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Lettera aperta alla Ministra dell’Istruzione Senatrice Valeria Fedeli sulla adeguatezza didattica del docu-film «Alessandro Manzoni, milanese d’Europa» • 21 settembre 2017

Os­ser­va­zioni cri­ti­che sulla ade­gua­tezza di­dat­tica del docu-film «Ales­san­dro Man­zoni, mi­la­nese d’Europa – L’immagine della pa­rola». Un film di Pino Fa­ri­notti. Re­gia di An­drea Bel­lati. Scritto da An­gelo Stella e Pino Fa­ri­notti. Pro­dotto dal Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani, con il con­tri­buto di Fon­da­zione Ca­ri­plo.

20 Di chi fu figlio Alessandro Manzoni?
A riprova dell’attribuzione della paternità biologica a Giovanni Verri si porta un “si sapeva” e un quadro forse regalatogli da Giulia Beccaria. Che però potrebbe non essere quello che conosciamo.

Par­lato del docu-film – I nu­meri tra [pa­ren­tesi] si ri­fe­ri­scono ai fo­to­grammi so­pra ri­por­tati.

Jone Riva: [5] «La dif­fe­renza di età e di no­biltà tra Giu­lia Bec­ca­ria e Pie­tro Man­zoni fu­rono la causa del fal­li­mento del loro ma­tri­mo­nio. Dalla re­la­zione tra Giu­lia e Gio­vanni Verri nac­que Ales­san­dro, che venne ri­co­no­sciuto le­gal­mente da Pie­tro Man­zoni. Nella Mi­lano in­tel­let­tuale e no­bile di quel tempo si sa­peva della pa­ter­nità di Gio­vanni Verri. Una te­sti­mo­nianza della pa­ter­nità di Gio­vanni Verri è il qua­dro che Giu­lia Bec­ca­ria si fece fare da An­drea Ap­piani. È il ri­tratto di Giu­lia e sulla si­ni­stra, quasi in­se­rito in un se­condo tempo, quasi un ri­pen­sa­mento, c’è il ri­tratto di Ales­san­dro bam­bino. Que­sto qua­dro venne re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni Verri quando, dopo es­sersi se­pa­rata da Gio­vanni Verri, si unì a Carlo Im­bo­nati.»

No­stre os­ser­va­zioni – Giunti al ven­te­simo e ul­timo ca­pi­tolo della no­stra ana­lisi cri­tica, chie­diamo al let­tore di con­si­de­rarlo con una par­ti­co­lare at­ten­zione. In esso in­fatti si di­scute su aspetti im­por­tanti per il di­bat­tito sul mondo man­zo­niano, come l’attribuzione della sua pa­ter­nità.
Per la ve­rità ri­te­niamo che la cosa in sé non ab­bia una grande im­por­tanza (come ve­dremo) per il po­sto di Man­zoni nella no­stra cul­tura. È in­te­res­sante in­vece per il ri­flesso che que­sto aspetto ha avuto – e ha tut­tora – sul come un pro­blema di ca­rat­tere sto­rico-scien­ti­fico viene trat­tato dalle strut­ture che (come il Cen­tro Na­zio­nale di Studi Man­zo­niani – d’ora in poi CNSM) sono pre­po­ste a dare ri­spo­ste ve­ri­tiere ad aspetti della no­stra cul­tura na­zio­nale.

Ri­chia­miamo inol­tre l’attenzione del let­tore su un aspetto che trat­tiamo nella se­conda parte dell’analisi di que­sto Epi­so­dio, os­sia la cor­retta iden­ti­fi­ca­zione e at­tri­bu­zione del noto qua­dro che raf­fi­gura Giu­lia Bec­ca­ria e Ales­san­dro Man­zoni bam­bino.
Su que­sto aspetto ri­te­niamo di avere espresso una va­lu­ta­zione mai prima da al­tri avan­zata e di cui quindi ri­ven­di­chiamo la prio­rità.

Ma ve­niamo alla di­scus­sione, ri­pren­dendo le pa­role di Jone Riva: la dif­fe­renza di età e di no­biltà come cause del fal­lito ma­tri­mo­nio.

Per quanto ri­guarda la “dif­fe­renza di età”, a parte l’essere gli anni di Pie­tro Man­zoni cosa nota a Giu­lia prima delle nozze, in tutti i tempi sono fal­liti ma­tri­moni tra coe­ta­nei e an­dati be­nis­simo ma­tri­moni tra con­traenti molto di­stanti ne­gli anni (tra Da­cia Ma­raini e Al­berto Mo­ra­via – per esem­pio – vi fu un lungo e ap­pas­sio­nato rap­porto d’amore, no­no­stante i 29 anni in più dello scrit­tore).

Per ri­ma­nere alla Mi­lano del ’700 e all’ambiente dei no­stri per­so­naggi, tra i ge­ni­tori di Carlo Im­bo­nati (no­to­ria­mente una cop­pia molto af­fia­tata) vi erano 26 anni di dif­fe­renza (come tra Pie­tro e Giu­lia). E nel 1782 Pie­tro Verri, a 54 anni, sposò Vin­cenza Melzi d’Eril di anni 20 (dif­fe­renza, 34 anni) da cui ebbe 9 fi­gli.

Per quanto ri­guarda la “dif­fe­renza di no­biltà” è op­por­tuno ri­cor­dare che, al mo­mento del ma­tri­mo­nio, Giu­lia Bec­ca­ria era sem­pli­ce­mente “donna Giu­lia”, po­tendo aspi­rare al ti­tolo di “mar­chese” Giu­lio, suo fra­tello mi­nore.
Giu­lia era chia­mata “mar­chesa” per pura cor­te­sia so­ciale, e “ri­di­venne” no­bile, pro­prio spo­sando Pie­tro Man­zoni, con il suo “sot­tile strato di no­biltà”.
Pro­prio ciò che era suc­cesso alla ma­dre di Pie­tro Man­zoni, la mi­la­ne­sis­sima Ma­ria Mar­ghe­rita Porro, fi­glia di Fermo Porro, un fi­gura in­fluente del pa­tri­ziato mi­la­nese e, ai primi del ‘700, an­che capo dell’Amministrazione della città.

L’affermazione di Jone Riva è quindi non si­gni­fi­ca­tiva sul piano ge­ne­rale e an­che per la realtà del co­stume dell’epoca. Ma può es­sere fuor­viante per uno spet­ta­tore ignaro delle vi­cende sen­ti­men­tal-amo­rose della Mi­lano di fine ’700.

Ab­biamo già detto so­pra (vedi il pre­ce­dente Epi­so­dio) che tra Giu­lia e Pie­tro non vi fu un ma­tri­mo­nio d’amore, nau­fra­gato poi di fronte alla dif­fe­renza d’età o a una ir­ri­le­vante (e an­che ine­si­stente, non avendo Giu­lia al­cun ti­tolo di no­biltà) dif­fe­renza nella ge­rar­chia no­bi­liare. Fu un ma­tri­mo­nio di in­te­resse (com­bi­nato tra l’altro da un ele­mento non ap­par­te­nente alle fa­mi­glie in­te­res­sate, qual era Pie­tro Verri) come ac­ca­deva spesso al­lora – e an­che poi.

La pa­ter­nità bio­lo­gica di Ales­san­dro. Que­sto ar­go­mento è più in­te­res­sante.
Ma per ra­gioni op­po­ste di chi mo­stra di averne grande con­si­de­ra­zione. Ri­te­niamo in­fatti che il “peso del san­gue” (blu o rosso), de­ter­mi­nante sul piano bio­lo­gico (ca­rat­te­ri­sti­che so­ma­ti­che, ma­lat­tie, aspet­ta­tiva di vita, ecc.), sia as­so­lu­ta­mente nullo sul piano della fi­sio­no­mia psico-mo­ral-in­tel­let­tuale.

Gli in­di­vi­dui ven­gono for­mati dall’ambiente in cui na­scono e vi­vono, so­prat­tutto fino alla pri­mis­sima ma­tu­rità (a lato im­ma­gini del ter­ri­to­rio lec­chese come do­veva ve­derli Ales­san­dro nella sua pue­ri­zia e prima gio­ventù, pro­po­sti nel 1873 dall’Abate A. Stop­pani nel suo «I Primi Anni di A. Man­zoni»).

Ci pare di of­fen­dere il let­tore nel ri­cor­dare que­sti ele­menti, da un pezzo uni­ver­sal­mente ac­cet­tati, ma il docu-film del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani (d’ora in poi CNSM) non dice pra­ti­ca­mente nulla sui primi vent’anni di Ales­san­dro Man­zoni se non – ri­leg­gete le pa­role di Jone Riva – che egli nac­que dalla «re­la­zione tra Giu­lia e Gio­vanni Verri». Il CNSM pone come pri­ma­rio un dato che – in man­canza di cir­co­stanze espe­rien­ziali e so­ciali pre­cise – in que­sto caso non esi­stenti – è sem­pli­ce­mente ir­ri­le­vante.

È in­fatti da sem­pre ac­qui­sito che – se ve­ra­mente pa­dre bio­lo­gico di Ales­san­dro fu Gio­vanni Verri – tale ele­mento non ebbe al­cuna in­fluenza sulla vita dello scrit­tore. Al­lora nes­suno si agitò. Nes­suna azione di nes­sun tipo venne av­viata da nes­suno in re­la­zione a que­sto sup­po­sto dato bio­lo­gico. Né esso ebbe ri­flesso sulle re­la­zioni so­ciali dei Man­zoni, al­lora e poi.

È solo ora, dopo ol­tre 200 anni, che que­sto dato (sup­po­sto che sia tale) sem­bra avere as­sunto un peso de­ter­mi­nante. Tale da mi­ni­miz­zare ogni al­tra at­ten­zione circa la for­ma­zione psi­co­lo­gica e cul­tu­rale del gio­vane Man­zoni non­ché sulle sue re­la­zioni af­fet­tive e so­ciali.

Si è stu­diato ve­ra­mente poco sull’ambiente di Gal­biate e della Lecco di fine ’700, dove Ales­san­dro passò no­to­ria­mente i suoi primi 15 anni di vita e poi lun­ghi pe­riodi fino ai suoi 33 anni. Ma si cita come ele­mento de­ter­mi­nante di chissà che il sup­po­sto dono di un qua­dro di Giu­lia a Gio­vanni Verri.

Non si è an­cora fatto uno stu­dio do­cu­men­tato sulla for­ma­zione sco­la­stica di Ales­san­dro, né at­torno ai suoi isti­tu­tori e pro­fes­sori. E nep­pure sui suoi com­pa­gni di col­le­gio.
Al­cuni di que­sti (per esem­pio del Lon­gone) fu­rono de­ter­mi­nanti per l’orientamento gia­co­bino dell’adolescente Man­zoni. Come Giam­bat­ti­sta Pa­gani, fi­glio e ni­pote di noti pa­trioti ri­vo­lu­zio­nari, prima ac­ca­rez­zati da Na­po­leone e poi messi bru­sca­mente in di­sparte per il loro ca­rat­tere in­di­pen­dente. La pro­du­zione poe­tica gio­va­nile di Man­zoni (igno­rata dal docu-film del CNSM) deve es­sere at­tri­buita a que­sti le­gami.

Ma su que­sto non si dice pa­rola.
E si di­scetta in­vece su­gli scambi amo­rosi (più o meno “puri”, a se­conda del punto di vi­sta da cui ci si mette) di Giu­lia Bec­ca­ria e del suo en­tou­rage sen­ti­men­tal-mon­dano.

È in­te­res­sante no­tare che que­sto aspetto bio­lo­gico dell’esistenza di Man­zoni in­te­ressi oggi molto più che 200 anni fa.
A fine ’700, an­che nella non mon­da­nis­sima Mi­lano, ogni si­gnora che si ri­spet­tasse, ap­pena spo­sata po­teva cer­carsi – e pron­ta­mente tro­vare – un ca­va­lier ser­vente, pronto a tutte le oc­cor­renze, so­ciali e per­so­nali.

E molti dei ma­riti, di que­sti rap­porti non solo erano per­fet­ta­mente a co­no­scenza, ma ne fa­vo­ri­vano na­scita e svi­luppo. Per­ché con­sen­ti­vano di col­ti­vare a loro volta re­la­zioni amo­rose li­bere e non su­bìte, come erano fre­quen­te­mente quelle ma­tri­mo­niali.

Il gio­vane Pie­tro Verri fu per anni amante uf­fi­ciale di Mad­da­lena, so­rella di Ce­sare Bec­ca­ria e spo­sata a Isim­bardi. E Te­resa, la vi­vace e un po’ fa­tua mo­glie di Ce­sare Bec­ca­ria e ma­dre di Giu­lia, tenne per anni una re­la­zione, per­fet­ta­mente nota e ac­cet­tata da Ce­sare, con il no­bile conte Cal­de­rara.

Le “in­fe­deltà” delle mo­gli (e dei ma­riti) erano quindi aspetti co­sti­tu­tivi di molti ma­tri­moni.

Così come lo erano gli ine­vi­ta­bili “in­ci­denti” bio­lo­gici che ne se­gui­vano, a cui non sem­bra si fa­cesse gran caso, es­sendo de­ter­mi­nanti gli aspetti le­gali delle na­scite.

È cu­rioso che pro­prio oggi, ap­pa­ren­te­mente in un clima molto più aperto di al­lora, que­sto aspetto sia così in­ten­sa­mente con­si­de­rato. O forse non è solo cu­rioso.

Ci pare che, die­tro que­sta at­ten­zione, espressa da Jone Riva (ma evi­den­te­mente pro­pria del CNSM) vi sia il con­ge­la­mento della ri­fles­sione sulla sto­ria come in­sieme di re­la­zioni com­plesse. A fa­vore di una sto­ria vi­sta solo da una pro­spet­tiva in­ti­mi­sta e sog­get­tiva.

Nel caso di Man­zoni, un fram­mento di que­sta vi­sione è stata espressa al­cuni anni fa da Na­ta­lia Ginz­burg nel suo «La fa­mi­glia Man­zoni» (vedi in pro­po­sito una no­stra ri­fles­sione); e più re­cen­te­mente in con­tri­buti più o meno ro­man­zati, come quello di Marta Bo­ne­schi «Quel che il cuore sa­peva».

Que­ste rap­pre­sen­ta­zioni de­gli am­bienti la­riani sono tratte da “I Primi Anni di A. Man­zoni” dell’Abate Stop­pani del 1873. Stop­pani vo­leva evi­den­ziare il le­game or­ga­nico tra la per­so­na­lità ar­ti­stica di Man­zoni e l’ambiente na­tu­ra­li­stico e so­ciale in cui era vis­suto dalla na­scita fino alla piena ado­le­scenza.

Nulla di male se i ro­man­zieri svi­lup­pano le loro crea­zioni se­guendo an­che i sug­ge­ri­menti dell’invenzione (che ro­man­zieri sa­reb­bero al­tri­menti?). Meno bene se un certo modo di pre­sen­tare le vi­cende umane viene pro­po­sto come cri­te­rio scien­ti­fico.

Ci sem­bra che da parte di scien­ziati della sto­ria e della lin­gua ita­liana (non è il CNSM da 80 anni au­to­re­vole con­sesso di spe­cia­li­sti in que­ste di­sci­pline?) non si possa trat­tare di Man­zoni con il lin­guag­gio e l’orizzonte del “com­mento-rosa” – sep­pure non più “bac­chet­tone” ma “mo­derno”, “li­bero”, “aperto alle istanze esi­sten­ziali”, ecc. ecc.

Nel caso del docu-film del CNSM ci sem­bra che si sia vo­luto an­dare an­che ol­tre, for­nendo a que­sto ap­proc­cio in­ti­mi­stico e sog­get­tivo il sup­porto del più con­creto dato “bio­lo­gico”.

Quasi a dire – que­sta è quanto meno l’impressione che ne ab­biamo ri­ca­vata noi – che l’origine della com­plessa per­so­na­lità di Man­zoni debba es­sere ri­cer­cata so­prat­tutto nel fatto di es­sere fi­glio ge­ne­tico di Gio­vanni Verri.

Non a caso, nella pa­gina in­tro­dut­tiva della se­zione del sito di Casa Man­zoni de­di­cata alla nuova si­ste­ma­zione mu­seale (www​.ca​sa​del​man​zoni​.it/​c​o​n​t​e​n​t​/​i​l​-​p​e​r​c​o​r​s​o​-​m​u​s​e​ale), si legge: «Ales­san­dro Man­zoni, fi­glio le­gale di Pie­tro e di Giu­lia Bec­ca­ria, crebbe “senza fa­mi­glia”: ep­pure il de­stino […] lo aveva vo­luto di­scen­dente delle due più il­lu­stri fa­mi­glie mi­la­nesi, di Ce­sare Bec­ca­ria e dei Verri, che ave­vano det­tato all’Europa una nuova ci­viltà giu­ri­dica e cul­tu­rale.»

Sono in­te­res­santi que­ste pa­role: non solo danno per ac­qui­sito che pa­dre bio­lo­gico di Man­zoni fu Gio­vanni Verri (il che è tutt’altro che certo sul piano della ri­cerca sto­rico-scien­ti­fica – gi­riamo al CNSM il sug­ge­ri­mento già avan­zato da un bril­lante sto­rico lec­chese di pro­muo­vere una prova tec­nica ba­sata sul DNA dello scrit­tore) ma igno­rano l’aspetto le­gale e fat­tuale della vita di Man­zoni.

Can­cel­lano il dato sto­rico che il gio­vane Man­zoni con i Verri (e an­che con Ce­sare Bec­ca­ria) non ebbe nes­su­nis­simo rap­porto (l’attento Pie­tro Verri nella sua fitta cor­ri­spon­denza ne ac­cenna al fra­tello Ales­san­dro re­si­dente a Roma solo per se­gna­lare – nel 1784 e tra al­tre “no­vità cit­ta­dine”– che Giu­lia era in­cinta).

Fanno di Ales­san­dro un “mi­la­nese” solo in quanto – even­tual­mente – fi­glio bio­lo­gico di un mi­la­nese. Ma igno­rando che Pie­tro Man­zoni al­levò Ales­san­dro come pro­prio fi­glio a tutti gli ef­fetti fino alla sua mag­giore età.

Quanto dice in modo di­scor­sivo Jone Riva sem­bre­rebbe se­guire il pen­siero del CNSM, in re­la­zione sia alla pa­ter­nità bio­lo­gica di Man­zoni sia del ri­flesso che ciò avrebbe avuto sulla sua per­so­na­lità, orien­ta­menti, sen­si­bi­lità.

Ci era parso che il tempo di que­ste fa­ce­zie (fonte però an­che di tra­gici epi­lo­ghi) fosse pas­sato, ma evi­den­te­mente non è così.

Il co­sid­detto “ri­co­no­sci­mento” da parte di Pie­tro. Jone Riva dice che, nato da Giu­lia e Gio­vanni Verri, Ales­san­dro «venne ri­co­no­sciuto le­gal­mente da Pie­tro Man­zoni».

Lo spet­ta­tore po­trebbe ri­ca­varne l’idea che Giu­lia (tra­volta da pas­sione) vi­vesse more-uxo­rio con Gio­vanni Verri una bella sto­ria d’amore, al­lie­tata dalla na­scita di un fi­glio. E be­ne­detta dalla com­pia­cenza di un ma­rito, lon­tano ma di­spo­ni­bile a met­tere a ta­cere la cosa dando il pro­prio nome al pic­colo. Ov­via­mente tutto ciò con la realtà ha solo un vago rap­porto.

Pie­tro Man­zoni (a lato le par­te­ci­pa­zioni di nozze con Giu­lia) non aveva al­cun bi­so­gno di “ri­co­no­scere le­gal­mente” Ales­san­dro.
Pie­tro era ma­rito a tutti gli ef­fetti – e con lei re­go­lar­mente con­vi­vente – di Giu­lia.

Alla na­scita Ales­san­dro era quindi de jure e de facto de­fi­nito e con­si­de­rato da chiun­que come fi­glio di Pie­tro. Sem­mai, Pie­tro avrebbe po­tuto – even­tual­mente ma con scarse pro­ba­bi­lità di suc­cesso – at­ti­varsi pro­prio per l’azione con­tra­ria – os­sia “di­sco­no­scere” Ales­san­dro, de­nun­ciando una re­la­zione ex­tra-co­niu­gale della mo­glie Giu­lia. Cosa che non av­venne e non venne da nes­suno presa in con­si­de­ra­zione.

A due giorni dalla na­scita, Ales­san­dro fu messo a ba­lia a Gal­biate, in una te­nuta dei Man­zoni a due passi da Lecco, e per i suc­ces­sivi vent’anni fece pre­va­len­te­mente ri­fe­ri­mento al ter­ri­to­rio la­riano come suo am­biente di re­la­zione e di for­ma­zione.

Pie­tro con­si­derò in­fatti Ales­san­dro come pro­prio fi­glio – sem­pre – e fino al te­sta­mento con il quale lo di­chiarò suo erede uni­ver­sale. Dal 1792 (anno della se­pa­ra­zione da Giu­lia) e per i suc­ces­sivi 13 anni, fu anzi l’unico a oc­cu­parsi di Ales­san­dro, es­sendo Giu­lia im­pe­gnata in al­tre re­la­zioni, e poi, dal 1796, re­si­dente all’estero.

Era così “noto” che Gio­vanni fosse pa­dre na­tu­rale di Ales­san­dro? Co­min­ciamo col dire che dai di­retti in­te­res­sati (Giu­lia, Pie­tro, Gio­vanni, Ales­san­dro) non ab­biamo as­so­lu­ta­mente nes­suna te­sti­mo­nianza.

A so­ste­gno delle sue pa­role, Jone Riva porta un “si sa­peva”: «Nella Mi­lano in­tel­let­tuale e no­bile di quel tempo si sa­peva della pa­ter­nità di Gio­vanni Verri».
E una “te­sti­mo­nianza”: «Una te­sti­mo­nianza [del con­ce­pi­mento ex­tra-ma­tri­mo­niale di Ales­san­dro] è il qua­dro che Giu­lia Bec­ca­ria si fece fare da An­drea Ap­piani. […] Que­sto qua­dro venne re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni Verri quando, dopo es­sersi se­pa­rata da Gio­vanni Verri, si unì a Carlo Im­bo­nati.»

Da un lato è po­chino per un CNSM, dall’altro ve­ra­mente troppo.

A Mi­lano si sa­peva” – Ci pare che l’espressione “si sa­peva” possa es­sere fuor­viante. Si “sa” di qual­che cosa a se­guito di un’azione co­no­sci­tiva spe­ci­fica, ba­sata su dati og­get­tivi e ri­co­no­sciuti come tali.

Circa la pa­ter­nità di Gio­vanni Verri, l’unico sog­getto che even­tual­mente po­tesse “sa­pere” era Giu­lia Bec­ca­ria, ma solo nell’ipotesi che essa, in un pe­riodo dato, non avesse avuto rap­porti ses­suali se non esclu­si­va­mente con Gio­vanni Verri.

Ma Giu­lia non la­sciò mai in pro­po­sito al­cun do­cu­mento (e an­che in quel caso se ne do­vrebbe va­lu­tare la ve­ri­di­cità).
Even­tual­mente, quindi, a Mi­lano sulla pa­ter­nità bio­lo­gica di Ales­san­dro, si po­teva “dire”, ma non “sa­pere”.

La que­stione non è ov­via­mente ter­mi­no­lo­gica, ma at­tiene al me­todo con cui una strut­tura scien­ti­fica (qual è il CNSM) ana­lizza, te­sti­mo­nia e “crea cul­tura” su un dato sto­rico. Sotto que­sto pro­filo, su que­sta que­stione spe­ci­fica, il CNSM ha svi­lup­pato una va­lu­ta­zione che ci li­mi­tiamo a de­fi­nire su­per­fi­ciale, non avendo nep­pure ci­tato le po­che fonti che pure po­treb­bero es­sere va­lu­tate.

Delle mi­gliaia di studi che or­mai da due se­coli si sono con­dotti sulla fi­sio­no­mia di Man­zoni e sulla sua epoca, at­torno alla “pa­ter­nità bio­lo­gica” di Man­zoni (di­stinta dalla “pa­ter­nità giu­ri­dica”), ab­biamo solo tre te­sti­mo­nianze da­ta­bili e non ano­nime, che po­treb­bero aspi­rare a una pur vaga va­li­dità “sto­rica”:

1º – Let­tera di Giu­seppe Go­rani a Gio­vanni Verri del 16 gen­naio 1808. All’interno di una lunga let­tera su un pro­prio caso per­so­nale, Go­rani scrive: ««Dona Giu­lia Man­zoni col­loca il di lei fi­glio e vo­stro e gli dà in mo­glie una fi­glia di quel Blon­del di Ve­vay il quale [ecc.]». Que­sta let­tera ri­mase ignota per 117 anni; venne pub­bli­cata solo par­zial­mente nel 1925 da A. Giu­lini e in­te­gral­mente nel 1998 da P. Cam­po­lun­ghi.
.
2º – Note dalla Col­lec­tion Cu­stodi.
Ms. ital. 1555, fol. 201, da­tato 20 ot­to­bre 1827
: «Giu­lia Bec­ca­ria, ri­pu­gnando di vi­vere col ma­rito D. Pie­tro Man­zoni, si era de­cisa a pro­vo­care il di­vor­zio per il fon­dato mo­tivo di es­sere egli ina­bile al ma­tri­mo­nio, per la man­canza de’ te­sti­coli.»
Ms. ital. 1555, fol. 203 rº, senza data: «Per as­se­ve­ranza di Pie­tro Ta­glio­retti, di Si­gi­smondo Riva e di al­tri amici della Giu­lia Bec­ca­ria-Man­zoni, il vero pa­dre di Ales­san­dro Man­zoni fu il ca­va­lier Gio­vanni Verri.»
Que­ste note ri­ma­sero ignote per 78 anni; ven­nero pub­bli­cate nel 1905 da L. Au­vray, che as­sem­blò se­condi pro­pri cri­teri (e dan­dovi ti­toli pro­pri) fram­menti sparsi qua e là tra le cen­ti­naia delle carte Cu­stodi (di que­sto vedi più avanti).
.
3º – Frase di Nic­colò Tom­ma­seo. «Col­lo­qui con Man­zoni», Cap. I, pa­ra­grafo II: C. Bec­ca­ria): «Anco di Pie­tro Verri (il Man­zoni) ra­giona con ri­ve­renza, tanto più ch’egli sa, e sua ma­dre non glielo dis­si­mu­lava, di es­ser ni­pote di lui, cioè fi­gliolo d’un suo fra­tello, ca­va­liere di Malta». Que­ste me­mo­rie di Tom­ma­seo, scritte nel 1855-1856, ven­nero rese pub­bli­che solo nel 1928.

Come si vede, an­che as­se­gnando per do­vere d’ufficio cre­di­bi­lità alla te­sti­mo­nianza di Tom­ma­seo, per la ve­rità ab­ba­stanza ri­di­cola – e non solo per la sua pes­sima fama di pa­to­lo­gica ten­denza al pet­te­go­lezzo (in realtà Tom­ma­seo “ven­deva” le sue “no­ti­zie ri­ser­vate” ai gior­nali per cui scri­veva) – si tratta di tre ri­fe­ri­menti molto sin­te­tici re­datti dai 23 ai 70 anni dopo la na­scita di Man­zoni e ri­ma­sti non solo ine­diti ma an­che ignoti (salvo forse che per po­chi in­timi de­gli au­tori) fino ai primi de­cenni del 1900 (ol­tre 115 anni dopo).

Rin­viando ad al­tra sede per una va­lu­ta­zione com­ples­siva su que­ste tre te­sti­mo­nianze (utili co­mun­que a con­te­stua­liz­zare la fi­gura del gio­vane Man­zoni), per il mo­mento vor­remmo li­mi­tarci a sot­to­li­neare che nes­suna di esse fu nota fino a molti anni dopo la morte di Man­zoni e dei suoi fi­gli. E nes­suna di esse ebbe al­cuna in­fluenza né sui primi né su­gli ul­timi anni di Man­zoni; né su di lui né sulla sua fa­mi­glia, am­biente, città, na­zione.

Una nuova te­sti­mo­nianza pro­po­sta dal CNSM sotto forma di di­pinto.
Come ab­biamo vi­sto, nel docu-film non si cita al­cun ele­mento a so­ste­gno del “si sa­peva”. Ma si giuoca un’altra carta, evi­den­te­mente con­si­de­rata di peso: una “te­sti­mo­nianza” pit­to­rica.

Ri­pren­diamo le pa­role pro­nun­ciate da Jone Riva all’inizio del ca­pi­tolo:

«Una te­sti­mo­nianza della pa­ter­nità di Gio­vanni Verri è il qua­dro che Giu­lia Bec­ca­ria si fece fare da An­drea Ap­piani. È il ri­tratto di Giu­lia e sulla si­ni­stra, quasi in­se­rito in un se­condo tempo, quasi un ri­pen­sa­mento, c’è il ri­tratto di Ales­san­dro bam­bino.»

Il di­pinto cui Riva fa ri­fe­ri­mento (di pro­prietà pri­vata e con­ser­vato presso Villa Man­zoni di Bru­su­glio) è noto per le tante ri­pro­du­zioni: rap­pre­senta Giu­lia e Ales­san­dro ai suoi 5 anni e passa, os­sia nell’estate del 1790 (vedi qui a lato).

Ma tor­niamo a Jone Riva: «Que­sto qua­dro venne re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni Verri quando, dopo es­sersi se­pa­rata da Gio­vanni Verri, si unì a Carlo Im­bo­nati.»
La frase è breve ma com­prende ben tre ele­menti: donose­pa­ra­zioneunione. Li con­si­de­riamo la­sciando come ul­timo l’argomento “dono”.

«[…] dopo es­sersi se­pa­rata da Gio­vanni» – Che si­gni­fi­cato dob­biamo dare a que­sta espres­sione?

La “se­pa­ra­zione” è un atto for­male, a mo­di­fica di un dato al­tret­tanto for­male – un ma­tri­mo­nio, per esem­pio.
Ma Giu­lia non era spo­sata con Gio­vanni Verri. Era spo­sata con Pie­tro Man­zoni. Come po­teva quindi “se­pa­rarsi” da Gio­vanni Verri?

Forse Jone Riva in­ten­deva dire che Giu­lia, con Gio­vanni, si era “la­sciata” (oggi i gio­vani di­cono “mol­lata”) nell’autunno del 1790. Ma è molto pro­ba­bile che il rap­porto tra Giu­lia e Gio­vanni si fosse in­ter­rotto già prima dell’autunno 1790.
E che, dopo Gio­vanni, Giu­lia avesse avuto una re­la­zione con l’architetto Ta­glio­retti, già amico dello stesso Gio­vanni (lo dice Cu­stodi, an­che se le sue pa­role sono state pie­gate ad al­tre in­ter­pre­ta­zioni, ma con “ag­giu­sta­menti” non ac­cet­ta­bili su nes­sun piano, come ve­dremo poi) . Que­sta parte della frase di Jone Riva ap­pare quindi di non fa­cile in­ter­pre­ta­zione.

«[…] si unì a Carlo Im­bo­nati.» – E a que­sta se­conda parte della frase che si­gni­fi­cato pos­siamo at­tri­buire?

Dob­biamo forse ve­dervi da parte di Jone Riva la pro­pen­sione a col­lo­care le re­la­zioni di Giu­lia in un qua­dro di nor­ma­lità isti­tu­zio­nale? Con Gio­vanni si “se­para”, con Im­bo­nati si “uni­sce”. Lo spet­ta­tore può in­fatti as­so­ciare la pa­rola “unione” a quelle “unioni ci­vili” re­cen­te­mente ap­pro­vate in par­la­mento ed equi­pa­rate per molti aspetti al ma­tri­mo­nio.

Nell’autunno del 1790 Giu­lia Man­zoni – e fino al 23 feb­braio 1792 – vi­veva nella me­de­sima casa del ma­rito Pie­tro Man­zoni.
Con Im­bo­nati, quindi, non po­teva “unirsi”. Sem­mai po­teva avere av­viato con lui una re­la­zione ex­tra-co­niu­gale, dopo avere in­ter­rotto (non sap­piamo con pre­ci­sione quando) una pre­ce­dente re­la­zione ex­tra-co­niu­gale con Gio­vanni e – con ogni pro­ba­bi­lità – un’altra an­cora con Ta­glio­retti.

Ma ve­niamo al “dono” del di­pinto e ri­leg­giamo la frase di Jone Riva, molto as­ser­tiva: «Que­sto qua­dro venne re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni Verri quando, dopo es­sersi se­pa­rata da Gio­vanni Verri, si unì a Carlo Im­bo­nati.»

Il qua­dro do­nato: il fatto – Jone Riva dà per scon­tato che Giu­lia ab­bia re­ga­lato a Gio­vanni Verri il qua­dro che tutti co­no­sciamo e che è a Bru­su­glio. In pro­po­sito però i do­cu­menti di­cono al­tro – lo ve­dremo più avanti.

Per il mo­mento ri­le­viamo che esi­stono di­verse va­rianti di quella che è una in­ven­zione let­te­ra­ria, pre­di­spo­sta da Flori nel 1934 ma espressa espli­ci­ta­mente la prima volta – ci sem­bra – da Chio­menti Vas­salli nel 1956 («Giu­lia Bec­ca­ria, la ma­dre del Man­zoni», pag. 74): «poi­ché que­sto ri­tratto era stato re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni Verri […]».

Dopo qual­che anno l’aveva se­guita Guido Bez­zola, rin­for­zando an­che i toni e in­tro­du­cendo la fi­gura di Ta­glio­retti («Giu­lia Man­zoni Bec­ca­ria», 1985, pag. 259): «Il ri­tratto dell’Appiani era stato di si­curo do­nato a Gio­vanni Verri e non al Ta­glio­retti».

Marta Bo­ne­schi («Quel che il cuore sa­peva: Giu­lia Bec­ca­ria, i Verri, i Man­zoni», 2004, pag. 175): «Il ri­tratto dell’Appiani, un re­galo a Gio­vanni, non è un mes­sag­gio d’amore ma di di­sap­pro­va­zione. L’amabile ca­va­liere […] si è le­gato a Bam­bina […] Per­ché do­nar­gli un ri­tratto di sé con il bam­bino, se quel bam­bino non è ap­punto un fi­glio suo, che però lui ignora come tra­scura la ma­dre?».

Ma Bo­ne­schi non dice da dove le viene que­sta con­vin­zione del “dono”, se non dalla pro­pria crea­ti­vità let­te­ra­ria.

Gra­zia Ma­ria Grif­fini Ro­snati («Giu­lia Bec­ca­ria: Let­tere», In­tro­du­zione, pag. XXVIII) sul ri­tratto è a volte più pru­dente:
«Si tratta di un di­pinto un tempo at­tri­buito ad An­drea Ap­piani gio­vane […] Se l’opera va at­tri­buita, come sem­bra, al 1790 circa, e se fu ve­ra­mente of­ferto da Giu­lia al Verri […]». A volte è in­vece as­ser­tiva: «il ri­tratto è ef­fet­ti­va­mente quello che Giu­lia donò a Gio­vanni Verri».
Ma è co­mun­que cauta su Ta­glio­retti: «le let­tere mai rin­ve­nute po­treb­bero es­sere state di­rette al Verri stesso op­pure al Ta­glio­retti, che fre­quen­ta­tore as­si­duo del gruppo, non si esclude sia stato an­che di Giu­lia il de­voto ca­va­lier ser­vente … e niente di più, op­pure sì?».

Come si vede, molte ipo­tesi let­te­ra­rie ma ele­menti con un mi­nimo di ve­ri­di­cità sto­rica: nes­suno. Sta di fatto che non esi­ste do­cu­mento che ci dica es­sere stato quel qua­dro a noi ben noto re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni, come af­fer­mato as­ser­ti­va­mente da Jone Riva.

Il let­tore si chie­derà a par­tire da cosa sia nata que­sta con­ge­rie di parti let­te­rari più o meno strut­tu­rati e da dove salti fuori quel Ta­glio­retti, su cui ba­le­nano cose dette a metà.

La ri­spo­sta è sem­plice: si parte dalla ela­bo­ra­zione di una nota di Pie­tro Cu­stodi del 1827 a opera, nel 1935, di Ezio Flori (uno dei più pro­li­fici pub­bli­ci­sti sulle te­ma­ti­che man­zo­niane della prima metà del ’900), alla quale si sono ac­co­dati quasi tutti i com­men­ta­tori suc­ces­sivi. E su cui è op­por­tuno fare un po’ di chia­rezza.

Le carte Cu­stodi. Alla morte di Pie­tro Cu­stodi (1842) una parte con­si­stente delle sue carte venne sven­duta da­gli eredi e va­ria­mente smem­brata, fi­nendo nel 1862 nelle di­spo­ni­bi­lità della Bi­blio­thè­que Im­pe­riale de France, dove tra il 1902 e il 1903 ven­nero ca­ta­lo­gate dal bi­blio­te­ca­rio Lu­cien Au­vray. Que­sti, sti­mo­lato forse dalla pub­bli­ca­zione del li­bro “Brani ine­diti dei Pro­messi Sposi”, cu­rato da Gio­vanni Sforza nel 1905, volle ri­ta­gliarsi uno spa­zio pro­prio.

Pub­blicò in­fatti, in ap­pen­dice alla pro­pria me­ri­to­ria ca­ta­lo­ga­zione delle carte Cu­stodi, una rac­colta di ap­punti dello scrit­tore, ap­pa­ren­te­mente de­di­cata a vari per­so­naggi po­li­tici e let­te­rari del primo ’800 ita­liano ma in realtà fo­ca­liz­zata su Man­zoni, o me­glio sull’intimità della fa­mi­glia Man­zoni.

Per es­sere si­curo di at­ti­rare l’attenzione, Au­vray uti­lizzò al­cuni “fram­menti” di Cu­stodi con­fi­nanti con la co­pro­la­lia. Per in­sa­po­rire il tutto, si in­ventò il ti­tolo «Con­tre Man­zoni», ine­si­stente nelle carte di Cu­stodi.

E inol­tre li pre­sentò (Bul­le­tin Ita­lien – Tome V / n ° 1 Jan­vier-Mars 1905 – An­nexe III – Frag­ments des Me­moi­res de Cu­stodi – pp. 360-364) in una forma così or­di­nata da in­durre ine­vi­ta­bil­mente il let­tore a ri­te­nerli re­datti in quella suc­ces­sione dallo stesso Cu­stodi. In realtà Au­vray as­sem­blò an­no­ta­zioni, spunti, “fram­menti” di fatti e idee, sparsi qua e là tra le nu­me­ro­sis­sime carte di Cu­stodi.

La rac­colta com­pi­lata da Au­vray re­la­ti­va­mente a Man­zoni si com­pone di cin­que Ca­pi­toli, il Primo e il Se­condo dei quali de­di­cati ad aspetti della vita in­tima di Giu­lia Bec­ca­ria. Il Ca­pi­tolo Se­condo (que­sto reso da Au­vray per­fet­ta­mente ade­rente al ma­no­scritto) è quello a par­tire dal quale si sono sbri­gliate le fan­ta­sie dei let­te­rati so­pra ci­tati (e del CNSM) circa il “qua­dro” pre­sun­ti­va­mente re­ga­lato da Giu­lia a Gio­vanni.

Come an­ti­ci­pato, su que­sto ar­go­mento stiamo pre­pa­rando uno stu­dio ap­pro­fon­dito nel quale il­lu­stre­remo che il vero dan­neg­giato dall’operazione di Au­vray fu Cu­stodi, che vi ap­pare come uno sto­rico d’accatto, su­per­fi­ciale, di­spo­ni­bile a ri­ma­sti­care qual­siasi di­ce­ria, igno­rante di fatti sto­rici fa­cil­mente ve­ri­fi­ca­bili, stu­pi­da­mente e inu­til­mente vol­gare. In­somma, tutto il con­tra­rio di ciò che pen­siamo di Cu­stodi e si­cu­ra­mente tutto il con­tra­rio di ciò che di se stesso lo scrit­tore vo­leva tra­smet­tere. Ma di ciò in al­tro luogo.

Per il mo­mento ci li­mi­tiamo a ri­por­tare: a) il te­sto di Flori, così come stam­pato nel 1935; b) i primi due ca­po­versi del Ca­pi­tolo Primo e l’intero Ca­pi­tolo Se­condo delle carte Cu­stodi pro­po­ste da Au­vray. Il let­tore avrà così modo di com­pren­dere il per­ché della no­stra va­lu­ta­zione così ne­ga­tiva nei con­fronti di quanto pro­po­stoci da Flori.

A lato, il fo­glio ma­no­scritto di Cu­stodi re­la­tivo al Ca­pi­tolo Se­condo (im­por­tante per il di­scorso che stiamo con­du­cendo sul ri­tratto di Giu­lia e di Ales­san­dro bam­bino).

Ecco di se­guito il te­sto di Cu­stodi e la sua ri­vi­si­ta­zione ope­rata da Flori.

Te­sto di Cu­stodi, 1827
ri­preso cor­ret­ta­mente da Au­vray nel 1905:

 

«Note bio­gra­fi­che di Ales­san­dro Man­zoni»
.
Ca­pi­tolo Primo
20 Ott.e 1827.
La fa­mi­glia Man­zoni è ori­gi­na­ria di Barzo, nella Val­sas­sina, dove esi­ste an­cora la non pic­cola casa de’ suoi an­te­nati.
(N. [nota a mar­gine] Fino al 1814, non aveva egli an­cora stam­pato se non che il bel poe­metto in morte d’Imbonati e qual­che Inno.)
Giu­lia Bec­ca­ria, ri­pu­gnando di vi­vere col ma­rito D. Pie­tro Man­zoni, si era de­cisa a pro­vo­care il di­vor­zio per il fon­dato mo­tivo di es­sere egli ina­bile al ma­tri­mo­nio, per la man­canza de’ te­sti­coli; ma sic­come tro­va­vasi gra­vida, ne fu dis­suasa da­gli amici per non pub­bli­care la sua ver­go­gna; onde par­torì al ma­rito il fi­glio non suo, Ales­san­dro.
Morto il pa­dre, il di lui ca­da­vere fu sep­polto nel pic­colo ve­sti­bolo della sa­gre­stia an­nessa all’oratorio del suo pa­lazzo del Ga­leotto» [se­guono al­tre due pa­gine a stampa – NdR]

______
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Ca­pi­tolo Se­condo

1. Per as­se­ve­ranza di Pie­tro Ta­glio­retti, di Si­gi­smondo Riva e di al­tri amici della Giu­lia Bec­ca­ria-Man­zoni, il vero pa­dre di Ales­san­dro Man­zoni fu il ca­va­lier Gio­vanni Verri, che morì in Como po­chi anni sono.
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2. Alla morte di Pie­tro Ta­glio­retti, que­sti mo­stra­vasi in­quieto dell’esito che avreb­bero avuto cin­que vo­lumi, nei quali egli aveva fatto le­gare la sua cor­ri­spon­denza con­fi­den­ziale colla Giu­lia; e l’amico che l’assisteva l’assicurò che, per que­sta parte, mo­risse tran­quillo, ch’egli stesso s’incaricava di sot­trarli alle ispe­zioni giu­di­zia­rie e ri­met­terlo all’amica; il che ese­guì, pas­san­dole an­che in ag­giunta il di lei ri­tratto, opera della gio­ventù di A. Ap­piani, di che essa in­den­nizzò gli eredi col pa­ga­mento di tre dop­pie di Ge­nova.
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3. La con­ver­sione re­li­giosa della Giu­lia era stata in­co­min­ciata, vi­vente an­cora Giu­seppe Im­bo­nati, in Pa­rigi, dall’ex-vescovo Gré­goire, e da un prete ita­liano / ivi di­mo­rante… /.

 

Te­sto di Flori da «Sog­giorni e vil­leg­gia­ture man­zo­niane», 1934, pag. 25-26
nel quale as­sem­bla a modo suo il te­sto di Custodi/Auvray (lo ri­por­tiamo senza al­cun ac­capo, esat­ta­mente come è nello stam­pato di Flori):
.

«Che il Cu­stodi sia acido nei ri­guardi del Man­zoni, non si nega; ma, in­somma, delle sue af­fer­ma­zioni circa la pa­ter­nità del grande no­stro reca te­sti­mo­nianze e prove, da­vanti le quali non è pos­si­bile far le vi­ste di non ve­dere o di non sen­tire. Scrive egli adun­que: “Giu­lia Bec­ca­ria, re­pu­gnando a vi­vere col ma­rito D. Pie­tro Man­zoni, s’era de­cisa a pro­vo­care il di­vor­zio per il fon­dato mo­tivo di es­sere egli ina­bile al ma­tri­mo­nio… (nota 15: Il Cu­stodi di­chiara aper­ta­mente, a que­sto punto, il mo­tivo di tale ina­bi­lità); ma sic­come tro­va­vasi gra­vida, ne fu dis­suasa da­gli amici per non pub­bli­care la sua ver­go­gna; onde par­torì al ma­rito il fi­glio non suo, Ales­san­dro… Per as­se­ve­ranza di Pie­tro Ta­glio­retti, di Si­gi­smondo Silva e di al­tri amici della Giu­lia Bec­ca­ria Man­zoni, il vero pa­dre di Ales­san­dro Man­zoni fu il ca­va­liere Gio­vanni Verri, che morì in Como po­chi anni or sono. Alla morte di Pie­tro Ta­glio­retti, que­sti mo­stra­vasi in­quieto dell’esito che avreb­bero avuto cin­que vo­lumi, nei quali aveva egli fatto le­gare la sua cor­ri­spon­denza con­fi­den­ziale colla Giu­lia, e l’amico che l’assisteva l’assicurò che, per que­sta parte, mo­risse tran­quillo, chè egli stesso s’incaricava di sot­trarli alle ispe­zioni giu­di­zia­rie e ri­met­terli all’amica: il che ese­guì, pas­san­dole in ag­giunta il di lei ri­tratto, opera della gio­ventù di A. Ap­piani di che essa in­den­nizzò gli eredi col pa­ga­mento di tre dop­pie di Ge­nova».

Come ap­pare a evi­denza, il Ca­pi­tolo Se­condo di Cu­stodi è com­po­sto da tre pa­ra­grafi, nu­me­rati, net­ta­mente di­stinti come espo­si­zione e come con­te­nuti, pro-me­mo­ria per tre di­versi ar­go­menti re­la­tivi alla vita di Giu­lia: il primo è sulla pa­ter­nità di Verri; il se­condo sul rap­porto tra Giu­lia e Ta­glio­retti; il terzo sul riav­vi­ci­na­mento di Giu­lia alla re­li­gione (tra l’altro con un er­rore in­cre­di­bile di al­meno cin­que anni sul quando ciò si sa­rebbe in realtà ve­ri­fi­cato e sul nome del com­pa­gno di Giu­lia, in­di­cato come “Giu­seppe”).

Al­tret­tanto a evi­denza (ri­guar­date i due te­sti af­fian­cati), dal te­sto di Cu­stodi Flori ha:

a) messo di se­guito il terzo ca­po­verso del Ca­pi­tolo 1º e i due primi del Ca­pi­tolo 2º, la­sciando in mezzo sem­pli­ce­mente punti di so­spen­sione (che po­treb­bero sem­brare dello stesso Cu­stodi), senza af­fatto in­di­care il salto di due pa­gine a stampa da egli stesso ope­rato;
.
b) del Ca­pi­tolo 2º ha can­cel­lato la nu­me­ra­zione, che nell’originale di Cu­stodi (ri­preso in que­sto fe­del­mente da Au­vray) è di­stinto net­ta­mente in tre pa­ra­grafi;
.
c) di que­sti ul­timi ha cas­sato sia la di­stinta nu­me­ra­zione sia l’accapo tra il primo e il se­condo pa­ra­grafo;
.
d) ha eli­mi­nato del tutto il terzo pa­ra­grafo.

Quest’ultima ra­so­iata era in­di­spen­sa­bile per due ra­gioni. La prima: per­ché riu­sciva im­pos­si­bile farne un con­ti­nuo coe­rente ri­spetto ai primi due. La se­conda: per­ché se­gna­lava a evi­denza l’obbligo di leg­gere con grande pru­denza gli ap­punti di Cu­stodi, stesi esclu­si­va­mente per sé e non per la stampa. Ma su que­sti ap­punti in­vece Flori giu­rava (lo ab­biamo vi­sto so­pra).

Que­sta bella ope­ra­zione di Flori – una li­bera ri­vi­si­ta­zione sia di Cu­stodi che di Au­vray – è stata ri­presa (can­di­da­mente o meno non im­porta) dai suoi se­guaci in fan­ta­sia, ognuno a modo pro­prio. Cer­cando però tutti (gra­zie al bel la­voro di spo­sta e ta­glia di Flori) di to­gliere Ta­glio­retti dalla li­sta dei pos­si­bili amanti di Giu­lia e di farne un sem­plice amico, com­pia­cente tra i due in­na­mo­rati Gio­vanni e Giu­lia.

Il che è even­tual­mente ipo­tiz­za­bile solo am­pu­tando e mo­di­fi­cando il te­sto di Cu­stodi, esat­ta­mente come fatto da Flori.

Non che la cosa in sé ab­bia grande im­por­tanza (fu inin­fluente per la vita di Ales­san­dro Man­zoni il “se” e il “quanti” amanti avesse avuto sua ma­dre Giu­lia) ma ab­biamo vo­luto en­trare nel det­ta­glio per­ché fin qui non ab­biamo pro­prio com­preso in che modo que­sto qua­dro sa­rebbe una «te­sti­mo­nianza» del fatto che Gio­vanni fosse il pa­dre na­tu­rale di Ales­san­dro, come af­fer­mato da Jone Riva.

Tanto più che ci sem­bra che il pre­sup­po­sto di tutto il di­scorso sia as­so­lu­ta­mente nullo.

Ri­te­niamo in­fatti sia da esclu­dere che il ri­tratto di Giu­lia e Ales­san­dro bam­bino, che tutti co­no­sciamo e che è con­ser­vato a Bru­su­glio, sia quello che era nelle di­spo­ni­bi­lità di Ta­glio­retti alla sua morte e che fu ac­qui­stato da Giu­lia Bec­ca­ria Man­zoni da­gli eredi di Ta­glio­retti, se­condo quanto ne scrive Cu­stodi. Ve­diamo per­ché.

La prima do­manda che è op­por­tuno porsi è:

Chi è l’autore del ri­tratto?
Sull’identità dell’artista che rea­lizzò il qua­dro, per molti anni in­fatti i pa­reri non sono stati una­nimi.

Da un lato c’era (nella scheda già ci­tata, de­di­cata a Man­zoni e alla ma­dre Giu­lia) la frase di Pie­tro Cu­stodi del 1827, Cap. 2º, pa­ra­grafo 3:

«Alla morte di Pie­tro Ta­glio­retti, que­sti mo­stra­vasi in­quieto dell’esito che avreb­bero avuto cin­que vo­lumi, nei quali egli aveva fatto le­gare la sua cor­ri­spon­denza con­fi­den­ziale colla Giu­lia; e l’amico che l’assisteva l’assicurò che, per que­sta parte, mo­risse tran­quillo, ch’egli stesso s’incaricava di sot­trarli alle ispe­zioni giu­di­zia­rie e ri­met­terlo all’amica; il che ese­guì, pas­san­dole an­che in ag­giunta il di lei ri­tratto, opera della gio­ventù di A. Ap­piani, [sot­to­li­nea­tura no­stra] di che essa in­den­nizzò gli eredi col pa­ga­mento di tre dop­pie di Ge­nova.»

L’indicazione di Cu­stodi era raf­for­zata da Te­resa Borri (la se­conda mo­glie di Man­zoni) che, in una nota d’archivio re­la­tiva a un da­gher­ro­tipo del qua­dro, scri­veva (la sot­to­li­nea­tura è no­stra): «Da­guerre ca­vato da un Di­pinto d’Appiani il Lu­glio 1852. Ri­tratto della ma­dre d’Alessandro Man­zoni (Giu­lia Bec­ca­ria d’anni 29) con suo fi­glio sud[det]to d’anni 5».

In casa Man­zoni era quindi ac­qui­sito che il qua­dro fosse opera del quo­ta­tis­simo An­drea Ap­piani, tanto che il qua­dro fu sem­pre in bella vi­sta nella Villa dei Man­zoni a Bru­su­glio, of­frendo lo spunto ad Ales­san­dro adulto per ri­cor­dare di­ver­tito agli amici che es­sendo egli ir­re­quieto al mo­mento della posa del qua­dro, gli fa­ce­vano ve­dere una aran­cia per di­strarlo.

Di tali au­to­re­voli te­sti­mo­nianze i cri­tici d’arte hanno certo te­nuto conto ma, cu­rio­sa­mente, con ri­serva. Ai co­no­sci­tori di Ap­piani quel qua­dro non con­vin­ceva del tutto per una certa gof­fag­gine pro­spet­tica, del tutto in­so­lita nel ce­le­bre pit­tore mi­la­nese, sem­pre molto pre­ciso nella rap­pre­sen­ta­zione del corpo umano.

E in­fatti an­che tra gli scrit­tori che si sono oc­cu­pati della fa­mi­glia Man­zoni, le po­si­zioni sono state dif­fe­ren­ziate.

Gra­zia Ma­ria Grif­fini Ro­snati («Giu­lia Bec­ca­ria: Let­tere», In­tro­du­zione, pag. XXVIII) era pru­dente: «Si tratta di un di­pinto un tempo at­tri­buito ad An­drea Ap­piani gio­vane […] Se l’opera va at­tri­buita, come sem­bra, al 1790 circa».

Guido Bez­zola è in­vece per at­tri­buire senza ri­serve il qua­dro ad Ap­piani («Giu­lia Man­zoni Bec­ca­ria», 1985, pag. 259): « Il ri­tratto dell’Appiani era stato di si­curo do­nato a Gio­vanni Verri».

Al­tret­tanto as­ser­tiva si mo­strava Marta Bo­ne­schi («Quel che il cuore sa­peva: Giu­lia Bec­ca­ria, i Verri, i Man­zoni», 2004, pag. 175): « Il ri­tratto dell’Appiani, un re­galo a Gio­vanni».

Dal canto suo, Jone Riva in «Im­ma­gini di Casa Man­zoni» del 2011, lo in­di­cava come « at­tri­buito ad Ap­piani». Men­tre oggi (an­che se ne nota una non per­fetta ese­cu­zione) nel suo in­ter­vento del docu-film ci dice: «il qua­dro che Giu­lia si fece fare da An­drea Ap­piani».

E oggi la cri­tica sem­bra sia orien­tata in quest’ultima di­re­zione.

Ne dà te­sti­mo­nianza un re­cente utile la­voro di Fran­ce­sco Leone («An­drea Ap­piani, pit­tore di Na­po­leone») in cui si at­tri­bui­sce senz’altro ad Ap­piani il qua­dro.

A so­ste­gno, Leone pre­senta le note stese da Fran­ce­sco Reina (av­vo­cato ma an­che cri­tico d’arte e col­le­zio­ni­sta) a com­mento dell’opera del coevo Ap­piani (per ora ne ri­pro­du­ciamo solo due ri­ghe): «Il Ta­glio­retti [1820] ha qui presso di sé fi­nito il ri­tratto [opera di Ap­piani] / di Giu­lia Man­zoni grande quasi al vero in sala / ab­bi­gliata con cap­pello nero ed abito all’inglese» [Ma­no­scritto 203].

Sem­bre­rebbe quindi che la que­stione debba con­si­de­rarsi chiusa.

E in­vece a no­stro av­viso ri­mane aperta. Anzi! Aper­tis­sima.
Per la sem­plice ra­gione che il qua­dro de­scritto da Reina (la fonte pri­ma­ria di ogni con­si­de­ra­zione sul di­pinto), di tutta evi­denza NON è il qua­dro che ci è noto e che è cu­sto­dito a Villa Man­zoni di Bru­su­glio.

Siamo vo­lu­ta­mente as­ser­tivi per ri­chia­mare l’attenzione del let­tore su al­cuni ele­menti, noti da sem­pre, ma sui quali cre­diamo nes­suno ha pre­stato la do­vuta at­ten­zione.

Guar­diamo in­sieme il qua­dro e leg­giamo per in­tero sia la de­scri­zione fat­tane da Te­resa Borri Man­zoni, di cui più so­pra ab­biamo an­ti­ci­pato una frase sia la de­scri­zione che ne fece per la prima volta il col­le­zio­ni­sta e cri­tico d’arte Fran­ce­sco Reina, ri­pre­sen­tata con cura da Leone nel suo bel li­bro (più so­pra ne ab­biamo ri­preso solo le prime due ri­ghe).

Te­sto di Te­resa Borri Man­zoni, 1852
(a com­mento del da­gher­ro­tipo del qua­dro, ese­guito nel 1852 – no­stra la sot­to­li­nea­tura):

«Cap­pello nero / Ca­pelli rossi in­ci­priati – oc­chi verdi – co­lo­rito ro­seo / e bian­chis­simo – ve­stito co­lor verde, con re­bord / co­lor cio­co­latte. Faz­zo­letto di garza bianca. / Il bam­bino ha un giub­bino di seta rossa, con una che­mi/-sette, bianca, guar­nita di mus­sola.»

Te­sto di Reina, 1820
(
ri­preso da Leone – no­stra la sot­to­li­nea­tura):

«Il Ta­glio­retti [1820] ha qui presso di sé fi­nito il ri­tratto / di Giu­lia Man­zoni grande quasi al vero in sala / ab­bi­gliata con cap­pello nero ed abito all’inglese con / ro­ve­sci neri. Ella col­lo­cata alla si­ni­stra del ri­guar­dante / sta mi­rando il pro­prio fi­gliuo­letto, che sta alla / de­stra (del ri­guar­dante) ri­volto alla ma­dre. È di­pinto / pieno di vezzo (mi­gno­ne­rie) e di vo­luttà ben­ché ca­sti­ga­tis­simo e tutto / co­perto. Quest’effetto na­sce dal ca­rat­tere della fi­sio­no­mia / della ce­le­bre donna fi­gliuola del march.e Ce­sare Bec­ca­ria, / il cui nome è un elo­gio».

La de­scri­zione di Te­resa Borri Man­zoni è pre­cisa e de­scrive esat­ta­mente il qua­dro quale lo pos­siamo ve­dere con i no­stri oc­chi.

Ma per la de­scri­zione di Reina le cose non tor­nano e il let­tore at­tento se ne sarà già ac­corto.
Quest’ultima de­scri­zione “sem­bra” ri­fe­rirsi al no­stro qua­dro ma ri­spetto a esso pre­senta tre evi­denti di­scre­panze:

• una di ca­rat­tere “geo­me­trico”;
• la se­conda di ca­rat­tere “cro­ma­tico”;
• la terza di ca­rat­tere “psi­co­lo­gico”.

• Di Giu­lia, Reina scrive: «sta mi­rando il pro­prio fi­gliuo­letto».

• Del co­lore, dice «con cap­pello nero ed abito all’inglese con / ro­ve­sci neri».

• Del “tono” del qua­dro, dice che è « pieno di vezzo (mi­gno­ne­rie) e di vo­luttà».

Ma, guar­dando il qua­dro, le cose stanno in tutt’altro modo:

1. Nel “no­stro” qua­dro, Giu­lia non “mira” af­fatto il pro­prio fi­gliuo­letto. Guarda in­vece fisso ne­gli oc­chi lo spet­ta­tore, con un di­stacco psi­chico nei con­fronti del bimbo che le sta ac­canto che è stato ri­le­vato da molti come in­di­zio di uno scarso in­te­resse di Giu­lia per il pic­colo Ales­san­dro.
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2. Nel “no­stro” qua­dro, il cap­pello è nero ma i ro­ve­sci dell’abito all’inglese sono co­lor mar­rone. A se­conda della qua­lità delle ri­pro­du­zioni, que­sto “mar­rone” ri­sulta più o meno scuro, ma il co­lore è in­du­bi­ta­bil­mente quello che Te­resa Stampa Man­zoni in­dica con pre­ci­sione (lo ab­biamo già ci­tato): «Cap­pello nero / Ca­pelli rossi in­ci­priati – oc­chi verdi – co­lo­rito ro­seo / e bian­chis­simo – ve­stito co­lor verde, con re­bord / co­lor cio­co­latte. Faz­zo­letto di garza bianca. / Il bam­bino ha un giub­bino di seta rossa, con una che­mi/-sette, bianca, guar­nita di mus­sola.»
Una cu­rio­sità su que­sta te­sti­mo­nianza della mo­glie di Ales­san­dro: nel li­bro di Jone Riva «Im­ma­gini di Casa Man­zoni» (1998 e 2008), a pro­po­sito di quella nota di Te­resa Man­zoni sul da­gher­ro­tipo, viene ri­por­tato “quasi” tutto il te­sto (vedi pag. 130). La frase «ve­stito co­lor verde, con re­bord / co­lor cio­co­latte!» è in­vece omessa.
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3. Nel “no­stro” qua­dro, di «vo­luttà», con tutta la buona vo­lontà, se ne co­glie poca, come ri­le­vato dai com­men­ta­tori, con toni di­versi ma uni­voci nella so­stanza.

Chio­menti Vas­salli (cit.): «Nella fi­sio­no­mia della gen­til­donna si legge una stan­chezza in­te­riore che sem­bra già ri­flet­tere un’ombra di pre­coce vec­chiaia sul volto. Vi si legge un senso di di­stacco e di di­sin­te­resse […].»

Ro­mano Ame­rio (Bru­su­glio: guida alla vi­sita di Villa Man­zoni, 1977): «Nel ri­tratto Giu­lia ha […], lo sguardo at­to­nito e spento. La fi­sio­no­mia in­somma è ve­lata di tri­stezza e pende al ma­sco­lino.»

Na­ta­lia Ginz­burg («La fa­mi­glia Man­zoni», 1985): «Nel ri­tratto, Giu­lia è ve­stita da amaz­zone. Ha una fac­cia dura, os­suta e stanca. Guarda nel vuoto. Nes­suna vi­si­bile te­ne­rezza per quel bam­bino che le sta ap­pog­giato al gi­noc­chio.»

Fran­ce­sco Cor­dero («La Fab­brica della pe­ste», 1985): «nel ri­tratto col fi­glio bam­bino ap­pare na­suta, col mento a punta e una luce fissa piut­to­sto si­ni­stra ne­gli oc­chi».

I casi sono due. O Reina, nella sua nota so­pra ri­por­tata, si è cla­mo­ro­sa­mente di­stratto su forma, co­lori e tono del di­pinto (no­no­stante in tutte le sue de­scri­zioni di­mo­stri una grande at­ten­zione an­che al det­ta­glio).

Op­pure:

A. La de­scri­zione di Reina si ri­fe­ri­sce a un al­tro qua­dro – che però non ci è noto – nel quale: 1. Giu­lia guar­dava Ales­san­dro; 2. i “re­bord” dell’abito erano neri; 3. vi era una nota evi­dente di vo­luttà.

e quindi:

B. Il “no­stro” qua­dro (quello con­ser­vato a Bru­su­glio) è una co­pia, nella quale com­mit­tente e pit­tore hanno vo­luto: 1. mo­di­fi­care la di­re­zione dello sguardo di Giu­lia; 2. can­cel­lare ogni trac­cia di fem­mi­nile ab­ban­dono “vo­lut­tuoso”: 3. ren­dere i “re­bord” dell’abito di “co­lore cio­co­latte”, an­zi­ché neri.

op­pure:

C. Quando nel 1823 il qua­dro venne nelle di­spo­ni­bi­lità piene di Giu­lia, un al­tro ar­ti­sta (che non ci è noto) ha messo pen­nelli e co­lori sul qua­dro in ori­gine di­pinto da Ap­piani (morto nel 1817), por­tan­dovi le mo­di­fi­che che ab­biamo già evi­den­ziato.

L’artista che rea­lizzò il qua­dro “co­pia” o “so­vra di­pinto”, per la po­stura del volto di Giu­lia, po­trebbe avere preso come ri­fe­ri­mento (spe­cu­lare) il ri­tratto opera della Co­sway (circa 1797, ai primi tempi di Giu­lia a Pa­rigi con Carlo Im­bo­nati); men­tre per la fi­sio­no­mia di Giu­lia aveva a di­spo­si­zione l’originale (a lato un ri­tratto che ce la pre­senta come do­veva es­sere dopo il 1823, su­pe­rati i ses­santa e con­so­li­data nella ri­de­fi­ni­zione della pro­pria im­ma­gine pub­blica).

Ri­tratto di Giu­lia Bec­caia Man­zoni, 1790, dal docu-film at­tri­buito ad Ap­piani. A no­stro av­viso co­pia ex-novo o ri­fa­ci­mento, dopo il 1823.

Ri­tratto di Giu­lia Bec­ca­ria Man­zoni, ese­guito da Co­sway a Pa­rigi, circa 1796-97.

Ri­tratto di Giu­lia Bec­ca­ria Man­zoni, circa 1825.

Da qui pro­ba­bil­mente quella ar­ti­fi­cio­sità del ri­tratto (oggi at­tri­buito de­ci­sa­mente ad Ap­piani ma anni fa con molte ri­serve) e la ri­gi­dità psi­co­lo­gica che tra­smette, evi­den­ziate da tanti acuti scrit­tori, come ab­biamo vi­sto più so­pra.

Dando pra­ti­ca­mente per certo che del qua­dro sia stata fatta una co­pia ex-novo, o si sia la­vo­rato so­pra l’originale di Ap­piani (quest’ultima ipo­tesi sa­rebbe fa­cil­mente ve­ri­fi­ca­bile con una ade­guata ana­lisi pu­ra­mente tec­nica), re­sta da ri­spon­dere a un’altra do­manda.

Per­ché il ri­tratto è stato ri­fatto?
Nel 1823, quando venne in pos­sesso del qua­dro (fino ad al­lora nelle mani di Ta­glio­retti), Giu­lia Man­zoni si tro­vava nel pieno del suo riav­vi­ci­na­mento alla re­li­gione e alla so­cietà ben pen­sante mi­la­nese. Il suo li­bero pas­sato sen­ti­men­tale a Mi­lano non era stato vi­sto di buon oc­chio, an­che per le ma­le­voli con­si­de­ra­zioni circa il te­sta­mento con cui Carlo Im­bo­nati, suo no­to­rio com­pa­gno di vita tra il 1795 e il 1805, la la­sciava unica erede di una for­tuna di grande ri­lievo, col­lo­cando i Man­zoni ai primi po­sti della scala so­ciale (non solo mi­la­nese) ma la­sciando bri­ciole alle pro­prie nu­me­rose so­relle, al­cune delle quali di con­di­zioni re­la­ti­va­mente mo­de­ste. E an­che il ma­tri­mo­nio di Ales­san­dro con una cal­vi­ni­sta non aveva gio­vato all’immagine della fa­mi­glia presso gli am­bienti più tra­di­zio­nali.

Il ri­ma­neg­gia­mento (o co­pia ex-novo) del qua­dro si col­lo­cava per Giu­lia in que­sto per­corso di rein­se­ri­mento nell’ambiente della pro­pria città, da cui si era al­lon­ta­nata molti anni prima, an­che fi­si­ca­mente. Do­veva per lei es­sere im­por­tante non la­sciare al­cun ri­cordo della pro­pria li­bertà sen­ti­men­tale (ri­cor­date la “vo­luttà” in­di­cata da Reina come nota do­mi­nante del ri­tratto), e anzi di dare di sé un’immagine se­vera (quella che gli scrit­tori ci­tati hanno per­ce­pito come ri­gi­dità e fis­sità), più con­sona a quel ruolo di ”ma­trona”, uni­ca­mente de­dita alla fa­mi­glia e alla re­li­gione, che si era as­sunta con im­pe­gno (e an­che con qual­che esa­ge­ra­zione).

In realtà il ri­tratto Giu­lia-Ales­san­dro che ci è noto e che è a Bru­su­glio non sem­bra ap­pa­risse al­lora ca­rico di chissà quali si­gni­fi­cati ero­tico-sen­ti­men­tali, pro­po­nen­dosi in­vece come un nor­ma­lis­simo ri­cordo di una gio­vane ma­dre con il pro­prio pic­colo. In caso con­tra­rio, dif­fi­cil­mente sa­rebbe stato po­sto per tanti anni in po­si­zione di ri­lievo nella casa del Man­zoni a Bru­su­glio.

E dif­fi­cil­mente Man­zoni, se lo avesse co­no­sciuto come ele­mento con­fer­ma­tivo di una sua na­scita ir­re­go­lare, avrebbe ri­cor­dato con bo­no­mia le cir­co­stanze che lo vi­dero mo­dello nella sua rea­liz­za­zione.

Rias­su­mendo su que­sta que­stione del qua­dro che il CNSM vuole “te­sti­mo­nianza” del fatto che Gio­vanni Verri sia da con­si­de­rare il pa­dre na­tu­rale di Ales­san­dro Man­zoni, pos­siamo dire due cose sem­plici ma pre­cise.

Primo – L’unico ”do­cu­mento” noto che può farne una te­sti­mo­nianza di un le­game pa­ren­tale tra Gio­vanni Verri-Giu­lia Bec­ca­ria-Ales­san­dro Man­zoni è la frase di Cu­stodi. Que­sta può es­sere for­zata a una in­ter­pre­ta­zione di­versa, come fece Flori, ma solo con ar­bi­trari in­ter­venti, che si po­treb­bero in­ten­dere come vi­cini alla ma­ni­po­la­zione.
La tesi del CNSM già a que­sto li­vello  ap­pare molto fra­gile e ri­chiede tutta una se­rie di “con­ces­sioni” pu­ra­mente ipo­te­ti­che.
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Se­condo – Il qua­dro, por­tato come “te­sti­mone” dal CNSM, è di tutta evi­denza una co­pia – o un ri­fa­ci­mento – del qua­dro di pro­prietà di Ta­glio­retti, di cui parla Cu­stodi.
Ma se il qua­dro pre­sen­tato dal CNSM come “te­sti­mone” non è il qua­dro di cui parla Reina-Cu­stodi, al­lora è inu­tile pro­se­guire ogni di­scus­sione, ve­nendo a man­carne il pre­sup­po­sto.

In con­clu­sione, per gli ele­menti che ab­biamo, ri­te­niamo di po­tere con­clu­dere che “quel” qua­dro (quello at­tri­buito ad Ap­piani e che è presso Villa Man­zoni a Bru­su­glio) può es­sere “te­sti­mo­nianza” di un’infinità di cose ma non della pa­ter­nità di Gio­vanni Verri nei con­fronti di Ales­san­dro Man­zoni.

E con ciò tor­niamo a quanto ab­biamo qua e là già an­ti­ci­pato. Che cosa ci dice di più sulla fi­sio­no­mia e sulla vi­cenda di Man­zoni que­sta di­scus­sione sulla “vera pa­ter­nità bio­lo­gica”? Nulla!

Per come si svolse la vita di Ales­san­dro, che fosse o meno fi­glio na­tu­rale di Gio­vanni Verri, non ebbe al­cuna im­por­tanza. Nes­suno ac­campò ri­ven­di­ca­zioni di nes­sun tipo (si­cu­ra­mente non Gio­vanni, che non ne fece mai me­mo­ria) o se ne pre­oc­cupò (si­cu­ra­mente non Pie­tro Man­zoni, che si com­portò sem­pre da “pa­dre”).
Non ne ven­nero né con­flitti né scelte trau­ma­ti­che di vita. Ales­san­dro si formò e visse come fi­glio di don Pie­tro Man­zoni.

E al­lora per­ché con­cen­trare su que­sto forse-evento l’attenzione? Solo per so­ste­nere la mi­la­ne­sità bio­lo­gica del Man­zoni? Siamo si­curi che ne valga la pena?

Ci pare che sa­rebbe molto più pro­dut­tivo de­di­care le ri­sorse e i ta­lenti del Cen­tro Na­zio­nale Studi Man­zo­niani a in­ve­sti­gare an­che sulla for­ma­zione del gio­vane Man­zoni. A de­fi­nire l’insieme delle re­la­zioni sue e del pa­dre Pie­tro nel mi­la­nese e nel La­riano, in par­ti­co­lare a Lecco.

Su que­sti temi non si è fatto an­cora quasi nulla, salvo i me­ri­tori studi di Stop­pani nel 1873 e, in parte, di Bo­gnetti cento anni dopo.

Non è forse op­por­tuno ac­can­to­nare gli ef­fetti ci­ne­ma­to­gra­fici e av­viare un la­voro di co­no­scenza vera sul gio­vane Man­zoni – che vuol dire il na­scere della sen­si­bi­lità e della crea­ti­vità e del pen­siero e dell’azione?

Forse così po­tremmo darci ra­gione di molti ele­menti an­cora poco in­ve­sti­gati sulla sua ade­sione alle idee della ri­vo­lu­zione e ai per­ché del suo suc­ces­sivo in­di­rizzo verso la re­li­gione.

E po­tremmo – forse – tro­vare an­che ele­menti di mag­giore com­pren­sione su sua ma­dre Giu­lia, donna, tutto som­mato e no­no­stante le sue fur­bi­zie e pic­cole mi­se­rie, tri­ste­mente sola di fronte alla vita.

 

Siamo giunti al ter­mine della no­stra ana­lisi sul docu-film del CNSM. Ci pare di averne a suf­fi­cienza il­lu­strato la non ido­neità, per lo meno sul piano di­dat­tico.

È pos­si­bile che nelle no­stre os­ser­va­zioni vi siano im­pre­ci­sioni – o an­che er­rori. Sa­remo lieti di ri­ce­vere dal let­tore, in par­ti­co­lare da­gli amici del CNSM, le even­tuali cor­re­zioni e sug­ge­ri­menti su come stu­diare e fare me­glio.

FINE

La Ca­scina Co­sta in una in­ci­sione del 1873 (Stop­pani, I Primi Anni di A. Man­zoni) a evi­den­ziare che Man­zoni era da con­si­de­rare fi­glio del ter­ri­to­rio la­riano.

La la­pide mu­rata nel 1873 da Giu­seppe Ber­ta­relli all’ingresso della Ca­scina Co­sta di Gal­biate, al­lora di sua pro­prietà. Vi si legge: «In que­sto ca­so­lare ebbe il primo nu­tri­mento Ales­san­dro Man­zoni nell’anno 1785».

La Ca­scina Co­sta di Gal­biate oggi. La­sciata an­dare in ro­vina dall’insipienza delle Au­to­rità cul­tu­rali del la­riano (in qual­siasi al­tro Paese, della Ca­scina dove Man­zoni passò i suoi primi cin­que anni di vita, avreb­bero di­chia­rato Mo­nu­mento Na­zio­nale an­che il pol­laio).

Sotto, il pae­sag­gio che Man­zoni vide quo­ti­dia­na­mente nei suoi primi anni di vita.

PDF dell’Analisi cri­tica
in­dice dei venti epi­sodi

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