Seleziona una pagina

Mar­tedì 13 no­vem­bre 2018

Let­tera aperta agli Am­mi­ni­stra­tori di Lecco
Sin­daco Vir­gi­nio Bri­vio
As­ses­sore alla Cul­tura Si­mona Piazza

 

Lecco, 20 ottobre-20 gennaio

[di che anno / anni? – N.d.R.]

Lecco
20 ottobre-20 gennaio

[di che anno / anni? – N.d.R.]

Una mostra senza fisionomia.
Avulsa dalla cultura di Lecco.
A
zzoppata da grossolani errori.

Solo velati accenni a Manzoni e a “I Promessi Sposi”.
Amnesia inspiegabile su pilastri della cultura lecchese dell’Ottocento quali lo scrittore Ghislanzoni e i pittori Todeschini e Pizzi.
Neppure UNA PAROLA sui tanti rapporti, con Manzoni e la sua opera, di molti degli artisti esposti.
Silenzio tombale sulla rassegna annuale “Lecco città dei Promessi Sposi” a metà del cui svolgimento è stata inaugurata l’esposizione “Ottocento Lombardo”.
Una mostra quindi anonima; astratta rispetto all’esperienza culturale di Lecco; inadeguata a richiamare l’attenzione sulla città.
Di tutta evidenza concepita e realizzata  senza l’indispensabile apporto degli esperti della cultura del territorio.

Avvertenza per il lettore!

Alla nostra nota critica (13 novembre) a “Ottocento Lombardo”, la mostra di pittura e scultura in svolgimento a Lecco, la curatrice della mostra Simona Bartolena ci ha (il 15 novembre, con “consumata penna”) dato un riscontro solo offensivo e minacciante, cui abbiamo dato immediata risposta.

La nostra analisi è stata inoltre ripresa — oviamente in modo serio e professionale — da alcuni media, nei giorni dal 14 al 19 novembre. Di questi, tra quelli a diffusione Web che hanno ripreso integralmente il nostro comunicato, ricordiamo Leccoonline (14/11/18); “Il Popolo Veneto” (17/11/18); “La Gazzetta dell’Emilia” (19/11/18).

Due testate a stampa del territorio lariano alla nostra analisi hanno invece dedicato articoli di commento:
La Provincia di Lecco del 16/11/18, pag. 19 (Gianfranco Colombo — «Stoppani stronca la mostra. “C’è troppo poco Manzoni»). A questo contributo di Colombo abbiamo dato una risposta cercando di toccare il tema del rapporto tra “provincia” e “metropoli” nell’attuale fase della globalizzazione.
Il Giornale di Lecco del 19/11/18, pag. 1 e 4 (CCA — «L’erede di Stoppani stronca la mostra: “Avulsa, anonima e azzoppata da errori”»). CCA riporta anche parole di buon senso dell’Assessore Piazza, che abbiamo apprezzato.

Il lettore potrà trovare i commenti e le nostre risposte nella pagina “I riscontri alla nostra analisi” a ciò predisposta.

Premessa

Ottocento Lombardo”. Questa la scritta che è possibile leggere sui manifesti stradali sopra le diciture “Lecco“, “Palazzo delle Paure”, “20 Ottobre – 20 gennaio”.

Di che si tratta? dal manifesto non è dato saperlo.
È un festival musicale? un ciclo di lezioni? un corso di specializzazione post-laurea? un componimento teatrale?

In che anno / anni si svolge / si è svolto / si svolgerà l’evento, qualunque cosa sia?
Dalla comunicazione destinata al pubblico: manifesti, totem, annunci Web, catalogo ufficiale, pannelli informativi — non è dato saperlo.

Di fronte alle ingenue dimenticanze di promotori, organizzatori e patrocinatori, nelle pagine che seguono cerchiamo di informare noi il lettore su fisionomia e contenuti dell’evento, con informazioni di fatto e documentate osservazioni di merito.

Per “en­trare in at­mo­sfera”, il let­tore ci con­sen­tirà di ri­por­tare al­cune bat­tute scam­biate con la cu­ra­trice della mo­stra, la co­mun­que cor­tese Si­mona Bar­to­lena, la sera dell’inaugurazione della mo­stra (19 ot­to­bre 2018).

Vi­si­ta­tore: come mai nella pro­mo­zione della mo­stra non vi è al­cun ri­fe­ri­mento a Man­zoni?

Bar­to­lena: come! guardi che i pan­nelli sulle pa­reti delle cin­que sale sono pieni di ri­fe­ri­menti a Man­zoni.

Vi­si­ta­tore: per i pan­nelli, ora li leg­gerò (e quando sarà di­spo­ni­bile leg­gerò con in­te­resse il ca­ta­logo) ma all’esterno non avete mai fatto ri­fe­ri­mento al come Man­zoni in­fluì an­che sulla pit­tura lom­barda e al suo le­game con Lecco, la città della sua fa­mi­glia e for­ma­zione.

Bar­to­lena: si sba­glia, nel co­mu­ni­cato che io ho re­datto si parla espres­sa­mente di Man­zoni.

Vi­si­ta­tore: guardi che per il co­mu­ni­cato lei deve avere perso qual­che pas­sag­gio: in quello uf­fi­ciale, po­sto sul sito del Co­mune di Lecco non vi è al­cun ri­fe­ri­mento a Man­zoni.

Bar­to­lena: non so, qual­cuno lo avrà tolto. E poi, guardi, noi non vo­le­vamo le­gare l’immagine della mo­stra a Man­zoni o a al­tre spe­ci­fi­cità della città di Lecco.

Vi­si­ta­tore: ah!!! ecco, ora ca­pi­sco.

A Lecco, nel tardo po­me­rig­gio di ve­nerdì 19 ot­to­bre 2018, presso il Pa­lazzo delle Paure, è stata inau­gu­rata «La ras­se­gna, dal ti­tolo L’Ottocento lom­bardo, cu­rata da Si­mona Bar­to­lena, col pa­tro­ci­nio del Co­mune di Lecco, pro­dotta e rea­liz­zata ViDi – Vi­sit Dif­fe­rent.» (dal Co­mu­ni­cato Uf­fi­ciale pub­bli­cato l’11 ot­to­bre 2018 sul sito Web del Co­mune di Lecco).

A parte l’errore sin­tat­tico (manca un “da”) e il ti­tolo dif­forme (in tutte le al­tre co­mu­ni­ca­zioni in­di­cato come “Ot­to­cento Lom­bardo”), la rassegna/mostra, i cui ma­ni­fe­sti, lo­can­dine, to­tem, an­nunci Web, sono in­spie­ga­bil­mente in­com­pleti (manca la na­tura dell’evento non­ché l’anno/anni di svol­gi­mento), si è inau­gu­rata senza il Ca­ta­logo Uf­fi­ciale e un qual­si­vo­glia fo­glio il­lu­stra­tivo, en­trambi per­ve­nuti solo sei giorni dopo, gio­vedì 25, anch’essi mon­chi dell’anno/anni di svol­gi­mento.

Ot­to­cento Lom­bardo” è la se­conda mo­stra (la prima, dell’estate 2018, è stata de­di­cata al fo­to­grafo Doi­sneau) af­fi­data dal Co­mune di Lecco alla so­cietà ViDi Srl di Mi­lano per in­se­rire la città nel cir­cuito (quanto meno re­gio­nale) delle espo­si­zioni a ca­rat­tere cul­tu­rale, con un pro­gramma che si svi­lup­perà at­tra­verso al­tre quat­tro mo­stre da qui al 2020 (sca­denza della le­gi­sla­tura con­si­liare).

Un pro­gramma di me­dio pe­riodo, quindi.
Che, se con­dotto con il ta­glio ano­nimo e la me­dio­cre pro­fes­sio­na­lità mo­strata in que­sta se­conda prova, po­trebbe ri­ve­larsi de­le­te­rio per la fi­sio­no­mia della città, già com­pro­messa dalla de­bo­lezza più volte mo­strata dall’Amministrazione co­mu­nale quanto meno nell’area della di­men­sione “man­zo­niana” della sua cul­tura (come esempi, vedi le no­stre os­ser­va­zioni su due epi­sodi em­ble­ma­tici: rea­liz­za­zione della App “Città dei Pro­messi Sposi; ge­stione della tra­smis­sione di Al­berto An­gela “Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi”).

Sulla base della no­stra abi­tuale at­ten­zione nei con­fronti della città di Lecco, an­che in oc­ca­sione della mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo” – che ci pare ina­de­guata a va­lo­riz­zarne la cul­tura – ri­te­niamo possa es­sere di qual­che uti­lità la no­stra “let­tera aperta” in­viata il 14 no­vem­bre al Sin­daco Bri­vio e all’Assessore alla Cul­tura Piazza.

Let­tera aperta ai Si­gnori
Vir­gi­nio Bri­vio, Sin­daco di Lecco,
Si­mona Piazza, As­ses­sore alla Cul­tura, con de­lega alla Co­mu­ni­ca­zione, del Co­mune di Lecco.

Per co­no­scenza
a tutti gli in­te­res­sati allo svi­luppo della cul­tura di Lecco e del ter­ri­to­rio la­riano.

Mi­lano, mer­co­ledì 14 no­vem­bre 2018
Og­getto: “Ot­to­cento Lom­bardo” – Un’occasione persa per lo svi­luppo cul­tu­rale di Lecco. Ri­fles­sioni cri­ti­che per un cam­bio di rotta.

Gen­tili Si­gnori,
nello spi­rito della co­stante col­la­bo­ra­zione che il no­stro Cen­tro Studi Abate Stop­pani tiene a man­te­nere con le strut­ture della città pre­po­ste alla cul­tura, sen­tiamo l’obbligo di se­gna­larVi una se­rie di cri­ti­cità della mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo”, inau­gu­rata ve­nerdì 19 ot­to­bre scorso a Pa­lazzo delle Paure in Lecco.

In via pre­li­mi­nare è da se­gna­lare che, in man­canza del Ca­ta­logo della mo­stra (è stato reso di­spo­ni­bile solo gio­vedì 25, sei giorni dopo l’inaugurazione) gli or­ga­niz­za­tori della mo­stra non hanno ri­te­nuto op­por­tuno met­tere a di­spo­si­zione del pub­blico al­meno un paio di pa­gi­nette nelle quali il let­tore / vi­si­ta­tore po­tesse ren­dersi conto di cosa fosse que­sta espo­si­zione, che, in man­canza delle in­for­ma­zioni più ele­men­tari, è parsa una vera “mo­stra fan­ta­sma“.

Lo stesso Co­mu­ni­cato Stampa uf­fi­ciale — re­pe­ri­bile però solo sul sito Web del Co­mune — ri­corda 20 ar­ti­sti su 48 e ri­mane nel vago par­lando di “ol­tre cin­quanta opere” espo­ste (in realtà sono 81), senza dirne al­tro.

Non a caso i com­menti sulla mo­stra da parte della stampa (su carta o via Web) sono riu­sciti de­ci­sa­mente ge­ne­rici, ri­flet­tendo que­sta de­bo­lezza nell’informazione.

Cerchiamo quindi innanzitutto di capire di che si parla. I contenuti della mostra.

A fronte di que­sta spia­ce­vole ina­de­gua­tezza nella co­mu­ni­ca­zione da parte de­gli or­ga­niz­za­tori, può forse es­sere utile ri­chia­mare qual­che dato di fatto ri­ca­vato da no­stre os­ser­va­zioni.

La mo­stra si svi­luppa lungo cin­que sale al primo piano del Pa­lazzo delle Paure in Lecco.

Sono espo­ste 81 opere con 63 di­pinti a olio, 7 ac­que­relli, 1 tem­pera, 5 di­se­gni, 5 scul­ture.
Le 81 opere sono di 48 ar­ti­sti (di al­cuni dei quali sono quindi pre­senti più opere) e sono rag­grup­pate in 8 se­zioni con­cet­tuali.

Ecco i qua­ran­totto ar­ti­sti (il nu­mero po­sto ac­canto al nome in­dica il ri­spet­tivo nu­mero di opere pre­sente alla mo­stra):

Baz­zaro Er­ne­sto (1) • Baz­zaro Leo­nardo (1) • Ber­tini Giu­seppe (2) • Bian­chi Mosè (2) • Bisi Luigi (1) • Bou­vier Pie­tro (1) • Calvi Er­cole (1) • Ca­nella Carlo (2) • Ca­nella Giu­seppe (1) • Car­cano Fi­lippo (3) • Car­no­vali Gio­vanni detto il Pic­cio (5) • Con­coni Luigi (1) • Cor­nienti Che­ru­bino (1) • Cre­mona Tran­quillo (3) • Cres­sini Carlo (1) • d’Azeglio Mas­simo (2) • De Al­ber­tis Se­ba­stiano (2) • Do­vera Achille (1) • Fa­ruf­fini Fe­de­rico (3) • Fon­tana Ro­berto (1) • Gi­gnous Eu­ge­nio (3) • Giu­liano Bar­to­lo­meo (1) • Gola Emi­lio (1) • Gozzi Marco (1) • Grandi Giu­seppe (2) • Hayez Fran­ce­sco (9) • In­duno Do­me­nico (3) • In­duno Ge­ro­lamo (2) • Lon­goni Emi­lio (1) • Man­cini Carlo (1) • Ma­riani Pom­peo (1) • Mas­sa­cra Pa­squale (1) • Mi­gliara Giu­seppe (1) • Mol­teni Giu­seppe (2) • Mor­belli An­gelo (1) • Pa­gliano Eleu­te­rio (1) • Poma Sil­vio (1) • Pre­viati Gae­tano (1) • Pu­sterla At­ti­lio (1) • Ran­zoni Da­niele (2) • Rosso Me­dardo (1) • Se­gan­tini Gio­vanni (2) • Sot­to­cor­nola Gio­vanni (1) • Sprea­fico Eu­ge­nio (1) • Tal­lone Ce­sare (2) • Tré­court Gia­como (1) • Trez­zini An­gelo (1) • Trou­betz­koy Paolo (1).

Rias­su­mendo, sono quindi:
26 gli ar­ti­sti pre­senti con 1 sola opera; 9 quelli con 2 opere; 4 con 3 opere; 1 ar­ti­sta con 9 opere (Hayez).

Netta quindi la pre­do­mi­nanza di Hayez, sia in ter­mini as­so­luti (9 opere sulle 81 com­ples­sive) sia in re­la­zione agli al­tri 47 ar­ti­sti, nes­suno dei quali è pre­sente con più di tre opere.

Ci sem­bra che la mo­stra sia stata ideal­mente ri­par­tita dalla cu­ra­trice in otto se­zioni con­cet­tuali. Di­ciamo “sem­bra” per­ché tale ri­par­ti­zione non è for­ma­liz­zata in al­cun modo in quello che viene ven­duto come “ca­ta­logo” della mo­stra (d’ora in poi lo de­fi­ni­remo “pseudo-ca­ta­logo”) e può es­sere de­sunta solo dai ti­toli de­gli otto pan­nelli di­stri­buiti nelle cin­que sale (a mo­stra fi­nita non si sa­prà quindi più nulla di quale fosse la sua strut­tura in­terna, se non da que­ste no­stre note).

Non es­sendo age­vole per il vi­si­ta­tore com­pren­dere dove ini­zia una se­zione e dove un’altra, è quindi pos­si­bile che la no­stra ri­par­ti­zione non coin­cida esat­ta­mente con le in­ten­zioni della cu­ra­trice ma è co­mun­que utile per com­pren­dere che ol­tre la metà delle opere può es­sere at­tri­buito al “pe­riodo ro­man­tico”.

Omag­gio a Man­zoni (2)
Hayez F. (1) • Mol­teni G. (1).
.
Fran­ce­sco Hayez e la ge­ne­ra­zione ro­man­tica (13)
Cor­nienti C. (1) • d’Azeglio M. (2) • Hayez F. (8) • Mas­sa­cra P. (1) • Mol­teni G. (1).
.
Ve­dute e pro­spet­tive (4)
Bisi L. (1) • Ca­nella C. (1) • Ca­nella G. (1) • Mi­gliara G. (1).
.
Sguardi sul pae­sag­gio dal ro­man­ti­ci­smo al na­tu­ra­li­smo (15)
Baz­zaro L. (1) • Calvi E. (1) • Ca­nella C. (1) • Cres­sini C. (1) • Do­vera A. (1) • Gi­gnous E. (3) • Giu­liano B. (1) • Gozzi M. (1) • Man­cini C. (1) • Ma­riani P. (1) • Poma S. (1) • Sprea­fico E. (1) • Tal­lone C. (1).
.
Il Ri­sor­gi­mento (6)
De Al­ber­tis S. (2) • In­duno D. (1) • In­duno G. (1) • Pa­gliano E. (1) • Trez­zini A. (1).
.
Dalla let­te­ra­tura alla vita quo­ti­diana (6)
Ber­tini G. (2) • Bou­vier P. (1) • In­duno D. (2) • In­duno G. (1).
.
La sca­pi­glia­tura e i suoi pa­dri (18)
Car­no­vali detto il Pic­cio G. (5) • Con­coni L. (1) • Cre­mona T. (3) • Fa­ruf­fini F. (3) • Grandi G. (2) • Ran­zoni D. (2) • Rosso M. (1) • Tré­court G. (1).
.
Ten­denze del na­tu­ra­li­smo nella se­conda metà del se­colo (12)
Baz­zaro E. (1) • Bian­chi M. (2) • Car­cano F. (3) • Fon­tana R. (1) • Gola E. (1) • Pu­sterla A. (1) • Sot­to­cor­nola G. (1) • Tal­lone C. (1) • Trou­betz­koy P. (1).
.
Verso il di­vi­sio­ni­smo (5)
Lon­goni E. (1) • Mor­belli A. (1) • Pre­viati G. (1) • Se­gan­tini G. (2).

Pos­siamo quindi dire che circa la metà delle opere in espo­si­zione è da ri­fe­rirsi al pe­riodo ro­man­tico.

Può es­sere forse di qual­che in­te­resse ri­le­vare an­che la pro­ve­nienza delle opere espo­ste (60 delle quali se­gna­late come “Col­le­zione pri­vata”), quanto meno su quelle di cui è stata in­di­cata (40 su 81):

Qua­dre­ria dell’800, Mi­lano (23) • Mu­sei Ci­vici, Pa­via (4) • Fon­da­zione Lam­berti, Co­do­gno (2) • Pa­lazzo Fo­re­sti, Carpi (2) • Si­MUL, Lecco (2) • Ac­ca­de­mia di Belle Arti di Brera, Mi­lano (1) • Banco BPM, Mi­lano (1) • Fon­da­zione Mu­sei, Bre­scia (1) • Gal­le­ria Ar­te­moda, Mi­lano (1) • Mu­seo sto­rico di Ber­gamo, Ber­gamo (1) • Pa­lazzo Mo­rando, Mi­lano (1) • Tre­mez­zina Villa Car­lotta, Mi­lano (1).

Una pro­ve­nienza quindi tutta lom­barda (con l’unica ec­ce­zione di Carpi) e in gran­dis­sima parte (35 opere su 40) con­cen­trata sul trian­golo Mi­lano / Lodi / Pa­via — la pro­ie­zione di Lecco sulla re­gione Lom­bar­dia.

La strut­tura che fa la parte del leone come “pre­sta­trice” è la Qua­dre­ria dell’800 Srl (23 opere sulle 40 di­chia­rate), nota gal­le­ria pri­vata di Mi­lano, spe­cia­liz­zata nell’Ottocento lom­bardo e cen­tro di ri­fe­ri­mento per le at­ti­vità di com­pra-ven­dita nel set­tore.
La stessa gal­le­ria che (1993 e 1995) ha pro­mosso e or­ga­niz­zato due edi­zioni di una mo­stra in­ti­to­lata “Ot­to­cento Lom­bardo”, esat­ta­mente come quella inau­gu­rata a Lecco ve­nerdì 19 ot­to­bre 2018.

Come già vi­sto, il si­stema mu­seale di Lecco su 81 opere pre­senti alla mo­stra è stato coin­volto solo per 2 di­pinti.

Uno di que­sti è “Na­vi­glio a Ponte San Marco” di Se­gan­tini, “pre­stato” da un pri­vato alla città (fino all’aprile 2020) e già vi­sto a Mi­lano nella mo­stra “Se­gan­tini, ri­torno a Mi­lano” (Pa­lazzo Reale, set­tem­bre 2014 – gen­naio 2015) con al­tre 120 opere dell’artista.
L’altro è il ben noto “Ri­tratto di Ales­san­dro Man­zoni”, at­tri­buito a Giu­seppe Mol­teni, da anni espo­sto al Mu­seo Man­zo­niano di Lecco (su cui nulla si dice nei te­sti in­tro­dut­tivi delle sto­ri­che dell’arte Si­mona Bar­to­lena e Su­sanna Zatti).

I presupposti “strategici” del ciclo di sei mostre previsto fino al 2020

Ciò detto, è forse op­por­tuno ri­cor­dare an­che che, dopo la mo­stra «Ro­bert Doi­sneau, pe­sca­tore d’immagini» (23 giu­gno-30 set­tem­bre 2018), «Ot­to­cento Lom­bardo» è la se­conda ini­zia­tiva cul­tu­rale pro­mossa e or­ga­niz­zata da ViDi Srl, la so­cietà pri­vata cui il Co­mune di Lecco ha af­fi­dato la pro­mo­zione e l’organizzazione trien­nali (2018-2020) di sei eventi cul­tu­rali (tre mo­stre fo­to­gra­fi­che; tre mo­stre di pit­tura) da te­nersi a Pa­lazzo delle Paure.

Così come giova ri­cor­dare che i pre­sup­po­sti dell’affidamento “con ri­schio di im­presa” di que­ste at­ti­vità cul­tu­ral-espo­si­tive a una so­cietà pri­vata sono stati ri­ba­diti con chia­rezza in va­rie oc­ca­sioni.
Da ul­timo pro­prio nel corso della inau­gu­ra­zione del 19 ot­to­bre a Pa­lazzo delle Paure.

Sin­daco Vir­gi­nio Bri­vio:

«Il sin­daco, nel suo sa­luto ini­ziale, ha sot­to­li­neato la spe­ranza che Lecco di­venti una città di ri­fe­ri­mento en­tro il pa­no­rama lom­bardo de­gli eventi cul­tu­rali » (Gian­franco Co­lombo, La Pro­vin­cia di Lecco, 20 ot­to­bre 2018);

«Ci pia­ce­rebbe – ha af­fer­mato il primo cit­ta­dino – che qual­cuno ve­nisse a Lecco per ve­dere mo­stre e non so­la­mente per le bel­lezze na­tu­rali.» (Lec­coFM).

As­ses­sore Si­mona Piazza:

«Inau­gu­riamo la prima mo­stra di pit­tura pro­mossa da ViDi a Lecco, un’esposizione for­te­mente vo­luta per­ché le­gata al no­stro ter­ri­to­rio, tanto che, al­cune delle opere espo­ste sono cu­sto­dite nelle col­le­zioni per­ma­nenti dei no­stri mu­sei.
Di­venta così la mo­stra an­che un’opportunità di rac­con­tare al grande pub­blico una parte della ric­chezza cul­tu­rale della no­stra città, sia ar­ti­stica, sia let­te­ra­ria.» (Co­mu­ni­cato Stampa del Co­mune di Lecco, 11 ot­to­bre 2018).

«Non si tratta del “so­lito” pac­chetto pre­con­fe­zio­nato che gira per l’Italia, ma di una ri­cerca ori­gi­nale ed unica.» (Gian­franco Co­lombo, La Pro­vin­cia di Lecco, 20 ot­to­bre 2018).

Stando a quanto espresso con così lo­de­vole chia­rezza da Bri­vio e Piazza si ri­tiene quindi che l’affidamento alla so­cietà mi­la­nese ViDi Srl ga­ran­ti­sca:

• pro­dotti cul­tu­rali ori­gi­nali;
.
• con­ce­piti in si­ner­gia con la sto­ria e le ca­rat­te­ri­sti­che cul­tu­rali della città di Lecco;
.
• rea­liz­zati in modo da con­so­li­dare il nome di Lecco al di fuori dell’immediato ter­ri­to­rio la­riano;
.
• tali da sti­mo­lare l’interesse e l’afflusso su Lecco di un mag­gior nu­mero di tu­ri­sti cul­tu­rali, quanto meno dall’area lom­barda;
.
• strut­tu­rati per va­lo­riz­zare le “im­por­tanti te­sti­mo­nianze” cu­sto­dite nei Mu­sei della città;
.
• in grado di ren­dere pa­tri­mo­nio col­let­tivo le ric­chezze an­che let­te­ra­rie della città di Lecco.

È certo un’impostazione cor­retta: per at­ti­rare su Lecco l’attenzione e l’empatia quanto meno dei lom­bardi è ob­bli­ga­to­rio pun­tare sulla spe­ci­fi­cità di Lecco e del suo ter­ri­to­rio.
E ciò (lo ha ri­ba­dito il Sin­daco Bri­vio) non solo per le bel­lezze na­tu­rali della città ma an­che per la sua sto­ria cul­tu­rale.

D’altro lato, cosa po­trebbe au­spi­care l’amministratore di una co­mu­nità se non la va­lo­riz­za­zione delle sue spe­ci­fi­cità e l’esaltazione della sua uni­cità?
È un di­scorso che com­prende chiun­que, so­prat­tutto a fronte dell’attuale ri­le­vante of­ferta di mo­stre d’arte, e pro­prio sull’Ottocento.

Non sfugge in­fatti che dal 26 ot­to­bre 2018 al 17 marzo 2019 (pro­prio con­tem­po­ra­nea­mente alla mo­stra di Lecco) si svolge a Mi­lano la mo­stra “Ro­man­ti­ci­smo”, con 200 opere, cu­rata dal de­cano dei cri­tici dell’arte ot­to­cen­te­sca, Fer­di­nando Maz­zocca, con in­tro­du­zioni sto­rico-cri­ti­che dello stesso Maz­zocca e di Su­sanna Zatti (che firma an­che uno dei due saggi a com­mento della mo­stra di Lecco).

Ov­via­mente è una mo­stra che si so­vrap­pone in parte a quella di Lecco, pre­sen­tando an­che i me­de­simi ar­ti­sti per il pe­riodo ro­man­tico.

An­che a Mi­lano pro­ta­go­ni­sta è Hayez e il cu­ra­tore Fer­nando Maz­zocca (che ha più volte evi­den­ziato nei suoi la­vori l’apporto di Man­zoni an­che allo svi­luppo dell’arte fi­gu­ra­tiva) ha op­por­tu­na­mente messo in mo­stra – in una ap­po­sita se­zione, ti­to­lata «Man­zoni e i per­so­naggi dei Pro­messi Sposi» — al­cune delle più fa­mose tele di ar­go­mento man­zo­niano (a Lecco “città dei Pro­messi Sposi” ciò è stato ap­po­si­ta­mente escluso per ra­gioni in­co­no­sci­bili).

Quindi è certo molto sen­sata l’idea stra­te­gica, espressa da Bri­vio e Piazza, che a Lecco la mo­stra do­vesse pun­tare su un ele­mento che solo Lecco ha: il suo rap­porto pre­vi­le­giato sia con il suo più noto cit­ta­dino, l’uomo Man­zoni, sia con l’opera – “I Pro­messi Sposi” – che ha po­sto la città la­riana all’attenzione in­ter­na­zio­nale.

Non vor­remmo che il let­tore ci pren­desse per pe­danti se sen­tiamo l’opportunità di ri­cor­dare che, in ri­fe­ri­mento all’Ottocento, la «ric­chezza cul­tu­rale, sia ar­ti­stica che let­te­ra­ria della città di Lecco», di cui parla molto op­por­tu­na­mente l’As­ses­sore Piazza, ruota at­torno a cin­que nomi.

Nel campo let­te­ra­rio:

• il poeta Ales­san­dro Man­zoni e il suo “I Pro­messi Sposi”. Non per nulla Lecco chiama uf­fi­cial­mente il suo an­nuale mese de­di­cato a Man­zoni “Lecco, città dei Pro­messi Sposi” (fino al 2014 era più op­por­tu­na­mente “Lecco, città di Man­zoni”);
.
• l’Abate An­to­nio Stop­pani (si­ste­ma­tiz­za­tore e in­no­va­tore della geo­lo­gia ita­liana, non­ché scrit­tore ben noto per “Il Bel Paese”);
.

An­to­nio Ghi­slan­zoni (scrit­tore fe­condo, li­bret­ti­sta di opere di Verdi e al­tri grandi della mu­sica, ce­le­bri in tutto il mondo).

Nel campo delle arti fi­gu­ra­tive:

Gio­van Bat­ti­sta To­de­schini (nella sala con­si­gliare di Lecco è in bella vi­sta un suo ot­timo ri­tratto dell’Abate Stop­pani). A lato un ri­tratto della ma­dre dell’artista, Lu­cia Stop­pani To­de­schini.
.

Carlo Pizzi (con­si­de­rato “il più im­por­tante pae­sag­gi­sta lec­chese”, cui è de­di­cata l’intera Sala V della Gal­le­ria Co­mu­nale d’Arte di Lecco). A lato una sua ve­duta di Mal­grate da Lecco, con i monti di Val­ma­drera sullo sfondo.

Una valutazione negativa: disattese le direttive del Sindaco Brivio e dell’Assessore alla Cultura Piazza in una impressionante manifestazione collettiva di dissociazione culturale.

Di­ciamo su­bito che per quanto ri­guarda i pre­sup­po­sti so­pra ri­cor­dati — os­sia il coin­vol­gi­mento e la va­lo­riz­za­zione nella mo­stra del pa­tri­mo­nio ar­ti­stico e let­te­ra­rio di Lecco — la no­stra va­lu­ta­zione sull’esposizione a Pa­lazzo delle Paure è pur­troppo ne­ga­tiva.

La mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo” pre­senta in­fatti non solo una se­rie di cri­ti­cità di fatto da non sot­ta­cere – ma so­prat­tutto ci pare che né coin­volge né va­lo­rizza Lecco e il suo ter­ri­to­rio.

I ri­fe­ri­menti al suo pa­tri­mo­nio ar­ti­stico e let­te­ra­rio sono pres­so­ché nulli e quei po­chi rin­ve­ni­bili qua e là — lo di­ciamo con di­spia­cere — sono in­si­gni­fi­canti.

Da se­gna­lare che in nes­sun modo (né su­gli stru­menti a stampa o Web, né nella con­fe­renza di inau­gu­ra­zione, né sullo pseudo-ca­ta­logo, o sui pan­nelli all’interno della mo­stra), si è ri­te­nuto di fare an­che solo un ac­cenno all’annuale ras­se­gna cul­tu­raleLecco città dei Pro­messi Sposi” (ve­nerdì 12 ot­to­bre — sa­bato 10 no­vem­bre 2018) che «co­sti­tui­sce la più im­por­tante ma­ni­fe­sta­zione ita­liana de­di­cata ad Ales­san­dro Man­zoni e un evento fon­da­men­tale per la co­mu­nità di Lecco e per il suo ter­ri­to­rio» (dal Co­mu­ni­cato del Co­mune di Lecco del 28 set­tem­bre 2018).

Ci tro­viamo di fronte quindi a una im­pres­sio­nante ma­ni­fe­sta­zione di dis­so­cia­zione cul­tu­rale che ha coin­volto Am­mi­ni­stra­zione co­mu­nale, or­ga­niz­za­tori e cu­ra­tore sto­rico-ar­ti­stico della mo­stra.

Ci ren­diamo conto di espri­mere una va­lu­ta­zione che non pia­cerà agli or­ga­niz­za­tori della mo­stra e alla sua cu­ra­trice (non­ché agli Am­mi­ni­stra­tori co­mu­nali che ne hanno so­ste­nuto l’azione) ma ri­te­niamo sia do­ve­roso dare un con­tri­buto di me­rito per­ché — al­meno nelle pros­sime 4 ma­ni­fe­sta­zioni in pro­gramma da qui al 2020 — si fac­cia me­glio, so­prat­tutto per l’immagine di Lecco nel pa­no­rama cul­tu­rale ita­liano.

Come no­stra abi­tu­dine cer­che­remo di mo­ti­vare in modo ben do­cu­men­tato la no­stra va­lu­ta­zione, in modo da of­frire al let­tore la pos­si­bi­lità di ve­ri­fi­carne la cor­ret­tezza.
Va da sé che ogni os­ser­va­zione cri­tica — si in­tende mo­ti­vata — del let­tore al no­stro di­scorso sarà bene ac­cetta e ri­ce­verà il giu­sto spa­zio su que­sto stesso no­stro sito Web.

La no­stra ana­lisi si svi­luppa su cin­que se­zioni:

1. Un in­cre­di­bile scam­bio di di­pinti. Pa­sticci sulla 3ª Guerra di In­di­pen­denza.
1.1 — Nel per­corso della mo­stra e nello pseudo-ca­ta­logo con­fusi due di­pinti con sog­getti com­ple­ta­mente dif­fe­renti.
1.2 — Am­ne­sie sulla 3ª Guerra di In­di­pen­denza del no­stro Ri­sor­gi­mento.

2. Cri­ti­cità ed er­rori ne­gli stru­menti per la pro­mo­zione della mo­stra.
2.1 — De­no­mi­na­zione ano­nima; in­de­ter­mi­na­zione tem­po­rale; ri­calco esatto di al­tri re­centi eventi.
2.2 — Er­rori ri­le­vanti su ma­ni­fe­sti, pan­nelli e to­tem.
2.3 — Am­bi­guità nella gra­fica del logo.
2.4 — Ina­de­gua­tezza nell’affissione dei ma­ni­fe­sti.
2.5 — Car­ton­cini in­for­ma­tivi er­rati, se non in­gan­ne­voli.

3. Il­lu­stra la mo­stra uno pseudo-ca­ta­logo che di tale non porta nep­pure il nome.
3.1 — Co­per­tina e fron­te­spi­zio ano­nimi.
3.2 — Pre­sen­ta­zioni del Sin­daco Bri­vio e dell’Assessore Piazza re­la­ti­va­mente cor­rette ma com­ple­ta­mente di­sat­tese.
3.3 — Pre­sen­ta­zione de­gli or­ga­niz­za­tori che ignora il Co­mune di Lecco che è part­ner e com­mit­tente.

4. Nelle Pre­sen­ta­zioni sto­rico-cri­ti­che della mo­stra (22 pa­gine, 13.000 pa­role) ZERO ri­fe­ri­menti a Lecco e al ter­ri­to­rio; solo va­ghi cenni su Man­zoni.
4.1 — Ci­ta­zioni di “Lecco” =ZERO / di “lec­chese” = UNA
4.2 — Ci­ta­zione de “I Pro­messi Sposi” = TRE
4.3 — Mas­simo d’Azeglio e Man­zoni pre­sen­tati solo come ge­nero e suo­cero.
4.4 — Ci­ta­zioni di “Man­zoni” = SEI, ma tutte ac­ces­so­rie e in­ci­den­tali.

5. Igno­rati nelle Pre­sen­ta­zioni e nei pan­nelli nelle sale espo­si­tive i rap­porti tra gli ar­ti­sti in mo­stra e Lecco; solo va­ghi quelli con Man­zoni e le al­tre fi­gure di spicco della città.
5.1 — Hayez / “Il Car­ma­gnola” e il Man­zoni di­men­ti­cato.
5.2 — Hayez / “La mo­naca”, un evi­dente “sva­rione” cri­tico.
5.3 — Mol­teni / Man­zoni, il ri­tratto can­cel­lato, così come la Mo­naca di Monza.
5.4 — Luigi Bisi / Igno­rati Man­zoni e “I Pro­messi Sposi”.
5.5 — Marco Gozzi / Igno­rata Lecco e il ter­ri­to­rio.
5.6 — Cor­nienti / Igno­rati Man­zoni, Lecco e il suo ter­ri­to­rio.
5.7 — Tran­quillo Cre­mona / Di­men­ti­cati Man­zoni e “I Pro­messi Sposi” .
5.8 — Giu­seppe Ber­tini / Di­men­ti­cati Man­zoni e l’episodio di Ce­ci­lia nella pe­ste di Mi­lano.
5.9 — Do­me­nico e Ge­ro­lamo In­duno / Igno­rati Pe­sca­re­nico e il mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco.
5.10 — Giu­seppe De Al­ber­tis / Igno­rati Ghi­slan­zoni, Man­zoni, Ga­ri­baldi.
5.11 — Giu­seppe Grandi / Igno­rati Man­zoni e suo nonno Ce­sare Bec­ca­ria.
5.12 — Mosè Bian­chi / La Mo­naca di Monza, di nuovo can­cel­lata.
5.13 — Pre­viati / Can­cel­late le 230 il­lu­stra­zioni de “I Pro­messi Sposi”, Hoe­pli 1900.

1. ^Un incredibile scambio di quadri nel percorso della mostra e nello pseudo-catalogo. Pasticci sulla 3ª Guerra di Indipendenza.

1.1 I dipinti scambiati. ^

Prima di en­trare nel det­ta­glio delle in­con­gruenze in ter­mini di co­mu­ni­ca­zione della mo­stra, è op­por­tuno evi­den­ziare un vero e pro­prio pa­stic­cio, de­gno della com­me­dia dell’arte, pre­sente nel per­corso espo­si­tivo stesso della mo­stra e tra­ci­mato poi an­che nello pseudo-ca­ta­logo.

In una delle opere espo­ste nella Sala 3, la tar­ghetta in ot­tone fis­sata sulla cor­nice del di­pinto è poco leg­gi­bile e si di­stin­gue solo il nome del pit­tore: Ge­ro­lamo In­duno, ri­ma­nendo in­di­stin­gui­bile il ti­tolo dell’opera.

Nel car­tel­lino po­sto a fianco della me­de­sima opera, si legge una ti­to­la­zione pa­le­se­mente er­rata:

«Ge­ro­lamo In­duno / Pri­mo­lano. Un epi­so­dio de­gli scon­tri tra Pie­mon­tesi ed Au­striaci, 1865 circa. / Ac­que­rello su carta / col­le­zione pri­vata / (cour­tesy Qua­dre­ria dell’800, Mi­lano)».

Come il let­tore può ve­ri­fi­care dalle im­ma­gini qui ri­por­tate, il ti­tolo si ri­fe­ri­sce di evi­denza a tutt’altra opera: non vi sono né scon­tri né mi­li­tari di nes­suna na­zio­na­lità.

In realtà il di­pinto raf­fi­gura un in­ci­dente di viag­gio nella sta­gione in­ver­nale: in un per­corso in­ne­vato, una car­rozza si ro­ve­scia; con­ta­dini con at­trezzi di la­voro si af­fret­tano verso il luogo dell’incidente; una pas­seg­gera e la pic­cola fi­glia, vi­si­bil­mente scosse, ven­gono ac­colte con par­te­ci­pata sim­pa­tia da una pae­sana.

Il me­de­simo er­rore viene ri­pe­tuto nello pseudo-ca­ta­logo, dove il di­pinto è iden­ti­fi­cato con il n. 43 (vedi il pdf della pa­gina).

Il let­tore ci con­sen­tirà di sot­to­li­neare i di­versi aspetti di que­sto grave er­rore, in­di­zio di una certa su­per­fi­cia­lità e non-cura che a evi­denza per­va­dono la mo­stra in tutte le sue ar­ti­co­la­zioni ri­volte al pub­blico: ma­ni­fe­sti, to­tem, an­nunci Web, “ca­ta­logo”, ecc.

1.2 Amnesie sulla 3ª Guerra di Indipendenza. ^

Fa spe­cie che la cu­ra­trice Bar­to­lena non solo ha scam­biato un qua­dro per un al­tro (cosa evi­den­te­mente non com­men­de­vole in una mo­stra d’arte) ma an­che che nella ste­sura della di­da­sca­lia è in­cap­pata in al­tri er­rori, che fanno pen­sare a una fra­gi­lità strut­tu­rale di tutto l’apparato cri­tico della mo­stra.

Il ti­tolo del di­pinto, ri­por­tato su car­tel­lino e pseudo-ca­ta­logo, ha in­fatti in sé due “in­ge­nuità” ma­cro­sco­pi­che.

Ri­leg­giamo il ti­tolo at­tri­buito al di­pinto: «Pri­mo­lano. Un epi­so­dio de­gli scon­tri tra Pie­mon­tesi ed Au­striaci, 1865 circa».

Circa” in­dica un lasso di tempo di “tot anni” prima del 1865 e di “tot anni” dopo il 1865. Nelle at­tri­bu­zioni d’arte suc­cede spesso di non avere una data pre­cisa di rea­liz­za­zione dell’opera. Ma qui la si­tua­zione è di­versa.

Stiamo par­lando di un av­ve­ni­mento sto­rico — l’unica bat­ta­glia di Pri­mo­lano, com­bat­tuta tra Ita­liani e Au­striaci — av­ve­nuto in un mo­mento as­so­lu­ta­mente certo che rende in­di­scu­ti­bile la data “ante quem“.

Come noto, Pri­mo­lano è una lo­ca­lità a poca di­stanza da Trento, im­por­tante sul piano mi­li­tare in quanto ido­nea a con­trol­lare con l’artiglieria il pas­sag­gio tra Val­su­gana, Fel­trino e il Pri­miero (a fine Ot­to­cento vi venne co­struito un si­stema di di­fesa sta­tico con can­noni di lunga git­tata, ri­sul­tato molto ef­fi­cace nel corso della Grande Guerra del 1915).

Per que­sta sua im­por­tanza sul piano stra­te­gico, Na­po­leone Bo­na­parte nel set­tem­bre 1796 con­dusse vit­to­rio­sa­mente con­tro gli Au­striaci una bat­ta­glia per il suo pos­sesso.

Un’altra bat­ta­glia, anch’essa per il suo pos­sesso, venne com­bat­tuta il 22 lu­glio 1866 (nel pieno svol­gi­mento della 3ª Guerra di In­di­pen­denza e nel pieno di un’estate calda) tra re­parti dell’esercito re­gio ita­liano gui­dati da Gia­como Me­dici e re­parti au­striaci. Lo scon­tro si ri­solse con la vit­to­ria ita­liana.

Ab­biamo quindi – ma alla metà del 1866 – una bat­ta­glia tra Au­striaci e  “Ita­liani” (non “Pie­mon­tesi” — da cin­que anni il no­stro Paese era già “Re­gno d’Italia” — prima in­ge­nuità).

Ge­ro­lamo In­duno de­dicò all’episodio un suo di­pinto, co­no­sciuto come “I ber­sa­glieri a Pri­mo­lano” (a lato una ri­pro­du­zione in bianco/nero).

Chiun­que in Ita­lia ab­bia fatto al­meno un po­chino di scuola sa che la 3ª Guerra di In­di­pen­denza venne di­chia­rata dall’Italia il 20 giu­gno 1866 e si con­cluse il 12 ago­sto 1866 con l’Armistizio di Cor­mons.

E al­lora (se­conda in­ge­nuità) che senso ha par­lare di “1865 circa”? Que­ste due pa­ro­line se­gna­lano che il loro esten­sore (la cu­ra­trice in per­sona o meno, non ha im­por­tanza) non aveva la più pal­lida idea di cosa stesse scri­vendo a in­for­ma­zione dei vi­si­ta­tori (pa­ganti).

Ad adiu­van­dum (e per ri­spon­dere all’estrema ipo­tesi se­condo cui In­duno avesse vo­luto in realtà raf­fi­gu­rare il ri­flesso sulla po­po­la­zione ci­vile di uno scon­tro tra mi­li­tari), ag­giun­giamo poi che la bat­ta­glia di Pri­mo­lano si svolse a meta lu­glio, in con­di­zioni me­te­reo­lo­gi­che del tutto nor­mali e anzi ten­den­zial­mente calde (senza la più pal­lida om­bra di neve quindi ai suoi 200 me­tri di al­tezza).

A co­min­ciare dal 1860 si ma­ni­fe­stò in­fatti su tutte le Alpi quella che l’Abate Stop­pani de­finì la “fine della pic­cola gla­cia­zione” che ne­gli ul­timi tre­cento anni aveva ca­rat­te­riz­zato il clima eu­ro­peo, con con­se­guente ra­pido re­gresso dei ghiac­ciai al­pini, con gravi ri­per­cus­sioni sull’irrigazione e sull’approvvigionamento idrico per la po­po­la­zione.

Niente neve quindi a Pri­mo­lano nel lu­glio 1866, pa­rola d’Abate.

Ol­tre che la cu­ra­trice bi­so­gna dire che — pur­troppo — tutti co­loro cui que­sta di­da­sca­lia è pas­sata sotto gli oc­chi nella pre­pa­ra­zione della mo­stra, non si sono ac­corti della sua in­con­gruenza, di­men­ti­chi di ciò che ave­vano ap­preso alle scuole me­die.

E con que­sta beata in­no­cenza è stata pre­di­spo­sta per il pub­blico una mo­stra che vuole es­sere un punto di ri­fe­ri­mento cul­tu­rale per l’affermazione di Lecco!!

Con quali esiti il let­tore po­trà ve­dere qui sotto.

2. Criticità ed errori anche gravi negli strumenti per la promozione della mostra. ^

2.1 Denominazione anonima; indeterminata temporalmente; ricalco esatto di altri analoghi e recenti eventi. ^

An­cora mer­co­ledì sera 24 ot­to­bre 2018, a sei giorni dalla inau­gu­ra­zione della mo­stra, in Lecco non era a di­spo­si­zione del pub­blico UNO – ri­pe­tiamo UNO – stru­mento in­for­ma­tivo sui con­te­nuti della stessa.
E ciò sia al Pa­lazzo delle Paure (sede della mo­stra) sia ne­gli al­tri cen­tri di ag­gre­ga­zione cul­tu­rale del Co­mune – Bi­blio­teca Poz­zoli, Gal­le­ria d’Arte di Villa Man­zoni, Uf­fi­cio in­for­ma­zioni tu­ri­sti­che a Pa­lazzo delle Paure.

Nelle zone cen­trali di Lecco (quelle di mag­gior pas­sag­gio e vi­si­bi­lità) non era rin­ve­ni­bile nep­pure UN ma­ni­fe­sto della mo­stra, l’unico an­nun­cio pub­blico es­sendo due pan­nelli po­sti sulle ve­trate dell’ingresso a Pa­lazzo delle Paure.

All’inaugurazione di ve­nerdì 19 ot­to­bre 2018 non era di­spo­ni­bile nep­pure il Ca­ta­logo della mo­stra. Ri­chie­sto, il per­so­nale ViDi Srl ha ri­fe­rito es­sersi ve­ri­fi­cato un “in­con­ve­niente” (er­rori o al­tro); pre­ve­dersi la pre­senza del ca­ta­logo alla fine della set­ti­mana suc­ces­siva.

E in ef­fetti il Ca­ta­logo della mo­stra è giunto a Pa­lazzo delle Paure solo nella mat­ti­nata di gio­vedì 25 ot­to­bre.
Più sotto espri­miamo le no­stre va­lu­ta­zioni sulle ca­rat­te­ri­sti­che ve­ra­mente cu­riose di que­sto stru­mento di in­for­ma­zione e in­di­rizzo cul­tu­rale ap­pron­tato da ViDi Srl con l’assenso dell’Amministrazione co­mu­nale (im­ma­gi­niamo che qual­cuno legga prima della stampa i te­sti de­gli stru­menti di pro­mo­zione delle mo­stre pa­tro­ci­nate dal Co­mune).

Sem­pre solo gio­vedì 25 mat­tina è stato pos­si­bile per il pub­blico di­sporre di pic­coli (e quasi il­leg­gi­bili) car­ton­cini in­for­ma­tivi, anch’essi de­ci­sa­mente cu­riosi come ve­dremo più sotto.

La de­no­mi­na­zione “Ot­to­cento Lom­bardo”, senza al­tra spe­ci­fi­ca­zione, non tra­sfe­ri­sce al­cuna in­for­ma­zione.
E ciò, sia quando uti­liz­zata all’interno di un te­sto sia quando ap­pa­iata all’immagine pre­scelta come sim­bolo della ma­ni­fe­sta­zione.

a. All’interno di un te­sto, la de­no­mi­na­zione “Ot­to­cento Lom­bardo” non de­fi­ni­sce af­fatto il pro­prio con­te­nuto.
Qual è l’oggetto della mo­stra? Pro­pone l’evoluzione della me­tal­lur­gia nel XIX se­colo? ma­ni­fe­sti po­li­tici re­la­tivi all’adesione al Re­gno d’Italia? capi di ab­bi­glia­mento fem­mi­nile – o ma­schile? si il­lu­strano ele­menti della com­po­si­zione so­ciale delle cam­pa­gne lom­barde? le di­verse ten­denze re­li­giose, an­che in op­po­si­zione alla ge­rar­chia va­ti­cana?

b. Se ab­bi­nata all’immagine sim­bolo, la de­no­mi­na­zione “Ot­to­cento Lom­bardo” non ac­qui­sta mag­giore chia­rezza.
Dato an­che il ti­tolo del qua­dro da cui è tratta – “Gioia mia” o “Ba­cio ma­terno” – può fare in­ten­dere (an­che ai po­chis­simi in grado di ri­co­no­scerne l’origine) trat­tarsi di una mo­stra sull’educazione in­fan­tile; sulla fa­mi­glia po­po­lare; sul pro­blema de­gli or­fani, ecc. ecc.

c. Ano­ni­mato dell’immagine sim­bolo.
Da nes­suna parte — siano co­mu­ni­cati re­pe­ri­bili sul Web; pre­sen­ta­zione della cu­ra­trice; in­viti di­ra­mati dal Si­stema Mu­seale per l’inaugurazione del 19 ot­to­bre — è in­di­cato né l’autore del qua­dro, né il suo ti­tolo, re­pe­ri­bile solo in una di­da­sca­lia nelle ul­time pa­gine dello pseudo-ca­ta­logo).
Tan­to­meno si dice al­cun­ché sulle ra­gioni della sua scelta.
Manca inol­tre nell’immagine l’usuale in­di­ca­zione della fonte, a se­gna­lare an­che che sono stati as­solti tutti gli ob­bli­ghi re­la­tivi al di­ritto di scatto fo­to­gra­fico.

d. La de­no­mi­na­zione “Ot­to­cento Lom­bardo” la­scia campo li­bero per­ché il lettore/visitatore pensi che nell’evento sarà rap­pre­sen­tato tutto il se­colo XIX.
La mo­stra in­vece ha come sua data di par­tenza il 1815, con­ven­zio­nal­mente ini­zio del Ro­man­ti­ci­smo. La cosa non è se­con­da­ria dal mo­mento che i primi tre lu­stri dell’800 in Lom­bar­dia sono ca­rat­te­riz­zati dal do­mi­nio fran­cese e da ri­sul­tati dell’espressione ar­ti­stico-pit­to­rica molto ric­che sul piano do­cu­men­tale e tutte all’insegna del neo-clas­si­ci­smo.

e. “Ot­to­cento Lom­bardo” è stato già il ti­tolo di un’altra mo­stra di pit­tura.
In due edi­zioni (1993 e 1999) la “Qua­dre­ria dell’800“ di Mi­lano (che su 81 com­ples­sive ha pre­stato ben 23 opere alla mo­stra di Lecco) ha or­ga­niz­zato due mo­stre dal me­de­simo ti­tolo “Ot­to­cento Lom­bardo”, con­te­nente ri­pro­du­zioni a co­lori e schede di 26 opere di au­tori, al­cuni dei quali pre­senti nella mo­stra di Lecco (In­duno – in co­per­tina – Pre­viati, ecc.), con schede di pre­sti­giosi sto­rici dell’arte come Fer­nando Maz­zocca.

f. “Ot­to­cento lom­bardo. Arti e de­co­ra­zione” è il ti­tolo di un li­bro, a cura dello stesso Fer­nando Maz­zocca, edito nel 2006 dalla casa edi­trice Skira, la me­de­sima che do­vrebbe pub­bli­care il ca­ta­logo della mo­stra di Lecco (sono ga­ran­titi equi­voci di ogni tipo).

Una do­manda di me­rito. Per­ché è stata adot­tata que­sta de­no­mi­na­zione? Per­ché è stata ab­ban­do­nata la pre­ce­dente che for­niva una più chiara in­for­ma­zione?

Ri­cor­diamo in­fatti che fino a po­che set­ti­mane fa la de­no­mi­na­zione uf­fi­ciale della mo­stra era «Ot­to­cento Lom­bardo. Da Hayez a Se­gan­tini».

E così la mo­stra era stata pre­sen­tata dai me­dia lo­cali, che hanno uti­liz­zato la do­cu­men­ta­zione for­nita da Co­mune e or­ga­niz­za­tori fin dal giu­gno scorso: New­slet­ter del Sin­daco di Lecco del 22 giu­gno 2018 / Villa Greppi / La­ke­Como / Lec­co­No­ti­zie / In­Lom­bar­dia / Re­se­go­neOn­Line .

È evi­dente che la de­no­mi­na­zione «Ot­to­cento Lom­bardo. Da Hayez a Se­gan­tini» pur con i suoi li­miti in man­canza di ul­te­riori spe­ci­fi­che, po­teva al­meno evo­care il mondo dell’arte ot­to­cen­te­sca quanto meno a co­loro – e pur­troppo non sono molti – cui i nomi di “Hayez“ e “Se­gan­tini” di­cono qual­che cosa di de­fi­nito.

Era inol­tre ab­ba­stanza pre­cisa quanto ai con­fini tem­po­rali sug­ge­rendo la data di ini­zio (1815, prime af­fer­ma­zioni di Hayez e, con­ven­zio­nal­mente, ini­zio del ro­man­ti­ci­smo in pit­tura) e la fine del se­colo (1899, morte di Se­gan­tini).

2.2 Errori rilevanti su manifesti, pannelli e totem. ^

Ol­tre alla già se­gna­lata ge­ne­ri­cità della de­no­mi­na­zione, su­gli stru­menti “tra­di­zio­nali” di co­mu­ni­ca­zione vi è un er­rore ma­cro­sco­pico.

Nel ma­ni­fe­sto della mo­stra que­ste le uni­che scritte sul grande for­mato cm 140x200:

Ot­to­cento
Lom­bardo
Lecco
Pa­lazzo delle Paure
20 Ot­to­bre – 20 Gen­naio.

No­no­stante l’ampio spa­zio a di­spo­si­zione man­cano ele­menti fon­da­men­tali:

1. Manca l’anno di svol­gi­mento (la di­zione cor­retta è 20 Ot­to­bre 2018 – 20 Gen­naio 2019).

2. Man­cano i giorni e gli orari di svol­gi­mento.

3. Man­cano l’indirizzo del Pa­lazzo delle Paure in Lecco e i con­tatti te­le­fo­nici o Web per gui­dare gli in­te­res­sati.

4. Manca l’indicazione del prezzo del bi­glietto di in­gresso.

5. Man­cano inol­tre gli ele­menti ca­rat­te­riz­zanti della mo­stra. Non è ci­tato nep­pure UNO dei nomi, an­che ben noti, de­gli ar­ti­sti pre­sen­tati.

Dare in­for­ma­zioni al pub­blico. Non è que­sta la fun­zione dei ma­ni­fe­sti?

Tanto più nel pre­sup­po­sto che la pro­mo­zione della mo­stra sia ri­volta a let­tori di al­tre città (al­meno della Lom­bar­dia) per­ché si rea­lizzi il desiderio/mantra del Sin­daco Bri­vio «Ci pia­ce­rebbe che qual­cuno ve­nisse a Lecco per ve­dere mo­stre e non so­la­mente per le bel­lezze na­tu­rali.»

2.3 Ambiguità nella grafica del logo. ^

Le due pa­role della de­no­mi­na­zione “Ot­to­cento” e “Lom­bardo” sono espresse gra­fi­ca­mente in modo dif­fe­ren­ziato: “Lom­bardo” è in ca­rat­tere più mar­cato di “Ot­to­cento”.

Al let­tore ri­sulta non com­pren­si­bile quale sia il mes­sag­gio che si è vo­luto lan­ciare, ri­mar­cando il lemma “Lom­bardo”.
Ciò apre ine­vi­ta­bil­mente la strada a una folla di pos­si­bili in­ter­pre­ta­zioni, tra cui le più im­me­diate: “Ot­to­cento” ma “Lom­bardo”; “Ot­to­cento” ben­ché “Lom­bardo”; “Ot­to­cento” ve­ra­mente “Lom­bardo”.

Te­miamo pur­troppo che il dop­pio li­vello espres­sivo dei due lemmi non ab­bia al­cun si­gni­fi­cato e sia solo un ri­tro­vato del gra­fico a fini pu­ra­mente ot­tici.

In spi­rito di so­li­da­rietà con i crea­tivi di ViDi Srl, se­gna­liamo che — per pen­ti­mento o di­stra­zione — sullo pseudo-ca­ta­logo que­sta di­stin­zione gra­fica è stata eli­mi­nata, ap­pa­rendo della me­de­sima forza “Ot­to­cento” e “Lom­bardo”.

2.4 Inadeguatezza nell’affissione dei manifesti. ^

Non siamo in grado di dire nulla circa le af­fis­sioni in Lecco ma per un zona im­por­tante di Mi­lano sì!

Qui sotto ri­por­tiamo un esem­pio di come NON si do­vreb­bero fare le af­fis­sioni stra­dali.

Nel quar­tiere Bi­cocca di Mi­lano, in­te­res­sante per la forte pre­senta de­gli stu­denti dell’Università omo­nima e del Tea­tro de­gli Ar­cim­boldi, sono stati af­fissi 14 ma­ni­fe­sti con sca­denza di af­fis­sione al 1 no­vem­bre 2018.

Si dirà: “molto bene!”. E in­vece bi­so­gna dire: “molto male!”.

Tutti i 14 ma­ni­fe­sti sono stati col­lo­cati lungo tra­gitti non bat­tuti dai pe­doni, per­ché del tutto al di fuori dei per­corsi utili per i col­le­ga­menti tra l’Università e tram, au­to­bus, sta­zione fer­ro­via­ria di Greco Pi­relli, ecc.

2.5 Cartoncini informativi errati se non ingannevoli. ^

Ab­biamo già detto che per sei giorni, la mo­stra si è svolta senza che fosse di­spo­ni­bile per i vi­si­ta­tori al­cuno stru­mento in­for­ma­tivo.

Solo nella mat­ti­nata di gio­vedì 25 ot­to­bre è ar­ri­vato a Pa­lazzo delle Paure lo pseudo-ca­ta­logo e un bel pacco di car­ton­cini il­lu­stra­tivi che me­ri­tano una os­ser­va­zione par­ti­co­lare: sono in­fatti un raro coa­cervo di er­rori, tutti rac­chiusi in un pic­co­lis­simo spa­zio.

Come il let­tore può ve­dere nell’immagine a lato, sul fronte del car­ton­cino (esat­ta­mente come per i ma­ni­fe­sti) manca l’anno di svol­gi­mento, da or­ga­niz­za­tori e cu­ra­trice con­si­de­rato evi­den­te­mente un in­no­va­tivo ap­proc­cio con­cet­tuale.

Non solo, manca an­che il logo del Pa­lazzo delle Paure presso cui si svolge la mo­stra (al suo po­sto è vi­sio­na­bile un bel ret­tan­go­lino bianco): pen­siamo che Si­MUL non ne sarà con­ten­tis­simo.

Così come manca (so­sti­tuito an­che qui da un ret­tan­go­lino bianco) il logo di Tre­Nord, tra­vel part­ner della mo­stra, i cui uf­fici Mar­ke­ting e Stampa avranno certo da ri­dire.

Non solo, il logo del Co­mune, an­zi­ché es­sere po­si­zio­nato sul fondo blu, è po­sto in un bel qua­dra­tino bianco: non sap­piamo bene chi, ma qual­cuno in Co­mune do­vrebbe in­quie­tarsi.

Sono certo ba­nali er­rori tec­nici. Il pro­blema è che nes­suno – né l’organizzatore ViDi Srl né l’Assessore Piazza – si è evi­den­te­mente pre­oc­cu­pato di con­trol­lare. E così al vi­si­ta­tore ven­gono dati scarti di stampa an­zi­ché in­for­ma­zioni.

Ma non è fi­nita. Sul re­tro del car­ton­cino (il te­sto – pic­colo, bianco su fondo blu scuro e con font ag­gra­ziato – è pres­so­ché il­leg­gi­bile) è ri­por­tata una frase che è stata poi eli­mi­nata da tutta la co­mu­ni­ca­zione per l’evento e che re­cita:

«Un’attenzione par­ti­co­lare è ri­ser­vata all’iconografia man­zo­niana, as­sai dif­fusa in Ita­lia per tutto l’Ottocento».

Ve­dremo più sotto che nella mo­stra non c’è as­so­lu­ta­mente nulla di re­la­tivo alla ico­no­gra­fia man­zo­niana. Que­sta era evi­den­te­mente un’idea (sen­sata di­ciamo noi) che poi qual­cuno ha pre­fe­rito ce­sti­nare.

Il ri­sul­tato è che così, il car­ton­cino, da in­for­ma­tivo è di­ven­tato di­sin­for­ma­tivo. Anzi, quasi in­gan­ne­vole.

3. ^Presenta la mostra uno pseudo-catalogo che di tale non ha neppure il nome

Come ab­biamo vi­sto, è stato di­spo­ni­bile al pub­blico con sei giorni di ri­tardo (il che non è pro­prio il mas­simo per una mo­stra) un vo­lume che viene ven­duto (Euro 29,00) come “ca­ta­logo” dell’esposizione ma che in realtà di ca­ta­logo non ha nep­pure il nome.

Ve­dia­mone i per­ché.

3.1 Copertina e frontespizio anonimi. ^

In co­per­tina del li­bro ven­duto come ca­ta­logo com­pare solo la scritta «Ot­to­cento Lom­bardo».

Man­cano le date e la lo­ca­lità di svol­gi­mento (un vero cef­fone alla città di Lecco e al suo Pa­lazzo delle Paure, che si vor­rebbe po­si­zio­nare come polo espo­si­tivo d’arte a li­vello na­zio­nale).

Manca qual­siasi ri­fe­ri­mento a pa­tro­ci­na­tori, pro­mo­tori e or­ga­niz­za­tori. Nell’immediatezza della co­per­tina il vo­lume è all’insegna dell’anonimato (con­di­zione — ri­te­niamo — per un suo uso in­dif­fe­ren­ziato, senza al­cun le­game con la città di Lecco e fun­zio­nale solo alle esi­genze com­mer­ciali dell’editore).

È del pari ano­nimo il “fron­te­spi­zio (pa­gina 3) dove com­pare solo la di­ci­tura “Ot­to­cento Lom­bardo | a cura di Si­mona Bar­to­lena” e il logo dell’editore Skira.

Solo a 4 e 5 com­pa­iono fi­nal­mente gli ele­menti strut­tu­rali dell’evento, che sug­ge­riamo di vi­sio­nare con at­ten­zione (in­gran­di­sci l’immagine a lato) per­ché chiari in­dizi della vo­lontà di or­ga­niz­za­tori e cu­ra­trice di mi­ni­miz­zare fino alla ir­ri­le­vanza qual­siasi ri­fe­ri­mento del li­bro alla fun­zione di “Ca­ta­logo della mo­stra”.

Com­pare in­fatti, ma in pic­colo — e solo qui in tutte le 112 pa­gine del li­bro — la di­ci­tura:
“Lecco, Pa­lazzo delle Paure | 20 ot­to­bre 2018 – 20 gen­naio 2019.”

Poi (ma con il ca­rat­tere mi­cro­sco­pico delle clau­sole tra­boc­chetto delle po­lizze as­si­cu­ra­tive): “Co­mune di Lecco” con i nomi di Sin­daco; As­ses­sore alla Cul­tura; Di­ri­gente Area 4; Di­ret­trice e Di­ret­tore di Ser­vi­zio di Si­MUL (nulla però si dice del loro ruolo nell’evento). Na­tu­ral­mente, i nomi di nove di­ri­genti e fun­zio­nari di ViDi Srl.

Il primo e unico ri­fe­ri­mento al fatto che in qual­che modo il li­bro è col­le­gato a un evento espo­si­tivo è una fra­sina, anch’essa in ca­rat­teri mi­cro­sco­pici: «Mo­stra a cura di Si­mona Bar­to­lena», che è l’unica a rin­gra­ziare mu­sei, enti pub­blici, e che re­lega Co­mune di Lecco, Pa­lazzo delle Paure, Si­MUL a mere ap­pen­dici for­mali o lo­gi­sti­che di un evento in cui come sog­getti at­tivi ven­gono evi­den­ziati solo l’organizzatore ViDi Srl e la cu­ra­trice Si­mona Bar­to­lena.

3.2 Presentazioni del Sindaco Brivio e dell’Assessore Piazza programmaticamente corrette ma disattese da organizzatori e curatrice. ^

Fi­nal­mente (pag. 6) il let­tore trova qual­che pa­rola sulla mo­stra, a firma del Sin­daco Bri­vio e dell’Assessore Piazza. Ne ri­por­tiamo qual­che brano per­ché a loro modo i due Am­mi­ni­stra­tori sono ab­ba­stanza pre­cisi:

«Con l’arrivo dell’autunno Pa­lazzo delle Paure apre le porte alla grande pit­tura. L’Assessorato alla Cul­tura, in col­la­bo­ra­zione con ViDi, ha ideato una mo­stra che ha vo­luto for­te­mente le­gata al ter­ri­to­rio: per que­sto pre­senta un per­corso di ap­pro­fon­di­mento sull’Ottocento lom­bardo, di cui im­por­tanti te­sti­mo­nianze sono cu­sto­dite nelle col­le­zioni per­ma­nenti dei no­stri Mu­sei.
Un’opportunità per rac­con­tare al grande pub­blico una parte della ric­chezza cul­tu­rale della no­stra città, non solo ar­ti­stica ma an­che let­te­ra­ria.
All’interno del per­corso espo­si­tivo è pre­sente un omag­gio ad Ales­san­dro Man­zoni, dal quale parte l’esposizione che rac­conta l’Ottocento con tutte le sue de­cli­na­zioni ar­ti­sti­che, dal ro­man­ti­ci­smo alla sca­pi­glia­tura, dal na­tu­ra­li­smo al di­vi­sio­ni­smo. […]»

I brani da ri­cor­dare sono:

«L’Assessorato alla Cul­tura, in col­la­bo­ra­zione con ViDi, ha ideato una mo­stra che ha vo­luto for­te­mente le­gata al ter­ri­to­rio»
e
«di cui im­por­tanti te­sti­mo­nianze sono cu­sto­dite nelle col­le­zioni per­ma­nenti dei no­stri Mu­sei

Sono espres­sioni pre­cise e pro­gram­ma­ti­che, le cui im­pli­ca­zioni il vi­si­ta­tore della mo­stra si aspetta di tro­vare nelle cin­que sale dell’esposizione non­ché nel li­bro che (ma solo dopo sei giorni dall’inaugurazione) ha sotto gli oc­chi.

Come pro­messo nei co­mu­ni­cati stampa che hanno pre­ce­duto la mo­stra; come ri­pe­tuto nel car­ton­cino in­gan­ne­vole di cui ab­biamo detto so­pra; come ri­ba­dito da Bri­vio e Piazza nella loro Pre­sen­ta­zione ap­pena ri­por­tata, il vi­si­ta­tore si aspetta di tro­vare in mo­stra una ricca “ico­no­gra­fia man­zo­niana” che il­lu­stri il ruolo im­por­tan­tis­simo svolto dal fi­glio più noto della città di Lecco an­che nel campo della rap­pre­sen­ta­zione fi­gu­ra­tiva.

Ma nulla di ciò il vi­si­ta­tore trova nella mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo”.

E al­lora, che si deve in­ten­dere dalle pa­role di Bri­vio e Piazza?
Forse essi pen­sano che, es­sendo la mo­stra de­di­cata all’Ottocento lom­bardo, ne do­vrebbe sca­tu­rire un ri­flesso po­si­tivo sul si­stema mu­seale lec­chese che ha un ricco pa­tri­mo­nio di opere ri­fe­rite a quel pe­riodo? Po­trebbe es­sere un’idea non così pe­re­grina.

Pec­cato che nella mo­stra non si fac­cia in­vece al­cun ri­fe­ri­mento a que­sto pa­tri­mo­nio; che nel sag­gio della cu­ra­trice mai si ci­tano i Mu­sei di Lecco; che nella stessa mo­stra su 81 opere espo­ste siano pre­senti DUE SOLI qua­dri pro­ve­nienti dai Mu­sei di Lecco (uno dei quali – il Se­gan­tini – è un pre­stito solo tem­po­ra­neo).

Chie­diamo con vera cu­rio­sità agli or­ga­niz­za­tori e alla cu­ra­trice di spie­gare a noi e a tutti i vi­si­ta­tori pa­ganti, in che modo — nei fatti, non in fu­mose di­chia­ra­zioni — que­sta mo­stra “con­sen­tirà di va­lo­riz­zare il pa­tri­mo­nio ar­ti­stico dell’Ottocento pre­sente nel ter­ri­to­rio lec­chese”, come in­di­cato da Sin­daco e As­ses­sore alla Cul­tura.

3.3 Presentazione dell’organizzatore ViDi Srl che ignora il Comune di Lecco, suo partner e committente. ^

Ma an­diamo avanti e por­tia­moci alla pa­gina 7 del “ca­ta­logo”: qui ap­pare ben vi­si­bile la nes­suna con­si­de­ra­zione della so­cietà ViDi Srl per l’Amministrazione della città.

Dalla pa­gina 7 (a de­stra, quella ri­ser­vata alla mag­giore at­ten­zione), il Pre­si­dente di ViDi Srl si guarda bene di dire una sola pa­rola sulla col­la­bo­ra­zione con il Co­mune di Lecco, che con­sente alla sua so­cietà pri­vata di la­vo­rare sul ter­ri­to­rio lec­chese, fruendo di un pre­sti­gioso tea­tro ope­ra­tivo.

No! Nella sua pre­sen­ta­zione Rossi cita esclu­si­va­mente la cu­ra­trice, di­men­ti­cando di ri­fe­rirsi alla città di Lecco an­che una sola volta:
«La mo­stra sull’Ottocento lom­bardo cu­rata da Si­mona Bar­to­lena, con la col­la­bo­ra­zione di ViDi, apre la sta­gione espo­si­tiva au­tun­nale del Pa­lazzo delle Paure

In com­penso, senza dire UNA pa­rola sulla tra­di­zione cul­tu­rale di Lecco, trova modo di de­di­care 106 delle 441 pa­role della sua pre­sen­ta­zione (1/4 del te­sto) alla bionda si­gnora Se­gan­tini.

Vale la pena di ci­tare il brano per­ché ci pare una perla nello sto­rico delle pre­sen­ta­zioni isti­tu­zio­nali di una mo­stra:

«Non può man­care, in­fine, un tri­buto ai di­vi­sio­ni­sti e, in par­ti­co­lare, a Gio­vanni Se­gan­tini fa­moso per i suoi pae­saggi mon­tani dell’Engadina, dove si tra­sferì ne­gli ul­timi anni della sua vita con la mo­glie Lui­gia Bu­gatti, detta Bice. Già ap­par­te­nente a una fa­mi­glia sim­bolo della crea­ti­vità e del gu­sto ita­liano nel mondo, Bice ri­velò una forza straor­di­na­ria, ri­ma­nendo ac­canto al ma­rito e, al tempo stesso, viag­giando per l’Europa con un’indipendenza in­so­lita per una donna dei suoi tempi. A ri­cor­darla nella pre­sente mo­stra è la fa­mo­sis­sima opera di Se­gan­tini “La fal­co­niera”, per la quale Bice posò come mo­della, con i suoi lun­ghi ca­pelli biondi e gli oc­chi az­zurri.»

Prima di pas­sare ol­tre, un sug­ge­ri­mento agli esperti di co­mu­ni­ca­zione di ViDi Srl: oc­chio agli spazi tra le pa­role. Nella pa­gi­netta di pre­sen­ta­zione del vo­stro pre­si­dente vi sono ben quat­tro er­rori di com­po­si­zione, uno dei quali pro­prio nella firma.

Fi­nal­mente, a par­tire da pa­gina 10 fino a pa­gina 31, ab­biamo due saggi sto­rico-cri­tici che en­trano fi­nal­mente nel me­rito della mo­stra ma con sin­go­lari par­ti­co­la­rità.

4. Nei saggi storico-critici della mostra (22 pagine, 13.000 parole) ZERO riferimenti a Lecco e al territorio; solo vaghi cenni a Manzoni. ^

Il primo sag­gio a firma Si­mona Bar­to­lena è ti­to­lato: «Da Hayez a Se­gan­tini. La pit­tura lom­barda tra ac­ca­de­mia e na­tu­ra­li­smo, con­for­mi­smo e ri­bel­lione.» (pag. 10-27).

Il se­condo sag­gio, a firma Su­sanna Zatti reca: «La ri­vo­lu­zione de­mo­cra­tica del pae­sag­gio.» (pag. 28-31).

Dal mo­mento che in nes­sun do­cu­mento re­la­tivo a que­sta mo­stra si dice chi sia Su­sanna Zatti, con­ti­nuando nel ruolo di sup­plenti a or­ga­niz­za­tori e cu­ra­tori, ne di­ciamo qual­cosa noi. Su­sanna Zatti è stata per più di trent’anni Di­ret­trice dei Mu­sei Ci­vici di Pa­via; di­mis­sio­na­ria dal 2017, con­ti­nua a dare il pro­prio con­tri­buto alle mo­stre d’arte (ab­biamo già ri­cor­dato so­pra della sua par­te­ci­pa­zione alla mo­stra “Ro­man­ti­ci­smo” che si svolge a Mi­lano in con­tem­po­ra­nea alla mo­stra di Lecco).

Ciò detto per un mi­nimo di or­dine men­tale, pas­siamo ai due com­menti sto­rico-cri­tici.

Il let­tore ab­bia con­sa­pe­vo­lezza che (salvo al­cune con­si­de­ra­zioni circa il di­pinto “La mo­naca” di Hayez e poco al­tro) no­stro in­tento in quanto se­gue è solo di ve­ri­fi­care SE e COME nelle ven­ti­due pa­gine dei saggi cri­tici, si dà ri­spo­sta o meno al po­stu­lato della mo­stra, espresso dall’Assessore Piazza:

«Inau­gu­riamo la prima mo­stra di pit­tura pro­mossa da ViDi a Lecco, un’esposizione for­te­mente vo­luta per­ché le­gata al no­stro ter­ri­to­rio, tanto che, al­cune delle opere espo­ste sono cu­sto­dite nelle col­le­zioni per­ma­nenti dei no­stri mu­sei.
Di­venta così la mo­stra an­che un’opportunità di rac­con­tare al grande pub­blico una parte della ric­chezza cul­tu­rale della no­stra città, sia ar­ti­stica, sia let­te­ra­ria

No­no­stante le scon­si­de­rate scelte della Giunta co­mu­nale (nel 2014, sem­pre a guida Bri­vio, cam­biò la de­no­mi­na­zione dell’annuale “ras­se­gna man­zo­niana” da “Lecco, città di Man­zoni” in “Lecco, città dei Pro­messi Sposi”), ogni per­sona con un mi­nimo di cul­tura o sem­pli­ce­mente di espe­rienza di vita, quando sente par­lare di Lecco, pensa im­me­dia­ta­mente a “I Pro­messi Sposi” ma an­che a Man­zoni.

Il let­tore dello pseudo-ca­ta­logo de­di­cato alla mo­stra lec­chese “Ot­to­cento Lom­bardo” si aspet­te­rebbe quindi di tro­vare nei saggi di com­mento di Bar­to­lena e Zatti espli­citi ri­fe­ri­menti al grande scrit­tore e alla sua città.

Pur­troppo non è così.

4.1 Citazioni del lemma “ Lecco ” = ZERO / delle sue aggettivazioni “ lecchese / i ” = UNA. ^

Di­ciamo su­bito che nelle di­ciotto pa­gine del sag­gio di Bar­to­lena e nelle quat­tro del sag­gio di Zatti, il nome di “Lecco” non com­pare nep­pure UNA volta.

È ve­ra­mente cu­rioso. Noi sap­piamo in­fatti che Bar­to­lena e Zatti sono due esperte delle espe­rienze ar­ti­sti­che del no­stro Ot­to­cento e due com­pe­tenti sto­ri­che dell’arte: non pos­sono igno­rare il ruolo di Lecco nella cul­tura lom­barda dell’Ottocento.

Dob­biamo quindi pen­sare a una scelta con­sa­pe­vole e con­dotta con coe­renza: tesa a mi­ni­miz­zare il le­game ne­ces­si­tante tra Lecco e Man­zoni, sulla scia di al­tri straor­di­nari “tra­vi­sa­menti man­zo­niani” (per ap­pro­fon­di­menti vedi i no­stri «A. Man­zoni, mi­la­nese d’Europa» del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani e «Viag­gio nel mondo dei Pro­messi Sposi» di Al­berto An­gela).
Ma tor­niamo ai due saggi dello pseudo-ca­ta­logo.

Per l’aggettivo “lecchese/i” le cose sono an­date un po’ me­glio: nei due saggi com­pare UNA volta. Ev­viva!

Pur­troppo la ci­ta­zione è in­si­gni­fi­cante (pag. 16):

«Tra i prin­ci­pali re­spon­sa­bili della ri­sco­perta delle cam­pa­gne lom­barde vi è senza dub­bio Ales­san­dro Man­zoni che nelle pa­gine dei Pro­messi sposi [sic!] de­scrive so­vente, con passi di straor­di­na­ria poe­sia, la bel­lezza del ter­ri­to­rio, su tutti quello del lec­chese.»

4.2 Citazioni de “I Promessi Sposi” = TRE ^

Nella ci­ta­zione ap­pena ri­por­tata pos­siamo rin­ve­nire an­che il primo dei tre ri­chiami a quello che Bar­to­lena si ostina a de­fi­nire “ i Pro­messi sposi ” (il ti­tolo cor­retto del ro­manzo è ostico a tanti).

Il se­condo è que­sto (pag. 18):
«Pro­ta­go­ni­sta è l’uomo qua­lun­que, alle prese con le dif­fi­coltà esi­sten­ziali del pre­sente. In una li­nea che si di­pana dalle pa­gine dei Pro­messi sposi [sic!] di Man­zoni alle tele dei fra­telli In­duno, l’interesse per la vita quo­ti­diana, in par­ti­co­lare delle classi meno ab­bienti, rac­con­tata con la pre­ci­sione ot­tica dei fiam­min­ghi e una vena nar­ra­tiva mo­derna e con­sa­pe­vole, trionfa su­gli eroi ro­man­tici di ap­pan­nag­gio ac­ca­de­mico.»

E que­sto è il terzo (pag. 31):
«[d’Azeglio] as­so­ciava a un pae­sag­gio ar­ti­fi­ciale ele­menti di ge­neri di­versi — sol­dati, bat­ta­glie, navi — in­tes­sendo un suo rac­conto con per­so­naggi di pa­la­dini, cro­ciati e ca­va­lieri tratti dall’inesauribile re­per­to­rio di epi­sodi sto­rici e dei poemi ca­val­le­re­schi, dalle sa­ghe me­die­vali, alle fan­ta­siose vi­cende dell’Orlando Fu­rioso, ai Pro­messi sposi [sic!].»

Per es­sere il te­sto di una mo­stra che si è inau­gu­rata a “Lecco, Città dei Pro­messi Sposi” nel mezzo dell’annuale ras­se­gna man­zo­niana, c’è ve­ra­mente di che stu­pirsi.

4.3 Massimo d’Azeglio e Alessandro Manzoni presentati solo come genero e suocero. ^

È cu­rioso che nelle ol­tre 13.000 pa­role delle due pre­sen­ta­zioni dello pseudo-ca­ta­logo, del rap­porto tra d’Azeglio e Man­zoni si dice solo che ne aveva spo­sato la fi­glia, igno­rando che d’Azeglio ebbe un co­stante rap­porto ar­ti­stico con Man­zoni (nel 1860 stret­tis­simo an­che sul piano po­li­tico — per ap­pro­fon­di­menti vedi la no­stra nota).

Co­mun­que sia, an­che vo­lendo man­te­nersi su que­sta li­nea solo “fa­mi­gliare”, nei loro saggi Bar­to­lena e Zatti avreb­bero po­tuto al­meno ci­tare il no­tis­simo di­pinto di d’Azeglio (con­ser­vato con cura e or­go­glio dal Mu­seo Mo­rando di Mi­lano) che raf­fi­gura Villa Man­zoni a Bru­su­glio, ne­gli anni del ma­tri­mo­nio di d’Azeglio con Giu­lietta Man­zoni.

Fa però ve­ra­mente spe­cie che nei due saggi dello pseudo-ca­ta­logo nulla si dice sul rap­porto ar­ti­stico che legò i due uo­mini.

In primo luogo si po­teva ri­cor­dare che Man­zoni (prima della pub­bli­ca­zione, 1833) passò al pet­tine il ro­manzo di d’Azeglio “Et­tore Fie­ra­mo­sca”, scritto dall’artista pie­mon­tese a svi­luppo dei con­cetti già rap­pre­sen­tati nel di­pinto “La di­sfida di Bar­letta” con in­tenti sco­per­ta­mente pa­triot­tici.

È anzi pro­ba­bile che la parte fi­nale dell’ “Et­tore Fie­ra­mo­sca” sia in buona mi­sura di mano di Man­zoni.

Non a caso d’Azeglio de­dicò il li­bro alla mo­glie Giu­lietta: prima come “fi­glia di Ales­san­dro Man­zoni”, poi come “delle cose pa­trie stu­diosa cul­trice” (era ben nota la spic­cata sen­si­bi­lità di d’Azeglio per la pub­bli­cità).

Dal mo­mento che il di­pinto del me­de­simo sog­getto è espo­sto nella mo­stra per­ché non al­meno ac­cen­narne an­che per ri­fles­sioni sui rap­porti let­te­ra­tura-arti fi­gu­ra­tive?

È an­che cu­rioso os­ser­vare come, nel sag­gio di Bar­to­lena, “I Pro­messi Sposi” sono as­so­ciati al nome di d’Azeglio solo come una delle tante fonti di ispi­ra­zione dell’artista, ac­canto all’Orlando fu­rioso, alle sa­ghe me­die­vali, ecc.

La cosa stu­pi­sce. D’Azeglio in­fatti col­la­borò con Manzoni/Gonin per dare il suo con­tri­buto all’edizione il­lu­strata de “I Pro­messi Sposi” (la Qua­ran­tana).

Nel qua­dro di que­sto im­pe­gno d’Azeglio non solo di­pinse un “Ra­pi­mento di Lu­cia” (circa 1840) di non mal­va­gia fat­tura e co­mun­que ca­rat­te­ri­stico per il ta­glio for­te­mente de­scrit­tivo ma so­prat­tutto rea­lizzò tre delle il­lu­stra­zioni del ro­manzo, con esiti de­ci­sa­mente buoni.
Qui sotto le ri­pro­du­ciamo per la me­mo­ria del let­tore e delle due sto­ri­che dell’arte Bar­to­lena e Zatti.

Una di que­ste il­lu­stra­zioni è da te­nere a mente. In­fatti, delle se­dici il­lu­stra­zioni del ro­manzo de­di­cate al “pae­sag­gio”, è l’unica in cui la na­tura è rap­pre­sen­tata come pro­ta­go­ni­sta as­so­luto, al con­tra­rio delle al­tre quin­dici nelle quali na­tura e pae­sag­gio fanno da sfondo sin­to­nico all’azione e ai sen­ti­menti dell’uomo.

Ma tor­niamo alla let­tura dei due saggi sto­rico-cri­tici.

Ab­biamo già vi­sto quale fine hanno fatto, nei con­tri­buti di Bar­to­lena e Zatti, i lemmi “Lecco” (ZERO ci­ta­zioni), “lec­chese” (2 ci­ta­zioni), Pro­messi Sposi (3 ci­ta­zioni).

È ora il mo­mento di pas­sare al lemma “Man­zoni” e alle sue ag­get­ti­va­zioni “man­zo­niano / a / i / e”.

4.4 Citazioni di “Manzoni” = SEI, ma tutte accessorie e incidentali. ^

Per il no­stro scrit­tore, fi­glio pre­di­letto e au­to­re­vole pa­dre della città di Lecco, le due cu­ra­trici hanno vo­luto im­pe­gnarsi.
Il nome di Man­zoni e la sua ag­get­ti­va­zione com­pa­iono in­fatti sei volte!

Ma per­ché i lec­chesi man­zo­ni­sti / man­zo­niani non si mon­tino la te­sta, è op­por­tuno dare un’occhiata a que­ste ci­ta­zioni per­ché — pur­troppo — anch’esse sono solo ac­ces­so­rie o in­ci­den­tali.

1. (pag. 12 – in­ci­den­tale: Man­zoni è ci­tato solo come uno dei grandi scrit­tori eu­ro­pei che da se­coli for­ni­scono spunti agli ar­ti­sti).
«Hayez con­trap­pone a quella clas­sica una mi­to­lo­gia pie­na­mente ro­man­tica, nella quale sono pro­ta­go­ni­sti per­so­naggi ed epi­sodi tratti dalla let­te­ra­tura da Sha­ke­speare a By­ron, a Wal­ter Scott, a Man­zoni —, in­se­ren­dosi in un di­bat­tito cul­tu­rale di re­spiro eu­ro­peo, con un re­per­to­rio ico­no­gra­fico che pas­serà di moda solo quando l’avvento del rea­li­smo ne di­chia­rerà il su­pe­ra­mento.»

2. (pag. 14 – in­ci­den­tale: la ci­ta­zione è ri­fe­rita a due ri­tratti di Man­zoni, rea­liz­zati da Hayez e Molteni/d’Azeglio).
«Per com­pren­dere le pro­fonde dif­fe­renze tra le due in­ter­pre­ta­zioni ba­ste­rebbe forse il con­fronto tra i loro ri­tratti di Ales­san­dro Man­zoni: uma­nis­simo e in­quieto quello di Hayez (fig. 4), icona ro­man­tica per­fet­ta­mente in li­nea con il gu­sto dell’epoca quello di Mol­teni (fig. 5).»

3. (pag. 14 — ir­ri­le­vante: la ci­ta­zione è vaga e in­de­ter­mi­nata).
«In que­sta di­re­zione pro­fon­da­mente in­no­va­tiva, Ca­nella si de­di­cherà pre­sto al pae­sag­gio di cam­pa­gna, al­lon­ta­nan­dosi dal ge­nere li­mi­tato e or­mai in buona parte su­pe­rato della ve­duta ur­bana per cer­care sce­nari di am­pio re­spiro, vi­cini alle sug­ge­stioni at­mo­sfe­ri­che sug­ge­rite da Man­zoni nelle sue pa­gine.»

4. (pag. 15 — in­ci­den­tale: ci­tato come suo­cero di d’Azeglio).
«[d’Azeglio] nel 1831 si tra­sfe­ri­sce a Mi­lano, dove fre­quenta la cer­chia di Ales­san­dro Man­zoni, del quale spo­serà la pri­mo­ge­nita Giu­lia.»

5. (pag. 18 — ir­ri­le­vante: la ci­ta­zione è vaga e in­de­ter­mi­nata).
«Pro­ta­go­ni­sta è l’uomo qua­lun­que, alle prese con le dif­fi­coltà esi­sten­ziali del pre­sente. In una li­nea che si di­pana dalle pa­gine dei Pro­messi sposi [sic!] di Man­zoni alle tele dei fra­telli In­duno […].»

6. (pag. 24 — ir­ri­le­vante: la ci­ta­zione è vaga e in­de­ter­mi­nata).
«Sulla scorta de­gli esempi di Gozzi e Ca­nella, ar­ti­sti come il già ci­tato Gi­gnous, Gola, Calvi e Poma co­strui­scono la loro ri­cerca eser­ci­tan­dosi nelle cam­pa­gne brian­tee e sulle sponde dei la­ghi lom­bardi, su tutti il lago di Como, spe­cial­mente nei suoi aspetti di man­zo­niana me­mo­ria.»

Men­tre chiun­que può con­sta­tare, le ci­ta­zioni da 1 a 6 so­pra ri­por­tate non ne­ces­si­tano di al­cun com­mento: sono tutte in­si­gni­fi­canti o lon­tane da un qual­siasi di­scorso strut­tu­rato su Man­zoni e il suo ruolo nella vi­cenda ar­ti­stica lom­barda dell’Ottocento.

7. Ri­chia­miamo però l’attenzione su un’ultima ci­ta­zione dal sag­gio di Bar­to­lena in quanto è l’unica in cui, sep­pure di sfug­gita, si dà una va­lu­ta­zione sull’approccio di Man­zoni alla de­scri­zione del pae­sag­gio (il me­de­simo te­sto viene ri­por­tato an­che in uno dei due pan­nelli della mo­stra in cui si parla di Man­zoni):

(pag. 17) «Tra i prin­ci­pali re­spon­sa­bili della ri­sco­perta delle cam­pa­gne lom­barde vi è senza dub­bio Ales­san­dro Man­zoni che nelle pa­gine dei Pro­messi sposi [sic!] de­scrive so­vente, con passi di straor­di­na­ria poe­sia, la bel­lezza del ter­ri­to­rio, su tutti quello del lec­chese. Non è un caso che uno dei sog­getti più ap­prez­zati nella pit­tura di pae­sag­gio di que­sta sta­gione sia il vil­lag­gio di Pe­sca­re­nico, che i pit­tori ri­trag­gono nel suo aspetto reale, con­trap­po­nendo spesso un pi­glio ve­ri­sta alla tra­sfi­gu­ra­zione let­te­ra­ria ope­rata dal Man­zoni. [pren­dete nota di quest’ultima frase]»

Pur­troppo la va­lu­ta­zione qui espressa è fuor­viante e ri­chiede quindi qual­che con­si­de­ra­zione.

Ri­leg­giamo la frase:
«[…] Non è un caso che uno dei sog­getti più ap­prez­zati nella pit­tura di pae­sag­gio di que­sta sta­gione sia il vil­lag­gio di Pe­sca­re­nico, che i pit­tori ri­trag­gono nel suo aspetto reale, con­trap­po­nendo spesso un pi­glio ve­ri­sta alla tra­sfi­gu­ra­zione let­te­ra­ria ope­rata dal Man­zoni

Quindi, se­condo Bar­to­lena, Man­zoni opera del pae­sag­gio di Pe­sca­re­nico una “tra­sfi­gu­ra­zione let­te­ra­ria”, cui si con­trap­por­rebbe un “ve­ri­smo” dei pit­tori (che Bar­to­lena passa poi ad ana­liz­zare: Marco Gozzi, Che­ru­bino Cor­nienti, Pa­squale Mas­sa­cra, Gia­como Tré­court).

Ma que­sta con­trap­po­si­zione esi­ste? e se sì, le cose non stanno pro­prio al con­tra­rio?
Non è che il “ve­ri­sta” sia Man­zoni e i “tra­sfi­gu­ra­tori” siano i pit­tori?

Leg­giamo la de­scri­zione che di Pe­sca­re­nico fa Man­zoni (“I Pro­messi Sposi”, Re­daelli 1840 (Cap. IV – pag. 65-66):

«Il sole non era an­cor tutto ap­parso sull’orizzonte, quando il pa­dre Cri­sto­foro uscì dal suo con­vento di Pe­sca­re­nico, per sa­lire alla ca­setta dov’era aspet­tato. È Pe­sca­re­nico una ter­ric­ciola, sulla riva si­ni­stra dell’Adda o vo­gliam dire del lago, poco di­sco­sto dal ponte: un grup­petto di case, abi­tate la più parte da pe­sca­tori, e ad­dob­bate qua e là di tra­ma­gli e di reti tese ad asciu­gare. Il con­vento era si­tuato (e la fab­brica ne sus­si­ste tut­ta­via) al di fuori, e in fac­cia all’entrata della terra, con di mezzo la strada che da Lecco con­duce a Ber­gamo.
Il cielo era tutto se­reno: di mano in mano che il sole s’alzava die­tro il monte, si ve­deva la sua luce, dalle som­mità de’ monti op­po­sti, scen­dere, come spie­gan­dosi ra­pi­da­mente, giù per i pen­dii, e nella valle. Un ven­ti­cello d’autunno, stac­cando da’ rami le fo­glie ap­pas­site del gelso, le por­tava a ca­dere, qual­che passo di­stante dall’albero. A de­stra e a si­ni­stra, nelle vi­gne, sui tralci an­cor tesi, bril­la­van le fo­glie ros­seg­gianti a va­rie tinte; e la terra la­vo­rata di fre­sco, spic­cava bruna e di­stinta ne’ campi di stop­pie bian­ca­stre e luc­ci­canti dalla guazza. La scena era lieta; ma ogni fi­gura d’uomo che vi ap­pa­risse, rat­tri­stava lo sguardo e il pen­siero. Ogni tanto, s’incontravano men­di­chi la­ceri e ma­ci­lenti, o in­vec­chiati nel me­stiere, o spinti al­lora dalla ne­ces­sità a ten­der la mano.»

Do­man­diamo a Bar­to­lena: dove sta in que­sta de­scri­zione la “tra­sfi­gu­ra­zione” let­te­ra­ria?
Qui Man­zoni è di una as­so­luta ade­sione al “reale”; non vi è il più pic­colo fron­zolo; anzi vi è l’asciuttezza dell’abitante del po­sto che dà l’indicazione a un fo­re­stiero: deve an­dare al con­vento di Pe­sca­re­nico? guardi, è pro­prio lì, in quella di­re­zione; dopo il ponte trova un grup­petto di case con delle reti tese ad asciu­gare; pro­prio lì, sulla strada che va a Ber­gamo, c’è il con­vento.

E nel brano suc­ces­sivo, dove è la tra­sfi­gu­ra­zione let­te­ra­ria? C’è una de­scri­zione dell’ambiente na­tu­rale che prende qua­lun­que let­tore per­ché esprime con una pre­ci­sione as­so­luta le sen­sa­zioni vi­sive che ognuno di noi può avere ap­pena vada in qual­siasi cam­pa­gna lom­barda d’autunno: le fo­glie ca­denti del gelso; la terra la­vo­rata di fre­sco, le fo­glie ros­seg­gianti della vite; la guazza del mat­tino.

Tutto qui? Nos­si­gnore! In mezzo a que­sta bella na­tura, Man­zoni mo­stra l’uomo che sof­fre e che in­tri­sti­sce il pen­siero.

Ecco! Nel rap­pre­sen­tare Pe­sca­re­nico, que­sti uo­mini la­ceri e ma­ci­lenti, gli ar­ti­sti “ve­ri­sti” di cui parla Bar­to­lena non ce li hanno quasi mai fatti ve­dere. E al­lora chi è il “ve­ri­sta” e chi sono i “tra­sfi­gu­ra­tori”?

In realtà in Man­zoni, salvo la pri­mis­sima de­scri­zione to­po­gra­fico-geo­lo­gica del ter­ri­to­rio lec­chese, il pae­sag­gio, la na­tura è sem­pre sfondo dell’azione de­gli uo­mini.
Bi­so­gna dire che, in que­sto, ben ra­ra­mente quei pit­tori, che pure pre­sero spunto dall’opera di Man­zoni, sep­pero / vol­lero fare pro­prio lo sguardo del poeta e in­sieme dell’uomo di pen­siero, li­mi­tan­dosi a rap­pre­sen­tare la este­rio­rità del pae­sag­gio, igno­rando (salvo rare ec­ce­zioni) il po­sto cen­trale dell’uomo nella na­tura che da Man­zoni è sem­pre ri­ven­di­cato con de­ter­mi­na­zione.

Que­sto aspetto del con­tri­buto di Man­zoni alla vi­sione ar­ti­stica non è mi­ni­ma­mente toc­cato da Bar­to­lena o Zatti. Che in­fatti, nelle loro ri­fles­sioni, giun­gono fino a di­men­ti­care i tanti rap­porti che nella vita reale dell’Ottocento lom­bardo hanno le­gato una parte dei pit­tori (che pure sono espo­sti nella mo­stra di Lecco) pro­prio al Man­zoni e al ter­ri­to­rio la­riano, al­cuni an­che in modo molto di­retto.

5. Ignorati nei saggi di Bartolena e Zatti (e nei pannelli nelle sale espositive) i rapporti tra gli artisti in mostra e Lecco; solo vaghi quelli con Manzoni e le altre figure di spicco della città e del territorio. ^

Ab­biamo già detto di come Bar­to­lena-Zatti hanno igno­rato i mol­te­plici le­gami tra d’Azeglio e Man­zoni, li­mi­tan­dosi a ri­cor­dare la loro pa­ren­tela.

Ma que­ste cen­sure / am­ne­sie nei con­fronti di Man­zoni e Lecco val­gono an­che per di­versi ar­ti­sti le cui opere sono pre­senti nella mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo”.

Di se­guito, di que­ste am­ne­sie diamo tre­dici esempi, emersi da me­mo­ria di fatti no­tis­simi o in base a sem­plici ri­cer­che alla por­tata di tutti.
Le due sto­ri­che dell’arte Bar­to­lena e Zatti, certo me­glio at­trez­zate per una ri­cerca più strut­tu­rata, ne avreb­bero in­di­vi­duati si­cu­ra­mente molti di più e con mag­giori ele­menti di in­te­resse per Lecco.

5.1 Hayez / “Il Conte di Carmagnola” e il Manzoni cancellato. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 13): «A Mi­lano i di­pinti di Hayez tro­va­vano ter­reno fer­tile an­che gra­zie ai fer­menti pa­triot­tici che si an­da­vano ra­pi­da­mente dif­fon­dendo. Opere quali il Pie­tro Rossi (e i suc­ces­sivi Conte di Car­ma­gnola e Ve­spri si­ci­liani) par­la­vano al cuore di que­gli ita­liani che con sem­pre mag­gior con­vin­zione tes­se­vano le prime trame li­ber­ta­rie e uni­ta­rie.»
Bar­to­lena poi cita in­te­res­santi brani di Maz­zini a com­mento del “Pie­tro Rossi”.

Per­ché non dire an­che che …
A parte l’uso de­ci­sa­mente im­pro­prio di “li­ber­ta­rie” (usato così il ter­mine sem­bra in­di­care in Man­zoni, Con­fa­lo­nieri, Pel­lico, e nei tanti loro com­pa­gni di lotta per l’indipendenza na­zio­nale, pul­sioni da In­ter­na­zio­nale anar­chica — in realtà, sul piano so­ciale, erano tutti dei con­ser­va­tori, an­che mo­de­rati), dob­biamo ri­le­vare che Bar­to­lena nulla dice sul fatto che il “Conte di Car­ma­gnola” è la prima tra­ge­dia scritta da Man­zoni e che, pro­prio a par­tire da quella sua opera, a Mi­lano, in Lom­bar­dia e in tutta Eu­ropa lo spre­giu­di­cato e abile con­dot­tiero del no­stro ’400 di­venne spunto per il di­bat­tito pa­triot­tico.

Man­zoni co­min­ciò a la­vo­rare alla tra­ge­dia “Il Conte di Car­ma­gnola” nel gen­naio 1816, quando an­cora con la fa­mi­glia abi­tava fre­quen­te­mente a Villa Man­zoni al Ca­leotto di Lecco.

Ne con­ti­nuò la ste­sura (con la col­la­bo­ra­zione di Er­mes Vi­sconti) quando la po­li­zia au­striaca aveva già im­po­sto la chiu­sura de “Il Con­ci­lia­tore”; la pub­blicò nel gen­naio del 1820 per i tipi di Vin­cenzo Fer­ra­rio, l’unico stam­pa­tore che si pren­desse l’incarico con tutte le re­la­tive pos­si­bili con­se­guenze.

La tra­ge­dia fu molto lo­data da fi­gure di gran peso (come Goe­the, che ne fece su­bito una en­tu­sia­stica re­cen­sione) e so­prat­tutto ap­prez­zata da tutto l’ambiente pa­triot­tico mi­la­nese per i suoi con­te­nuti.

Spinto an­che da que­sto ap­prez­za­mento ge­ne­ra­liz­zato, il gio­vane Hayez (ap­pena giunto a Mi­lano), su in­ca­rico di Arese, ne fece il sog­getto di un grande qua­dro (an­dato per­duto – a fianco ne mo­striamo uno stu­dio pre­pa­ra­to­rio in ac­que­rello) che, espo­sto a Mi­lano nell’agosto del 1820, ri­scosse un grande suc­cesso e po­si­zionò Hayez sul po­dio, tra i primi pit­tori della nuova ma­niera.

Il qua­dro aveva un ti­tolo lungo e pre­ciso: «Il Conte di Car­ma­gnola men­tre sta per es­sere con­dotto al sup­pli­zio, rac­co­manda la sua fa­mi­glia all’amico Gon­zaga, ul­tima scena della tra­ge­dia di Ales­san­dro Man­zoni».

Man­zoni ne fu en­tu­sia­sta; donò ad Hayez una co­pia della sua nuova tra­ge­dia ap­pena uscita — l”Adelchi — con de­dica in versi, ta­ci­ta­mente in­vi­tando il pit­tore a ci­men­tarsi in una nuova opera che avesse come pro­ta­go­ni­sta lo sfor­tu­nato prin­cipe lon­go­bardo. Hayez non rac­colse l’invito ma tra i due si av­viò un’amicizia di mu­tua am­mi­ra­zione, in­ter­rotta solo dalla morte di Man­zoni.

Come si vede, a par­tire da “Il Conte di Car­ma­gnola” si po­te­vano dire molte cose, tutte in­te­res­santi sia per la sto­ria dell’arte dell’Ottocento lom­bardo sia per la “cul­tura an­che let­te­ra­ria” di Manzoni/Lecco di cui giu­sta­mente l’Assessore Piazza parla.

Do­manda secca: per­ché Bar­to­lena, par­lando di Hayez e del suo “Il Conte di Car­ma­gnola” tace su que­sto in­sieme di ele­menti, così im­por­tanti per com­pren­dere an­che i le­gami tra Hayez e Ales­san­dro Man­zoni?

Ma per i rap­porti dei rap­porti tra Hayez e Man­zoni si po­teva pur dire qual­che cosa an­che su al­tri aspetti.

Per esem­pio, il ri­tratto dell’Abate An­to­nio Ro­smini che Hayez rea­lizzò verso il 1853 su ini­zia­tiva di Ste­fano Stampa, me­ri­te­rebbe al­meno una ci­ta­zione. Sia per il patto in­tel­let­tuale e l’amicizia che legò Ro­smini a Man­zoni per ol­tre trent’anni (fino alla morte di Ro­smini, 1855). Sia per l’evidente e vo­luta spe­cu­la­rità delle due opere. Sia per le cir­co­stanze in cui venne rea­liz­zato il di­pinto.

Hayez ci ha la­sciato un vivo ri­cordo di quel ri­tratto (“Le mie me­mo­rie det­tate da Fran­ce­sco Hayez”, Mi­lano, 1890, pag. 91):

«Fra i me­ce­nati più be­ne­me­riti dell’arte, no­terò il conte Stampa, fi­glia­stro di Man­zoni, il quale […] de­si­derò ch’io di­pin­gessi i ri­tratti del Man­zoni […], del Ro­smini […], il che feci con gran­dis­sima sod­di­sfa­zione nella villa di Lesa.
Fu­rono tra i più bei giorni della mia vita quelli che pas­sai in quel de­li­zioso luogo, dove alla bel­lezza della na­tura, si ac­cop­piava sì amena com­pa­gnia. Men­tre po­sava il Ro­smini, a te­nerlo ani­mato, il Man­zoni gli rac­con­tava con spi­ri­tosa sem­pli­cità certe bar­zel­lette as­sai di­ver­tenti. Quanta mo­de­stia in­sieme a tanto sa­pere!»

La “villa di Lesa” era na­tu­ral­mente quella di Te­resa Borri (la se­conda mo­glie di Man­zoni) da dove il poeta po­teva con fa­ci­lità in­con­trarsi con Ro­smini, che vi­veva in­vece a Stresa, a poca di­stanza.

Ma c’è an­che al­tro. Per esem­pio la prova che nel 1839 Man­zoni e Hayez fe­cero per ve­dere se la per­so­na­lità dell’artista po­teva sod­di­sfare le esi­genze di Man­zoni che stava la­vo­rando all’edizione il­lu­strata de “I Pro­messi Sposi”.

Hayez ci provò, pro­dusse qual­che schizzo e an­che qual­che fi­gura fi­nita (li mo­striamo qui sotto). Ma il ri­sul­tato non sod­di­sfece né Man­zoni né lo stesso Hayez. Da buoni amici, de­ci­sero senza pro­blemi di non farne nulla e Man­zoni si orientò su Go­nin.

Ciò non to­glie che nel 1845 Hayez ese­guisse (su in­ca­rico di Ste­fano Stampa) l’efficace ri­tratto de “L’Innominato”, trac­ciato con una fe­deltà as­so­luta ri­spetto alla de­scri­zione fat­tane da Man­zoni nel ro­manzo (quasi un ami­che­vole ri­cordo della non fe­lice espe­rienza delle il­lu­stra­zioni).

Non sono que­sti ele­menti che pos­sono met­tere in­sieme la sto­ria dell’arte, la let­te­ra­tura e an­che le vi­cende de­gli uo­mini e le loro re­la­zioni?

5.2 Hayez / “La monaca”, un abbaglio critico. ^

Ab­biamo vi­sto come sul rap­porto Hayez/Manzoni in re­la­zione al Car­ma­gnola, Bar­to­lena non ha scritto nulla. Ma al­meno – ben­ché UNA volta sola – ha scritto la pa­rola “Car­ma­gnola”.

Per quanto ri­guarda in­vece un al­tro qua­dro di Hayez pre­sente in mo­stra (“La mo­naca”), c’è un pic­colo mi­stero.

Il di­pinto pre­sen­tato da Bar­to­lena come “La mo­naca” di Hayez è stato in­fatti sban­die­rato nella con­fe­renza di inau­gu­ra­zione della mo­stra come una delle due opere con cui “Ot­to­cento Lom­bardo” ren­deva “Omag­gio a Man­zoni”. È un bell’onore, sia per Hayez sia per Man­zoni!

Ma la cosa cu­riosa è che nel suo sag­gio Bar­to­lena non solo non ha scritto pro­prio NULLA sul qua­dro di Hayez da lei pre­sen­tato come “La mo­naca” ma nelle sue 10.700 pa­role non cita mai nep­pure il sem­plice lemma “mo­naca”, Hayez o non Hayez.

Qual­che cosa sul suo pen­siero in pro­po­sito si trova: a) nel pan­nello “Omag­gio a Man­zoni” po­sto all’inizio dell’esposizione; b) nel car­tel­lino po­sto ac­canto al di­pinto.

Nello pseudo-ca­ta­logo la ri­pro­du­zione del di­pinto è pre­sente nella se­zione “Opere” (pag. 34), ma esclu­si­va­mente con la es­sen­ziale di­da­sca­lia: «Fran­ce­sco Hayez / La mo­naca / Olio su tela, 54x40,5 cm / Col­le­zione pri­vata».

È cu­rioso no? Come se il sag­gio di Bar­to­lena fosse stato scritto a pre­scin­dere dall’intero uni­verso con­cet­tuale le­gato in un modo o nell’altro alla realtà della mo­na­ca­zione.

Chi po­trà se­guire la mo­stra solo at­tra­verso lo pseudo-ca­ta­logo (o sem­pli­ce­mente già dal giorno suc­ces­sivo il 20 gen­naio 2019, ul­timo della mo­stra, quando non sa­ranno più di­spo­ni­bili né pan­nelli né car­tel­lini) non sa­prà quindi mai cosa pen­sasse Bar­to­lena (e l’Amministrazione co­mu­nale di Lecco) di que­sto qua­dro e – a spie­ga­zione di que­sto si­len­zio – si farà l’idea che in corso d’opera vi deve es­sere stato qual­che buco nel coor­di­na­mento tra l’Assessore alla Cul­tura Piazza, la cu­ra­trice Bar­to­lena, l’organizzatore ViDi Srl, l’editore Skira, ecc. ecc. (sa­rebbe certo di­ver­tente co­no­scere i re­tro­scena).

No­no­stante que­sta biz­zar­ria, dal mo­mento che il di­pinto di Hayez non è un so­gno ma ri­sulta ben ap­peso sulle pa­reti di Pa­lazzo delle Paure (forse col mar­tel­letto di Bar­to­lena, come essa stessa ha ri­ve­lato), e nella con­fe­renza di inau­gu­ra­zione della mo­stra è stato pre­sen­tato con pa­role quasi com­mosse come parte im­por­tante dell’ “Omag­gio a Man­zoni”, è op­por­tuno dirne qual­che cosa.

Dal pan­nello “Omag­gio a Man­zoni”.

Bar­to­lena ne ha scritto…
«Ac­canto al Ri­tratto di Man­zoni fir­mato da Giu­seppe Mol­teni è espo­sta la splen­dida ver­sione di Fran­ce­sco Hayez della Mo­naca di Monza, sog­getto ap­prez­za­tis­simo dai pit­tori del tempo. La sven­tu­rata Mo­naca, gra­zie alla sua breve com­parsa tra le ri­ghe dei Pro­messi Sposi [sic!], co­no­scerà una for­tuna ico­no­gra­fica ric­chis­sima, che ne met­terà in evi­denza ora il suo ruolo di vit­tima, ora quello di car­ne­fice e pec­ca­trice, tro­vando as­sai ra­ra­mente il giu­sto equi­li­brio tra i due volti di un per­so­nag­gio tal­mente com­plesso da aver messo in dif­fi­coltà an­che la penna con­su­mata di uno scrit­tore come Man­zoni.»

Que­sto brano è in­te­res­sante.

Da un lato per­ché l’inciso «breve com­parsa tra le ri­ghe del ro­manzo» de­nota in Bar­to­lena una vi­sione cri­tica de­ci­sa­mente ori­gi­nale. Con 14.000 pa­role sulle 217.000 dell’intero ro­manzo — 6,5% del te­sto com­ples­sivo — l’episodio della Si­gnora di Monza è in­fatti ne “I Pro­messi Sposi” il più lungo “qua­dro” di ap­pro­fon­di­mento, che Man­zoni ri­tenne op­por­tuno man­te­nere no­no­stante le cri­ti­che che gli erano state ri­volte, an­che da Goe­the.

Dall’altro per­ché espone con pre­ci­sione l’idea se­condo cui l’interesse de­gli ar­ti­sti ita­liani fosse ri­volto pro­prio alla “Mo­naca di Monza” di Man­zoni, pre­di­spo­nendo il let­tore ad ac­co­gliere l’ipotesi che an­che il di­pinto di Hayez sia una “ver­sione” della fa­mosa Mo­naca di Monza de “I Pro­messi Sposi”. An­che il let­tore meno sma­li­ziato com­prende quanto “va­lore ag­giunto” ciò dia al di­pinto di Hayez — che in­fatti nella mo­stra di Lecco viene en­fa­ti­ca­mente pre­sen­tato come “Omag­gio a Man­zoni”.

Ma siamo certi che sia così? In pro­po­sito, su quali ele­menti di fatto pos­siamo con­tare?

Pur­troppo in que­sta mo­stra lo pseudo-ca­ta­logo a cura di Bar­to­lena non as­solve per nulla a una delle fun­zioni di un vero ca­ta­logo espo­si­tivo, os­sia of­frire al visitatore/lettore una se­rie di ele­menti scien­ti­fi­ca­mente fon­dati sulla fi­sio­no­mia dei di­pinti espo­sti, la loro sto­ria, la re­la­tiva bi­blio­gra­fia, gli ele­menti sto­rici che sono alle loro spalle, ecc. ecc.
Sotto que­sto pro­filo, un esem­pio po­si­tivo è il li­bro-ca­ta­logo della mo­stra “Hayez nella Mi­lano di Man­zoni e Verdi”, Mi­lano, aprile 2011, cu­rato da Fer­nando Maz­zocca, dove a ogni opera è de­di­cata una lunga e com­pleta in­for­ma­zione sto­rico-cri­tica.

Per la mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo” di Lecco, in­vece, cu­ra­trice, or­ga­niz­za­tori e As­ses­sore alla cul­tura hanno de­ciso che lo pseudo-ca­ta­logo deve li­mi­tarsi a ri­por­tare l’immagine del di­pinto (tra l’altro con una me­dio­cre resa cro­ma­tica) ac­com­pa­gnata da non più di trenta pa­role com­pren­denti au­tore, ti­tolo, data, tec­nica, di­men­sione, pro­prietà. A nes­suna delle 81 opere espo­ste è de­di­cata nep­pure UNA RIGA di com­mento sto­rico-cri­tico. Per que­sto ab­biamo de­ciso di chia­marlo pseudo-ca­ta­logo, re­cri­mi­nando di averlo pa­gato Euro 29,00 — non li vale per nulla.

Sullo pseudo-ca­ta­logo quindi Bar­to­lena non ci dice in base a quali ele­menti ri­tiene di po­tere at­tri­buire al di­pinto di Hayez raf­fi­gu­rante una mo­naca se­duta il ti­tolo “La mo­naca” (che ri­chiama ov­via­mente la “mo­naca“ per ec­cel­lenza, quella di Man­zoni), senza nep­pure avan­zare un’ipotesi di data e un mi­nimo di ri­cerca — do­vrebbe es­sere il suo me­stiere, o no?

Il vi­si­ta­tore pa­gante deve cioè “fi­darsi sulla pa­rola” della cu­ra­trice ma senza aver al­cun ri­scon­tro cri­tico. Spiace di do­ver dire che nelle mo­stre se­rie le cose non vanno così!

In man­canza di prove di­rette che au­to­riz­zino a pen­sare che fosse nelle in­ten­zioni di Hayez rap­pre­sen­tare con quel ri­tratto la fa­mosa “Si­gnora” del Man­zoni è quindi ine­vi­ta­bile porsi al­cune do­mande. Per esem­pio, nell’Ottocento qual era l’atteggiamento dei pit­tori nei con­fronti del “sog­getto mo­naca”?
Più so­pra Bar­to­lena ci ha spie­gato che i pit­tori erano molto in­te­res­sati pro­prio alla mo­naca di Monza (ri­leg­gete il brano).

Ci è ve­nuta però l’idea di ve­ri­fi­care se e quanto que­sta nar­ra­zione di Bar­to­lena colga la realtà sto­rica; os­sia se i pit­tori del no­stro Ot­to­cento fos­sero per caso in­te­res­sati al tema della mo­na­ca­zione in ge­ne­rale, in­di­pen­den­te­mente da Man­zoni. E quindi, per farci un’idea “scien­ti­fica”, ab­biamo cer­cato tra i con­tri­buti de­gli spe­cia­li­sti avendo la for­tuna di tro­vare un pa­rere pre­ciso da parte di un’esperta.

Si tratta di Si­mona Bar­to­lena (sì pro­prio la “no­stra” Bar­to­lena) che, come cu­ra­trice di una espo­si­zione di Monza, nel suo sag­gio “Il fiore del chio­stro” (li­bro-ca­ta­logo della mo­stra “La Mo­naca di Monza” — Ser­rone di Villa Reale di Monza, 1 ot­to­bre 2016 – 19 feb­braio 2017, or­ga­niz­za­tore ViDi Srl, il me­de­simo della mo­stra di Lecco) ci dà una ver­sione dif­fe­rente della Bar­to­lena cu­ra­trice della mo­stra di Lecco:

(pag. 102): «Nel XIX se­colo si as­si­ste a una cre­scente at­ten­zione al tema [della mo­na­ca­zione] da parte di let­te­rati e ar­ti­sti […] Già ai tempi di Mi­gliara il tema con­ven­tuale go­deva di una certa for­tuna. Il rac­conto man­zo­niano con­tri­bui­sce cer­ta­mente […] alla dif­fu­sione del sog­getto ma l’immaginario pit­to­rico della mo­naca […] non si esau­ri­sce nella fi­gura di Gertrude/Marianna. Fi­gure di suore com­pa­iono spesso come com­pri­ma­rie in scene di ge­nere let­te­ra­rio o sto­rico […] e as­sai ap­prez­zata è an­che l’immagine della mo­naca da sola, chiusa nella sua stan­zetta clau­strale. La pit­tura dell’Ottocento […] è ca­rat­te­riz­zata da una straor­di­na­ria va­rietà ico­no­gra­fica sul mondo fem­mi­nile. […] L’iconografìa della mo­naca, sog­getto fre­quen­ta­tis­simo da­gli espo­nenti delle prin­ci­pali cor­renti ar­ti­sti­che del XIX se­colo, rien­tra a pieno in que­sta in­da­gine. Di­versi (e ben di­stinti) sono i mo­tivi della scelta del tema e della sua in­ter­pre­ta­zione: lo sguardo sulla vita clau­strale dei mac­chia­ioli, ad esem­pio, è pro­fon­da­mente dif­fe­rente — come ap­proc­cio e come fi­na­lità — a quello de­gli sca­pi­gliati o de­gli ar­ti­sti di am­bito di­vi­sio­ni­sta, quali Lon­goni o Pre­viati […]»

e an­cora (pag. 107): «A fronte di tanto in­te­resse per il mondo fem­mi­nile non po­teva man­care nel no­vero di sog­getti in­da­gati dai pit­tori del gruppo il tema della mo­naca. Tra gli sca­pi­gliati, ad aver la­vo­rato con mag­gior fre­quenza sul sog­getto è Luigi Con­coni. Lo sguardo dell’artista sul mondo clau­strale è se­ve­ra­mente cri­tico. Le sue mo­na­che sono re­cluse a forza o co­mun­que ar­ro­vel­late dal dub­bio o dal rim­pianto […]»

Nel suo sag­gio del 2016 sulla mo­stra di Monza Bar­to­lena ci dice cioè qual­cosa di molto di­verso di quanto ha scritto sul pan­nello della mo­stra di Lecco — os­sia che molti ar­ti­sti nell’Ottocento si oc­cu­pa­rono in modo ri­le­vante del tema “mo­na­che” e ciò in­di­pen­den­te­mente dal ro­manzo di Man­zoni.

Fe­lici di que­sta prima ac­qui­si­zione, ag­giun­giamo noi che tra que­sti ar­ti­sti pos­siamo si­cu­ra­mente an­no­ve­rare an­che Hayez.

Inol­tre, pre­su­mi­bil­mente tra 1825-1830, Hayez di­pinse un “Ba­cio tra una mo­naca e una gio­va­netta” (vedi “L’opera com­pleta di Hayez”, Co­ra­de­schi, Riz­zoli 1971) che Maz­zocca col­loca in­vece verso il 1823 (Motta, 1994) e, forse a smor­zarne l’esplicita sug­ge­stione le­sbica, lo pre­fe­ri­sce come “Ba­cio tra Giu­lietta e la nu­trice”.

Come si vede, si tratta di “mo­na­che” ma senza al­cun ri­fe­ri­mento di Hayez a Man­zoni. Il che non deve ov­via­mente stu­pire.

Per tutto l’800 la mo­na­ca­zione (for­zata o meno, qui non im­porta) era un fe­no­meno esteso e ri­guar­dava più o meno ogni fa­mi­glia dei più agiati strati so­ciali (ce lo ha spie­gato bene Bar­to­lena).

Per en­trare un poco nel me­rito, pren­diamo spunto dal li­bro “Le mie me­mo­rie det­tate da Fran­ce­sco Hayez”, pub­bli­cato in Mi­lano il 10 feb­braio 1890 dalla “Reale Ac­ca­de­mia di Belle Arti”.

Il li­bro, ol­tre alle “Me­mo­rie” dell’artista, ri­porta an­che un “Re­per­to­rio delle sue opere”, steso a cura del Co­mi­tato stesso, si pre­sume quindi con la mas­sima at­ten­zione e scru­polo.

Dal “Re­per­to­rio” ve­niamo a sa­pere che Hayez nel 1833 di­pinse due qua­dri che tra i sog­getti rap­pre­sen­tati ave­vano an­che mo­na­che:

pag. 277
1833. Dei pi­rati greci ra­pi­scono in barca due donne, una delle quali mo­naca, del sig. Gae­tano Tac­cioli, di Mi­lano.
1833. Pi­rati greci con mo­na­che, in barca.

Nulla di strano quindi che si pro­du­ces­sero qua­dri raf­fi­gu­ranti mo­na­che, esat­ta­mente come si pro­du­ce­vano qua­dri di si­gnore in toe­lette da ballo o da tea­tro, senza per que­sto do­ver pen­sare ne­ces­sa­ria­mente a Man­zoni.

Ma leg­giamo an­cora dal “Re­per­to­rio” so­pra ri­cor­dato:

pag. 283
1879. Mo­naca (stu­dio dal vero) v. do­cu­menti del conte Aldo An­noni, di Mi­lano.
1879. Lo stesso sog­getto, di Donna Giu­sep­pina Ne­groni Prati Mo­ro­sini, di Mi­lano.

Come il let­tore avrà no­tato, il ti­tolo del qua­dro 1879 con ri­fe­ri­mento al conte An­noni, è “Mo­naca”, non “La mo­naca”.

Non sfugge a nes­suno la dif­fe­renza che porta l’inserimento dell’articolo “La”. Men­tre con “La mo­naca” an­cor oggi in Ita­lia si com­prende trat­tarsi della mo­naca del Man­zoni (fi­gu­ria­moci nella se­conda metà dell’Ottocento a Mi­lano); con “Mo­naca” in­ten­diamo che ci si ri­fe­ri­sce a una mo­naca ge­ne­rica (ana­lo­ga­mente, sem­pre nello stesso Re­per­to­rio, si ci­tano due di­pinti, 1864 e 1871, en­trambi ti­to­lati “La Ver­gine” da cui — at­tra­verso l’articolo “La” — il let­tore com­prende su­bito trat­tarsi della ma­dre di Gesù e non di una si­gno­rina il­li­bata).

A pro­po­sito di rap­pre­sen­ta­zioni di mo­na­che con ri­fe­ri­mento o meno a Man­zoni, può es­sere qui utile se­gna­lare che nel li­bro-ca­ta­logo “La Mo­naca di Monza” (Bel­la­vite, 2016) cu­rato da Bar­to­lena, è pre­sente un ba­nale er­rore di at­tri­bu­zione.

A pag. 158-159 viene pre­sen­tata come di Tran­quillo Cre­mona una fo­toin­ci­sione (ed. Fra­telli Stop­pani) che è in­vece del mae­stro Gio­van Bat­ti­sta To­de­schini, uno dei grandi esclusi da que­sta mo­stra che si svolge in Lecco sulla pit­tura dell’Ottocento. La si­gla è as­so­lu­ta­mente in­con­fon­di­bile (scher­zando sul pro­prio nome e con quello spi­rito anti-au­striaco an­cora do­mi­nante a fine ’800, To­de­schini di­ceva: «varda, te gh’è pre­sent un tu­gnin in del ces?»).

Bar­to­lena (nel pren­dere un ar­ti­sta per l’altro) sot­to­li­nea le ca­pa­cità di Cre­mona nel rap­pre­sen­tare un certo tipo di bel­lezza fem­mi­nile (pag. 112): «Sa­rebbe suf­fi­ciente per averne con­ferma os­ser­vare come la ri­trae Tran­quillo Cre­mona, che quanto a fi­gure fem­mi­nili se­du­centi ha molto da in­se­gnare. Tra le ta­vole rea­liz­zate dallo sca­pi­gliato per il­lu­strare il ro­manzo man­zo­niano spicca il viso di Ger­trude (cat. 19), un volto dalla bel­lezza per­fet­ta­mente nei ca­noni este­tici ot­to­cen­te­schi; due grandi oc­chi sfug­genti, la pic­cola ma car­nosa bocca ser­rata, il volto leg­ger­mente in­cli­nato, l’espressione tor­men­tata che non ro­vina in al­cun modo i li­nea­menti per­fetti, il sog­golo spo­stato da un de­bole colpo di vento: tutto con­corre a co­struire un’icona di bel­lezza, l’ideale fem­mi­nile del bor­ghese me­dio della Mi­lano del tempo, tur­ba­menti in­te­riori com­presi. Se dun­que la sto­ria di Gertrude/Marianna fa an­cora pub­bli­ca­mente ar­ros­sire i ben­pen­santi, il suo per­so­nag­gio sol­le­cita (e con­ti­nuerà a sol­le­ci­tare), nel pri­vato, le fan­ta­sie ero­tico-sen­ti­men­tali di in­tere ge­ne­ra­zioni.»

Fran­ca­mente du­bi­tiamo che con quella ab­ba­stanza con­ven­zio­nale com­po­si­zione (de­sti­nata a car­to­line di dif­fu­sione an­che po­po­lare) il ta­len­toso cu­gino Gio­van Bat­ti­sta in­ten­desse sol­le­ci­tare le fan­ta­sie ero­tico-sen­ti­men­tali di chic­ches­sia. Di si­curo era co­mun­que in grado di evi­den­ziare un certo tipo di bel­lezza fem­mi­nile, come mo­stra il di­pinto so­pra ri­por­tato (im­ma­gine della mo­glie del pit­tore).

Già che siamo in ar­go­mento vor­remmo ri­cor­dare la lo­de­vole ini­zia­tiva presa dal Co­mune di In­tro­bio che nel 2017 ha pre­sen­tato la bella mo­stra ”I To­de­schini, una fa­mi­glia di ar­ti­sti” (cu­rata an­che da Gian­franco Scotti) con una ve­ra­mente am­pia e in­tel­li­gente espo­si­zione dei la­vori del ca­po­sti­pite Gio­van Bat­ti­sta e dei tre suoi fi­gli, Pie­tro, Lu­cio e Paolo, anch’essi ar­ti­sti di buona stoffa.

In­fine, giova ri­cor­dare un brano delle stesse Me­mo­rie di Hayez.

A pag. 231, nelle po­che ri­ghe della let­tera a Donna Giu­sep­pina Ne­groni Prati Mo­ro­sini, con cui Hayez le an­nun­cia di avere già rea­liz­zato:

«co­pia del mio di­pinto la Mo­naca […] me ne volli to­sto oc­cu­pare ed ora la nuova Mo­naca è già fatta ed è a’ suoi or­dini […] ar­di­sco troppo se la detta Mo­naca de­si­de­rasse una sua vi­sita?».

I cu­ra­tori dell’Accademia ten­gono a in­di­care con pre­ci­sione il ti­tolo dell’opera, evi­den­ziando con il cor­sivo solo il “Mo­naca”.

Ci sem­bra che sotto il pro­filo sto­rico-do­cu­men­tale (salvo nuovi ele­menti) si possa con­clu­dere che la “Mo­naca” di Hayez (non “La mo­naca” come è stata pre­sen­tata alla mo­stra di Lecco) si ri­fe­ri­sca ad al­tro che la mo­naca di Man­zoni.

Ol­tre i do­cu­menti, ri­cor­rendo a me­mo­ria, oc­chi e ra­zio­ci­nio.

Ciò detto, prima di fare del qua­dro di Hayez un “omag­gio” a Man­zoni, sa­rebbe stato forse op­por­tuno guar­dare il di­pinto di Hayez, pen­sare alla mo­naca rap­pre­sen­tata da Man­zoni e ri­flet­tere se tra i due ele­menti vi sia com­pa­ti­bi­lità, rap­porto o quant’altro.

Vor­remmo però in via pre­li­mi­nare ri­por­tare quanto Bar­to­lena scrive nel car­tel­lino af­fisso sulla pa­rete, ac­canto al di­pinto:

«Per ri­trarre la Mo­naca di man­zo­niana me­mo­ria, Hayez sce­glie la strada della sem­pli­cità e del ri­gore.
Gli oc­chi chiusi, il volto di pro­filo colto in un bron­cio quasi in­fan­tile, lo schie­nale della se­dia che cela la schiena: non ne­ces­sa­ria­mente pen­tita ma certo esau­sta per la dif­fi­coltà della pro­pria con­di­zione, la mo­naca evita il con­tatto con lo sguardo di chiun­que la vo­glia os­ser­vare, chiusa nell’orgoglioso si­len­zio di chi af­fronta senza paura il pro­prio de­stino, un de­stino di cui lei stessa è stata in buona parte con­sa­pe­vole ar­te­fice. […] L’artista, ben vi­cino al Man­zoni, of­fre così la ver­sione pit­to­rica più af­fine, quanto ad at­ti­tu­dine emo­tiva, al dramma nar­rato dal let­te­rato; una ver­sione che nella sua di­sar­mante sem­pli­cità la­scia emer­gere il tema, as­sai caro all’autore dei Pro­messi Sposi, del dramma pri­vato in una vi­cenda pub­blica.»

Ab­biamo vo­luto ri­por­tare quasi in­te­gral­mente il te­sto di Bar­to­lena sia per do­vere di cro­naca sia per­ché è un bell’esempio di come si pos­sono usare frasi che sem­brano “suo­nare bene” ma de­lu­dono quanto ai con­te­nuti.

An­che a un sem­plice sguardo, la Mo­naca di Hayez ha ben poco a che ve­dere con la fi­gura trat­teg­giata da Man­zoni (e da Man­zoni rap­pre­sen­tata in più il­lu­stra­zioni de “I Pro­messi Sposi“ per mano di Go­nin – le mo­striamo a lato).

Nel ro­manzo, Man­zoni così ce la pre­senta [“I Pro­messi Sposi – Sto­ria della Co­lonna In­fame“ Re­daelli 1840, Cap. IX, pag.170]:

«Il suo aspetto, che po­teva di­mo­strar ven­ti­cin­que anni, fa­ceva a prima vi­sta un’impressione di bel­lezza, ma d’una bel­lezza sbat­tuta, sfio­rita e, di­rei quasi, scom­po­sta.» […] «Ma quella fronte si rag­grin­zava spesso, come per una con­tra­zione do­lo­rosa; e al­lora due so­prac­ci­gli neri si rav­vi­ci­na­vano, con un ra­pido mo­vi­mento. Due oc­chi, neri neri anch’essi, si fis­sa­vano ta­lora in viso alle per­sone, con un’investigazione su­perba; ta­lora si chi­na­vano in fretta, come per cer­care un na­scon­di­glio; in certi mo­menti, un at­tento os­ser­va­tore avrebbe ar­go­men­tato che chie­des­sero af­fetto, cor­ri­spon­denza, pietà; al­tre volte avrebbe cre­duto co­glierci la ri­ve­la­zione istan­ta­nea d’un odio in­ve­te­rato e com­presso, un non so che di mi­nac­cioso e di fe­roce: quando re­sta­vano im­mo­bili e fissi senza at­ten­zione, chi ci avrebbe im­ma­gi­nata una svo­glia­tezza or­go­gliosa, chi avrebbe po­tuto so­spet­tarci il tra­va­glio d’un pen­siero na­sco­sto, d’una pre­oc­cu­pa­zione fa­mi­liare all’animo, e più forte su quello che gli og­getti cir­co­stanti.
Le gote pal­li­dis­sime scen­de­vano con un con­torno de­li­cato e gra­zioso, ma al­te­rato e reso man­cante da una lenta este­nua­zione. Le lab­bra, quan­tun­que ap­pena tinte d’un ro­seo sbia­dito, pure, spic­ca­vano in quel pal­lore: i loro moti erano, come quelli de­gli oc­chi, su­bi­ta­nei, vivi, pieni d’espressione e di mi­stero.
La gran­dezza ben for­mata della per­sona scom­pa­riva in un certo ab­ban­dono del por­ta­mento, o com­pa­riva sfi­gu­rata in certe mosse re­pen­tine, ir­re­go­lari e troppo ri­so­lute per una donna, non che per una mo­naca.
Nel ve­stire stesso c’era qua e là qual­cosa di stu­diato o di ne­gletto, che an­nun­ziava una mo­naca sin­go­lare: la vita era at­til­lata con una certa cura se­co­la­re­sca, e dalla benda usciva sur una tem­pia una cioc­chet­tina di neri ca­pelli; cosa che di­mo­strava o di­men­ti­canza o di­sprezzo della re­gola che pre­scri­veva di te­nerli sem­pre corti, da quando erano stati ta­gliati, nella ce­ri­mo­nia so­lenne del ve­sti­mento.»

Letto Man­zoni, ci ren­diamo su­bito conto che la mo­naca di Hayez è ve­ra­mente lon­tana da quella de­li­neata nel ro­manzo, sotto tutti i pro­fili, fi­sici e psi­co­lo­gici.

La mo­naca di Man­zoni viola la re­gola e tiene una ciocca dei ca­pelli cor­vini in li­bertà. Quella di Hayez è tutta a po­sto e in or­dine.

La mo­naca di Man­zoni è ner­vosa, scossa da fre­miti in­te­riori che si fanno strada nell’espressione del volto e nella po­stura. Quella di Hayez è una gio­vane se­rena, con le guance tonde e la boc­cuc­cia ba­cio­di­mamma.

La mo­naca di Man­zoni ha una bel­lezza “sbat­tuta”; in Hayez ha la fre­schezza di una ra­gazza sana, che man­gia e ri­posa bene.

La mo­naca di Man­zoni ha so­prac­ci­glia con­tratte per un im­pulso in­te­riore; in Hayez il volto è tran­quillo e solo un po’ pen­soso.

La mo­naca di Man­zoni mo­stra at­tra­verso le fi­ne­stre de­gli oc­chi il lato do­mi­nante della per­so­na­lità. Quella di Hayez li tiene quasi chiusi.

Inu­tile con­ti­nuare: si tratta con evi­denza di due mo­na­che com­ple­ta­mente dif­fe­renti e Hayez non aveva di certo in mente Man­zoni quando di­pinse il qua­dro.

O me­glio, ci sem­bra che Hayez, a scanso di equi­voci, ab­bia cal­cato la mano nel pre­sen­tarci una mo­naca che NON do­veva es­sere scam­biata con quella di Man­zoni.

La sua mo­naca è in­fatti se­duta (così che non se ne possa in­tuire il corpo alto e for­moso, con an­nessa se­co­la­re­sca “vita at­til­lata”).

Inol­tre — lo ab­biamo già evi­den­ziato — a evi­tare che pos­sano ap­pa­rire in qual­che modo “mi­nac­ciosi”, della sua mo­naca Hayez evita di mo­strare gli oc­chi; la gio­vane, leg­ger­mente gi­rata di lato, li tiene quasi chiusi, a con­ferma in­si­stita di un at­teg­gia­mento più che mo­de­sto — l’opposto dell’espressione sem­pre im­pe­riosa o rab­biosa che ci ha vo­luto con­se­gnare Man­zoni at­tra­verso le il­lu­stra­zioni di Go­nin.

Nel caso si do­vesse in­vece sco­prire – ma su nuovi do­cu­menti, non at­tra­verso fra­seggi forse a qual­cuno “bene suo­nanti” ma de­bo­lini quanto a con­te­nuti – che Hayez com­pose quel di­pinto pen­sando pro­prio alla Si­gnora di Monza, al­lora ac­con­sen­ti­remo alla ti­to­la­zione pro­po­sta da Bar­to­lena, allo stato im­pro­pria e di fan­ta­sia.

Dob­biamo però ag­giun­gere che, in que­sto caso, bene fece Man­zoni nel ri­te­nere Hayez non adatto per le il­lu­stra­zioni del suo ro­manzo: dopo la prima gior­nata di la­voro, amici come erano, si sa­reb­bero man­dati cor­dial­mente a quel paese (in pro­po­sito, il mi­la­nese aveva va­rie espres­sioni co­lo­rite, be­nis­simo com­pren­si­bili an­che dal “fo­re­stiero” Hayez).

5.3 Giuseppe Molteni / Manzoni, equivoci su un ritratto / La monaca cancellata. ^

Bar­to­lena ne ha scritto …
(pag. 14) «[…] Hayez è il grande pro­ta­go­ni­sta della scena ar­ti­stica del tempo […] nel campo della ri­trat­ti­stica […] ha come te­mi­bili an­ta­go­ni­sti […] Pe­la­gio Pa­lagi e Giu­seppe Mol­teni.[…] Il di­bat­tito tra co­loro che ap­prez­zano il ve­ne­ziano e co­loro che pre­fe­ri­scono l’elegante con­ven­zio­na­lità bor­ghese dei di­pinti di Mol­teni è aperto. Per com­pren­dere le pro­fonde dif­fe­renze tra le due in­ter­pre­ta­zioni ba­ste­rebbe forse il con­fronto tra i loro ri­tratti di Ales­san­dro Man­zoni: uma­nis­simo e in­quieto quello di Hayez (fig. 4), icona ro­man­tica per­fet­ta­mente in li­nea con il gu­sto dell’epoca quello di Mol­teni (fig. 5).[…] Mol­teni era riu­scito ad af­fer­marsi come pit­tore dopo es­sere stato il re­stau­ra­tore e il con­su­lente d’arte di fi­du­cia di buona parte della bor­ghe­sia cit­ta­dina. L’eccezionale pe­ri­zia tec­nica e l’abilità nelle re­la­zioni pub­bli­che col­ti­vate ne­gli anni gli per­met­tono di af­fer­mare sul mer­cato una nuova ti­po­lo­gia ri­trat­ti­stica […]».

È ne­ces­sa­rio se­gna­lare al let­tore che …

Il qua­dro cui fa ri­fe­ri­mento Bar­to­lena quando scrive di «icona ro­man­tica per­fet­ta­mente in li­nea con il gu­sto dell’epoca quello di Mol­teni (fig. 5)» NON è il qua­dro espo­sto nella mo­stra di Lecco (pre­stato dal Mu­seo Man­zo­niano), di­pinto da Mol­teni tra il 1850 e il 1860 e pre­sen­tato come parte dell’ “Omag­gio a Man­zoni”.

A quest’ultimo qua­dro dei Mu­sei di Lecco, en­fa­tiz­zato nella con­fe­renza di inau­gu­ra­zione come “Omag­gio a Man­zoni” e ap­peso pro­prio all’inizio del per­corso espo­si­tivo, Bar­to­lena non fa mai al­cun ri­fe­ri­mento nelle di­ciotto pa­gine della sua Pre­sen­ta­zione.

Bar­to­lena si ri­fe­ri­sce in­vece a un al­tro qua­dro, di­pinto nel 1835 a quat­tro mani da Mol­teni e d’Azeglio, di pro­prietà della Brai­dense di Mi­lano che è in­vece espo­sto a Mi­lano nella mo­stra con­cor­rente “Ro­man­ti­ci­smo” (lo mo­striamo a lato).

Il let­tore non sor­rida, sono cose che suc­ce­dono an­che ai mi­gliori.

A parte que­sto caso cu­rioso, stu­pi­sce che Bar­to­lena, par­lando del qua­dro Molteni/d’Azeglio (fig. 15) non ne evi­denzi co­mun­que un ele­mento si­cu­ra­mente di in­te­resse per Lecco.

Lo sfondo del qua­dro (ci dia un oc­chio un po’ at­tento il let­tore) rap­pre­senta pro­prio il Mo­re­gallo, il Ponte Az­zone Vi­sconti e il San Mar­tino; po­trebbe es­sere un’icona ideale del le­game tra Man­zoni e Lecco.

Ma di que­sti aspetti nep­pure una pa­rola nella mo­stra che do­vrebbe va­lo­riz­zare il pa­tri­mo­nio cul­tu­rale di Lecco nell’Ottocento lom­bardo.

Per­ché non dire an­che che…
Ol­tre a quanto si è detto circa il ri­tratto di Man­zoni, di Mol­teni Bar­to­lena di­men­tica l’opera che lo ha reso no­tis­simo in tutto il mondo che ruo­tava (e ruota) at­torno alle te­ma­ti­che man­zo­niane.

Bar­to­lena, così come nel suo sag­gio in­tro­dut­tivo ha igno­rato “La mo­naca” di Hayez (ne ab­biamo detto so­pra), allo stesso modo si è com­ple­ta­mente di­men­ti­cata del qua­dro “La Si­gnora di Monza” di Giu­seppe Mol­teni, forse la più rap­pre­sen­tata in tutta la ico­no­gra­fia sulla mo­naca man­zo­niana, pro­prietà dei Mu­sei di Pa­via (vedi a lato).

E la cosa è tanto più cu­riosa in quanto pro­prio Bar­to­lena (an­che in quella oc­ca­sione in ve­ste di cu­ra­trice) ha por­tato il noto qua­dro di Mol­teni alla espo­si­zione “La Mo­naca di Monza”, svol­tasi a Monza dal 01/10/2016 al 19/02/2017, pro­dotta e or­ga­niz­zata da ViDi Srl (lo stesso or­ga­niz­za­tore della mo­stra di Lecco).

5.4 Luigi Bisi / Ignorati Manzoni e “I Promessi Sposi”. ^

Bar­to­lena ne ha scritto …
«[Luigi Bisi, alla morte di Mi­gliara] ne prende il po­sto sul mer­cato, gua­da­gnan­dosi lodi fin su­pe­riori» […] «La sua for­ma­zione presso Fran­ce­sco Du­relli, ti­to­lare della cat­te­dra di pro­spet­tiva a Brera, dove Bisi gli suc­ce­derà nel 1851 per ri­ma­nervi fino alla morte nel 1886, spiega l’approccio ar­chi­tet­to­nico alla ve­duta.» «Ol­tre a Luigi Bisi, spe­cia­liz­za­tosi so­prat­tutto in ve­dute del duomo […]».

Dal canto suo Zatti:
« […] l’età ro­man­tica vede il suc­cesso di for­mule pit­to­ri­che le­gate al vero, all’imitazione della na­tura, ma an­che alla de­scri­zione di mo­nu­menti e an­goli spe­cial­mente pit­to­re­schi delle città. Luigi Bisi, Gio­vanni Mi­gliara, Giu­seppe Ca­nella, con il fra­tello Carlo, e An­gelo In­ganni sono i mi­gliori rap­pre­sen­tanti di quella che viene de­fi­nita “pit­tura ur­bana”, dove la città è colta nei suoi aspetti ar­chi­tet­to­nici più sug­ge­stivi.»
E an­cora (pag. 30):
«Luigi Bisi, ap­par­te­nente a una fa­mi­glia di ar­ti­sti, do­cente di pro­spet­tiva a Brera, è l’autore di stu­pe­fa­centi ve­dute sce­no­gra­fi­che dell’interno del duomo di Mi­lano (cat. 16) — che rap­pre­sentò quasi un cen­ti­naio di volte — dalla tec­nica sem­pre più af­fi­nata, di grande pre­ci­sione pro­spet­tica, af­fa­sci­nanti per l’aura sa­crale che aleg­gia gra­zie a una sa­piente re­gia delle luci e delle om­bre.»

Per­ché non dire an­che che…
Grande at­ten­zione quindi di Bar­to­lena e Zatti su Luigi Bisi. Nes­suna delle due cu­ra­trici però ha avuto modo di ri­cor­dare nep­pure con un vago ac­cenno i mol­te­plici rap­porti tra il pit­tore e Man­zoni. Stu­pi­sce in par­ti­co­lare che Zatti della su­per-pro­du­zione di Bisi sul Duomo di Mi­lano, ab­bia di­men­ti­cato quella che cam­peg­gia a pag. 598 de “I Pro­messi Sposi” 1840.

Luigi Bisi, in­fatti, fece parte di quel gruppo di ar­ti­sti che, sotto la di­re­zione “ideo­lo­gica” e sce­no­gra­fica di Man­zoni (ben sor­retto dal pit­tore Go­nin), ci hanno re­ga­lato quella bella espe­rienza ar­ti­stica che sono le ol­tre 400 il­lu­stra­zioni de “I Pro­messi Sposi” del 1840.

Come esperto della vi­sione pro­spet­tica, Bisi ci ha la­sciato quat­tro il­lu­stra­zioni: della porta di en­trata in Monza; della Co­lonna del Bor­ghetto; del Laz­ze­retto; del Duomo — que­sti tre ul­timi al­tret­tanti luo­ghi della Mi­lano del 1630. Vere pie­tre mi­liari nello svi­luppo del ro­manzo di Man­zoni (le di­ci­ture sono quelle in­di­cate da Man­zoni all’artista):

Cap. IX, pag. 169 — An­tica porta con torre, all’entrata di Monza.
Cap. XI, pag. 232 — È pane dav­vero! [È rap­pre­sen­tata la Co­lonna del Bor­ghetto].
Cap. XXVIII, pag. 540 — Il Laz­ze­retto di Mi­lano.
Cap. XXXI, pag. 598 — Al­cuni ai quali era parso di ve­dere… per­sone in duomo an­dare un­gendo un as­sito.

e an­che che…
E Bartolena/Zatti, po­te­vano an­che ri­cor­dare che (a con­ferma di un rap­porto di lunga data tra Man­zoni e la fa­mi­glia Bisi, com­po­sta da ar­ti­sti tutti di va­lore) il fa­moso ac­que­rello raf­fi­gu­rante la fa­mi­glia Man­zoni, rap­pre­sen­tata verso il 1820, era stato com­po­sto da Er­ne­sta Le­gnani Bisi, zia del Luigi Bisi in que­stione e amica di Ales­san­dro, di En­ri­chetta e di Giu­lia Man­zoni.

Quante cose, e sull’arte dell’Ottocento lom­bardo e su Man­zoni (quindi su Lecco), si po­te­vano dire par­lando di Luigi Bisi!

5.5 Marco Gozzi / Ignorata Lecco e il suo territorio. ^

Bar­to­lena ne ha scritto … (pag. 16): «Tra i pit­tori che più at­ti­va­mente par­te­ci­pa­rono al ten­ta­tivo di eman­ci­pa­zione della pit­tura di pae­sag­gio dai ca­noni sce­no­gra­fici del clas­si­ci­smo set­te­cen­te­sco vi fu, ad esem­pio, Marco Gozzi, che espose as­si­dua­mente a Brera tra il 1812 e il 1838. I suoi pae­saggi cer­cano un par­ziale af­fran­ca­mento da­gli sti­lemi dei ca­pricci set­te­cen­te­schi, pur nel ri­spetto della tra­di­zione e di una certa uf­fi­cia­lità nel re­per­to­rio te­ma­tico. Nel 1807 il vi­ceré gli aveva as­si­cu­rato uno sti­pen­dio an­nuale di 1550 lire, in cam­bio di tre qua­dri all’anno. An­che gli Asburgo ap­prez­ze­ranno il suo stile ri­go­roso e at­tento al det­ta­glio e lo sfrut­te­ranno spesso per do­cu­men­tare le opere pub­bli­che da loro rea­liz­zate sul ter­ri­to­rio lom­bardo.»

E an­che Zatti (pag. 30): «Pro­ta­go­ni­sta della pit­tura di pae­sag­gio della Mi­lano post na­po­leo­nica è Marco Gozzi, a cui si deve una larga parte di lim­pida il­lu­stra­zione delle terre di Lom­bar­dia nei primi de­cenni del nuovo se­colo […] luo­ghi ed ele­menti di in­te­resse […] quali le reti stra­dali e fer­ro­via­rie, le prime in­du­strie, il ponte di Cas­sano, il ca­stello di Trezzo o la Ma­donna della Sas­sella, sulla strada dello Stel­vio (cat. 20)».

Per­ché non dire an­che che… Bene! ab­biamo com­preso che Gozzi è ben pre­sente alle due sto­ri­che dell’arte. E per­ché al­lora non ac­cen­nare al­meno alle tele di Gozzi che hanno come sog­getto il lago di Como/Lecco? Del “Ne­store dei pit­tori” (era nato nel 1759) ab­biamo un “Or­rido di Nesso” e di­verse belle ve­dute di Lecco, in una delle quali do­mina il San Mar­tino uti­liz­zata in co­per­tina per de­cenni in molte edi­zioni eco­no­mi­che Gar­zanti de “I Pro­messi Sposi”. Da dire di Gozzi è inol­tre che, es­sendo morto nel 1839, quindi prima che uscis­sero i pae­saggi de “I Pro­messi Sposi”, si può an­che pen­sare che siano Man­zoni e Go­nin ad avere preso spunto dalle sue ve­dute del la­riano per le ta­vole pae­sag­gi­sti­che con cui si apre il ro­manzo del 1840.

Per fi­nire, ri­cor­diamo che un pae­sag­gio di Marco Gozzi (ma del ber­ga­ma­sco) è espo­sto alla mo­stra “Ro­man­ti­ci­smo” di Mi­lano.

5.6 Cherubino Cornienti / Ignorati Manzoni, Lecco e il suo territorio. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 16) «Per com­pren­dere la di­stanza che se­para la ri­cerca del vec­chio Hayez da quella di Cor­nienti sa­rebbe forse suf­fi­ciente il con­fronto con la ver­sione del pa­vese dei Pro­fu­ghi di Parga (cat. 14) e l’originale haye­ziano. En­trambi i pit­tori fanno ri­fe­ri­mento alle vi­cende el­le­ni­che, se­guite con at­ten­zione da­gli in­tel­let­tuali di mezza Eu­ropa, as­se­con­dando al con­tempo le vel­leità po­li­ti­che di molta pit­tura sto­rica ita­liana e il dif­fuso gu­sto orien­ta­li­sta.»

Per­ché non dire an­che che…
Detto bene! ma è escluso ogni ri­fe­ri­mento a Man­zoni che, nella vi­cenda dei pro­fu­ghi di Parga, ebbe un ruolo si­gni­fi­ca­tivo.

Sol­le­ci­tato dai tra­va­gli della pic­cola città greca di Parga (con­tesa dalle va­rie po­tenze del Me­di­ter­ra­neo dopo il Con­gresso di Vienna del 1815), e con chiaro ri­fe­ri­mento alla si­tua­zione ita­liana, Fo­scolo (con ar­ti­coli usciti in In­ghil­terra su «The Edin­burgh Re­view») prese una po­si­zione molto netta.

Nel di­cem­bre 1820 Goe­the, nel di­fen­dere “Il Conte di Car­ma­gnola” di Man­zoni dalle cri­ti­che della Quar­terly Re­view, sol­le­ci­tava Man­zoni a scri­vere sulla vi­cenda in quel modo nuovo che allo scrit­tore te­de­sco tanto pia­ceva:

«Ma se fosse le­cito al Si­gnor Man­zoni […] di con­durlo nella sua ma­niera […], se met­tesse in atto la sua fa­coltà di com­muo­vere ele­gia­ca­mente e di ec­ci­tare li­ri­ca­mente, […] l’Inglese me­de­simo, an­cor­ché si sen­tisse fe­rito al­quanto dalla parte sca­brosa, che toc­che­rebbe ai suoi com­pa­triotti, cer­ta­mente non chia­me­rebbe de­bole il dramma.»

Man­zoni non rac­colse l’idea ma si ado­però per­ché, nell’impossibilità di farlo in Ita­lia, ve­nisse stam­pata in Fran­cia e in In­ghil­terra una “ro­manza” di Gio­vanni Ber­chet dal ti­tolo “I Pro­fu­ghi di Parga”, con chiari ri­fe­ri­menti alla si­tua­zione po­li­tica ita­liana.

Il 29 gen­naio 1821 Man­zoni scrisse in­fatti all’amico Claude Fau­riel (da anni im­pe­gnato in ri­cer­che sull’identità cul­tu­rale greca), lo­dando molto il la­voro di Ber­chet e chie­den­do­gli ta­ci­ta­mente di farlo pub­bli­care in Fran­cia. Ri­chie­sta che Fau­riel riu­scì a sod­di­sfare nel 1823, an­che con la tra­du­zione in lin­gua fran­cese (nel frat­tempo Ber­chet era do­vuto fug­gire dall’Italia per non ca­dere nelle mani della po­li­zia au­striaca).

Ci sem­bra che par­lare dei due qua­dri di Hayez e Cor­nienti sulla vi­cenda di Parga senza nep­pure ci­tare, an­che con po­che pa­role, il coin­vol­gi­mento at­tivo e de­ci­sivo di Man­zoni, è chiu­dere la sto­ria e la vita cul­tu­rale in un tu­betto del co­lore.

e an­che che…
Non sa­rebbe stato male an­che in­for­mare il let­tore che Che­ru­bino Cor­nienti (tra il 1850 e il 1853) fu ami­che­vol­mente ospi­tato dal pa­triota Carlo Te­stori a Villa Pozzi in Gar­late, a due passi da Lecco, dove Gio­vanni Bat­ti­sta, pa­dre di Carlo era stato tra i fon­da­tori del Tea­tro della So­cietà di Lecco (in que­sti mesi in ri­strut­tu­ra­zione ma sem­pre parte im­por­tante del pa­tri­mo­nio cul­tu­rale lec­chese).

Per rin­gra­ziare Te­stori dell’ospitalità, Cor­nienti tra il 1853 e il 1855 af­fre­scò il sof­fitto della grande sala prin­ci­pale della Villa con quat­tro scene sulla vi­cenda di Pro­me­teo:

• “Pro­me­teo ir­ra­dia sui mor­tali il fluido ri­ge­ne­ra­tore”
• “Pro­me­teo le­gato alla rocca del Cau­caso”
• “Pro­me­teo ful­mi­nato da Giove”
• “Pro­me­teo sale vit­to­rioso all’Empireo”.

Al cen­tro delle scene l’allegoria dell’Immortalità (a lato le ri­pro­du­zioni).

Un com­plesso pit­to­rico che forma tut­tora l’orgoglio non solo dei pro­prie­tari della Villa ma dell’intero ter­ri­to­rio. Per­ché igno­rarlo del tutto?

Inol­tre, nella sua per­ma­nenza nei din­torni di Lecco, Cor­nienti trovò modo an­che di di­pin­gere due tele per la Chiesa di San Leo­nardo di Mal­grate (“An­nun­cia­zione” e “Na­ti­vità”). Que­ste due tele, com­mis­sio­nate da Gior­gio Agu­dio, fu­rono da que­sti ini­zial­mente ri­fiu­tate per­ché troppo in­no­va­tive nello stile. Fu an­cora l’amico e me­ce­nate Carlo Te­stori a con­vin­cere il com­mit­tente un po’ tra­di­zio­na­li­sta che era in­vece il caso di ac­cet­tarle e di te­nerle bene da conto.

Quante cose le­gate alla sto­ria della pit­tura e al ter­ri­to­rio si po­treb­bero dire, con un po’ di at­ten­zione alla realtà. Non è vero?

E pen­sare che — gra­zie agli esperti d’arte molto pre­pa­rati e at­tivi nel ter­ri­to­rio lec­chese — è fa­cile tro­vare la do­cu­men­ta­zione ne­ces­sa­ria alla va­lo­riz­za­zione di Lecco e del suo ter­ri­to­rio.

Su­gli af­fre­schi di Villa Pozzi a Gar­late vi è un ben do­cu­men­tato ar­ti­colo del noto Gian­franco Scotti de­cano de­gli sto­rici di Lecco e fine co­no­sci­tore / di­vul­ga­tore delle vi­cende ar­ti­sti­che la­riane (“Villa Te­stori a Gar­late e gli af­fre­schi di Che­ru­bino Cor­nienti” / Ar­chivi di Lecco, 2001 / f.1 / p. 7).

Per le tele di Mal­grate si può in­vece fare ri­fe­ri­mento al bel li­bro “Sotto il cam­pa­nile di San Leo­nardo” di An­gelo Sala (Lecco, 2007).

Ci sia con­sen­tita — di sfug­gita, si in­tende — una con­si­de­ra­zione.
Sa­rebbe una gran bella cosa se in que­ste ini­zia­tive cul­tu­rali della città di Lecco, ve­nis­sero coin­volti at­ti­va­mente an­che gli esperti di sto­ria e di arte lo­cale: sono colti e be­nis­simo in­for­mati sul loro ter­ri­to­rio.

Si evi­te­reb­bero pro­ba­bil­mente in­spie­ga­bili am­ne­sie sto­rico-cul­tu­rali sulla città e la sua sto­ria, quali quelle che stiamo evi­den­ziando.

5.7 Tranquillo Cremona / Dimenticati Manzoni e “I Promessi Sposi”. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 17): «La pre­senza di Tré­court ne­gli am­bienti della Ci­vica Scuola di Pit­tura pa­vese fa­vo­ri­sce, dun­que, una vena di no­vità e una ten­denza di ri­cerca che esplo­derà da lì a breve nella ge­ne­ra­zione di Fe­de­rico Fa­ruf­fìni e Tran­quillo Cre­mona […]»

Per­ché non dire an­che che…
A parte l’abbaglio sulla at­tri­bu­zione a Cre­mona di un la­voro (per al­tro di mo­de­sti in­tenti, di Gio­van Bat­ti­sta To­de­schini, di cui ab­biamo detto più so­pra) non sa­rebbe stato male, a que­sto punto, par­lare dei tre di­se­gni (forse cin­que) che Cre­mona rea­lizzò (vivo Man­zoni) per l’edizione 1869 de “I Pro­messi Sposi”, stam­pata da Re­chie­dei.

Ne parla An­to­nio Vi­smara (Bi­blio­gra­fia man­zo­niana, os­sia se­rie delle edi­zioni delle Opere di Ales­san­dro Man­zoni – Mi­lano, Pa­ra­via 1875):
«[Dato] lo stato de­plo­re­vole delle il­lu­stra­zioni del 1840, gli edi­tori […] si vi­dero co­stretti a so­sti­tuire, al­meno in parte, quelle in­ser­vi­bili. E l’incarico fu af­fi­dato a due gio­vani […] Tran­quillo Cre­mona, la cui opera pit­to­rica ebbe lar­ghis­simo e me­ri­tato ri­co­no­sci­mento, e Luigi Bor­go­mai­ne­rio, ce­le­bre, poi, come ca­ri­ca­tu­ri­sta, sotto lo pseu­do­nimo di Don Cic­cio. […] Si de­vono al Cre­mona tre ta­vole fuori te­sto, pure com­prese nella nu­me­ra­zione, alle pagg.17, 165 e 249; e con ogni pro­ba­bi­lità, il ri­tratto e una ta­vola, non fir­mata, a p. 881. A que­ste il­lu­stra­zioni de­vesi il no­te­vole pre­gio di que­sta edi­zione […]».

Per la ve­rità, non con­cor­diamo con l’apprezzamento di Vi­smara, ma i no­stri gu­sti poco im­por­tano.

Que­ste il­lu­stra­zioni di Cre­mona fanno però parte della sto­ria dell’arte lom­barda e man­zo­niana e quindi ne te­niamo conto e re­gi­stra­zione, so­prat­tutto per­ché con­tri­bui­scono a ren­derci con­sa­pe­voli dei le­gami mol­te­plici che Man­zoni tenne all’epoca sua (e an­che dopo) con molti dei mi­gliori pit­tori e scul­tori lom­bardi.

5.8 Giuseppe Bertini / Dimenticati Manzoni e, della peste di Milano 1630, il notissimo episodio di Cecilia. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
«[Giu­seppe Ber­tini] si im­pose sulla scena di Brera, con il suo primo ca­po­la­voro “Dante e frate Ila­rio” […] fu­turo erede di Hayez […] Giu­seppe Ber­tini […] si de­dicò con suc­cesso an­che alle arti ap­pli­cate, in par­ti­co­lare alla pro­du­zione di ve­trate, come ben te­sti­mo­nia lo splen­dido esem­pio di pro­prietà dell’Ambrosiana […] di­venta ben pre­sto il cam­pione del rin­no­va­mento della pit­tura sto­rico-let­te­ra­ria […] nella clas­si­cità del pro­prio credo pit­to­rico […] egli pre­di­lige tut­ta­via la spe­ri­men­ta­zione sul co­lore ri­spetto al di­se­gno, spin­gendo gli al­lievi all’osservazione del vero […] non man­cherà di ar­ri­vare ai suoi al­lievi più pro­met­tenti, su tutti lo sca­pi­gliato Tran­quillo Cre­mona.»

Per­ché non dire an­che che…
Bar­to­lena de­dica 236 pa­role a Ber­tini ma non rie­sce a scri­verne nep­pure una circa l’impegno dell’artista sui temi man­zo­niani.
Di­men­tica che Ber­tini di­pinse uno dei qua­dri forse più noti sull’episodio di Ce­ci­lia de “I Pro­messi Sposi” (vedi a lato) e an­che un qua­dro, raf­fi­gu­rante i fi­nal­mente sposi Lu­cia e Renzo (vit­to­rioso ed en­tu­sia­sta), am­pia­mente uti­liz­zato nell’editoria at­tuale (vedi a lato).

Per non par­lare dei di­se­gni rea­liz­zati per una edi­zione de “I Pro­messi Sposi” (Val­lardi 1916).

5.9 Domenico e Gerolamo Induno / Ignorati Pescarenico e il monumento a Manzoni. ^

Ab­biamo già detto so­pra, pro­prio all’avvio della no­stra ana­lisi, della vi­cenda dei di­pinti scam­biati e delle in­ge­nuità sto­ri­che sulla 3ª Guerra di In­di­pen­denza del 1866 da parte di cu­ra­trice, or­ga­niz­za­tori, am­mi­ni­stra­tori del Co­mune, e non ci tor­niamo ov­via­mente so­pra.

Ma vi sono al­tri ele­menti ri­guar­danti Ge­ro­lamo In­duno e le­gati alla sto­ria ci­vica e ar­ti­stica della città di Lecco, che vale la pena di ri­cor­dare.

Bar­to­lena ne ha scritto…
«Il fra­tello di Do­me­nico, Ge­ro­lamo, so­sti­tuirà ai sog­getti ispi­rati alla vita quo­ti­diana dei ceti po­po­lari l’altrettanto sem­plice e im­me­diata nar­ra­zione dell’esistenza dei sol­dati e dei ga­ri­bal­dini […]»
«Se Do­me­nico fa­tica ad ab­ban­do­narsi alla fa­ci­lità di ma­li­ziose sce­nette ro­cocò […] come ben di­mo­strano le due opere in mo­stra, La pit­trice (cat. 41 ) e […] La bella pen­sosa (cat. 42), […] Ge­ro­lamo, a di­spetto del suo pas­sato da pit­tore-sol­dato, fi­ni­sce per con­ver­tirsi alla fri­vo­lezza ri­chie­sta dal mer­cato in­ter­na­zio­nale.»

Per­ché non dire an­che che…
Bar­to­lena, ol­tre alle in­for­ma­zioni so­pra ri­por­tate sui due In­duno, avrebbe po­tuto ri­cor­darci (ne ac­cenna Zatti, ma ap­punto, ac­cenna) an­che che i due fra­telli ci hanno la­sciato ve­dute pro­prio di Pe­sca­re­nico, nel solco del pae­sag­gio man­zo­niano (ve­dine a lato esempi, ma ne ven­nero rea­liz­zati al­tri).

e an­che che…
Bar­to­lena avrebbe però po­tuto par­lare an­che di un epi­so­dio della vita di Ge­ro­lamo In­duno, che lo lega stret­ta­mente a Lecco e a Man­zoni.

Come noto a chi stu­dia le vi­cende ar­ti­sti­che della città, nel 1884 il lec­chese Abate Stop­pani, Pre­si­dente del Co­mi­tato per il Mo­nu­mento a Man­zoni in Lecco, av­viò a li­vello na­zio­nale la cam­pa­gna per il po­si­zio­na­mento di Lecco come “al­tare di Man­zoni”.

Un’azione di vero “mar­ke­ting cul­tu­rale” che con­sentì per quasi un se­colo a Lecco di es­sere uni­ver­sal­mente ri­co­no­sciuta come “città di Man­zoni”.

La gara fu vinta da Con­fa­lo­nieri che rea­lizzò quel bel mo­nu­mento, ap­pena re­stau­rato dal Co­mune, unico in Ita­lia, de­di­cato sia a Man­zoni sia al suo ro­manzo (per sa­perne di più, vedi la no­stra nota).

Che c’entra Ge­ro­lamo In­duno? Pa­rec­chio!
Nel 1887 Ge­ro­lamo In­duno fu l’unico pit­tore chia­mato a fare parte della Com­mis­sione esa­mi­na­trice dei boz­zetti che un­dici ar­ti­sti erano stati in­vi­tati a pre­sen­tare.

E l’8 aprile 1888, in cop­pia con l’architetto Cer­ruti, vi­sio­nato il boz­zetto di Con­fa­lo­nieri “con Man­zoni se­duto”, In­duno fu in­ca­ri­cato dall’Abate Stop­pani “di trat­tare i det­ta­gli con l’artista, stante la loro in­con­di­zio­nata ap­pro­va­zione del pro­getto”.
In­duno e Cer­ruti se­gui­rono così passo passo Con­fa­lo­nieri, dando il loro con­tri­buto di ar­ti­sti esperti, fino all’inaugurazione del mo­nu­mento il 25 ot­to­bre 1891.

5.10 Giuseppe De Albertis / Ignorati Ghislanzoni, Manzoni e Garibaldi. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 19): «Te­sti­mo­niano, in­vece, la lunga for­tuna del ge­nere mi­li­tare le opere di Se­ba­stiano De Al­ber­tis, nar­ra­tore fe­dele al tema an­che quando l’epopea ri­sor­gi­men­tale è or­mai lon­tana e i fer­vori pa­triot­tici si sono spenti sotto la spessa col­tre delle di­sil­lu­sioni e de­lu­sioni po­stu­ni­ta­rie. Im­pe­gnato nelle Cin­que gior­nate di Mi­lano e poi ar­ruo­la­tosi nei ga­ri­bal­dini, De Al­ber­tis of­fre la pro­pria ta­vo­lozza alla sto­ria con­tem­po­ra­nea, sog­getto che con­ti­nuerà a fre­quen­tare an­che a guerre con­cluse, pro­du­cendo spesso scene ge­ne­ri­che di com­bat­ti­menti, spesso co­di­fi­cate in uno stile di­ve­nuto ma­niera.»

Per­ché non dire an­che che…
De Al­ber­tis evi­den­te­mente non in­te­ressa gran­ché a Bar­to­lena che, an­che se nel qua­dro della pre­sen­ta­zione di una mo­stra in Lecco, se la cava con po­che pa­role.

Pec­cato. Per­ché De Al­ber­tis è stato le­gato pro­fes­sio­nal­mente e da grande ami­ci­zia ad An­to­nio Ghi­slan­zoni, il ge­niale scrit­tore lec­chese, au­tore di de­cine di fa­mo­sis­simi li­bretti mu­si­cali, tra cui la “Aida” di Giu­seppe Verdi, il “Sal­va­tor Rosa“ di Go­mes, i “Li­tuani” di Pon­chielli, e, nel 1869, il riu­sci­tis­simo li­bretto “I Pro­messi Sposi” per Er­rico Pe­trella, rap­pre­sen­tato più volte a Lecco e in tante al­tre città d’Italia.

Con Ghi­slan­zoni De Al­ber­tis col­la­borò ai gior­nali sa­ti­rici (in realtà di op­po­si­zione pa­triot­tica) nel “de­cen­nio buio” 1849-1859. Se sfo­gliate le an­nate de “Il Pun­golo” o de “L’Uomo di Pie­tra”, a fianco di tanti ar­ti­coli di Ghi­slan­zoni, tro­ve­rete de­cine di for­mi­da­bili il­lu­stra­zioni sa­ti­ri­che di De Al­ber­tis, che per l’amico lec­chese il­lu­strò an­che il gu­stoso “Le me­mo­rie di un gatto”, pub­bli­cato a pun­tate su “L’Uomo di Pie­tra”.

e an­che che …
La cosa però che ci ha mag­gior­mente col­pito è l’assoluta man­canza di ri­fe­ri­menti da parte di Bar­to­lena a un di­pinto che in Ita­lia cre­diamo co­no­scano an­cora oggi an­che i bimbi delle ele­men­tari e che è cer­ta­mente uno dei più ri­cor­dati del no­stro Ri­sor­gi­mento in tutta Ita­lia, fi­gu­ria­moci a Lecco.

Par­liamo del qua­dro “In­con­tro tra Ales­san­dro Man­zoni e Giu­seppe Ga­ri­baldi”.

Come noto l’incontro av­venne il 25 marzo 1862 nella casa di Man­zoni in Via Mo­rone a Mi­lano, con l’ancora più noto scam­bio di bat­tute:

Per­met­tete — disse il ge­ne­rale, che te­neva in mano un maz­zo­lino di vio­lette — ch’io venga a pre­stare un omag­gio a un uomo che onora tanto l’Italia”.
.
“Non siete voi — ri­spose il Man­zoni — che do­vete pre­stare omag­gio a me; sì io, che mi trova ben pic­cino da­vanti all’uomo dei Mille”.

È chiaro che a Bar­to­lena — le­git­ti­ma­mente — può an­che non im­por­tare nulla né di Ga­ri­baldi né di Man­zoni. E ma­gari tro­vare an­ti­pa­tici sia l’uno che l’altro.

Ma quando, per conto della città di Man­zoni (che ha vo­luto ono­rare Ga­ri­baldi con il no­te­vole mo­nu­mento di Con­fa­lo­nieri po­sto pro­prio nel cen­tro della città), si trova a par­lare di De Al­ber­tis, oggi noto so­prat­tutto per avere im­mor­ta­lato l’incontro tra due grandi del Ri­sor­gi­mento (uno dei quali vero pa­dre spi­ri­tuale di Lecco), è forse op­por­tuno te­nerne conto. O no?

5.11 Giuseppe Grandi / Ignorati Manzoni e suo nonno Cesare Beccaria. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 22): «In­sieme a lui con­di­vi­dono la scena al­tri due grandi pro­ta­go­ni­sti: il pit­tore Tran­quillo Cre­mona — ri­te­nuto, con al­terne for­tune, il ca­po­scuola — e lo scul­tore Giu­seppe Grandi […] che nelle sue opere pla­sti­che rie­sce a in­ter­pre­tare ma­gi­stral­mente il tocco can­giante del pen­nello sca­pi­gliato tra­du­cen­dolo nella ma­te­ria, con esiti che, tra l’altro, sa­ranno fon­da­men­tali per la for­ma­zione di un ar­ti­sta quale Me­dardo Rosso.»

An­cora Bar­to­lena (in nota) ri­pren­dendo da Dossi: «So­vente […] Tran­quillo Cre­mona, Giu­seppe Grandi, Luigi Pe­relli, Ron­zoni e al­tri, […] quando non ave­vano più de­naro gio­ca­vano i bot­toni de­gli abiti. Una sera Grandi li per­dette tutti, com­presi quelli delle mu­tande, della ca­mi­cia, e tornò a casa (for­tuna che era notte!) in uno stato più co­mi­ca­mente com­pas­sio­ne­vole del mondo.»

Per­ché non dire an­che che…
Tra una con­si­de­ra­zione se­ria e un aned­doto go­liar­dico, un po’ di pa­role per Grandi Bar­to­lena le spende.
Avrebbe quindi po­tuto spin­gersi un po’ più in là e dire qual­che cosa sul bel mo­nu­mento de­di­cato a Ce­sare Bec­ca­ria, tut­tora ben pre­sente nel cen­tro di Mi­lano, nella piazza omo­nima.
Po­teva es­sere un’occasione per ri­cor­dare ai di­stratti (o a chi lo ignora) che Bec­ca­ria era nonno di Man­zoni.
Quel Bec­ca­ria che il gio­vane Ales­san­dro tanto sti­mava dall’indursi a fir­mare “Ales­san­dro Man­zoni Bec­ca­ria” l’Ode “In morte di Carlo Im­bo­nati”, il com­po­ni­mento che gli aprì le porte della poe­sia ita­liana.

Quel Ce­sare Bec­ca­ria alla cui opera (“Dei De­litti e delle Pene” è an­cora oggi una­ni­me­mente con­si­de­rato un pi­la­stro del di­ritto) Man­zoni de­dicò un sen­tito ap­prez­za­mento nel suo “I Pro­messi Sposi” 1840, unito a un ri­tratto molto rea­li­stico del nonno, il­lu­stre in tutta Eu­ropa (an­cor­ché non molto cor­retto nei con­fronti della fi­glia Giu­lia, ma­dre di Ales­san­dro, e dei fra­telli Verri, con il cui in­di­spen­sa­bile con­tri­buto aveva scritto il li­bro, ma da lui vo­lu­ta­mente oc­cul­tati nel mo­mento in cui la sua opera go­dette di una grande no­to­rietà).

5.12 Mosè Bianchi / La Monaca di Monza, un’altra cancellatura, ma più grave. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 24): «Ot­timo rap­pre­sen­tante del nuovo corso na­tu­ra­li­sta della pit­tura lom­barda è an­che Mosè Bian­chi.[…] Al­lievo di Ber­tini che lo in­di­rizza verso la pit­tura di ge­nere, quella re­li­giosa e il ri­tratto, Bian­chi di­mo­stra su­bito una certa per­so­na­lità […] Ar­ti­sta eclet­tico, ca­pace di pas­sare dalle sce­nette neo­set­te­cen­te­sche […] a opere mo­der­nis­sime nei temi e nei modi, Bian­chi ha rag­giunto il pro­prio ver­tice crea­tivo nelle scene di ge­nere — spesso am­bien­tate ne­gli in­terni delle chiese — ma si è di­stinto an­che nel pae­sag­gio e nella ve­duta cit­ta­dina.»

Per­ché non dire an­che che…
Dal tono ci pare che Bian­chi sia ar­ti­sti­ca­mente sim­pa­tico a Bar­to­lena.
Non tanto però da ri­cor­dare che il mon­zese Mosè Bian­chi non solo era vi­cino a Man­zoni per ra­gioni di fa­mi­glia, ma che si de­dicò in va­rio modo al suo ro­manzo.

A com­mento della vi­cenda svol­tasi quasi tre­cento anni prima nella pro­pria città, Bian­chi pro­dusse molti la­vori di va­ria na­tura tec­nica, tesi a evi­den­ziare i ri­flessi an­che ne­vro­tici sulla psi­che della Si­gnora di Monza delle sue scelte esi­sten­ziali.

Qui ri­por­tiamo sia il noto qua­dro nel quale sono rap­pre­sen­tati la Si­gnora di Monza/Marianna De Leyva e il suo amante Egidio/Gian Paolo Osio; sia l’altro — “Ri­tratto di Egi­dio” — cen­trato su una di­versa fi­sio­no­mia del gio­vane.

Fa spe­cie che, nep­pure nel pan­nello af­fisso alle pa­reti della mo­stra (nello pseudo-ca­ta­logo pro­prio non se ne dice pa­rola), si fac­cia ri­fe­ri­mento a que­sta opera di Bian­chi che, as­sieme a quella di Mol­teni, è con­si­de­rata da sem­pre un ti­pico esem­pio dell’influenza man­zo­niana sulla pit­tura, non solo lom­barda.

5.13 Previati / Cancellate le 230 illustrazioni su “I Promessi Sposi”. ^

Bar­to­lena ne ha scritto…
(pag. 26): « Dal grembo della sca­pi­glia­tura na­scono Se­gan­tini e Pre­viati, le cui prime opere sono fi­glie, in tutta evi­denza, di un ro­man­ti­ci­smo ri­vi­si­tato dalle istanze sca­pi­gliate, come ben di­mo­strano lo splen­dido ri­tratto di Bice Bu­gatti nelle ve­sti di un’immaginaria Fal­co­niera (cat. 77) del primo e il Ba­cio (cat. 79) del se­condo, en­trambi in mo­stra.»

Per­ché non dire an­che che…
Come si è vi­sto Bar­to­lena de­dica a Pre­viati solo po­che pa­role, li­mi­tan­dosi a ci­tarne la pre­senza tra gli ar­ti­sti espo­sti.

La cosa ci ha in­cu­rio­sito.
Pre­viati in­fatti è uno dei nomi mag­gior­mente ci­tati in re­la­zione a Man­zoni e a “I Pro­messi Sposi”.

Come è noto, Pre­viati (che si era an­che tra­sfe­rito a vi­vere a Lecco, per en­trare nell’atmosfera del ro­manzo – e la aveva tro­vata molto co­stosa!) rea­lizzò in­fatti ben 228 il­lu­stra­zioni e 13 ta­vole in elio­ti­pia per la fa­mosa edi­zione Hoe­pli, uscita in di­spense tra il 1897 e il 1900 e molto pub­bli­ciz­zata con una grande ope­ra­zione di mar­ke­ting da parte di Hoe­pli, che aveva in­detto un con­corso tra gli ar­ti­sti con un pre­mio con­si­stente.

Dob­biamo dire che a no­stro av­viso tutta l’operazione Previati/Hoepli fu non solo di me­dio­cre qua­lità (an­che per le con­di­zioni tec­ni­che di stampa pre­scelte) ma è an­che un vero e pro­prio volta fac­cia ri­spetto al ro­manzo di Man­zoni, por­ta­tore di seri tra­vi­sa­menti dei suoi con­te­nuti.

Ciò detto, nel 1995 si tenne a Lecco una mo­stra in­te­res­sante ti­to­lata «“I Pro­messi Sposi” di Gae­tano Pre­viati», con con­tri­buti non ba­nali da parte di Gian­luigi Daccò, al­lora Di­ret­tore dei Mu­sei Ci­vici di Lecco e (no­no­stante qual­che no­stra ri­serva sul suo ap­proc­cio me­to­do­lo­gico) cer­ta­mente un al­tro de­gli esperti sulla cul­tura di Lecco (più so­pra ab­biamo ri­cor­dato Gian­franco Scotti, ma ve ne sono al­tri, al­tret­tanto de­gni di men­zione), che avreb­bero po­tuto con pro­fitto es­sere con­sul­tati per l’impostazione della mo­stra.

Tutto ciò ri­cor­dato non si vede per­ché Bar­to­lena, esperta d’arte dell’Ottocento, non ab­bia sen­tito la ne­ces­sità di de­di­care a que­sto aspetto dell’attività di Pre­viati al­meno una frase, tanto per non fare ap­pa­rire la sua pre­sen­ta­zione come scritta per Marte e non per la città di Lecco.

Po­tremmo ag­giun­gere al­tri nomi di ar­ti­sti pre­senti in mo­stra e al­tri fatti, re­la­tivi ai loro rap­porti con il mondo man­zo­niano ma con il let­tore ci siamo già ca­piti.

È per­fet­ta­mente chiaro che molti de­gli ar­ti­sti pre­senti nella mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo” fu­rono at­ti­va­mente coin­volti nell’opera di Man­zoni.
Ne re­spi­ra­rono non solo l’influenza let­te­ra­ria ma, in modo più o meno di­retto, an­che l’esperienza (al­lora molto in­no­va­tiva) con­dotta da Manzoni/Gonin pro­prio nell’area del di­se­gno e della pit­tura.

E al­lora per­ché non farne uno de­gli ele­menti di forza dell’intera mo­stra, an­zi­ché li­mi­tarsi a solo va­ghi ac­cenni senza en­trare mai nel vivo delle cose?

E pen­sare che il pre­sup­po­sto con­cet­tuale della mo­stra era stato espresso con ac­centi molto pre­cisi dall’Assessore Piazza:
«L’Assessorato alla Cul­tura […] ha ideato una mo­stra che ha vo­luto for­te­mente le­gata al ter­ri­to­rio […] Un’opportunità per rac­con­tare al grande pub­blico una parte della ric­chezza cul­tu­rale della no­stra città, non solo ar­ti­stica ma an­che let­te­ra­ria

E al­lora, avendo l’Amministrazione trac­ciato una li­nea stra­te­gica pre­cisa, per­ché gli or­ga­niz­za­tori e la cu­ra­trice non hanno se­guito le in­di­ca­zioni della città?

E al­lora, per­ché lo pseudo-ca­ta­logo “Ot­to­cento Lom­bardo” non de­dica nep­pure una riga a tutte que­ste que­stioni, che co­sti­tui­scono la realtà sto­rica della città di Lecco e da cui quindi non si do­vrebbe mai – MAI – pre­scin­dere?

6. Amara conclusione: nella mostra “Ottocento Lombardo” tradito il mandato dell’Amministrazione comunale; ignorato il patrimonio artistico-letterario di Lecco.

Dopo que­sta lunga chiac­chie­rata, ri­te­niamo non sia ne­ces­sa­rio spen­dere al­tre pa­role.

Il let­tore ha già per­fet­ta­mente com­preso ciò che a noi pare evi­dente: i pre­sup­po­sti espo­sti da Sin­daco e As­ses­sore alla Cul­tura per fare di que­sta mo­stra una oc­ca­sione di va­lo­riz­za­zione del pa­tri­mo­nio ar­ti­stico-let­te­ra­rio di Lecco sono stati da or­ga­niz­za­tori e cu­ra­trice as­so­lu­ta­mente di­sat­tesi.

La mo­stra “Ot­to­cento Lom­bardo” è di tutta evi­denza una delle tante espo­si­zioni senza fi­sio­no­mia che stanno in­fla­zio­nando il mer­cato delle mo­stre d’arte e che nes­sun con­tri­buto pos­sono por­tare a una mag­giore vi­si­bi­lità di Lecco e del suo ter­ri­to­rio.

Il let­tore chie­derà: e la so­lu­zione?

Con­cet­tual­mente è sem­plice: pun­tare con de­ci­sione e coe­renza sulle spe­ci­fi­cità di Lecco e sul pa­tri­mo­nio di in­tel­li­genza e sen­si­bi­lità che la sto­ria ha re­ga­lato alla città at­tra­verso le sue grandi per­so­na­lità.

In primo luogo Ales­san­dro Man­zoni. Ma senza di­men­ti­care le al­tre fi­gure che — ognuna nei pro­pri campi d’azione e di pen­siero — hanno de­fi­nito per Lecco una fi­sio­no­mia di alto li­vello (spesso al­tis­simo, pen­siamo all’Abate Stop­pani) che per molti de­cenni ha ca­rat­te­riz­zato la città la­riana e che po­trebbe an­cora po­si­ti­va­mente es­sere ri­chia­mata in de­ter­mi­nati con­te­sti (in que­sto am­bito par­liamo so­prat­tutto dell’Abate Stop­pani, di Ghi­slan­zoni, di Gio­van Bat­ti­sta To­de­schini, di Carlo Pizzi).

Na­tu­ral­mente mo­bi­li­tando nuove sen­si­bi­lità e me­to­do­lo­gie ma sem­pre sulla base del pa­tri­mo­nio umano e di co­no­scenze su cui può an­cora con­tare la città di Man­zoni.

In Lecco sono at­tivi stu­diosi ed esperti che — se coin­volti nelle giu­ste forme — po­treb­bero dare un con­tri­buto po­si­tivo alle ini­zia­tive della città.

Ne ci­tiamo solo al­cuni (ab­biamo già detto di Gian­franco Scotti, gli al­tri even­tual­mente esclusi ci scu­se­ranno ma an­diamo solo a me­mo­ria): Aloi­sio Bon­fanti, An­gelo Bor­ghi, Bar­bara Cat­ta­neo, Fran­ce­sco D’Alessio, Gian Luigi Daccò, Pie­tro Det­ta­manti, Marco Mag­gioni, An­ni­bale Rota, Ti­ziana Rota, Marco Sam­pie­tro, Gio­vanna Vir­gi­lio.

Cor­diali sa­luti.
Fa­bio Stop­pani
Cen­tro Studi Abate Stop­pani