-De­ledda”, è quindi solo un fal­sare — non im­porta se con­sa­pe­vol­mente o meno e con fini even­tual­mente non re­trivi — i più ri­co­no­sci­bili ele­menti co­sti­tu­tivi della no­stra sto­ria po­li­tica e cul­tu­rale.

Ma pas­siamo al se­condo blocco del “Falso-De­ledda”.

Accumulazione” B.
Fisionomizzazione etnico-naturalistica.

Ri­cor­diamo che que­sta se­conda ac­cu­mu­la­zione è com­po­sta di 4 frasi:

Frase 2/ Siamo le gi­ne­stre d’oro giallo che spio­vono sui sen­tieri roc­ciosi come grandi lam­pade accese.

Frase 3/ Siamo la so­li­tu­dine sel­vag­gia, il si­len­zio im­menso e pro­fondo, lo splen­dore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Frase 4/ Siamo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­sco, delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi, della rosa ca­nina, del vento, dell’immensità del mare.

Frase 5/ Siamo una terra an­tica di lun­ghi si­lenzi, di oriz­zonti ampi e puri, di piante fo­sche, di mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla vendetta.

_______

Come an­ti­ci­pato, per con­fe­zio­nare il suo te­sto, la si­gnora Ziama ha preso (cam­bian­done l’ordine) qual­che pa­rola ed espres­sione dal più che noto ro­manzo di De­ledda “Elias Portolu”.

L’opera fu per la prima volta pub­bli­cata nel 1900 sulla «Nuova An­to­lo­gia»; resa in vo­lume con l’editore Roux e Via­rengo nel 1903; ri­pub­bli­cata (dopo in­tenso la­voro cor­ret­to­rio) dai Fra­telli Tre­ves nel 1917, nel 1920 e in­fine nel 1928 (di se­guito fac­ciamo ri­fe­ri­mento a que­sta ul­tima edizione).

Per ana­liz­zare l’operato della si­gnora Ziama nel com­porre il suo “Falso-De­ledda”, co­min­ciamo col ri­por­tare il te­sto delle frasi 2/3/4 del “Blocco B” e le con­fron­tiamo con il te­sto della vera De­ledda di “Elias Por­tolu”, ri­cor­dando che per le parti qui ana­liz­zate il te­sto è ri­ma­sto inal­te­rato nelle di­verse edizioni.

Le parti co­piate dalla si­gnora Ziama dal ro­manzo di De­ledda le ab­biamo evi­den­ziate in [verde tra pa­ren­tesi qua­dre]; le parti di sua in­ven­zione e che non hanno al­cun ri­scon­tro con al­cuna opera di De­ledda le ab­biamo evi­den­ziate in [rosso, tra pa­ren­tesi qua­dre].

Frase 2/

Falso-De­ledda:

«Siamo le [gi­ne­stre d’oro giallo] che [spio­vono sui sen­tieri roc­ciosi come grandi lam­pade ac­cese].

De­ledda (Elias Por­tolu p. 37):

«sul sen­tiero roc­cioso spio­ve­vano, come grandi lam­pade ac­cese, le gi­ne­stre d’oro giallo

Come si vede, non tutte le espres­sioni sono iden­ti­che (per es. “sen­tieri roc­ciosi” > “sen­tiero roc­cioso”) e hanno al­tra di­spo­si­zione e senso; è però chiaro che la si­gnora Ziama ha pe­scato in quelle due ri­ghe di Deledda.

_______

Falso-De­ledda:

Frase 3/ «Siamo la [so­li­tu­dine sel­vag­gia], il [si­len­zio im­menso] e [pro­fondo], lo [splen­dore del cielo], il [bianco fiore del ci­sto].»
.

Frase 4/ «Siamo [il re­gno inin­ter­rotto del] [len­ti­sco], [delle onde che ru­scel­lano i gra­niti an­ti­chi], [della rosa ca­nina, del vento], [dell’immensità del mare].»

De­ledda (Elias Por­tolu, p. 39):

«L’orizzonte sten­de­vasi am­pio e puro, il vento odo­roso pas­sava on­du­lando le ver­dis­sime bru­ghiere: inef­fa­bile so­gno di pace, di so­li­tu­dine sel­vag­gia, di si­len­zio im­menso ap­pena rotto da qual­che ri­chiamo lon­tano di cu­culo, e dalle voci sfu­mate dei vian­danti. Ed ecco, d’un tratto, il su­blime pae­sag­gio pro­fa­nato e de­so­lato dalle boc­che nere e da­gli sca­ri­chi delle mi­niere: poi di nuovo pace, so­gno, splen­dore di cielo, di pie­tre fo­sche, di lon­ta­nanze ma­rine: di nuovo il re­gno inin­ter­rotto del len­ti­schio, della rosa ca­nina, del vento, della solitudine.»

Per ogni ve­ri­fica, qui sotto mo­striamo le due pa­gine (37 e 39) del ro­manzo “Elias Por­tolu” da cui la si­gnora Ziama ha preso le espres­sioni di Deledda.

Ri­ca­pi­to­lando.
Per le frasi 2-3-4 la si­gnora Ziama ha preso qua e là pa­role e sin­gole espres­sioni dal ro­manzo “Elias Por­tolu” di De­ledda, ne ha mo­di­fi­cato l’ordine e ne ha fatto una in­sa­lata mi­sta con parole/espressioni di pro­pria in­ven­zione, estra­nee al re­gi­stro espres­sivo di Deledda.

In­fatti, tutte le espres­sioni della chiusa della composizione:

Frase 5/ “Siamo una [terra an­tica] di [lun­ghi si­lenzi], di [oriz­zonti ampi e puri], di [piante fo­sche], di [mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla ven­detta]

non tro­vano al­cun ri­scon­tro in al­cuna opera di De­ledda.

Può es­sere a que­sto punto utile ve­ri­fi­care par­ti­ta­mente le 9 espres­sioni in­ven­tate dalla si­gnora Ziama per con­sta­tare quanto siano lon­tane dal vo­ca­bo­la­rio di Deledda.

Espressioni estranee od oppositive a Deledda.

Frase 3/ bianco fiore del ci­sto
.

Frase 4a/ len­ti­sco
.

Frase 4b/ onde che ru­scel­lano
.

Frase 4c/ sui gra­niti an­ti­chi
.

Frase 4d/ im­men­sità del mare
.

Frase 5a/ terra an­tica
.

Frase 5b/ lun­ghi si­lenzi
.

Frase 5c/ oriz­zonti ampi e puri
.

Frase 5d/ piante fo­sche
.

Frase 5e/ mon­ta­gne bru­ciate dal sole e dalla vendetta

Frase 3/ “il bianco fiore del cisto” …

Il ri­fe­ri­mento al co­lore del ci­sto non ri­corre mai in nes­suna opera di De­ledda: la scrit­trice ca­rat­te­rizza in­fatti que­sta bella sem­pre­verde, en­de­mica della Sar­de­gna, solo come “massa”.

Ab­biamo in­fatti 5 oc­cor­renze come “mac­chie di ci­sto”; 2 come “bo­schetti di ci­sto”; una sola è le­gata all’ “odore del ci­sto”.

NEPPURE UNA ricorrenza è relativa al suo colore.

Ciò può forse ap­pa­rire cu­rioso (il fiore bianco del ci­sto è ben pre­sente a chiun­que co­no­sca an­che un poco la Sar­de­gna) ma così è: De­ledda in tutta la sua opera let­te­ra­ria non ne fa mai riferimento.

Vi sono quat­tro oc­cor­renze che le­gano “bianco” a “fiore” ma tre in senso tra­slato e nell’unico in senso pro­prio non v’è trac­cia del cisto:

• “gli og­getti sulla men­sola, il fiore bianco nel va­setto pre­zioso”;
.

• “Non il dolce e mite primo amore che sboc­cia, e muore come un bianco fiore d’inverno”;
.

• “nel fi­ne­strino della ca­me­retta, come un fiore bianco che a poco a poco si tin­geva di rosa”;
.

• “e dal pu­gno parve sboc­ciare un grande fiore bianco: un faz­zo­letto che ella aveva ru­bato a Lia”.

Frase 4a/ “Lentisco” versus “lentischio” …

Nel co­struire il suo “Falso-De­ledda”, la si­gnora Ziama è in­corsa in uno dei più ti­pici er­rori dei fal­sari caserecci.

Per ri­fe­rirsi all’arbusto sem­pre­verde delle Ana­car­dia­ceæ, ha in­fatti uti­liz­zato un ter­mine — len­ti­sco — oggi come ieri di uso cor­retto e cor­rente ma del tutto estra­neo al vo­ca­bo­la­rio di Gra­zia Deledda.

De­ledda in­fatti MAI usò il ter­mine “len­ti­sco” e in­vece — e per ben 130 oc­cor­renze — usò sem­pre il ter­mine “len­ti­schio” (del re­sto, come il da lei mai troppo ammirato/imitato D’Annunzio).

No­no­stante nella odierna lin­gua ita­liana sia con­si­de­rato cor­retto il ter­mine “len­ti­sco”, tut­tora i sardi spesso e vo­len­tieri di­cono (e scri­vono di ri­flesso) “len­ti­schio”.

Ri­cor­date quanto ab­biamo detto a pro­po­sito del mu­rale di Ma­co­mer?
Lì, l’artista Paolo Maz­zucco in arte Mam­blo (pie­mon­tese ma sardo di ele­zione), certo senza ren­der­sene conto ha ri­por­tato il te­sto del “Falso-De­ledda” ma con l’ “er­rore” pro­prio della di­zione sarda, da lui adottata.

Frase 4b/ “onde che ruscellano” …

An­che in que­sto caso l’espressione non com­pare in nes­suna delle opere di De­ledda.
Dob­biamo però ri­le­vare che l’attribuirla a lei è non solo un falso do­cu­men­tale ma an­che una vera e pro­pria de­for­ma­zione del come la scrit­trice nuo­rese rap­pre­sen­tasse, a sé e al let­tore, l’elemento na­tu­rale “onda/onde”, che ri­corre per 230 volte nell’opera de­led­diana, in par­ti­co­lare con ri­fe­ri­mento al mare.

In De­ledda esse infatti:

fru­sciano / si slan­ciano / bal­zano / ur­lano / ri­suo­nano / sem­brano dia­voli / si sol­le­vano / mor­mo­rano / bat­tono / si muo­vono va­na­mente / sal­tano / tra­vol­gono / ri­get­tano / sono pic­cole e bian­che / lon­tane / tra­spa­renti / di luce ar­gen­tea / di san­gue e di in­chio­stro / bian­che / ver­da­stre / chiaz­zate d’oro e di zaf­firo / nere e inar­gen­tate / si di­ver­tono / ba­gnano / dan­zano / fla­gel­lano / cor­ro­dono / si sbat­tono / con­du­cono / sca­val­cano / sono gio­conde / di­ver­tenti / eguali / fe­line e fe­roci / si di­vi­dono / si slan­ciano / si avan­zano / si spin­gono / si span­dono / si ri­ti­rano / sal­tano con agi­lità fe­roce / sono cosa viva / ri­dono / rom­bano agi­tate / ru­mo­reg­giano / sono di az­zurro in­tenso / in­san­gui­nate dal tra­monto / as­sal­tano / esal­tano gli odori / pa­iono ghir­lande di fiori az­zurri e do­rati / sono vio­la­cee e san­gui­gne / si in­cre­spano / si la­men­tano / sono agi­tate / si­mili ai giorni della vita / as­sal­tano va­na­mente / hanno forza ir­re­fre­na­bile / as­sal­gono le roc­cie / fru­sciano / scin­til­lano / si ba­ciano / sono lon­tane / tie­pide / con ri­flessi d’oro / co­perte di schiuma / gri­gie / ver­da­stre / grosse e spu­manti / si fran­gono / mug­gi­scono / danno ca­rezze bru­tali / sono ar­gen­tee / scin­til­lanti / basse / cat­tive / mor­dono con denti di schiuma / tor­nano in­die­tro di fu­ria / co­mu­ni­cano se­greti pau­rosi / hanno voce te­tra / co­lore li­vido / di­vo­rano / sono cru­deli / hanno schiuma te­nera / quelle del tor­rente sono pie­tre stri­to­late / hanno ba­cili d’argento / sono grosse e la­nose / danno suoni d’organo.

Que­sti ap­pena elen­cati sono gli ol­tre 80 modi con cui De­ledda ca­rat­te­rizzò le onde ma …

ma … tra tutte le espressioni manca il “ruscellare”.

D’altra parte la cosa non è così bizzarra.

Ruscellare.

Nella lin­gua sarda, “ru­scel­lare” non esi­ste; in quella ita­liana è de­ri­vato da “ru­scello”, dal la­tino “ri­vu­scel­lus” (pic­colo rivo); in­dica lo scor­ri­mento di un li­quido (ti­pi­ca­mente ac­qua); lo si può di­la­tare verso l’idea di “al­lar­ga­mento”; in­dica co­mun­que sem­pre il ri­sul­tato di una pul­sione o in­terna (a un monte) o esterna (dal cielo) dall’alto verso il basso.

Tro­viamo ruscellare/rucellare nella “Isto­ria Fio­ren­tina” (Vol. 11) di Mar­chiònne di Coppo Ste­fani, scritta a metà del ’300 e pub­bli­cata alla fine del ’700; è pre­sente spo­ra­di­ca­mente dai primi dell’ottocento; ha una im­pen­nata ai primi del ’900.

Oggi, con la rete Web, gode di grande fa­vore: molti “ru­scel­lano”, in ogni tipo di circostanza.

Ma De­ledda mai lo uti­lizzò.
Avrebbe po­tuto? Dipende.

Ru­scel­lare” è tra­spo­si­zione di senso che sul piano poe­tico po­trebbe an­che fun­zio­nare, pur­ché però usato in modo appropriato.

Nel li­bro ap­pena ci­tato di Bal­das­sarre Buo­na­iuti, nella ru­brica ti­to­lata “Come fu una grande mor­ta­lità nella città di Fi­renze”, il cro­ni­sta del ’300 de­scrive la pe­sti­lenza che de­va­stò la città di Fi­renze nel 1349 e così usa il ter­mine “ru­cel­lare” (ru­scel­lare):
«era co­min­ciata una pe­sti­lenza […] forse in quat­tro case, e in uno mese n’era morti dieci e la­scia­tone due, e poi re­stata; ma per la città quasi niente si sentì, se non in sul Marzo e Aprile; al­lora co­min­ciò a ru­cel­lare, e ba­stò in­sino al Set­tem­bre molto fiera […]»,

Nell’uso che ne fà Bo­na­iuti “ru­cel­lare / ru­scel­lare” in­dica quindi lo scor­ri­mento / al­lar­ga­mento di un qual­che cosa.
Più tardi il ter­mine venne usato in modo più re­strit­tivo a in­di­care un li­quido che scorra dall’alto verso il basso; per esem­pio ac­qua che, ve­niente dal cielo o dall’interno di un monte, scenda su tron­chi, pie­tre, erbe.
Ab­biamo cioè un mo­vi­mento ten­den­zial­mente con­ti­nuo e uni­di­re­zio­nale — dall’alto al basso (non si può pen­sare a un “ru­scel­la­mento” verso l’alto).

In que­sto senso an­che De­ledda avrebbe quindi po­tuto usarlo — ma mai lo fece.

Nella sua opera il lemma “ru­scello” ha una sua pre­senza (76 oc­cor­renze) ma in De­ledda esso:

cade mor­mo­rando sul gra­nito / scorre / mor­mora / sta­gna /scroscia / sus­surra / è lim­pido / pie­troso / giallo / è stri­scia ar­gen­tea / ha uguale ru­more / ha ac­que splendide.

In Deledda quindi il ruscello compie alcune azioni, ma mai “ruscella”.

Nel caso delle onde, se sono di tor­rente, non ru­scel­lano pro­prio per­ché onde, quindi masse più o meno con­si­stenti d’acqua; se di mare, po­treb­bero ru­scel­lare dopo es­sersi ab­bat­tute su sco­glio; in que­sto senso l’espressione po­trebbe avere un suo im­piego; ma, per de­fi­ni­zione, in que­sto caso sa­rebbe un ru­scel­la­mento a sin­ghiozzo, cioè si ver­rebbe a ne­gare la na­tura di con­ti­nuità, ti­pica del “ru­scello” co­mun­que in­teso.
L’espressione quindi fun­ziona, ma solo a metà e non è da me­ra­vi­gliarsi che in De­ledda non com­paia mai.

Frase 4c/ “sui graniti antichi” …

In 121 oc­cor­renze, in De­ledda il gra­nito non è mai “an­tico”, come ce lo ha vo­luto rap­pre­sen­tare la si­gnora Ziama.

Nell’opera de­led­diana il gra­nito è infatti:

umido / chiaro / gri­gio / scuro / può es­sere “per­cosso dal vento” / duro e gri­gio come il volto di un pa­dre ad­do­lo­rato / può es­sere “rosso / pa­ti­nato dal tempo”; può es­sere “ar­gen­teo” / in forma di “sfinge”.

Per la ve­rità in De­ledda non si ri­scon­tra una grande nu­me­ro­sità delle qua­lità del “gra­nito”.
Nella sua opera, il gra­nito è so­prat­tutto com­ple­mento di ma­te­ria a spe­ci­fi­care og­getti della quo­ti­dia­nità (sca­lini, da­van­zali, piazze, bal­la­toi, tru­goli, ecc. ecc.) o ele­menti della na­tura (pa­reti, la­stre, di­rupi, di­stese, ecc.).

Mai però com­pare il con­cetto di “an­ti­chità”, forse per­ché giu­di­cato dalla De­ledda come pleo­na­stico (non esi­ste il “gra­nito” nuovo o fre­sco, non è come il formaggio).

Frase 5a/ “terra antica” …

An­che que­sta espres­sione in De­ledda non com­pare no­no­stante il lemma “terra” com­paia 885 volte.

Là dove il so­stan­tivo è ac­com­pa­gnato da un ag­get­tivo, que­sto esprime al­meno 84 di­verse qua­lità, per modo che in De­ledda la terra è:

arata / monda / bassa / di­vina / me­ra­vi­gliosa / leg­gen­da­ria / mi­ste­riosa / co­lor d’oro / bella / dei mi­ra­coli / splen­dida / umida / com­mossa / gon­fiata / nera / na­tia / lon­tana / odo­rosa / sel­va­tica / ver­gine / vo­lut­tuosa / se­mi­nata / sel­vag­gia / feb­bri­ci­tante / si­len­ziosa / pu­trida / so­lida / im­mo­bile / ma­dre / stra­niera / di gi­ganti se­polti / in­grata / smossa / ba­gnata / fio­rita / muta / pro­messa / gri­gia / spec­chio / fre­sca / calda / ad­dor­men­tata / dura / ma­gra / as­se­tata / di so­gno / di con­qui­sta / ignota / in­fo­cata / oscura / fan­gosa / di ban­diti / gialla / bianca / puz­zi­nosa / ne­ra­stra / fe­conda / sa­cra / sca­vata / buia / fredda / ros­sic­cia / rag­grin­zita / ge­lata / fug­gente / rin­ga­gliar­dita / in­du­rita / pol­ve­rosa / ir­ri­gata / be­ne­detta / gon­fia / agi­tata / pa­gina bianca / stor­dita dal sole / tri­ste e mi­ste­riosa / bruna / della spe­ranza / abi­tata / can­dida / tor­men­tata / in ri­poso / rocciosa.

La terra di De­ledda è an­che at­tiva e quindi:

tace / ri­fio­ri­sce / sor­ride / fio­ri­sce / trema / frana / al suo cen­tro è Sa­tana / pal­pita / si vela di me­lan­co­nia / si av­vi­cina alle stelle / le geme il cuore / oscilla / in­ghiot­ti­sce / sente i pal­piti del cuore / ri­fe­ri­sce mes­saggi / gode / romba / oscilla / si as­so­pi­sce in un so­gno / vive di luce / si rin­nova / si spacca al gelo / ha un aspetto si­ni­stro / odora come tomba dis­se­polta / è pos­se­duta dal sole / rin­gra­zia / cessa di cam­mi­nare / ri­mane stor­dita dal vento / è tor­tu­rata dall’inverno / dorme tran­quilla / sem­bra sgom­bra di uo­mini / è bru­ciata da lun­ghe sic­cità / non tra­di­sce e dà all’uomo le erbe e i frutti.

La terra in Deledda compie quindi molte azioni ed è qualificata in vari modi, ma mai è indicata come “antica”.

An­che in que­sto caso — pro­ba­bil­mente — per De­ledda va­leva il di­scorso già fatto per il gra­nito — la terra è an­tica per de­fi­ni­zione, vuota ri­pe­ti­zione il dirlo.

Frase 5b/ “una terra di lunghi silenzi” …

L’espressione “lun­ghi si­lenzi” in De­ledda ri­corre solo due volte; ma o con nulla a che ve­dere con la Sar­de­gna; o con nulla a che ve­dere con la terra:

– «Dopo i lun­ghi si­lenzi e le so­li­tu­dini del Po» (No­stal­gie, 1914);
– «e dopo lun­ghi si­lenzi più si­gni­fi­ca­tivi an­cora, mi disse» (Co­lombi e spar­vieri, 1912).

Il sin­golo lemma a so­stan­tivo ri­corre in­vece 24 volte e così ab­biamo “si­lenzi”:

az­zurri / grigi dell’anima mia / gialli del gran sole d’oro / della notte / delle cam­pa­gne / del ple­ni­lu­nio / della valle / della pe­nom­bra di una chiesa / delle so­li­tu­dini / del re­clu­so­rio / quelli del cielo sono pla­cidi o az­zurri / del bo­sco sono im­mensi / della vec­chia casa ma­lin­co­nici / di lei sono im­prov­visi o esacerbati.

Frase 5c/ “orizzonti ampi” …

In De­ledda il ter­mine “oriz­zonti” com­pare 55 volte. Gli oriz­zonti de­led­diani sono:

sel­vaggi / ve­spreg­gianti / si tin­gono di lilla / smorti / im­mensi / pal­lidi / inef­fa­bili / lon­tani / so­lenni / si­len­ziosi / lu­mi­nosi / va­po­rosi / va­sti / pu­ris­simi / ar­gen­tei / grandi / di vel­luto / chiari / fu­mosi / mai prima so­gnati / lim­pidi / az­zurri / al­la­gati / aperti.

L’espressione “oriz­zonti ampi” com­pare una sola volta: è in “Me­mo­rie di Fer­nanda”. Pri­mis­simo ro­manzo della di­cia­set­tenne De­ledda, si svolge in Bul­ga­ria con un re­gi­stro lon­ta­nis­simo da quello della scrit­trice che conosciamo.

Frase 5d/ “piante fosche” …

In De­ledda sono 9 le oc­cor­renze del ter­mine “fo­sche”.

Tali sono:

rocce / fi­gure / vi­sioni / pie­tre / le tinte dell’imbrunire / le mac­chie dei boschi.

Quindi nella sua produzione nessuna pianta è descritta come fosca.

Il ter­mine “fo­schi” ri­corre in­vece 48 volte e tali sono:

pen­sieri / pre­sen­ti­menti / ve­stiti / qua­dri di epo­che / co­lori / toni.

Ma in De­ledda fo­schi sono so­prat­tutto gli oc­chi che con que­sta ca­rat­te­riz­za­zione sono ri­chia­mati per 37 volte.

Frase 5e/ “montagne bruciate dal sole e dalla vendetta” …

In De­ledda le mon­ta­gne ap­pa­iono in ben 363 oc­cor­renze ma nep­pure una volta sono rap­pre­sen­tate come “bru­ciate”.

Nell’opera della scrit­trice nuo­rese in­fatti le mon­ta­gne sono:

verdi / do­rate / dia­fane / ar­gen­tee / aride / az­zurre e bian­che / ve­late dalla neb­bia / sco­scese / in manti di neb­bia az­zurra / ad­dor­men­tate / con ri­flessi d’oro / gri­gie / fra­sta­gliate / di gra­nito / im­bal­sa­mate / cal­ca­ree / az­zurre / chiaz­zate di bo­schi / alte / basse / eguali / bian­che / ne­reg­gianti / roc­ciose / di az­zurro / di rosa / nere / brune / az­zurre e bian­che / co­perte di bo­schi / sel­vagge / verdi e gra­ni­ti­che / ve­late di va­pori az­zurri e ar­denti / ful­genti di gi­ne­stre fio­rite / di ma­dre­perla / li­vide / vio­la­cee / tur­chino-ne­ra­stre / verdi e az­zurre / na­tie / lon­tane / mar­mo­ree / chiare / rosse e az­zurre / bian­che e nere / veli az­zurri / az­zurre e ro­see / co­lor malva e oro / di fior di lino / olez­zanti nel si­len­zio verde / scin­til­lanti / so­li­ta­rie / di viola / di az­zurro e di rosa / or­ri­bili / az­zur­reg­gianti / enormi pie­tre pre­ziose / az­zurre eva­ne­scenti / pau­rose / dai pro­fili ar­gen­tei / ros­seg­gianti / di un az­zurro fo­sco / di marmo az­zur­ro­gnolo ve­nato di rosa e di viola / lilla / gri­gie e fredde / dol­ce­mente bionde / di bronzo / ce­rule / gri­gie e vio­la­cee / nere fla­gel­late dal sole / alte / striate di neb­bia ce­rula / verdi e sco­scese / pro­fi­late d’argento / tur­chine / gri­gie e pao­nazze / va­po­rose / in nu­vole d’oro / ro­see / gri­gie e viola / ti­grate melanconiche.

In De­ledda la ta­vo­lozza delle mon­ta­gne si estende su 80 co­lori ma non tro­viamo nep­pure un ac­cenno al fatto che esse pos­sono es­sere “bru­ciate dal sole”, né tan­to­meno “bru­ciate dalla ven­detta”.

Que­sto for­mi­da­bile ele­mento della na­tura, così pre­sente nella realtà sarda, è pre­sen­tato nel “Falso-De­ledda” in forma dram­ma­tica, ne­ga­tiva: il sole in­fatti le “bru­cia”.
La si­gnora Ziama po­teva allo stesso modo dire “ba­ciate dal sole”; ma certo il ba­cio sta un po’ lon­tano dalla “ven­detta”.

Per­ché la si­gnora Ziama as­so­cia la ven­detta alle mon­ta­gne?
Una ri­spo­sta po­trebbe es­sere: chi è of­feso, fugge, si isola, si ri­fu­gia sui gra­ni­tici monti inac­ces­si­bili, pri­vati della ver­zura dalla van­da­lica scure del pro­gresso (per esem­pio, per farne tra­ver­sine fer­ro­via­rie).
E quindi “bru­ciate”, spo­gliate dalla dol­cezza della vita ri­fio­rente; lì l’offeso ma­tura i sen­ti­menti e i piani di “ven­detta”.
Il pro­cesso men­tale che ha mosso la si­gnora Ziama è ab­ba­stanza tra­spa­rente ma l’approdo non può es­sere Gra­zia De­ledda dalla quale le mon­ta­gne sono ca­rat­te­riz­zate in tutt’altro modo.

In­tanto, lo ab­biamo vi­sto, in De­ledda le mon­ta­gne sono sem­pre molto co­lo­rate; anzi “mul­ti­co­lo­rate”, a se­conda della sta­gione e dell’ora del giorno.

Inol­tre non sono mai ne­ga­tive:

— “chia­mano a un vago so­gno”;
— “s’ergono vio­la­cee tra il cielo d’oro e il mare d’oro”;
— “spa­ri­scono in mari di az­zurre va­po­ro­sità”;
— “sono por­ta­trici d’azzurro in­fi­nito, come il mare e il cielo”;
— “sono come nu­vole … con lar­ghe mac­chie ar­gen­tee di gra­nito”;
— “na­scon­dono i buoni gi­ganti che ac­cu­mu­lano roc­cie e col­ti­vano querce ri­go­gliose e fre­sche”;
— “su una delle loro cime sorge la casa della ma­dre della Luna, coi venti che le gio­cano da­vanti, come ra­gazzi”;
— “fra di loro l’alba in­du­gia in ful­gidi can­dori di perla”;
— “die­tro di loro sale dal mare come un im­menso pe­talo di gli­cine, la de­li­cata e vio­la­cea au­rora au­tun­nale”;
— “di fronte a quelle ce­rule della co­sta si im­pone la no­bile idea di giu­sti­zia e di pace”;
— “so­pra una delle loro al­ture roc­ciose, fra ro­veti e mac­chie, una chie­setta cam­pe­stre, da quel fondo di cielo cre­mi­sino guar­dava con in­fi­nita dol­cezza sul piano arato”;
— “le loro li­nee lon­tane de­stano in cuore una dol­cezza strana, e danno l’idea di versi im­mensi scritti dalla mano on­ni­po­tente d’un di­vino poeta sulla pa­gina ce­le­ste dell’orizzonte”.

Po­tremmo an­dare avanti così — per un bel pezzo — a ri­por­tare come Gra­zia De­ledda ve­desse le mon­ta­gne e ce le vo­lesse fare ve­dere at­tra­verso le sue sen­tite parole.

Ve lo possiamo assicurare: in lei non troverete mai l’idea della “montagna bruciata dalla vendetta”.

È que­sta una vera as­sur­dità della si­gnora Ziama che si è fatta pren­dere la mano da una me­dio­cre let­te­ra­tura più coe­rente con gli spa­ghetti we­stern che con Gra­zia De­ledda, la quale la pen­sava — e ne scri­veva — in tutt’altro modo, come an­diamo a di­mo­strare nella se­zione che segue.

3. La vera Deledda: no alla vendetta, sì al perdono.

Con­tra­ria­mente a quanto ha vo­luto spac­ciare la si­gnora Ziama (e i suoi poco ac­corti ri­pe­ti­tori), è ob­bli­ga­to­rio sot­to­li­neare che lungo tutto il corso della sua esi­stenza, a pro­po­sito della “ven­detta” (con­ce­pita sia a li­vello emo­tivo sia a li­vello para-isti­tu­zio­nale, pen­siamo al co­sid­detto “di­ritto bar­ba­ri­cino”), De­ledda ha man­te­nuto una po­si­zione uni­voca: no alla ven­detta, sì al per­dono.

Ci danno te­sti­mo­nianza di que­sto orien­ta­mento esi­sten­ziale mol­tis­simi spunti della sua va­sta com­po­si­zione e in pro­po­sito ci po­tranno con­for­tare con do­vi­zia di esempi gli spe­cia­li­sti della sua vita e opera.

Da parte no­stra ci li­mi­tiamo ad al­cuni ac­cenni orientativi.

Tro­viamo per esem­pio si­gni­fi­ca­tiva una sua let­tera a Epa­mi­nonda Pro­va­glio del 23 giu­gno 1892 (evi­den­zia­zioni nostre):

«pre­paro un vo­lume di no­velle sarde: me ne aveva in­ca­ri­cato un edi­tore di Mi­lano, pro­met­ten­domi mille lire; però ora ab­biamo rotto il con­tratto per­ché l’editore pre­ten­deva che io scriva rac­conti di san­gue e di de­litti, ché, igno­rante che esso è, crede che in Sar­de­gna non si viva che di odio e di fu­ci­late! Io non scri­verò mai si­mili cose e non mac­chierò giam­mai il nome della mia pa­tria, come fe­cero tanti al­tri au­tori sardi, an­che se mi des­sero in com­penso tutto l’oro del mondo.»

Mica male come presa di po­si­zione da parte di una ven­tu­nenne del cuore della Bar­ba­gia — e nel 1892!

C’è inol­tre una sua opera (non molto ci­tata, an­cor­ché ben nota) che, nel corso di quasi quarant’anni, dalla scrit­trice nuo­rese venne pre­sen­tata in tre ver­sioni (molto dif­fe­ren­ziate quanto a mezzo espres­sivo, ta­glio nar­ra­tivo e pub­blico di de­sti­na­zione) che ci of­fre la pos­si­bi­lità di ve­ri­fi­care in modo immediato:

— quanto Gra­zia De­ledda sia stata sem­pre estra­nea alla ideo­lo­gia della vendetta;

e

— quanto in­vece con­vinta della fun­zione ri­so­lu­tiva del per­dono nelle re­la­zioni per­so­nali e so­ciali. Siamo molto lon­tani dalla ri­fles­sione di Man­zoni sul me­de­simo tema ma di certo alla estre­mità op­po­sta della va­lo­riz­za­zione della “ven­detta” come mo­da­lità di so­lu­zione dei conflitti.

Dal racconto “Gabina” / “Di notte” (1892-1894); al melodramma “La grazia” (1921): è sempre il medesimo messaggio di opposizione alla vendetta, da Deledda declinato senza ripensamenti nel corso di trent’anni da adulta della sua non lunga vita.

Dall’analisi di que­sta opera di De­ledda ab­biamo escluso ogni ri­fe­ri­mento al film “La Gra­zia”, uscito nel no­vem­bre del 1929 per la re­gia di Aldo De Be­ne­detti e spac­ciato — al­lora come oggi — come “fe­dele” alla nar­ra­zione di De­ledda.
In realtà il film del 1929 è non solo per­fet­ta­mente in­fe­dele ai due trat­ta­menti che fece De­ledda della sua crea­zione ma è an­che vol­gar­mente de­for­mante e del pen­siero di De­ledda e della Sar­de­gna in­tera. Al di là quindi dell’ottimo la­voro che fe­cero nel 2005 Ser­gio Nai­tza e Su­sanna Puddu per ri­pro­porci il film be­nis­simo re­stau­rato, ri­te­niamo che esso non ri­ve­sta al­cuna im­por­tanza nell’economia di que­sta Nota — ne fa­remo even­tual­mente una cri­tica spe­ci­fica e a sé stante (co­mun­que non vo­lu­ta­mente ano­dina, come le tante che circolano).

Gabina”, 1892 (mutata in “Di notte” nel 1894).

«Nuoro, Sar­de­gna, 1 mag­gio [1892]

Egre­gio Si­gnor Direttore,

A suo tempo ho ri­ce­vuto la sua cor­tese ri­spo­sta alla mia car­to­lina; e, adot­tando il suo con­si­glio, Le in­vio un rac­conto sardo, pu­ra­mente sardo, anzi dav­vero ac­ca­duto. Si de­gni leg­gerlo e giu­di­carlo e, se crede, lo pub­bli­chi nella sua Rivista.»

Così la ven­tu­nenne Gra­zia De­ledda in­viava ad An­gelo De Gu­ber­na­tis, fon­da­tore e di­ret­tore della ri­vi­sta “Na­tura e arte”, il com­po­ni­mento “Ga­bina – Rac­conto sardo”, pub­bli­cato sulla ri­vi­sta stessa nel set­tem­bre suc­ces­sivo, da p. 636 a 650, per 6.610 pa­role e quat­tro illustrazioni.

Il me­de­simo rac­conto venne ri­pub­bli­cato con il ti­tolo “Di notte”, due anni dopo, nella rac­colta “Rac­conti sardi” (Edi­tore Dessì, Sas­sari, 1894).
Ri­spetto alla prima edi­zione del 1892, per il vo­lume “Rac­conti sardi”, De­ledda, ol­tre al ti­tolo ap­portò al rac­conto ol­tre due­cento in­ter­venti cor­ret­tori: la più parte di ca­rat­tere lin­gui­stico e di stile, certo da con­si­de­rare ma ines­sen­ziali ai fini del no­stro discorso.

Di se­guito pre­sen­tiamo un no­stro com­pen­dio delle 6.610 pa­role del rac­conto di De­ledda del 1892.

GABINA / RACCONTO SARDO
(“Na­tura ed Arte” — Fasc. 19/1 set­tem­bre 1892).
No­stro com­pen­dio (le parti evi­den­ziate sono dell’autrice).

«Nel paese di A… in una notte tem­pe­stosa, Ga­bina, di 9 anni, si sve­glia cer­cando la mamma Si­mona che sem­pre le dorme ac­canto.
Non la trova ma sente voci agi­tate dalla cu­cina sot­to­stante; spa­ven­tata, pur col freddo e la piog­gia bat­tente, vi si av­vi­cina da una scala esterna e da una larga fen­di­tura della porta …

… vede la sua bella mamma Si­mona, il nonno Tot­toi, i suoi due ro­bu­sti zii Tanu e Predu, quest’ultimo ar­mato di fu­cile: sono tutti ri­volti verso un bell’uomo sui quarant’anni, le­gato a una rozza scranna …

… e sente sua ma­dre dire con asprezza: di­fen­diti Elias; “t’odio e da dieci anni non so­gno che la ven­detta”; tra­di­tore, per­ché mi hai la­sciata, dopo due anni di fi­dan­za­mento, sa­pen­domi gra­vida? dacci una scusa va­lida e ti uc­ci­de­remo sol­tanto, al­tri­menti ti ab­bru­cie­remo vivo.
Tanu e Predu fis­sano du­ra­mente l’uomo.

Que­sti esclama: “se er­rai non fu mia colpa, ma del caso e per vo­lontà di Dio!”; ri­cordi? quando de­ci­demmo le nozze, an­dai a Nuoro per com­prare gli anelli; non lon­tano da Fonni mi prese la tem­pe­sta; cadde ma­la­mente il ca­vallo e io, af­fon­dato per ore nella neb­bia e nella neve, svenni.
Mi sve­gliai in una grande stanza, as­si­stito da una bella ra­gazza, la pa­drona di casa; un suo pa­store, tro­va­tomi mo­rente, mi aveva por­tato a Fonni. Con alte feb­bri lì ri­masi più giorni, sem­pre as­si­stito dalla dolce gio­vane — si chia­mava Co­sema; le dissi del ma­tri­mo­nio de­ciso con te, cui sem­pre pen­savo; di come, col mio mo­de­sto ma si­curo po­dere, po­tevo as­si­cu­rare la se­re­nità della nuova famiglia.

Una sera mi sve­gliai: Co­sema mi stava ba­ciando sulla bocca; finsi di dor­mire e la mat­tina dopo de­cisi di an­dar­mene.
La gio­vane mi im­plorò di non tor­nare al paese; si era in­for­mata: tutti di­ce­vano che Si­mona po­teva es­sere in­cinta di un al­tro; “mi rac­contò mille sto­rie che non ri­cordo bene, che non sen­tii bene, ma dalle quali emer­geva chiara per me una sola cosa. Che ero mi­sti­fi­cato in una guisa in­fame, che Si­mona non mi amava, ma lo fin­geva per co­prirsi di una colpa di cui non io solo ero il complice!”

Si­mona lo in­ter­rompe con ira: era solo tuo quell’essere che por­tavo in grembo; “tutto ciò che è poi ac­ca­duto ac­cre­sce la mia sete di ven­detta”; “mi avevi la­sciato in­cinta per pre­pa­rare in quat­tro o cin­que giorni il no­stro ma­tri­mo­nio e dopo un mese ho sa­puto che avevi spo­sato una fan­ciulla di Fonni”.

An­che i fra­telli apo­stro­fano du­ra­mente Elias: “Ah, con chi ti cre­devi tu? La no­stra fa­mi­glia ha ven­di­cato sem­pre le of­fese ri­ce­vute: e noi sta­notte, noi che ti ab­biamo cer­cato per dieci anni in tutti i vil­laggi di Bar­ba­gia, pei monti ne­vosi o per le gole di­ru­pate, noi la­ve­remo col tuo san­gue la mac­chia im­pressa al no­stro nome!”

Il pri­gio­niero si dice pronto a mo­rire e con­ti­nua il rac­conto: an­cora ma­lato, ri­masi in quella casa. La gio­vane, bella e ricca, si disse in­na­mo­rata di me; de­bole e op­presso da quello che ap­pa­riva un tra­di­mento di Si­mona ce­detti all’amore della gio­vane; la spo­sai; con lei ho vis­suto in que­sti dieci anni.
Non ho al­tri fi­gli e vo­glio il bene della mia bam­bina cui, an­che se lon­tano, ho sem­pre pen­sato: un giorno sarà ricca come lo sono io; chiedo an­cora per­dono: “è stata la vo­lontà di Dio!”

I fra­telli di Si­mona lo in­ter­rom­pono fe­roci: sei un tra­di­tore, me­riti la morte; Predu punta l’arma con­tro Elias.
“Nes­sun fre­mito di paura o esi­ta­zione tre­mava in quei cuori in­du­riti da una vita aspra e sten­tata, che ave­vano per re­li­gione la ven­detta, l’odio per Dio. — Una notte essi ave­vano giu­rato, d’intorno a quel me­de­simo fo­co­lare, su quello stesso fuoco che mai si spe­gneva, di la­vare col san­gue l’offesa ri­ce­vuta, e, at­tesa per mesi ed anni, fi­nal­mente giun­geva l’ora so­gnata. E s’accingevano ad uc­ci­dere un uomo con rac­co­gli­mento quasi re­li­gioso, si­curi di com­piere un do­vere; con­vinti di man­carvi se per­do­na­vano; a fronte alta, da­vanti a quel Dio di cui igno­ra­vano le mas­sime, ma che sup­po­ne­vano cru­dele al pari di loro.”

Il vento, la piog­gia, i tuoni scro­sciano fuori con fra­gore: è “la giu­sta ira di Dio per il de­litto che si sta per con­su­mare in quella casa nera e de­so­lata”.
Da fuori si sente un ru­more sordo: Si­mona corre alla porta della cu­cina, la spa­lanca; la sua bimba Ga­bina, fra­di­cia di piog­gia ge­lata, è stra­maz­zata svenuta.

Elias grida: la mia bam­bina, sal­va­tela!
“Tanu e Predu si guar­da­vano con­fusi e in­ter­detti. Certo, la pic­cina aveva in­teso e vi­sto tutto!”

Il nonno or­dina: por­ta­tela a letto e chia­mate su­bito il dot­tore; la ma­dre di Ga­bina e gli zii in­di­cano l’uomo le­gato.
“Il pa­dre di Si­mona — molto su­per­sti­zioso — sor­ride ama­ra­mente, pen­sando che là sotto stava la mano di Dio che li av­ver­tiva; la luce inonda l’anima del vec­chio e un gran pen­siero gli brilla nella mente.”
Ri­flette e poi sen­ten­zia: “è la mano di Dio; la­scia­telo an­dare”.

Elias viene sle­gato; Si­mona lo ac­com­pa­gna alla porta e gli dice: “vat­tene e ri­cor­dati di tua fi­glia! E ri­mase lì fin­ché il passo di lui non morì in lon­ta­nanza, fra gli urli della pro­cella”.

Come si può fa­cil­mente con­sta­tare, sul piano nar­ra­tivo il rac­conto della gio­vane De­ledda pre­senta pa­rec­chie falle (il no­stro com­pen­dio è fedele).

Il let­tore non ca­pi­sce in­fatti come sia possibile:

primo: che Elias ab­bia prese per buone e quasi senza bat­ter ci­glio le ca­lun­nie della bella fon­nese con­tro Si­mona, in­cinta e sua quasi sposa — ar­riva an­che a dire “non ri­cordo bene cosa mi disse”;

se­condo: che Elias, non sia im­me­dia­ta­mente tor­nato al paese per fare i conti o con i ca­lun­nia­tori o con la fi­dan­zata (e i suoi due fra­telli, certo con­ni­venti in caso di inganno);

terzo: che Si­mona, sa­puto a di­stanza di un mese che Elias si era spo­sato con una gio­vane di Fonni (a una gior­nata di cam­mino), non ab­bia spe­dito i suoi due ro­bu­sti e ar­mati fra­telli a ve­der­sela con lo scia­gu­rato tra­di­tore (Elias non rac­conta di es­sersi na­sco­sto o di sue fu­ghe in Au­stra­lia o in al­tri lon­tani lidi con la sua bella e ricca Cosema);

quarto: che Elias sia fi­nito le­gato come un sa­lame nella fa­mi­glia da lui tra­dita: i fra­telli di Si­mona lo ave­vano tro­vato per caso all’osteria del paese? c’era an­dato lui di sua vo­lontà? e che fine aveva fatto la sua le­git­tima sposa Co­sema? ecc. ecc.

Alla base di que­ste in­con­gruenze nar­ra­tive vi è certo la scelta di fondo di fare vi­vere la vi­cenda in un mi­cro­co­smo, del tutto senza con­tatto con la so­cietà — quindi, per de­fi­ni­zione, in­na­tu­rale.
Sap­piamo che la vi­cenda si svolge in un paese, in una co­mu­nità più o meno am­pia. Ma di essa nulla ci viene detto, così come dei suoi com­po­nenti e delle re­la­zioni tra i suoi di­versi nu­clei: tutto av­viene all’interno della casa della fa­mi­glia di Si­mona e ha come at­tori esclu­si­va­mente la bam­bina Ga­bina, sua ma­dre Si­mona, i tre ma­schi della fa­mi­glia e il quarto, estra­neo sep­pure così vi­cino a tutti loro.
I col­le­ga­menti con l’esterno sono af­fi­dati esclu­si­va­mente al rac­conto di Elias; il quale è però vago e ri­porta la sua vi­cenda come vis­suta in un so­gno lungo dieci anni.

De­ledda co­mun­que nulla dice in ri­spo­sta ai più che le­git­timi in­ter­ro­ga­tivi cui ab­biamo più so­pra ac­cen­nato e la­scia il let­tore a bocca asciutta, come se le in­te­res­sasse poco della coe­renza nar­ra­tiva e di una an­che mi­nima forma di ve­ro­si­mi­glianza della sua narrazione.

In realtà, sem­bra pro­prio che la gio­va­nis­sima De­ledda con que­sto rac­conto vo­lesse solo evi­den­ziare due que­stioni:
la crisi della con­tro­parte ma­schile di fronte alle re­spon­sa­bi­lità della generazione/matrimonio;
quale rap­porto deve/può es­serci tra le istanze di tu­tela dell’onore/vendetta e le istanze della uma­nità e della sensatezza?

Per que­sto se­condo pro­blema il rac­conto di De­ledda, an­cor­ché ele­men­tare, è ab­ba­stanza esplicito:

a/ co­stretti a una con­ti­nua e bru­tale lotta per la so­prav­vi­venza, gli uo­mini si fanno fe­roci;
.
b/ non con­for­tati dalla col­let­ti­vità, di­men­ti­cano i co­man­da­menti fon­da­men­tali della an­tica re­li­gione e ne ela­bo­rano una pro­pria ba­sata sulla ven­detta, sull’odio e sul san­gue;
..

c/ ma Dio, che vi­gila per­ché l’uomo non piombi nell’abisso della bru­ta­lità e dell’omicidio, lan­cia loro un av­ver­ti­mento at­tra­verso l’involontario in­ter­vento dell’innocente Ga­bina;
.

d/ il capo-fa­mi­glia com­prende l’avvertimento di Dio; la­scia la via della ven­detta e dell’odio e im­bocca quella del perdono.

Va da sé­ che in “Gabina/Di notte” l’eterno tema è solo ab­boz­zato ed è trat­tato in modo piut­to­sto gros­so­lano. Ma il rac­conto pre­senta co­mun­que spunti di un certo interesse:

— da un lato ab­biamo l’espressione di una mi­ste­riosa forza della vita — l’eros — che svia l’uomo dall’adempimento dei suoi do­veri di sposo e di pa­dre. Dopo due anni di fi­dan­za­mento uf­fi­ciale, sa­pu­tosi pa­dre Elias ha ab­ban­do­nato la pur amata com­pae­sana Si­mona come preso da un in­can­ta­mento; egli ha con­sen­tito a che le in­si­nua­zioni della estra­nea Co­sema su una pos­si­bile sua non re­spon­sa­bi­lità nella gra­vi­danza di Si­mona gli col­mas­sero il cuore ma nep­pure lui sa per­ché; ciò che sa dire è solo: “è stato un caso, il vo­lere di Dio” — (Co­sema ri­corda piut­to­sto espli­ci­ta­mente la ne­reide Ca­lipso o al­tre si­mi­lari crea­ture, af­fa­sci­nanti per il pro­ta­go­ni­sta an­che per­ché estra­nee alla co­mu­nità e ai suoi sot­tesi obblighi);

— dall’altro ab­biamo in­vece il ma­ni­fe­starsi in­fles­si­bile di una “legge”, ne­ga­tiva per­ché ba­sata sull’odio e sul san­gue ma pur sem­pre pro­dotta da­gli uo­mini; resi duri dall’asprezza della vita, ma “li­beri” ri­spetto al fato e ri­spet­tosi dei vin­coli co­mu­ni­tari.
Pa­ra­dos­sal­mente, sotto que­sto aspetto, la ven­di­ca­tiva fa­mi­glia della tra­dita Si­mona può ap­pa­rire come “più evo­luta” ri­spetto all’ondeggiare di Elias, fug­gente i suoi im­pe­gni e in­con­sa­pe­vole preda dell’eros.

Il su­pe­ra­mento di que­ste due forme di ge­stione della vita — en­trambe pri­mi­tive — viene da De­ledda pro­po­sto (un po’ som­ma­ria­mente per la ve­rità) at­tra­verso il ri­chiamo alla re­li­gione nota, quella del Dio dei cri­stiani, più o meno ri­co­no­sciuto.
Na­tu­ral­mente è un Dio vis­suto in modo con­fuso: il pa­triarca Tot­toi più che da una ri­fles­sione etica è spinto dal ti­more di una en­tità sen­tita come po­ten­zial­mente ter­ri­bile e in­con­tra­sta­bile.
I suoi due fi­gli si ade­guano al suo vo­lere per­ché l’intervento della pic­cola Ga­bina non può es­sere né sop­presso né igno­rato: ora che la bimba ha vi­sto e sa­puto, non è pos­si­bile uc­ci­derle il padre.

L’unica via di uscita è ac­cor­dare il per­dono.
Si tratta certo di un per­dono a metà: al col­pe­vole Elias è ri­spar­miata la morte ma non l’allontanamento dalla fa­mi­glia.
Ma è co­mun­que un per­dono e una con­ces­sione di ul­te­riore fi­du­cia: Si­mona si li­mita in­fatti a ri­cor­dar­gli l’impegno verso la pic­cola Ga­bina, senza al­cuna al­tra pre­scri­zione che l’onestà di padre.

No­no­stante que­sti li­miti, è in­ne­ga­bile che la so­lu­zione pro­po­sta da De­ledda co­sti­tui­sca nel rac­conto l’unico pi­la­stro di una certa con­si­stenza: la gio­va­nis­sima scrit­trice nuo­rese co­glie le pro­ble­ma­ti­che del vi­vere in col­let­ti­vità e cerca di in­di­carne una so­lu­zione con­di­vi­si­bile e per­se­gui­bile nel tempo.

Al­tro che fac­cina si­mil-fe­roce della Cossiga/Deledda che si­bila “mon­ta­gne bru­ciate dalla ven­detta”!
L’attrice non ne ha na­tu­ral­mente gran colpa — è il suo me­stiere — ma i capi-com­messa di Rai1 e Rai2, al­meno quando par­lano di De­ledda, do­vreb­bero stare più ac­corti e smet­terla di ri­fi­lare al pub­blico i loro in­sulsi “pa­stic­cini all’odio-sangue”.

Pro­prio quelli che, nella sua let­tera a Epa­mi­nonda Pro­va­glio, De­ledda giurò di mai am­man­nire ai suoi let­tori, ­­per ri­spetto alla pro­pria terra.

Ma fac­ciamo pas­sare quasi trent’anni e ve­diamo come De­ledda ri­prese i temi del rac­conto “Gabina/Di notte” del 1892/94, adat­tan­doli — an­che pe­san­te­mente — ad al­tri mezzi espres­sivi ma man­te­nen­done il me­de­simo mes­sag­gio etico.

Per la scena musicata e cantata, il racconto “Gabina/Di notte” cambia titolo e diventa “La Grazia”.

Verso la fine del 1919, per e con il mu­si­ci­sta Vin­cenzo Mi­chetti (e in col­la­bo­ra­zione col li­bret­ti­sta Clau­dio Gua­stalla), De­ledda co­min­ciò a la­vo­rare per tra­sfor­mare il suo rac­conto gio­va­nile nel li­bretto per un “me­lo­dramma pastorale”.

Il li­bretto verrà pub­bli­cato da Ri­cordi nel 1921 con il ti­tolo “La Gra­zia” e por­tato in scena in Roma nel 1923 al Tea­tro Co­stanzi, con le sce­no­gra­fie e i co­stumi ideati dall’artista sardo Giu­seppe Biasi, già in buoni rap­porti con De­ledda (ce ne sono ri­ma­sti gli in­te­res­santi bozzetti).

Per que­sto adat­ta­mento al tea­tro, De­ledda ap­portò di­verse mo­di­fi­che strut­tu­rali all’impianto del rac­conto pub­bli­cato nel 1892 sulla ri­vi­sta di De Gu­ber­na­tis ma ne la­sciò in­tatti i due fili con­dut­tori già ri­cor­dati.
Vale la pena di ve­dere que­ste mo­di­fi­che con un poco di det­ta­glio per con­ti­nuare a se­guire il pen­siero della scrit­trice nuo­rese sui due temi della “fuga dalle re­spon­sa­bi­lità” e della “vendetta/perdono”.

Co­min­ciamo in­tanto a de­li­neare lo svol­gi­mento del me­lo­dramma con un no­stro fe­dele com­pen­dio del li­bretto edito da Ri­cordi nel 1921.

No­stro com­pen­dio di

La Gra­zia” / Ri­cordi Edi­tore, 1921.
Dramma pa­sto­rale in tre Atti / di / G. De­ledda, C. Gua­stalla, V. Mi­chetti / per la mu­sica di / Vin­cenzo Mi­chetti
(Si­mona, So­prano / Elias, Te­nore / Tanu, Ba­ri­tono / Tot­toi, Basso / Pie­tro, Te­nore / Co­sema, So­prano).

«Atto Primo.
Rosso tra­monto sulla mon­ta­gna; una ru­stica cu­cina af­fol­lata: in­tente al pane Si­mona, le ami­che Anna e Oli, le cu­gine Banna e Te­resa; la pic­cola fi­glia Ga­bina; il fra­tello Pie­tro; il pa­dre Tot­toi, ro­sa­rio alla mano; la zia Vis­senta; una vi­cina di casa; una ven­di­trice am­bu­lante di tela; poi una gio­vane con una brocca d’acqua.
Da fuori, un canto d’amore. Tot­toi com­pra una cuf­fietta per la ni­po­tina Gabina.

La­scia il tuo lutto di ve­dova — così le cu­gine a Si­mona; che alla fi­glia Ga­bina ri­corda: come era bello il tuo babbo; tu eri tanto pic­cina … partì al tra­monto per un paese lon­tano; lo ac­com­pa­gnai sino in fondo al sen­tiero, poi scom­parve; venne una tem­pe­sta; Elias, dove sei, cuore mio?
Pae­sani si af­fac­ciano alla porta; uno a Si­mona: sem­pre bella sei — e le in­tona un ma­dri­gale d’amore; si beve e si ride. Tot­toi, in­di­cando una scranna: “quella aspetta qual­cuno; ch’egli un giorno possa tor­nare salvo e senza pec­cato”.
Gli ospiti sa­lu­tano ed escono; ri­man­gono Si­mona, Ga­bina, Pie­tro, Tottoi.

Si­mona, le mani sul capo di Ga­bina: Si­gnore Id­dio, pietà per que­sto fiore del mio pec­cato; dov’è il mio Elias? Se l’hanno uc­ciso, giuro di ven­di­carlo. Di ven­di­carmi, s’è vivo! — pare il sim­bolo dell’odio e della ven­detta.
En­tra Tanu, il fra­tello gio­vane di Si­mona; fa al­lon­ta­nare la bimba e an­nun­cia: Elias è vivo — ha tra­dito te e noi. È a Or­lai, ganzo di una donna bella e ricca; lo am­maz­zerò come un cane, a colpi di pie­tra.
Si­mona: solo io de­ci­derò il suo de­stino. Morrà, lo giuro ma avendo sen­tito l’urlo del mio odio e do­lore. Morrà le­gato su quella scranna che git­te­remo sul fuoco! Tanu e Pie­tro giu­rano anch’essi; così Tot­toi, pro­nun­ciando “se­condo la giu­sti­zia di Dio!”.

Atto Se­condo.
All’aperto, una china roc­ciosa; all’orizzonte ver­deg­gianti pia­nure, sui monti ghir­lande di neve. Una fonte, il San­tua­rio e la sta­tua della Ver­gine della Neve di cui si ce­le­bra la fe­sta. In co­stume, pel­le­grini di Nuoro, Orune, Bitti sal­gono al San­tua­rio can­tando laudi, con fiori, ceri e doni vo­tivi all’altare. Donne cu­ci­nano su fuo­chi tra pie­tre; gli uo­mini be­vono e si scam­biano bat­tute; i gio­vani cor­teg­giano le fan­ciulle tra scher­ma­glie e in­no­centi commenti.

Tra la folla, ve­stiti a fe­sta, schioppo a tra­colla, Tot­toi, Pie­tro e Tanu si guar­dano in­torno. Elias, bello nei suoi trent’anni, di­scende il sen­tiero; Tanu lo scorge, al­lon­tana Pie­tro e Tot­toi. Gli amici, ce­liano e be­vono con Elias. Tra ami­che ap­pare Co­sema: gio­vine, bella, ric­ca­mente ve­stita; su­scita com­pli­menti.
Elias la trae in di­sparte: que­sta fe­sta è un sup­pli­zio! men­tre pre­gavo, no­stra Si­gnora mi ha in­di­cato la via… an­dia­mo­cene. Co­sema: ri­mani, no­stra Si­gnora co­manda che oggi siamo lieti.

Gio­vani e donne si di­spon­gono alla danza: dov’è il suo­na­tore? Tanu: can­terò io, se vo­lete — Sì, sì. In­tona! Nel tra­monto, te­nen­dosi per mano, uo­mini e donne, in cir­colo, al ritmo dell’ondeggiante ballo sardo. In molti li guar­dano, Elias è in­dif­fe­rente; qual­cuno an­cora prega da­vanti all’altare.

Tanu canta: nella fo­re­sta abi­tava un pa­store, una fi­glia, bella come un fiore, e due fi­gli; il cane e lo schioppo per lupi e la­dri; erano fe­lici ma un giorno il la­dro en­trò e il cane non ab­baiò.
Por­tava of­ferte d’amore; si be­vette i baci più puri e dette il ba­cio del tra­di­tore… Disse: Vado a com­pe­rare l’anello della fede e la benda per spo­sare.
Aspetta, aspetta! il tra­di­tore non torna più! la po­vera fan­ciulla, piange e non canta più!… Ma quel tra­di­tore tri­sto visse molt’anni fe­lice, fin­ché la giu­sti­zia di Cristo…

I dan­za­tori, com­mossi, si fer­mano, Elias si av­vi­cina — non è così, ra­gazzo, la sto­ria vera la can­terò io: non visse fe­lice; quando partì cam­mi­nava con l’amore a fianco ma il mago lo legò a una ca­tena in­trec­ciata di rose!… Aveva una spina nel cuore, vo­leva tor­nar al primo amore e vi­ver se­reno.
Lo in­ter­rompe Tanu: la­scia mago e rose; la sto­ria è scritta a pa­role di san­gue! Quel vile si na­scose lon­tano… ma è stato tro­vato; non è an­cor morto per­ché qual­cuno lo aspetta vivo.

Elias ri­co­no­sce Tanu: verrò; non sono quel vile che hai detto.
Co­sema: che dici ? nes­suno ti por­terà via. Io t’amo e non vo­glio… t’ucciderebbero!
Elias: Co­sema, pas­sione sel­vag­gia che m’hai per tant’anni te­nuto nella tua dolce ba­lìa, or debbo se­guir la mia via! Ciò che Dio ha scritto si deve com­pire!… È lag­giù una bimba cui diedi la vita; la mia ri­pongo nelle sue pic­cole mani…
Elias, Tot­toi, Pie­tro e Tanu si incamminano.

In­ter­mezzo.
In una notte sol­cata da lampi, nella ca­mera di Si­mona, la pic­cola Ga­bina stende le sue ma­nine e ri­cerca in­vano la mamma; tre­mante va alla porta-fi­ne­stra e, sotto la piog­gia bat­tente, di­scende la sca­letta e da una fes­sura della porta guarda nella cu­cina e vede … a de­stra del fo­co­lare sono Tot­toi e Pie­tro con il fu­cile sulle gi­noc­chia; alla si­ni­stra, le­gato alla scranna, è Elias; alle sue spalle, Tanu; da­vanti a lui Si­mona, la mamma di Gabina.

Atto Terzo.
Si­mona, guarda Elias con odio e an­go­scia: di­fen­diti, scu­sati al­meno! Ti odio!… cre­devo in te come in Dio!… mi sei pas­sato sul corpo e sull’anima!… t’aspettavo, e t’amavo!… ho sof­ferto l’onta di me che non sa­pevo scor­darti e non sa­pevo mo­rire!… grida in me, con­tro di te, l’odio eterno, l’eterno do­lore di tutte le donne tra­dite, di tutti i fi­gli ab­ban­do­nati! E ti con­danno a mo­rire. Ma prima parla, vo­glio sapere.

Elias rac­conta: tutto era dolce, ri­cordi?… In quel dolce tra­monto l’amore ci can­tava in cuore; ma la tor­menta ge­lida mi colse e chiusi gli oc­chi pen­sando a voi, pen­sando a te, Si­mona!…
Alto era il sole quando mi de­stai nel te­pore di un letto, in una grande casa: mi guar­dava una gio­vane donna, bella come la Ma­donna; i suoi servi m’avevano tro­vato come morto e por­tato alla sua casa… Ma non chie­dermi di più: ero le­gato al mio pec­cato, e l’anima vo­lava qui, vo­lava a te!
Si­mona, im­pie­to­sita, è presa da in­cer­tezza; Tanu la ri­chiama severamente.

Elias: Tanu, in te vidi la mano che Dio mi of­friva per li­be­rarmi dall’incantamento; sono ve­nuto con voi per ri­ve­dere Si­mona e la crea­tura mia che sem­pre ho amato … e a mo­rire!
Si­mona, tur­bata, ah, se ti po­tessi cre­dere!… Tanu: Si­mona, egli mente come al primo ba­cio! Pie­tro, scuo­tendo il fu­cile: non esci vivo di qui. Tot­toi, so­lenne: non s’è mai per­do­nato a un traditore.

Elias: am­maz­za­temi ma prima vo­glio ve­dere mia fi­glia — gli gri­dano: è fi­glia no­stra, non tua.
Elias: ba­date! io parlo di là della vita, se me la ne­gate la porto con me!
Si­mona si muove come per an­dare a pren­dere la bimba; i fra­telli e il pa­dre le in­ti­mano di uscire e di non ri­tor­nare — no, re­sto sino alla fine! Con­tro Elias, le­gato alla scranna, Pie­tro punta il fu­cile.
Di fuori si ode un ge­mito: Mamma!…

Con un grido Si­mona apre la porta; la pic­cola Ga­bina giace sve­nuta a terra, li­vida: Ga­bi­nedda mia! cuore mio! — Si­mona ab­brac­cia la fi­glia, la ba­cia: è morta! morta!
Tanu e Pie­tro si guar­dano con­fusi.
Elias im­plora: am­maz­za­temi, ma la­scia­temi sen­tir che re­spira, ch’è viva; pa­dre, ti sup­plico … nel nome di Cri­sto fammi ba­ciare mia figlia!…

Dalla porta en­tra il chia­rore d’un’alba se­rena; il vec­chio Tot­toi sol­leva il capo e il viso pare inon­dato da una nuova luce: la­scia­telo… È la mano di Dio!… La­scia­telo, dico!
Di­sciolto da Tanu, Elias si av­vi­cina a ma­dre e fi­glia, s’inginocchia e pone la fronte sul corpo di Ga­bina…
… e al­lora si ve­dono le te­nere brac­cia della bimba muo­versi, len­ta­mente sol­le­varsi e in­trec­ciarsi come in un ab­brac­cio sulla te­sta del pa­dre.
Tot­toi: al­zando le mani, come per be­ne­dire: fi­gli, è la mano di Dio!»

Se ne razionalizza lo svolgimento ma le premesse (la passione tra fidanzati, la crisi maschile di fronte alla paternità) e finale (il perdono risolutore) rimangono invariati.

Chie­diamo al let­tore di ri­pren­dere quanto ab­biamo più so­pra scritto sul rac­conto “Ga­bina”, da cui è tratto il me­lo­dramma pa­sto­rale “Gra­zia” che ab­biamo ap­pena compendiato.

Come po­trà age­vol­mente con­sta­tare, tra la prima ste­sura del 1892 e il suo svi­luppo per la scena del 1921, De­ledda ha ap­por­tato mu­ta­menti so­stan­ziali allo svi­luppo nar­ra­tivo man­te­nendo però:
le pre­messe am­bien­tali (Elias e la com­pae­sana Si­mona, se­re­na­mente fi­dan­zati uf­fi­ciali da due anni, con­ce­pi­scono una crea­tura e de­ci­dono di spo­sarsi; Elias fugge colto da una crisi da re­spon­sa­bi­lità pa­terna);
il mes­sag­gio etico di fondo: ri­spetto alla ven­detta (in sé solo di­strut­tiva) il per­dono of­fre una so­lu­zione po­si­tiva ai pro­blemi dei rap­porti umani.

Ve­diamo me­glio la cosa.

a/ Nu­cleo fa­mi­liare e co­mu­nità.
Nel rac­conto “Ga­bina” del 1892 la vi­cenda si svol­geva esclu­si­va­mente all’interno del nu­cleo fa­mi­liare; il mondo esterno ve­niva ri­chia­mato solo per l’appartenenza di Elias alla me­de­sima co­mu­nità di Si­mona e at­tra­verso il suo rac­conto — ma come in un so­gno.
_________Nel me­lo­dramma “La gra­zia” del 1921, al con­tra­rio, la co­mu­nità è più che pre­sente: co­no­sce gli av­ve­ni­menti e par­te­cipa sim­pa­te­ti­ca­mente alla so­li­tu­dine di Si­mona, vi­sta come fa­ta­lità; d’altra parte è da­vanti alla col­let­ti­vità cui ap­par­tiene la ri­vale Co­sema che si ha il di­sve­la­mento del tra­di­mento di Elias.
Con que­sto coin­vol­gi­mento delle due co­mu­nità, De­ledda rende molto più fa­cile lo scio­gli­mento del dramma: non è più solo un fatto in­terno al nu­cleo bio­lo­gico pri­mi­tivo (che non può che per­cor­rere le vie del pri­mi­ti­vi­smo) ma di­venta ele­mento col­let­tivo, con­di­vi­si­bile e, quindi, risolvibile.

b/ Un sen­ti­mento quasi no­bile con­tro in­can­ta­mento, sen­sua­lità e fal­sità.
In “Ga­bina” Elias, il pro­ta­go­ni­sta del tra­di­mento, è tale per­ché preso da un in­vin­ci­bile in­can­ta­mento e da Co­sema, fonte di ero­ti­smo ma an­che, per amore, di in­ganni e fal­sità. Di­men­tico di tutto Elias la sposa, vive con lei per dieci anni; non ci viene detto che ne è di lei.
_________In “La gra­zia” Co­sema né trama né in­ganna: è solo una af­fa­sci­nante in­na­mo­rata. Elias ne è stato in­can­tato per la no­bile bel­lezza, “si­mile a quella della Ma­donna”: si è trat­tato di una ma­lìa quasi ce­le­stiale. Elias inol­tre non ne è lo sposo ma l’amante — egli è quindi li­bero.
Come è ben chiaro, con que­sta se­conda let­tura della vi­cenda De­ledda ab­ban­dona il lato in­son­da­bile e in­con­trol­la­bile dell’eros pri­mi­tivo e mette in­vece in campo l’innamoramento come pul­sione non ne­ces­sa­ria­mente solo ero­tica, go­ver­na­bile an­che gra­zie al ri­chiamo alla divinità.

c/ Ra­zio­na­lità con­tro cieca ca­sua­lità.
In “Ga­bina”, non ci viene detto come Elias si ri­trovi nella casa della sua quasi sposa, ab­ban­do­nata in­cinta dieci anni prima. De­ledda ce ne dà solo un vago in­di­zio, fa­cendo ri­cor­dare a Ga­bina che gli uo­mini di casa man­ca­vano da tre giorni. La pre­senza di Elias nella cu­cina di Si­mona ap­pare come aspetto del ge­ne­rale “in­can­te­simo”.
_________In “La gra­zia”, la vi­cenda è un poco più strut­tu­rata sul piano nar­ra­tivo. Ben­ché ri­manga un mi­stero di come ci siano vo­luti dieci anni, Tanu ha ri­tro­vato Elias. Prima an­cora di sa­perlo, però, Elias “gua­ri­sce” per ma­tu­ra­zione in­terna dalla pas­sione per Co­sema cui dà pra­ti­ca­mente il con­gedo, es­sendo con­fer­mato nella sua scelta dalla Ma­dre per an­to­no­ma­sia. Messo di fronte alle pro­prie re­spon­sa­bi­lità, am­mette la de­bo­lezza ma ri­ven­dica l’amore sem­pre por­tato a Si­mona e Ga­bina; va a te­sta alta al suo destino.

d/ Per­dono per in­ter­ces­sione di­vina con­tro su­per­sti­zione e op­por­tu­ni­smo.
In “Ga­bina” il “pro­cesso” a Elias, con­dotto da Si­mona, trova una con­clu­sione as­so­lu­to­ria per l’intervento in­con­sa­pe­vole di Ga­bina: col­pita dal freddo e dall’emozione ella sviene ir­rom­pendo nell’azione pro­prio men­tre si sta per ese­guire la con­danna a morte del pa­dre na­tu­rale; ciò viene vi­sto dal vec­chio Tot­toi come un se­gnale / av­ver­ti­mento lan­ciato dall’invincibile Dio: non è pos­si­bile uc­ci­dere il pa­dre da­vanti alla pic­cola Ga­bina; l’unica so­lu­zione è il per­dono. Non è un gran­ché come per­dono (è mosso da su­per­sti­zione ed è a metà, Elias viene in­fatti al­lon­ta­nato dalla fa­mi­glia) ma è pur sem­pre tale.
_________In “La gra­zia” le cose sono un po­chino più ela­bo­rate. È sem­pre l’intervento in­vo­lon­ta­rio di Ga­bina, ap­parsa come or­mai morta, a de­ter­mi­nare lo scio­gli­mento del dramma. Ma qui la di­vi­nità opera non in quanto “am­mo­ni­sce” ma in quanto ma­ni­fe­sta la pro­pria be­ne­vo­lenza: la pic­cola Ga­bina torna alla vita ac­ca­rez­zata da chi la aveva ge­ne­rata ma l’aveva ab­ban­do­nata prima che uscisse alla vita; è così reso ma­ni­fe­sto che que­sto babbo ri­tro­vato — e che si è ri­tro­vato — debba rien­trare a pieno ti­tolo nella famiglia.

È chiaro che, an­che in que­sto caso, il per­dono ac­cor­dato dalla fa­mi­glia a Elias è an­cora con­di­zio­nato dal vo­lere della di­vi­nità e non sca­tu­ri­sce da un at­teg­gia­mento au­to­no­ma­mente “di­vino” as­sunto dal di­spen­sa­tore del per­dono stesso (come per esem­pio è in Manzoni).

La vicenda è comunque mantenuta nel quadro di una comunità omogenea, si risolve per l’assunzione di responsabilità ed è assolutamente scartata l’opzione della vendetta.

Per il no­stro di­scorso sul “Falso-De­ledda” pos­siamo fer­marci qui: at­tra­verso una sua nar­ra­zione (“Ga­bina” / “Di notte”), re­pli­cata con mezzi di­versi a di­stanza di trent’anni con il me­lo­dramma “La Gra­zia”, De­ledda ci ha chia­rito il suo pen­siero sulla “ven­detta”, in­di­can­doci an­che at­tra­verso que­sta via come sia as­so­lu­ta­mente in­con­gruo vo­lerne fare l’autrice del “Noi siamo sardi”.

Fa­bio Stoppani

P.S.: Ora che il gio­chino let­te­ra­rio della si­gnora Ziama può con­si­de­rarsi smon­tato, ci sem­bra che sa­rebbe op­por­tuno da parte sua ri­ve­larsi pub­bli­ca­mente — sa­rebbe certo ac­colta con simpatia.

Adiosu tia Ziama!

A proposito di casi analoghi di attribuzione farlocca …

Il let­tore at­tento al fe­no­meno delle at­tri­bu­zioni “su­per­fi­ciali” più o meno in buona fede (co­mun­que un bel pro­blema per la cul­tura in ge­ne­rale), può leg­gere forse con un certo in­te­resse un’altra no­stra Nota, de­di­cata a di­mo­strare, do­cu­menti alla mano, un al­tro caso di at­tri­bu­zione di fantasia.

«Manoscritto Lecco 170» / “Gli Sposi promessi”

Una ano­dina fra­setta di sei pa­role (col­lo­cata in un ma­no­scritto di ano­nimo, pre­teso del 1824 e cu­sto­dito presso il Mu­seo Man­zo­niano di Lecco), da im­por­tanti fi­gure della fi­lo­lo­gia ac­ca­de­mica “man­zo­ni­sta” di Parma e Bo­lo­gna è in­di­cata — a “oc­chio” — come un ine­dito au­to­grafo di Don Li­san­der.
Con sprezzo del ri­di­colo è inol­tre pre­sen­tata come prova se­condo cui l’autore de “I Pro­messi Sposi” fin dall’inizio avrebbe dato alla “Prima Mi­nuta” del 1823 il ti­tolo “Gli Sposi pro­messi”.
Una “ri­ve­la­zione”, so­bria­mente pre­sen­tata dai me­dia la­riani come una “ri­vo­lu­zione nella sto­ria della let­te­ra­tura ita­liana”, che ha of­ferto lo spunto per una let­tura in­te­grale sul Web della “Prima Mi­nuta”, ri­ba­tez­zata “Gli Sposi pro­messi”, da parte di al­cuni dei più noti nomi del “man­zo­ni­smo” ac­ca­de­mico uf­fi­ciale del no­stro bel Paese.

Pec­cato che alle spalle di que­sta in­cre­di­bile spa­rata:
— non sia stata pro­dotta al­cuna ana­lisi stru­men­tale sul fa­sci­co­letto che ri­porta la fra­setta (po­trebbe tran­quil­la­mente es­sere stato rea­liz­zato ne­gli anni ’50 del ’900);
— sul con­te­sto cul­tu­ral-man­zo­niano siano state pub­bli­cate (edi­zioni del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani) elu­cu­bra­zioni che ci li­mi­tiamo a de­fi­nire fa­vo­li­sti­che e con una massa in­cre­di­bile di er­rori e di­stra­zioni de­gne della peg­giore ita­lica com­me­dia dell’arte.

Nella no­stra Nota «FILOLOGIA MANZONISTA ALLO SBANDO?» pre­sen­tiamo il “Pa­rere pro ve­ri­tate” di una vera pe­ri­zia gra­fo­lo­gica (da noi com­mis­sio­nata) che in­dica come “apo­crifa” la frase at­tri­buita a Man­zoni da­gli ac­ca­de­mici e met­tiamo in luce il di­sa­stro me­to­do­lo­gico che le ac­ca­de­mi­che “man­zo­ni­ste” hanno po­sto alla base delle loro fan­ta­sti­che considerazioni:

203 er­rori nella “tra­scri­zione di­plo­ma­tica” del «Ma­no­scritto Lecco 170»;
un in­cre­di­bile si­len­zio su una più che pro­ba­bile ma­ni­po­la­zione dell’intero do­cu­mento re­cante la frase at­tri­buita a Man­zoni;
23 vi­stose dif­for­mità di trama ri­spetto alla “Prima Mi­nuta” di A. Man­zoni nell’Epilogo che do­vrebbe (se­condo le ac­ca­de­mi­che “man­zo­ni­ste”) ri­pro­porla fe­del­mente — ca­volo! se il Man­zoni ci aveva scritto so­pra, do­veva averla pur letta!

A se­guito della no­stra Nota, il Pre­si­dente del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani, Prof. An­gelo Stella, ha avuto la sen­si­bi­lità di ri­co­no­scerne la fon­da­tezza, au­spi­cando da parte delle ac­ca­de­mi­che “man­zo­ni­ste” una re­vi­sione del loro im­pianto cri­tico.
Ma dalle stesse, si­len­zio tom­bale, così come da parte del Mu­seo Man­zo­niano di Lecco — chi se ne im­pippa della cul­tura e del Manzoni!