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Note cri­ti­che a: «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi» – 7 aprile 2018 – RAI3/Alberto Angela

18 giu­gno 2018
Let­tera aperta ad Al­berto An­gela – Quarto approfondimento

Quanto se­gue è uno de­gli otto al­le­gati della «Let­tera aperta ad Al­berto An­gela» di com­mento alla tra­smis­sione «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi» an­data in onda il 7 aprile 2018 – RAI3, 21:30.
I col­le­ga­menti alle al­tre parti della let­tera sono ri­por­tati al piede di que­sta pa­gina o nel menù prin­ci­pale in testata.

Fantasie giuridiche sui meccanismi delle “monacazioni forzate”.

Nessun obbligo di legge circa la primogenitura ma calcolo ponderato delle convenienze economiche.

Tra le zie di Manzoni, non solo ex-suore (“spigliate e disinvolte”) ma anche laiche, sposate e à la page.

Pre­messa

Sulle cause a monte delle “mo­na­ca­zioni for­zate” la tra­smis­sione di An­gela so­stiene una tesi er­rata nel suo stesso pre­sup­po­sto, e così svuota di senso il pen­siero di Manzoni.

Come ab­biamo vi­sto al­trove, con ri­fe­ri­mento alla “Mo­naca di Monza” (vedi Man­zoni e la Mo­naca di Monza: la fa­mi­glia vio­lenta, pa­ra­digma della so­cietà), Man­zoni aveva con­cen­trato l’attenzione dei suoi let­tori sulla coar­ta­zione e vio­lenza psi­co­lo­gica su­bita dalla gio­vane Ger­trude, ac­cen­nando solo di sfug­gita ai suoi com­por­ta­menti “ero­tico-cri­mi­nali” suc­ces­sivi all’entrata in con­vento, or­mai adulta.

Man­zoni aveva ope­rato que­sta scelta non per “pu­dore” o “per non di­va­gare”, come ipo­tizza An­gela, ma per­ché con­sa­pe­vole che l’inserimento di que­sto fi­lone avrebbe stroz­zato ogni al­tro ragionamento.

Ri­nun­ciò quindi a una pie­tanza che gli avrebbe as­si­cu­rato un bel se­guito tra gli “spi­riti forti” ma gli avrebbe osta­co­lato ogni al­tra con­si­de­ra­zione di tipo etico. E fece benissimo.

Ma nel suo di­scorso sulla coar­ta­zione su­bita dalla gio­vane Ger­trude, Man­zoni in­tro­dusse an­che il tema dell’impotenza delle leggi, in man­canza di un im­pe­gno di­retto e re­spon­sa­bile da parte della collettività.

Man­zoni sot­to­li­nea come con­tro le “mo­na­ca­zioni for­zate” vi fos­sero leggi pre­cise e ben or­ga­niz­zate ma­gi­stra­ture ec­cle­sia­sti­che, con giu­ri­sdi­zione an­che sui ci­vili. Ma an­che che a quelle leggi era fa­cile sot­trarsi sia per l’interesse de­gli isti­tuti re­li­giosi a in­ca­me­rare la co­sid­detta “dote mo­na­cale” sia per l’inerzia e l’acquiescenza delle vit­time stesse.

Man­zoni dice: non ba­stano le leggi, bi­so­gna farle ap­pli­care; e per que­sto è in­di­spen­sa­bile l’impegno col­let­tivo e individuale.

È un di­scorso che ov­via­mente vale an­cora oggi.

Ma la tra­smis­sione di An­gela è riu­scita nel mi­ra­bile in­tento non solo di non pren­derne spunto per ri­fles­sioni di grande at­tua­lità, ma an­che di ste­ri­liz­zare il di­scorso di Man­zoni, in­ven­tando “leggi” ine­si­stenti che, alla fin fine, po­treb­bero giu­sti­fi­care le fa­mi­glie ab­bienti del “Se­colo d’Oro” e le loro scelte op­pres­sive dei loro pro­pri mem­bri, cri­ti­cate da Manzoni.

Nella tra­smis­sione non manca il ri­fe­ri­mento alla fa­mi­glia Man­zoni, ma con er­rori pac­chiani e la di­men­ti­canza di tre zie lai­che, spo­sate e “à la page”, so­relle di cin­que ex-mo­na­che “spi­gliate e disinvolte”.

[36:55] ALBERTO ANGELA: «Es­sere ob­bli­gate a di­ven­tare mo­naca. Beh! è una con­sue­tu­dine che è du­rata fino grosso modo all’Ottocento e alla base vi era la co­sid­detta legge del mag­gio­ra­sco. Che cos’era? Quando mo­riva il ca­po­fa­mi­glia, tutta l’eredità pas­sava solo a un fi­glio, il pri­mo­ge­nito, per­ché non ve­nisse disperso.

E gli al­tri? Gli al­tri ma­schi, chia­mati ca­detti, do­ve­vano ar­ran­giarsi. Non po­te­vano però con­tare sui beni di fa­mi­glia. E al­lora? Beh! di so­lito ab­brac­cia­vano la car­riera mi­li­tare op­pure quella ec­cle­sia­stica. Più com­pli­cata era in­vece la si­tua­zione delle fi­glie. Non po­te­vano spo­sarsi per­ché non tutte di­spo­ne­vano della dote suf­fi­ciente. E al­lora? Ri­ma­ne­vano zi­telle in casa. Op­pure ri­ma­ne­vano rin­chiuse in con­vento, co­strette a farsi monache.

È il caso, guar­date, an­che della fa­mi­glia in cui cre­sce Man­zoni. Da bam­bino vive in­sieme a sei zie nu­bili. Tra le quali c’è pro­prio una ex suora, Paola. Che di­venta poi una fan ac­ca­nita di Na­po­leone, quando l’Imperatore sop­prime i con­venti.»

Da que­sta in­tro­du­zione di An­gela il te­le­spet­ta­tore de­sume ine­vi­ta­bil­mente che:

a. Nel Sei­cento una “legge del mag­gio­ra­sco” sta­bi­liva che il pa­tri­mo­nio pas­sasse in­te­gral­mente al primogenito.
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b. Per le donne, ciò com­por­tava spesso o il ri­ma­nere zi­telle in casa, o l’obbligo di farsi mo­na­che.
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c. Man­zoni co­no­sceva per espe­rienza di­retta le con­se­guenze di que­sta legge. Fino all’adolescenza egli in­fatti visse con sei zie zi­telle, tra cui una ex-mo­naca, am­mi­ra­trice di Napoleone.

Quest’ultima parte dell’introduzione di An­gela, re­la­tiva alla bio­gra­fia di Man­zoni, è un ro­sa­rio di pec­cati ve­niali, tra cui spicca uno stra­fal­cione di ca­rat­tere sto­rico (ci si con­fonde tra due Im­pe­ra­tori) e la di­men­ti­canza di ben tre zie di Man­zoni, lai­che e spo­sate con uo­mini non di se­condo piano.

La prima parte (quella della “legge del mag­gio­ra­sco”) ha in­vece in sé un pec­cato ca­pi­tale, con con­se­guenze ne­fa­ste per Man­zoni e il suo romanzo.

Con una tro­vata di pura fan­ta­sia, RAI3-ANGELA in­di­cano in­fatti come pra­ti­ca­mente ine­vi­ta­bile – in quanto co­di­fi­cata da una “co­sid­detta legge del mag­gio­ra­sco” – la suc­ces­sione del pa­tri­mo­nio al pri­mo­ge­nito e la con­se­guente “co­stri­zione” per molte gio­vani a farsi monache.

In ri­fe­ri­mento alla vi­cenda nar­rata ne “I Pro­messi Sposi”, que­sta im­po­sta­zione può le­git­ti­ma­mente por­tare il te­le­spet­ta­tore a due considerazioni:

a. La in­si­stita azione del prin­cipe pa­dre per­ché Ger­trude fi­nisse in con­vento, pur ri­pro­ve­vole, può con­si­de­rarsi solo come un ade­gua­mento ai det­tati della legge: egli può es­sere anzi con­si­de­rato come una vit­tima di di­spo­si­zioni cui non può sottrarsi.
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b. La scelta fi­nale di Ger­trude di farsi mo­naca può con­si­de­rarsi come una ine­vi­ta­bile con­se­guenza di que­sto ade­gua­mento pa­terno alla legge.

Da que­sto in­trec­cio di de­for­ma­zioni / in­ven­zioni di­scende ov­via­mente un az­zop­pa­mento del pen­siero di Man­zoni con con­se­guente rot­ta­ma­zione del romanzo.

In­fatti, se il prin­cipe pa­dre vi era co­stretto da una legge, su quale base Man­zoni avrebbe po­tuto evi­den­ziare il suo com­por­ta­mento come ne­ga­tivo ed em­ble­ma­tico della vio­lenza che viene per­pe­trata sulle donne pro­prio nelle loro case e pro­prio da chi le do­vrebbe tutelare?

Inol­tre, se Ger­trude fosse stata real­mente sot­to­po­sta a un “ob­bligo” non evi­ta­bile, con quale mo­ti­va­zione Man­zoni avrebbe po­tuto de­scri­vere nei det­ta­gli (pur sim­pa­te­ti­ca­mente), il modo con­trad­dit­to­rio con cui Ger­trude stessa aveva alla fine ac­cet­tato le con­di­zioni po­ste dal pa­dre, in vi­sta di una con­tro­par­tita di pre­sti­gio e di con­ferma di un ruolo dominante?

L’intento di Man­zoni, nel de­scri­vere pa­dre e fi­glia (sep­pure con modi dif­fe­ren­ziati) era di evi­den­ziare come è sem­pre pos­si­bile per chiun­que – an­che se sot­to­po­sto a una forte pres­sione – man­te­nere di­gnità e li­bertà (sono ov­vii i ri­fe­ri­menti ai rap­porti po­li­tico-so­ciali del pro­prio tempo).

In realtà, con­tra­ria­mente a quanto in­ge­nua­mente dice An­gela, né il prin­cipe pa­dre era “co­stretto” da al­cuna “legge di mag­gio­ra­sco” a pre­mere sulla fi­glia per la sua mo­na­ca­zione; né Ger­trude era “co­stretta” ad ac­cet­tare quella soluzione.

En­trambi (certo con di­verse e mag­giori scu­santi per Ger­trude) si sono mossi per sod­di­sfare pro­pri pre­giu­dizi: il pa­dre quello di una ric­chezza osten­tata come mo­no­li­tica; la fi­glia il pre­giu­di­zio del pri­vi­le­gio di casta.

Va da sé che Man­zoni vo­leva mag­gior­mente sot­to­li­neare la vio­lenza psi­co­lo­gica eser­ci­tata dal prin­cipe pa­dre su Ger­trude. Ma nep­pure sot­ta­cere che essa stessa si è pie­gata pur in pre­senza di leggi – in que­sto caso sì, leggi po­si­tive e a lei ben note – ela­bo­rate dal di­ritto ca­no­nico pro­prio per osta­co­lare la prassi delle mo­na­ca­zioni senza vocazione.

Il prin­cipe pa­dre ha eser­ci­tato vio­lenza psi­co­lo­gica nei con­fronti della fi­glia. Ma la fi­glia ha eser­ci­tato vio­lenza a se stessa, pre­di­spo­nen­dosi a es­sere a pro­pria volta stru­mento di vio­lenza con­tro al­tri, in un cir­colo in­fame di de­pres­sione etica.

Man­zoni vo­leva dire che: de­vono es­servi leggi atte a re­go­lare la vita col­let­tiva ma che le leggi non sono suf­fi­cienti: è ne­ces­sa­rio l’impegno in­di­vi­duale e collettivo.

Man­zoni in­di­vi­duava nella re­li­gione cat­to­lica il con­te­ni­tore etico-fi­lo­so­fico cui at­tin­gere per dare forza all’impegno in­di­vi­duale. Ognuno di noi può at­tin­gere a pro­pri ri­fe­ri­menti, tratti da qual­siasi re­li­gione ri­ve­lata o meno, o an­che tratti da oriz­zonti molto lon­tani da qual­siasi religione.

Ma è chiaro che il di­scorso dell’autore de “I Pro­messi Sposi” fila per­fet­ta­mente ed è va­lido oggi più che mai.

È però al­tret­tanto chiaro che, nell’ottica pro­po­sta da RAI3-ANGELA, tutta la vi­cenda della Mo­naca di Monza, così come trat­tata da Man­zoni, non ha più al­cun significato.

E quindi ri­sulta quasi una strada ob­bli­ga­to­ria – pun­tual­mente per­corsa da RAI3-ANGELA – ti­rare fuori la “cro­naca ero­tico-cri­mi­nale” cui Man­zoni aveva sol­tanto ac­cen­nato (su tutto ciò vedi QUI quanto ne ab­biamo già scritto).

Non male per una tra­smis­sione pre­sen­tata come “Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi”!

Ma diamo so­stanza alle no­stre osservazioni.

Le basi socio-economico-giuridiche della “monacazione forzata”.

Tra­scritte le pa­role di An­gela, es­sen­doci ve­nuto qual­che dub­bio, ab­biamo cer­cato di sa­perne un poco di più.

Gra­zie an­che a un caro amico no­taio (sem­pre di­spo­ni­bile quando si parla di cul­tura giu­ri­dica) ab­biamo ri­ca­vato che ai primi del Seicento:

1. In man­canza di te­sta­mento il pa­tri­mo­nio del de­funto ve­niva di­viso in parti uguali tra fi­gli e fi­glie in base al di­ritto na­tu­rale di ori­gine giustinianea.
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2. In pre­senza di te­sta­mento, il te­sta­tore po­teva in­di­care un erede o più eredi senza porre al­cun vin­colo circa il patrimonio.
L’erede/eredi avreb­bero così po­tuto de­ci­dere il da farsi per gli even­tuali esclusi – cosa che av­ve­niva di fre­quente, con sod­di­sfa­zione di tutti.
Alla scelta del te­sta­tore nes­suno po­teva op­porsi in ter­mini di di­ritto (in realtà le cose non an­da­vano così li­sce e si apri­vano lun­ghi contenziosi);
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3. Il te­sta­tore po­teva an­che in­di­care un “fe­de­com­messo”, in­ca­ri­cato di pre­ser­vare il pa­tri­mo­nio per gli eredi suc­ces­sivi, e ciò an­che “in per­pe­tuo”, con vin­coli molto strin­genti (il pa­tri­mo­nio non po­teva es­sere di­viso, né ven­duto, ecc.).
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4. Il “mag­gio­ra­sco” era UNO dei cri­teri cui il te­sta­tore po­teva ri­cor­rere per l’incardinamento del “fe­de­com­messo”, ac­canto ad al­tri come la “pri­mo­ge­ni­tura”, “il se­nio­rato”, “il ju­nio­rato”, la ”ul­ti­mo­ge­ni­tura”, per dire dei più uti­liz­zati dai notai.

Solo per com­ple­tezza, ve­diamo cosa in­di­cano que­ste di­verse opzioni:

a. “pri­mo­ge­ni­tura” – il pa­tri­mo­nio spetta al fi­glio (ma­schio) pri­mo­ge­nito della li­nea fa­mi­gliare più vec­chia; se que­sto muore, spetta al suo primo fi­glio, e così via fino a even­tuale esau­ri­mento della li­nea retta; ma è pre­vi­sto an­che il cri­te­rio di
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b. “ul­ti­mo­ge­ni­tura” – il pa­tri­mo­nio spetta al fi­glio (ma­schio) ul­ti­mo­ge­nito (la cosa non è così strana: è una forma di tu­tela dei più anziani);
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c. “mag­gio­ra­sco” – il pa­tri­mo­nio spetta al più vec­chio dei pa­renti egual­mente pros­simi (fra­telli, ni­poti, ecc.);
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d. “mi­no­ra­sco”, quando il pa­tri­mo­nio spetta al più gio­vane dei pa­renti egual­mente prossimi;
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e. “se­nio­rato” – il pa­tri­mo­nio spetta al più an­ziano di tutte le li­nee della fa­mi­glia (può an­che es­sere uno zio del de­funto, o suo pa­dre, o suo nonno);
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f. “ju­nio­rato”, il pa­tri­mo­nio spetta al più gio­vane di tutte le li­nee della famiglia.

Come si vede, le pos­si­bi­lità erano di­verse, fun­zio­nali alle ca­rat­te­ri­sti­che del pa­tri­mo­nio e coe­renti con la sto­ria reale della fa­mi­glia, che ri­chie­de­vano so­lu­zioni ad hoc.

Ma tutte le so­lu­zioni – tutte, ri­pe­tiamo – pog­gia­vano sulla piena li­bertà del te­sta­tore, senza che al­cuna legge gli im­po­nesse al­cun­ché a pro­po­sito di pri­mo­ge­niti o altro.

Pro­prio al con­tra­rio di quanto lo spet­ta­tore ha po­tuto com­pren­dere dalle pa­role di RAI3-ANGELA da cui siamo par­titi sopra.

Monacazioni forzate in casa Manzoni?

Tra le zie di Manzoni, non solo cinque ex-suore “spigliate e disinvolte” ma anche tre laiche, sposate e à la page.

Per chiu­dere que­sto primo pa­ra­grafo sulla vi­cenda della mo­naca di Monza, di­ciamo qual­che cosa sulle “zie mo­na­che” di Man­zoni, cui An­gela fa ri­fe­ri­mento con scarsa pre­ci­sione e con­fon­dendo due di­versi Imperatori.

Quante erano le zie di Alessandro?

Ales­san­dro Man­zoni nella casa di San Da­miano a Mi­lano vi­veva non con “cin­que zie nu­bili tra cui una ex-mo­naca”, come dice An­gela, ma con cin­que nu­bili (quat­tro zie e una cu­gina) e tutte ex-mo­na­che (una quinta zia ex-mo­naca era morta prima della sua nascita).

La vul­gata in­si­ste sull’aspetto pio-te­tro della fa­mi­glia Man­zoni, se­guendo la ac­corta li­nea av­vo­ca­ti­zia so­ste­nuta da con­su­mata at­trice da Giu­lia Bec­ca­ria, per sfi­larsi col mag­gior van­tag­gio pos­si­bile dal ma­tri­mo­nio con Pie­tro Man­zoni (cosa per­fet­ta­mente riu­scita, con ali­menti pari agli at­tuali 65.000 Euro al mese, 780.000 all’anno – prov­ve­duti da Don Pie­tro, a se­guito della se­pa­ra­zione del 1792).

Per­ché non si pensi a una fa­mi­glia tutta vo­tata alla spi­ri­tua­lità più estrema, ri­cor­diamo che Ales­san­dro aveva al­tre tre zie, tutte fe­li­ce­mente spo­sate con per­so­na­lità di ri­lievo so­ciale e cul­tu­rale del La­riano e della Valtellina:

Emi­lia Ma­ria (nata 1734) sposa del No­bile Mas­si­mi­liano Man­zoni di Barzio;
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Fran­ce­sca Ma­ria (nata 1738) sposa del No­bile Guic­ciardo de Guic­ciardi di Ponte Valtellina;
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Ma­ria Mad­da­lena Rosa (nata 1744) sposa del no­bile Ge­ro­lamo Ge­melli di Orta.

A que­ste zie “lai­che”, con cui il gio­vane Man­zoni tenne nor­mali re­la­zioni pa­ren­tali è stata sem­pre ri­ser­vata poca attenzione.

An­che da parte di chi è isti­tu­zio­nal­mente in­ca­ri­cato di oc­cu­parsi di Man­zoni (il Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani, per esem­pio) ma ha evi­den­te­mente poco in­te­resse a evi­den­ziare il forte le­game di Man­zoni col ter­ri­to­rio lec­chese, per esal­tarne in­vece la “mi­la­ne­sità”, raf­for­zan­dola con un pos­si­bile – ma pres­so­ché ine­si­stente sul piano dell’indagine sto­rica – le­game bio­lo­gico con il gio­vane Gio­vanni Verri (ma su que­sto vedi una no­stra pre­ce­dente elaborazione).

Rara ec­ce­zione al si­len­zio sui rap­porti tra Man­zoni e le nu­me­rose sue zie è l’informato e acuto ar­ti­colo del sem­pre ben do­cu­men­tato sto­rico lec­chese Fran­ce­sco D’Alessio: «Rosa Ge­melli Man­zoni. La “zia di Orta” di Ales­san­dro Man­zoni.» (Ar­chivi di Lecco / 2011 / f.1 / p. 9).

Da que­sto bell’articolo ab­biamo tratto le no­ti­zie ri­fe­rite qui di se­guito e il te­sto ri­por­tato nella scheda ri­ser­vata alla “zia di Orta” (un gra­zie per la cor­tese di­spo­ni­bi­lità an­che al pro­fes­sor Um­berto Calvi, pro­prie­ta­rio del qua­dro della “zia Rosa”, che ci ha con­cesso la ri­pro­du­zione – ne ab­biamo pre­scelto un particolare).

Il caso della fa­mi­glia Man­zoni esprime bene quanto so­pra si è detto circa i di­ritti suc­ces­sori. An­che se a metà ’700, al­cune cose erano cam­biate (so­prat­tutto si era po­sto un li­mite alla du­rata dei fe­de­com­messi), vi­ge­vano i me­de­simi cri­teri in atto nei primi del Seicento.

Ales­san­dro Va­le­riano Man­zoni (1686-1773), prin­ci­pale pos­si­dente di Lecco e nonno del no­stro Ales­san­dro, la­sciò come eredi Mon­si­gnor Paolo An­to­nio (1729-1800), Ca­no­nico del Duomo di Mi­lano e zio di Ales­san­dro (quello che te­neva d’occhio con più at­ten­zione i mo­vi­menti li­ber­tini di donna Giu­lia) e don Pie­tro An­to­nio (1739-1807), no­bile, pa­dre di Ales­san­dro (che si li­mi­tava a con­trol­lare che Giu­lia nel suo li­ber­ti­nag­gio non desse adito a troppo scandalo).

Il te­sta­mento del de­cano dei Man­zoni non è stato rin­ve­nuto ma non diede luogo a im­pu­gna­zioni né pre­ve­deva a evi­denza al­cun fe­de­com­messo vincolante.

I due fra­telli, vi­sto il pro­gres­sivo ab­bas­sarsi del va­lore de­gli ap­pez­za­menti mi­ne­rari pos­se­duti in Val­sas­sina, si die­dero da fare per in­ve­stire in ter­reni agri­coli, sparsi sul tutto il ter­ri­to­rio, gra­zie so­prat­tutto alla in­tra­pren­denza e alle en­tra­ture di Mon­si­gnor Paolo An­to­nio, dal 1771 Eco­nomo ge­ne­rale della Cu­ria ar­ci­ve­sco­vile di Mi­lano e brac­cio de­stro del Ve­scovo per le que­stioni amministrative.

Per quanto ri­guarda le so­relle, es­sendo an­cora in vita il vec­chio Ales­san­dro Va­le­riano, i due fra­telli fu­turi eredi si com­por­ta­rono bene, a quanto risulta.

Come esem­pio della loro cor­ret­tezza ab­biamo la dote isti­tuita nel 1764 a fa­vore della so­rella Ma­ria Rosa per il ma­tri­mo­nio con il No­bile Ge­ro­lamo Ge­melli, un ricco pos­si­dente di Orta.

La dote am­mon­tava a 10.000 lire im­pe­riali, pari a circa 1,5 mi­lioni di Euro (3 mi­liardi delle no­stre vec­chie lire).

Per sti­mare l’effettivo va­lore ope­ra­tivo di que­ste 10.000 lire im­pe­riali date in con­tanti (po­te­vano es­sere van­tag­gio­sa­mente usate per con­ce­dere pre­stiti), giova ri­cor­dare che per ono­rare la dote della so­rella Rosa, i due fra­telli Paolo e Pie­tro do­vet­tero chie­dere quat­trini a prestito.

Come molti pro­prie­tari ter­rieri, pur go­dendo di un buon te­nore di vita, non ave­vano in­fatti una grande liquidità.

«Rosa Ge­melli Man­zoni. La “zia di Orta” di Ales­san­dro Man­zoni.»

Del cor­poso e ar­ti­co­lato sag­gio di D’Alessio (in­vi­tando il let­tore a leg­gerlo nella sua in­te­rezza), ri­por­tiamo l’incipit del ca­pi­tolo de­di­cato alle tre zie lai­che di Man­zoni, con cui egli ebbe co­stanti rap­porti an­che per il non me­dio­cre li­vello cul­tu­rale dei loro ri­spet­tivi mariti:

«Ol­tre a que­ste zie mo­na­che Man­zoni ne aveva al­tre tre, mo­gli di per­so­naggi non di se­condo piano nel con­te­sto po­li­tico e cul­tu­rale dell’epoca. Fran­ce­sca (nata al Ca­leotto nel 1738) sposò nel 1756 Guic­ciardo Guic­ciardi di Ponte in Val­tel­lina, ap­par­te­nente al ramo della fa­mi­glia che dal 1722 era stato in­si­gnito del ca­va­lie­rato di S. Stefano.

Guic­ciardo, lau­reato in legge, pro­ve­niva da una di­na­stia di giu­ri­sti e let­te­rati: il suo ma­tri­mo­nio con Fran­ce­sca per­mise ai Man­zoni del Ca­leotto di le­garsi non solo all’antica ari­sto­cra­zia val­tel­li­nese (i Guic­ciardi erano di­fatti uniti da vin­coli di pa­ren­tela ai Par­ra­vi­cini, ai Sassi, agli Stampa e ai Qua­drio), ma an­che all’ambiente cul­tu­rale che ruo­tava at­torno al ca­sato di Ponte e che trova ri­flesso in un te­sto a stampa del 1782 e in un so­netto ga­lante de­di­cati pro­prio a Fran­ce­sca. Quest’ultima ebbe di­versi fi­gli tra cui Ni­cola, con cui Ales­san­dro ebbe fitta cor­ri­spon­denza, e Fran­ce­sca (nata nel 1767), sposa di un Gio­vanni En­rico Guic­ciardi, nonni pa­terni del se­na­tore del re­gno e pa­triota En­rico Guic­ciardi (1812-1895).

Un’altra zia di Ales­san­dro, e cioè Emi­lia (nata al Ca­leotto nel 1734), sposò nel 1749 il val­sas­si­nese Mas­si­mi­liano Man­zoni, di­scen­dente di al­tro ramo della fa­mi­glia. Egli aveva ac­qui­stato e ri­strut­tu­rato l’antica di­mora de­gli Ar­ri­goni Ta­leggi di fianco alla Par­roc­chiale di Ca­stello so­pra Lecco (la stessa in cui Man­zoni fu cre­si­mato nel 1794) che cer­ta­mente Ales­san­dro fre­quen­tava quando stava nella poco di­stante villa del Ca­leotto. Mas­si­mi­liano Man­zoni, ar­ric­chi­tosi gra­zie al com­mer­cio del ferro nel Mi­la­nese, fu pa­dre di don An­to­nio Man­zoni, ca­no­nico di S. Naz­zaro a Mi­lano, le­ga­tis­simo agli zii ma­terni mon­si­gnor Paolo e Pie­tro Man­zoni (di quest’ultimo fu te­sti­mone per le nozze con Giu­lia Bec­ca­ria, ce­le­brate nel 1782, non­ché ese­cu­tore te­sta­men­ta­rio) e al cu­gino Alessandro.

L’altra zia e cioè Rosa Man­zoni (Ca­leotto, 1744 – Orta, 1817), andò in sposa nel 1764 a Ge­ro­lamo Ge­melli di Orta (Orta, 1727-1806): vale la pena ri­per­cor­rere le vi­cende di que­sta zia del grande ro­man­ziere, so­prat­tutto per­ché le­gata a luo­ghi come Orta e l’annesso Sa­cro Monte, dai quali come già ipo­tiz­zato in al­tri studi po­treb­bero de­ri­vare sug­ge­stioni fi­gu­ra­tive ri­ma­ste im­presse nella sen­si­bi­lità let­te­ra­ria di Alessandro.»

È quest’ultima zia di Ales­san­dro la pro­ta­go­ni­sta del qua­dro più so­pra riportato.

Lo svarione sugli Imperatori.

Tor­nando alle zie mo­na­che (me­glio, ex-mo­na­che) di Man­zoni, una di que­ste – Paola, il suo nome da pro­fessa – era quella di cui Ales­san­dro tenne la me­mo­ria più piacevole.

All’amico Ce­roli la ri­cor­dava con sim­pa­tia e af­fetto: era “spi­gliata e di­sin­volta”, e si im­pe­gnava a in­se­gnare al gio­vane Man­zoni i passi delle danze più in voga e le can­zoni alla moda (ma lo scrit­tore era ne­gato sia come dan­za­tore sia come cantante).

Af­fac­ciata con lui ra­gaz­zino alla fi­ne­stra gli “in­se­gnava un po’ di vita” spet­te­go­lando sui pas­santi, le­sta a cam­biar di­scorso se die­tro di loro pas­sava lo zio Monsignore.

Sulla base di que­sti ri­cordi, certo ge­nuini, sem­bra che – tutto som­mato – la fa­mi­glia Man­zoni, ricca di donne an­che spi­ri­tose e gaie, non do­veva es­sere sem­pre quel mor­to­rio clau­strale che viene di­pinto dai di­sin­for­mati e viene da pen­sare che con quel nu­golo di zie il gio­vane Ales­san­dro si deve es­sere fatto le sue belle risate.

Co­mun­que sia, per la riac­qui­stata li­bertà dal con­vento, la zia Paola non era fan dell’Imperatore Na­po­leone, come dice An­gela, con­fon­dendo mal­de­stra­mente due Im­pe­ra­tori di­versi, e di di­versi paesi.

La zia Paola era in­vece fan dell’Imperatore Giu­seppe II d’Asburgo-Lorena. Il quale, a par­tire dal 1782, aveva dato mano an­che in Lom­bar­dia alla grande rior­ga­niz­za­zione dell’apparato re­li­gioso, sop­pri­mendo (con con­fi­sca dei beni) ol­tre due­cento isti­tuti “con­tem­pla­tivi”, tra cui quello di San Lo­renzo di Vi­mer­cate dove la zietta di Ales­san­dro fu mo­naca fino al 1785, l’anno in cui nac­que Alessandro.

Lo ri­corda con pre­ci­sione l’Abate Stop­pani nel suo “I primi anni di A. Man­zoni” (Mi­lano, 1874) sulla base di con­fi­denze che, alla morte di Man­zoni, gli erano ve­nute dal Ce­roli (sa­cer­dote ro­smi­niano da sem­pre amico suo come lo era di Man­zoni) il quale per ol­tre un de­cen­nio fece da as­si­stente cul­tu­rale allo scrit­tore, ac­com­pa­gnan­dolo spesso nelle sue lun­ghe pas­seg­giate e rac­co­glien­done molti ri­cordi dell’adolescenza (pag. 101):

«Io per me, di­ceva la zia, sono del pa­rere di Giu­seppe II. Aria! aria!” sog­giun­geva, trin­ciando nell’aria de’ gran cer­chi colla mano de­stra, quasi avesse vo­luto farsi largo, e sgom­brarsi dat­torno quel non so che, da cui aveva avuto im­pe­dito per tant’anni il respiro.»

An­che Na­po­leone batté quel per­corso di “ra­zio­na­liz­za­zione” giu­sep­pi­niana, ma anni dopo. Nel 1796, per pa­garsi le spese della cam­pa­gna d’Italia, non da Im­pe­ra­tore ma come Ge­ne­rale in capo dell’armata. E poi nel 1810, al­lora sì da Imperatore.

Ma, nel 1810, la zia Paola era or­mai una vec­chie­rella non più in vena di trin­ciar cer­chi nell’aria a dare forza al suo “Aria! aria!”

Rias­su­mendo que­sta pic­cola me­mo­ria sulle zie di Man­zoni – ex-mo­na­che o lai­che che fos­sero – vale forse la pena di con­si­de­rare con mag­giore at­ten­zione a quale al­tra “re­clusa in con­vento” po­tesse pen­sare Man­zoni quando trac­ciò gli in­te­res­santi fo­gli della “prima stesura”.

Non ri­sulta che all’interno della fa­mi­glia Man­zoni sor­ges­sero mai pro­blemi di “mo­na­ca­zioni for­zate”. Tutto è pos­si­bile na­tu­ral­mente ma la vi­cenda di que­ste zie mo­na­che, bene in­se­rite nella larga fa­mi­glia Man­zoni non fa pen­sare a grandi conflitti.

Oltre alle zie, anche la madre di Manzoni conobbe il convento.

Ol­tre che sulle zie, sa­rebbe op­por­tuno in­da­gare an­che su un’altra donna, certo non fi­nita mo­naca ma che nell’ambiente del con­vento passò gli anni della for­ma­zione, e con pes­simi ri­cordi: la ma­dre Giu­lia Bec­ca­ria, trat­tata in modo ve­ra­mente in­de­gno dal pa­dre Ce­sare, aperto uma­ni­sta nella ri­fles­sione fi­lo­so­fica e giu­ri­dica ma gretto e sto­lido nei rap­porti pri­vati, in par­ti­co­lare con la pro­pria primogenita.

Alla morte della ma­dre, a 12 anni, Giu­lia venne messa in col­le­gio presso il Con­vento in Mi­lano delle Ago­sti­niane in San Paolo. E vi ri­mase fino ai diciott’anni, senza uscirne pra­ti­ca­mente mai, di­men­ti­cata dal pa­dre e vi­si­tata ogni tanto dal solo Pie­tro Verri, che al con­vento an­dava per fare vi­sita alla pro­pria so­rella, adulta e da tempo monaca.

Quando, con­cluso il pe­riodo dell’educantato, Giu­lia si scon­trò con l’ostentato di­sin­te­resse del pa­dre Ce­sare (nel frat­tempo ri­spo­sato e pa­dre del so­spi­rato fi­glio ma­schio) pensò an­che di farsi monaca.

Per sua for­tuna pre­sto in­con­trò Gio­vanni Verri che le fece com­pren­dere quanto pia­ce­vole po­tesse es­sere la vita laica.

È del tutto com­pren­si­bile come, pro­prio in rea­zione all’esperienza mor­ti­fi­cante del con­vento (Verri scri­veva al fra­tello Ales­san­dro: «quelle strane donne l’hanno fatta im­paz­zire»), Giu­lia ab­bia svi­lup­pato quel suo at­teg­gia­mento “li­ber­tino” (non “li­ber­ta­rio”, come dice in­ge­nua­mente la VOCE FUORI CAMPO della tra­smis­sione [41:03]) e ge­ne­ri­ca­mente ri­belle de­gli anni della prima ma­tu­rità, tra­sfor­mato più avanti in un osten­tato moralismo.

Per con­si­de­ra­zioni sul tema delle mo­na­ca­zioni for­zate, vedi il no­stro «Man­zoni e la Mo­naca di Monza: la fa­mi­glia vio­lenta pa­ra­digma della so­cietà», anch’esso de­di­cato all’analisi della tra­smis­sione “Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi”.

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