Milano, domenica 18 gennaio 2026
ELEZIONI COMUNALI LECCO 2026
Promemoria — Parte Prima
Su proposta del Centro Nazionale Studi Manzoniani,
in Santa Croce di Firenze…
MANZONI ADULTERATO!
LECCO CANCELLATO!
Il 7 novembre 2023, accanto al cenotafio di Dante in Santa Croce di Firenze, è stata apposta in memoria di Alessandro Manzoni un’iscrizione di 56 parole, disposte a epigrafe su 14 righe, incise su una lastra di marmo di Candoglia (lo stesso del Duomo di Milano). A prima vista sembrerebbe un omaggio reverente a Don Lisander.
In realtà l’iscrizione:
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ne tace l’adesione al cattolicesimo democratico;
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ne tace l’eccezionale impegno su diritto e giustizia;
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ne travisa il vissuto sul rapporto ragione-fede;
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lo salda forzatamente a Dante, per Manzoni “primo tra i primi” nella poesia, ma estraneo alla lingua collettiva e al sentire civico dell’Italia post-unitaria;
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sminuisce il prestigio della Basilica stessa con omissioni, oscurità e ambiguità di senso (e anche con uno sbrego sintattico);
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al contempo, col silenzio, strappa dalla figura e dall’opera di Manzoni la città di Lecco, insieme sua terra di vita nonché origine e termine del suo romanzo.
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Altro che deferente omaggio a Don Lisander!
Quella iscrizione in Santa Croce trasmette una radicale — e anche inspiegabile! — deformazione della reale vicenda di Alessandro Manzoni e della storia di noi tutti.
E ciò a opera non di anti-manzoniani dichiarati ma del Centro Nazionale Studi Manzoniani, la struttura che dal 1937 è incaricata di tutelarne la vicenda e la fisionomia!
Premessa.
Questo scritto è stato chiuso in redazione il 14 dicembre 2023, non per la pubblicazione immediata ma come capitolo di una trattazione più ampia. Da un lato come contributo al misurare la distanza che separa oggi il discorso pubblico su Alessandro Manzoni dalla complessità della sua opera e dalla sua esperienza storica. Dall’altro come tassello alla comprensione di come il Centro Nazionale Studi Manzoniani di Milano stia da anni coscientemente operando per la marginalizzazione di Lecco dall’universo manzoniano.
Abbiamo deciso di renderlo pubblico in questo gennaio 2026 non solo per i riferimenti a Manzoni in sé, ma anche per il ruolo che la cultura dovrebbe avere nella vita civile di una città come Lecco. Tema quanto mai attuale in vista delle elezioni comunali che vi si terranno nel prossimo giugno.
Nella fase precedente ai programmi elettorali ufficiali, le dichiarazioni d’intenti dei competitori tendono al generico. È però significativo che, a Lecco, dagli schieramenti fino a ora in campo per le elezioni (per semplificare: lista Gattinoni, lista Fumagalli), la parola cultura non è mai stata citata neppure incidentalmente, e con essa qualsivoglia riferimento ad Alessandro Manzoni e all’Abate Antonio Stoppani. I quali non sono soltanto nomi illustri legati alla città, ma figure che pongono questioni ancora vitali.
Per Manzoni, il nodo centrale è il rapporto tra lingua e società; tra diritto e giustizia; tra fede, ragione e responsabilità pubblica; tra memoria storica e vita collettiva attuale e futura.
Per Stoppani, il fuoco è sul rapporto tra scienza e governo della cosa pubblica; tra scienza e cultura collettiva; tra scienza e prospettive esistenziali e religiose; e, infine, tra scienza e governo consapevole del pianeta — nell’era da lui definita “antropocene”, primo nella storia ad avere evidenziato il ruolo potenzialmente distruttivo dell’attività umana per la vita stessa del globo.
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Il testo che segue, dedicato alla sola figura di Manzoni, non è un omaggio, né una celebrazione. È una critica argomentata a un modo deformante di gestire Manzoni come uomo, come artista, come costruttore di un pensiero organico teso all’etica, alla libertà, alla giustizia, al progresso.
È anche, implicitamente, una domanda rivolta a chi aspira a governare una città che da Manzoni non può prescindere senza impoverirsi: che uso intendiamo fare del nostro patrimonio culturale? Ridurlo a simbolo innocuo o assumerlo come strumento di conoscenza, di confronto, di formazione civile?
È oggi possibile costruire un processo conoscitivo strutturato, capace di tenere insieme rigore filologico, trasparenza metodologica e diffusione ampia, restituendo continuità, coerenza e verificabilità al campo della critica manzoniana — cioè all’insieme degli studi che analizzano testi, varianti, ricezione, interpretazioni e uso pubblico dell’opera di Manzoni —, che negli ultimi decenni ha sofferto di frammentazione, ripetizione e autoreferenzialità.
Un processo conoscitivo in grado di riproporre Lecco come centrale polo di riferimento del manzonismo dopo gli ultimi trent’anni segnati dall’incapacità di adeguare la narrazione manzoniana ai nostri tempi. Per fare, cioè, di Lecco, nuovamente e in forme innovative, la vera “Città di Manzoni e dei Promessi Sposi”.
Il progetto c’è (è già elaborato, attende solo la finalizzazione organizzativa), gli uomini ci sono, i mezzi sono alla portata — bisogna però metterci la volontà!
Quanto segue va letto in questa prospettiva. Non propone soluzioni amministrative né programmi elettorali. Propone un livello minimo di serietà culturale sotto il quale non è più accettabile scendere.
Se Lecco vuole pensarsi come città consapevole della propria storia e capace di futuro, deve avere il coraggio di rimettere Manzoni — e con lui la cultura — al centro del discorso pubblico, non come omaggio a un’anonima e stracca tradizione ma come terreno di lavoro, valido e urgente quanto il problema della casa, del lavoro, della viabilità cittadina o della sicurezza.
Rendere pubblico oggi questo testo significa dunque porre una questione semplice: se una città tace sulla propria eredità culturale più profonda, su che cosa pensa di costruire la propria identità e il proprio sviluppo?
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22 maggio 2023 — Per le celebrazioni del 150º della morte di A. Manzoni, il Professor Angelo Stella (a sin. per chi guarda) riceve il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a Casa del Manzoni in Milano.
Per concludere questa premessa, un sincero omaggio alla memoria del professor Angelo Stella, scomparso nel dicembre 2023, proprio due giorni dopo la conclusione della nostra analisi.
Come risulta chiaro da quanto segue, ci dividevano modi diversi di intendere e presentare Manzoni.
Al Professore ci legava però una simpatia istintiva. Soprattutto per il suo tratto dialogico, mai rancoroso anche con interlocutori non particolarmente diplomatici, come ci riconosciamo essere.
In proposito ricordiamo l’onestà intellettuale con cui, nel gennaio 2022, Angelo Stella riconobbe la validità delle nostre osservazioni sul cosiddetto «Manoscritto Lecco 170» (sponsorizzato anche dal CNSM), da noi dimostrato essere una risibile patacca — vedi QUI.
Contesto e genesi dell’iniziativa
L’antefatto.
Il 6 settembre 2023 il nostro Centro Studi Abate Stoppani ha inviato una “lettera aperta” al Presidente Mattarella chiedendo che martedì 7 novembre (nel 1628 come nel 2023, giorno di inizio del romanzo) facesse sentire la vicinanza delle istituzioni a Lecco, città di Manzoni e de “I Promessi Sposi”. Lecco era stata infatti ignorata nelle commemorazioni tenutesi a Milano, scelta dal Capo dello Stato come sede per le celebrazioni ufficiali del 150º della morte di Manzoni.
Al 6 settembre, quando al Presidente Mattarella ricordavamo il “7 novembre di Lecco come giorno incipitario del romanzo”, nulla sapevamo del fatto che la stessa data era stata prescelta per un’altra iniziativa manzoniana, di senso opposto e tenuta in perfetta semi-clandestinità fino ai primi di ottobre.
Il fatto.
Da giugno 2023, senza alcuna pubblicità e senza concordare nulla con la città di Lecco, su impulso del professor Stella, il CNSM si attiva per apporre in Santa Croce in Firenze, il 7 novembre, un’iscrizione lapidea in memoria di Manzoni, a nome delle sole città di Milano e Firenze.
L’iniziativa propone (senza alcuna argomentazione) una forzata accoppiata Manzoni/Dante basata sulla lingua; con fraseggio di sapore liberal-risorgimentale tratteggia un Manzoni forse utilizzabile come bandiera di richiamo ma mai esistito; col silenzio, ne cancella il legame organico con Lecco, parte essenziale dell’esperienza umana e artistica dello scrittore.
Nell’iscrizione non si fa infatti alcuna memoria di Lecco, né negli scarni documenti che hanno anticipato la cerimonia, né in quelli immediatamente successivi, né nelle dichiarazioni dei rappresentanti dei soggetti coinvolti (Comune di Milano, Comune di Firenze, Basilica/Opera di Santa Croce, Ministero dell’Interno, Centro Nazionale Studi Manzoniani — CNSM, Veneranda Fabbrica del Duomo).
Al danno del silenzio su Lecco, registrato il 22 maggio a Milano, si aggiunge così la beffa di una targa che richiama solo cripticamente il QUANDO dell’avvio del romanzo (quanti sanno che il romanzo di Manzoni inizia il 7 novembre 1628?) ma tace malevolmente sul DOVE: Lecco e il suo territorio, che Manzoni definì “la sacra mia Terra” e “il paese più bello del Mondo”.
Ideatore del testo è il professor Stella; ma riteniamo “padri” dell’operazione anche i vertici del CNSM (dal 9 ottobre 2023 presieduto dal professor Mauro Novelli), il Comitato scientifico (15 professori) e l’insieme delle persone che hanno necessariamente letto e approvato il testo prima dell’incisione.
Questo il testo della targa (56 parole):
le città di milano e di firenze
luoghi mentali del suo ascolto
consacrano la memoria di
alessandro manzoni
unita a quella
del «divin nostro poeta»
padre della lingua
che i promessi sposi
hanno fatta italiana
affidandola «a un’intera società
cioè a tutte le classi»
nel divenire di una città ecumenica
illuminata dalla ragione
7 NOVEMBRE 2023
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Prima di avviare la nostra analisi, è opportuna una considerazione generale.
Come apparirà in modo inconfutabile, questa iscrizione in Santa Croce di Firenze segna una svolta radicale nell’elaborazione e nella critica della vita e dell’opera di Alessandro Manzoni.
Non è semplicemente superficiale, o ingenua, o rozza, o frutto di banale ignoranza. È invece — e questo ci risulta francamente incomprensibile — una sistematica e inverosimile adulterazione della figura e del senso di Manzoni nella nostra cultura.
Un’adulterazione così ampia e radicale da imporre ai suoi principali promotori, diretti e indiretti, ossia al Centro Nazionale Studi Manzoniani di Milano e al Ministero dei Beni Culturali, un’azione formale di disconoscimento di quella targa e un’attivazione immediata per la sua rimozione da Santa Croce di Firenze.
Non dubiti il lettore: in noi vi è piena consapevolezza della gravità di quanto qui affermiamo. Ma è nostro dovere parlare chiaro e attivarci perché si ponga rimedio a questa incredibile situazione.
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Ciò detto, possiamo avviare la nostra analisi sulla vicenda della targa lapidea, apposta il 7 novembre 2023 in Santa Croce di Firenze per iniziativa del CNSM — ma di cui nessuno ha finora voluto assumersi la paternità.
L’analisi si sviluppa in due sezioni: nella prima si fa il punto sulla genesi dell’iniziativa, sugli attori coinvolti e sulle modalità della loro azione.
Nella seconda sezione si analizza il testo della targa, seguendo concetto dopo concetto ciò che nella targa stessa viene espresso (se volete leggere subito questa seconda sezione, andate QUI).
Ne risulta quindi non un discorso strutturato come sarebbe tipico di un’analisi nostra propria ma di osservazioni su un testo predisposto da altri, con tutte le sue incongruenze. Per la medesima ragione, non vi è necessità di un “indice”: è la targa stessa a svolgere questo ruolo.
1/ Silenzio istituzionale sull’iniziativa.
In via preliminare è necessario registrare il silenzio sulle motivazioni e sulle modalità dell’iniziativa. Abbiamo richiesto più volte informazioni (anche via PEC) alle istituzioni coinvolte, ottenendo o nessuna risposta o risposta elusiva, come qui sotto documentiamo:
• Ministero dell’Interno — Direzione Centrale Affari dei Culti e Fondo Edifici di Culto (Vice Prefetto Concetta Staltari): invio 19 novembre 2023, rinvio 19 dicembre 2023 — nessuna risposta.
Documento amministrativo — Richiesta formale di informazioni al Ministero dell’Interno (FEC) [Scarica manzoni-santa-croce-pec-richiesta-ministero-interno-fec-2023]
• Comune di Firenze — Vice Sindaca e Assessora alla Cultura Alessia Bettini: richieste inviate il 23 novembre, 4 dicembre e 19 dicembre 2023; risposta pervenuta il 22 dicembre 2023, con rinvio all’Opera di Santa Croce, priva di elementi documentari sull’iter dell’iniziativa.
Documento amministrativo — Richieste formali di informazioni e risposta istituzionale [Scarica manzoni-santa-croce-pec-comune-firenze-risposta-elusiva-2023.pdf].
• Comune di Milano — Direttore Area Biblioteche Stefano Parise: invio 21 dicembre 2023; sollecito 9 gennaio 2024 — nessuna risposta.
Documento amministrativo — Richieste formali di informazioni al Comune di Milano [Scarica manzoni-santa-croce-pec-comune-milano-silenzio-2023-2024.pdf].
• Veneranda Fabbrica del Duomo (semplice richiesta delle misure della lastra, pur senza obblighi formali di risposta) — nessuna risposta.
In assenza di atti pubblici, le decisioni paiono prese informalmente, stile “amici al bar”, in violazione di ogni criterio di trasparenza. Non è stato possibile neppure conoscere le dimensioni della lastra; eppure, posto il confronto fisico-simbolico con il cenotafio di Dante, non sono un dettaglio trascurabile. A occhio, la superficie ci sembra sia 18 volte più piccola; in volume circa 900 volte: il messaggio che ne viene veicolato (sicuramente rozzo ma inevitabile) è che per la definizione della nostra lingua Dante è infinitamente più significativo di Manzoni — il che contraddice la realtà e le stesse convinzioni di Manzoni in proposito.
2/ Azione in clandestinità.
Pietra tombale su Lecco.
5 aprile 2023: ANSA segnala che, per il 150º della morte «Stella chiede che Manzoni venga ricordato in Santa Croce». Pubblicamente l’idea non viene ripresa da nessuno.
22 maggio 2023: nella celebrazione ufficiale a Milano (Casa del Manzoni, presenza del Capo dello Stato, padrone di casa, il professor Angelo Stella) non si fa alcun cenno al progetto.
29 giugno 2023: dal verbale del Consiglio Direttivo del CNSM (pubblicato sul sito di Casa del Manzoni solo ai primi di ottobre) — presenti il Presidente Angelo Stella, la Segretaria Jone Riva, i consiglieri Francesco Spera, Maria Goffredo, Mauro Novelli, Marco Edoardo Minoja (in rappresentanza dell’Assessore Sacchi) — risulta che il progetto è però ormai in corso e coinvolge anche i Comuni di Milano e di Firenze (di cui — lo abbiamo già segnalato — Sacchi è stato Assessore alla Cultura dal 2019 al 2021).
Al punto 3 “Memoriale in Santa Croce” si legge infatti (trascrizione letterale):
«È prevista per il 7 novembre 2023 (la data incipitaria degli eventi narrati nei Promessi sposi) la collocazione nel “tempio” di Santa Croce di un memoriale dedicato ad Alessandro Manzoni. Questa testimonianza, ora assunta dalle amministrazioni comunali delle città più sue, cioè di Milano e di Firenze, è stata proposta dal CNSM, che ne seguirà con attenzione collaborativa la realizzazione.»
A parte il fatto che la “data incipitaria degli eventi” sarebbe esclusivamente il 7 novembre 1628 (la trasposizione al 2023 è una “licenza poetica”), il verbale è chiaro su quattro aspetti:
1) il memoriale è «dedicato ad Alessandro Manzoni»;
2) la data scelta è legata al 7 novembre 1628, inizio del romanzo;
3) si afferma che Milano e Firenze hanno “assunto” la proposta;
4) si definiscono Milano e Firenze “le città più sue” [di Manzoni].
Se sui primi due punti c’è poco da dire, sul terzo dovrebbero esistere riscontri formali (delibere o atti), di cui non troviamo traccia.
Sul quarto, la cosa è paradossale: che un organismo incaricato dal 1937 di preservare memoria e opera di Manzoni certifichi che Milano e Firenze sono città “più sue” di quanto non sia Lecco è una rappresentazione falsata e grave della realtà.
Questa cancellazione appare come parte di un’operazione programmatica che mira a conficcare nella cultura collettiva una assurda irrilevanza di Lecco per Manzoni e per il romanzo.
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Solo a mo’ di promemoria, ricordiamo invece, in sintesi, alcuni dati di fatto che testimoniano il legame organico tra Lecco e l’autore de “I Promessi Sposi”:
a/ il monumento a Manzoni in Lecco. Molto più significativo di quello presente a Milano, fu voluto e promosso dall’abate Antonio Stoppani; con discorso di oltre un’ora, fu inaugurato a Lecco l’11 ottobre 1891 da Gaetano Negri, sodale scientifico dell’Abate Stoppani e già Sindaco di Milano (è un falso che il “discorso inaugurale” sia stato tenuto da Carducci, come narrato al Museo Manzoniano di Lecco — vedi QUI).
b/ sono nel territorio lecchese — Villa Manzoni al Caleotto e l’ex Convento dei Cappuccini di Pescarenico — due Monumenti Nazionali manzoniani (il terzo è la casa nativa di via Visconti di Modrone a Milano, non la Casa di via Morone sede del CNSM);
c/ i primi quattordici congressi nazionali di studi manzoniani (1955-1990) si sono tenuti a Lecco (nel 1973 e 1983 insieme a Milano e Barzio).
A onore del vero, è altresì da ricordare che nel 2014, su impulso dell’allora Assessore alla Cultura Michele Tavola, il Comune — con un incredibile gesto di autolesionismo e di asservimento alle direttive di Milano — ha trasformato la tradizionale e programmatica connotazione «Lecco, città di Manzoni» in «Lecco, città dei Promessi Sposi», autocollocandosi in una dimensione puramente geografico-narrativa e recidendo ogni legame organico con la dimensione storica ed etica di Alessandro Manzoni.
Ciò detto, per il momento solo per fissare alcuni dati di fatto, e tornando a noi, ricordiamo che il progetto del memoriale per Santa Croce procede senza pubblicità fino a ottobre.
Solo giovedì 2 novembre 2023 un comunicato dell’Opera di Santa Croce (ripreso da ANSA) annuncia lo scoprimento della targa per il 7 novembre, con titolo generico (“tra i Grandi”) e senza indicazioni su promotori, organizzatori e contenuti.
Anche Casa del Manzoni diffonde un invito, ugualmente vago quanto ai contenuti ma evidenziando i loghi di otto istituzioni (Santa Croce Opera / Basilica di S. Croce Francescani Conventuali Firenze / Ministero dell’Interno Fondo Edifici di Culto / Comune di Firenze / Comune di Milano / Milano Manzoni 150 / Casa del Manzoni / Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano 1387 — a lato riportiamo l’invito e sotto i loghi).
Otto prestigiose istituzioni tutte concordi nell’affermare che con Manzoni la città di Lecco nulla deve avere da spartire.
3/ Cronaca mediatica d’accatto. Targa fantasma.
Il 7 novembre, alle 15:30, Adnkronos dà notizia dell’inaugurazione riportando non l’immagine della targa ma una trascrizione “animalesca” del testo, ripresa tale quale da un comunicato stampa (non ufficiale) del Comune di Milano.
Seguono la notizia Adnkronos pochi media locali toscani che ripetono la trascrizione animalesca. Solo “InToscana” pubblica una foto leggibile della targa. I promotori e gli organizzatori, invece, evitano di mostrare l’immagine dell’oggetto centrale dell’iniziativa: proliferano le foto dei rappresentanti istituzionali, non della targa.
Ripetiamo: la trascrizione animalesca diffusa da Adnkronos è presa pari pari da un comunicato stampa del Comune di Milano (non pubblicato, datoci su richiesta) che così riporta il testo della targa (la nostra trascrizione è perfettamente fedele all’originale):
«Le città di Milano e Firenze, luoghi mentali del suo ascolto consacrano la memoria di Alessandro Manzoni unita a quella del Divin nostro Poeta, padre della lingua che i Promessi Sposi hanno fatta italiana affidandola a un’intera società, cioè a tutte le classi nel divenire di una città ecumenica illuminata dalla ragione».
Come appare evidente, nel comunicato diffuso dagli stessi promotori dell’iniziativa, la composizione della iscrizione è stata alterata in tutti i modi possibili e immaginabili:
Primo — Dal tutto maiuscolo si passa al maiuscolo/minuscolo.
Secondo — “di Firenze” perde il “di” (“Milano e Firenze”, come fossero un comune unico);
Terzo — Spariscono i «caporali» che nella targa segnalano le citazioni manzoniane; i promotori tentano di sostituirli col corsivo, ma sbagliano e mettono in corsivo anche parole non manzoniane.
Quarto — Il titolo del romanzo “I PROMESSI SPOSI” perde articolo e corsivo e diventa genericamente “Promessi Sposi”.
Quinto — Viene eliminata la riga con la data!
Sesto — Si cancellano gli a capo epigrafici sostituendoli (a volte) con virgole.
Settimo — Si mette in grassetto una larga porzione del testo, mentre nella targa il grassetto è solo su “ALESSANDRO MANZONI”.
Richiamando sempre il Comunicato del Comune di Milano del 7 novembre, sull’identità di promotori e organizzatori, il comunicato resta evasivo sul piano formale: parla di “città” come entità morali e di “iniziativa condivisa”, formula fiabesca con valore nullo sul piano delle responsabilità.
Il 7 novembre, a cerimonia conclusa, a livello nazionale riprende l’evento solo “Il Secolo d’Italia”; pochi altri a livello locale. RaiNews24 mostra la targa per tre secondi. “InToscana” ne pubblica la foto ma taglia anche parte del testo (riporta 38 parole su 56).
L’Opera di Santa Croce, in un post Facebook delle 18:32, parla di targa “donata dalla Veneranda Fabbrica” e afferma che l’iniziativa è stata “voluta fortemente dal CNSM” e celebra “il profondo legame tra due città e due grandi letterati”: formula radicalmente diversa dall’idea del “memoriale dedicato ad Alessandro Manzoni”, messa a verbale il 29 giugno. Ne deduciamo un percorso accidentato e un risultato di compromessi, con scarsa attenzione al contenuto.
Nessuna delle otto istituzioni pubblicamente coinvolte entra nel merito delle nebulosità del testo. Unica eccezione: la Vice Prefetto Concetta Staltari segnala “l’attenzione di Manzoni ai più deboli in difesa della giustizia”, cioè proprio un elemento assente nella targa. Ricordiamo che, oltre al diritto/giustizia, è silenzio anche sulla religiosità di Manzoni e il legame con Lecco.
Dopo l’8 novembre la targa scompare dal discorso pubblico. A quasi tre mesi dall’inaugurazione, l’immagine leggibile resta reperibile solo tramite “InToscana”: sui siti dei promotori (Comuni, Opera di Santa Croce, CNSM/Casa del Manzoni) non si trova. Targa fantasma.
4/ Dalle istituzioni, trasparenza zero.
E che ne pensano i quindici (15) professori del Centro Nazionale Studi Manzoniani?
Se la stampa è stata quasi muta, le istituzioni lo sono state del tutto. Dall’8 novembre 2023 al 16 gennaio 2024 abbiamo cercato notizie dagli stessi soggetti che si dichiaravano promotori e organizzatori: nessuna risposta. L’iniziativa è assente nella documentazione pubblica dei Comuni di Milano e di Firenze:
- nessun comunicato ufficiale.
- nessuna delibera o atto che ne ricostruisca l’iter e le responsabilità;
Un’operazione di questo rilievo avrebbe richiesto una presentazione pubblica preliminare: progetto, testo, senso, inquadramento nel 150º. Che ne pensano i quindici professori dell’allora Comitato scientifico (Giuseppe Antonelli, Mario Barenghi, Isabella Becherucci, Mariarosa Bricchi, Alberto Cadioli, Pierantonio Frare, Gianmarco Gaspari, Silvia Morgana, Salvatore Nigro, Giuseppe Polimeni, Giulia Raboni, Giovanna Rosa, Aurélie Gendrat, María de las Nieves Muñiz Muñiz, Luciano Parisi)? Hanno letto il testo prima dell’incisione?
E se lo hanno letto, com’è possibile non ne abbiano rilevato il carattere decisamente “antimanzoniano” e i molti errori formali e concettuali disseminati nelle 56 parole?
Ma tant’è. Il CNSM è da tempo Fondazione di diritto privato. Il Consiglio direttivo è composto da cinque membri (quattro di nomina ministeriale, più il Sindaco di Milano o un suo rappresentante, dal 12 ottobre 1921 l’Assessore Tommaso Sacchi, già Assessore alla Cultura del Comune di Firenze tra il 2019 e il 2021), ma la linea culturale è decisa internamente.
La vicenda della targa in Santa Croce mostra come questa autonomia possa produrre effetti disastrosi.
5/ Cominciamo col riprendere il testo vero dell’iscrizione / targa.
Prima dell’analisi puntuale dei contenuti, ribadiamo l’importanza di considerare anche gli aspetti tipografico-compositivi («caporali», corsivi, a capo), elementi decisivi per comprendere ciò che si intendeva comunicare (e anche per rispetto dell’estensore, prof. Stella, pur con tutte le criticità che stiamo evidenziando).
Osserviamo infatti che alcune righe possono essere lette metricamente (endecasillabo la prima; doppio quinario la seconda; altre con ritmo riconoscibile), ma che lo stravolgimento portato dalla animalesca trascrizione ha eliminato qualsiasi possibile valutazione di merito.
Non intendiamo comunque costruire su questo fantasie: la cadenza metrica, talora precisa, può essere un effetto spontaneo della sensibilità linguistica di Stella, non un progetto poetico.
È naturalmente anche possibile che il testo sia un abbozzo non rifinito da Stella, ma solo chi ha accesso alle sue carte potrebbe dirlo — e ci aspettiamo che lo dica.
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Ciò detto, passiamo ai contenuti dell’iscrizione seguendo il criterio più semplice: dall’inizio, riga per riga, sviluppando le considerazioni mano mano che il testo presenta i suoi elementi costitutivi.
6/ Arrotondate parole per dissimulare il patto leonino tra Milano e Firenze ai danni di Lecco.
Per quanto possa suonare bene, “LUOGHI MENTALI DEL SUO ASCOLTO” resta un’espressione poco trasparente e bisognosa di spiegazione.
Negli ultimi decenni “luogo mentale” è diventata formula passepartout, applicata ai contesti più disparati proprio perché vaga: serve a nominare qualcosa che non si vuole (o non si sa) definire. Quando però l’espressione è saldata alla “città”, il suo uso è più circoscritto e rinvia soprattutto a un lessico della critica letteraria e, in parte, dell’architettura.
In questo ambito la formula “città come luogo mentale” è stata impiegata con particolare fortuna da Maria Corti (1917-2002), studiosa che appartiene a un ambiente culturale non lontano da quello in cui si muovono figure legate al Centro Nazionale Studi Manzoniani, incluso lo stesso professor Stella, estensore della targa.
Per Corti (“Per un’enciclopedia della comunicazione letteraria”, Bompiani 1997, cap. “Luoghi mentali”, pp. 33-51), i “luoghi mentali” sono costruzioni simboliche: nascono da idee individuali o collettive, spesso a partire da un astratto “assoluto” che si proietta su un oggetto anche mai visto; e, una volta installate, producono nella società una realtà nuova.
La città, in certe epoche, può diventare un luogo mentale: un polo che concentra energie, matura pensiero e lo trasforma in progetto e azione. Nel caso discusso da Corti, lo zar russo Pietro Primo con la da lui fondata San Pietroburgo: la città come forza materiale e simbolica per la trasformazione di un intero Paese.
Se applichiamo questo schema a Manzoni, la domanda diventa inevitabile: che cosa furono, per lui, Milano e Firenze? E che cosa furono Lecco e il territorio lariano? E perché nella targa si impone un binomio che esclude proprio Lecco?
7/ Manzoni: Milano, Firenze e ??? (e Parigi, dov’è finita?).
E dove è finita Lecco? la città che fu della sua famiglia, sua e del suo romanzo?
Alessandro Manzoni nasce a Milano il 7 marzo 1785, ma non viene affatto «subito mandato a balia a Cascina Costa, presso Lecco, nell’austera villa di famiglia del Caleotto», come si legge — in modo francamente inverosimile — sul sito web di Casa del Manzoni (sopra, nostro screenshot del 18 gennaio 2026 della pagina https://www.casadelmanzoni.it/la-vita del sito ufficiale di Casa del Manzoni).
Lo affermiamo a ragion veduta. Il Centro Nazionale Studi Manzoniani appare oggi talmente distante dalla realtà storica manzoniana da “dimenticare” un dato elementare: il “Caleotto” è la denominazione tradizionale di Villa Manzoni, situata a pochi minuti a piedi dal centro di Lecco, e non ha nulla a che vedere con Cascina Costa di Galbiate, distante qualche chilometro, al di là dell’Adda.
Siamo dunque di fronte non a una sfumatura interpretativa, ma a un errore grossolano, che sarebbe inaccettabile in qualunque contesto divulgativo, e tanto più in un Centro Studi nato e da ottant’anni tenuto in vita per indagare su Manzoni e i suoi tempi.
Quanto all’altra affermazione perentoria che campeggia fin dalle prime righe della sezione dedicata alla vita di Manzoni — quella relativa alla presunta «vera identità del padre del bambino» — ce ne siamo già occupati in altre sedi (vedi QUI).
In questa occasione ci limitiamo a rilevare che la narrazione della “vera paternità” di Manzoni, così come viene esposta sul sito del Centro Nazionale Studi Manzoniani, costituisce uno degli esempi più tipici di come una certa pseudo-storiografia biografica, per presunti vantaggi comunicativi attratta dagli aspetti erotico-sentimentali delle vicende personali e priva di qualsiasi dignità informativa, sia divenuta un modello di riferimento anche per strutture che dovrebbero invece incarnare un approccio storico-scientifico rigoroso.
A partire dal 1989, infatti, a partire da quello che poteva essere definito l’unico documento da poter essere preso in considerazione sulla eventuale paternità verriana, il Centro Nazionale Studi Manzoniani si è fatto sostenitore della tesi secondo cui il padre naturale di Alessandro Manzoni sarebbe stato Giovanni Verri, il cadetto dei più noti fratelli.
Nel 1989 il giornalista Campolunghi aveva ritrovato e pubblicato integralmente una lettera del 1808 di Giuseppe Gorani a Giovanni Verri (già parzialmente pubblicata nel 1925) nella quale Gorani scrive in chiaro che Alessandro è figlio “vostro” [di Giovanni].
Bisogna chiarire che la lettera di Gorani è sì documento storico primario, ma reca un contenuto che è semplice testimonianza indiretta e quindi priva di valore probatorio autonomo (tra il giugno 1784 e il marzo 1885, concepimento e nascita di A. Manzoni, Gorani non era a Milano).
A completare il quadro, la trascrizione della lettera, proposta da Campolunghi e riproposta dal CNSM, presenta ventisei errori: un dettaglio tutt’altro che marginale, che dice molto sulla progressiva perdita di affidabilità storico-scientifica dell’istituzione.
L’ipotesi di una paternità verriana, in sé, non avrebbe nulla di scandaloso: come tutte le ipotesi, può e deve essere analizzata. Ma analizzata, appunto, non assunta e divulgata in modo acritico, ignorando ogni criterio degno di un Centro Studi e utilizzata, per di più, come strumento improprio per recidere il legame di Manzoni con Lecco, sventolando una rozza equivalenza: se il padre naturale è milanese, allora Alessandro è soltanto milanese.
In questi trentacinque anni, il Centro Nazionale Studi Manzoniani non ha mai prodotto alcuna analisi storico-critica della lettera di Gorani — ossia un’analisi che ne collocasse il contenuto nel suo contesto, all’interno della figura di Gorani e dei suoi rapporti con Giovanni Verri. Si tratta, infatti, di una lettera esplicitamente adulatoria, nella quale il riferimento alla presunta paternità di Verri compare in modo surreale, inserito come una delle molte chiacchiere disseminate nel testo.
Detto in termini espliciti: nessuno si è mai posto il problema se quella affermazione di Gorani non fosse semplicemente la ripresa strumentale di una voce, di una battuta o di un’allusione circolata tra amici libertini molti anni prima (nel circolo che ruotava attorno a Giovanni Verri era ovviamente noto che era l’amante di Giulia Beccaria), riutilizzata a fini adulatori nei confronti di Giovanni Verri, e non certo la condivisione di un dato noto e riconosciuto.
Parimenti, non risulta essere mai stata condotta alcuna analisi tecnico-strumentale sul documento, ad esempio per verificare se la parola chiave “vostro” sia effettivamente originale o se possa trattarsi di un’aggiunta non riconducibile alla mano di Gorani. — ma su questo a presto uscirà una nostra Nota che farà il punto su questa questione utilizzando i criteri della ricerca storico-documentaria e non quelli della pubblicistica di suggestione.
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Ciò detto, ricominciamo noi con le vicende di Alessandro: a due giorni di vita viene portato a balia a Galbiate (circa 6 chilometri da Lecco) presso la “Cascina Costa”, una fattoria di proprietà dei Manzoni (tuttora esistente, ma in malora per il disinteresse delle istituzioni locali), dove viene allattato e allevato nei primi anni da Caterina Panzeri, moglie del fattore.
Fino ai 14 anni Lecco e il Lariano sono il suo riferimento più concreto: studi a Merate, vita di casa al Caleotto di Lecco, amicizie, dialetto della comunità, legami famigliari e sociali. In breve: una formazione di lunga durata, non episodica.
E tutt’altro che “solitaria”, “melanconica”, “introversa” come certa tradizione sospirosa ha tenuto a costruire.
È certo utile ricordare della vita familiare del giovane Manzoni la presenza di sette zie, sorelle del padre Pietro, di cui abbiamo notizie certe.
Quattro di queste erano state monache fino alle soppressioni dei conventi del 1785 e vissero in casa con la famiglia Manzoni, a Milano e a Lecco. Sappiamo anche che almeno una di queste, Paola Maria, era particolarmente spiritosa e cercava di insegnare le danze alla moda al nipote Alessandro, peraltro poco portato a queste attività (nel suo volume «I Primi anni di A. Manzoni», 1874, l’Abate Stoppani così ce la presenta: «di temperamento vivace, d’ingegno aperto: possedeva insomma tutte le riprese di una donna brillante»).
Ma abbiamo notizie dettagliate anche di altre tre zie di Alessandro, tutte perfettamente laiche, sposatissime e protagoniste della vita mondana dell’epoca. Ha scritto su queste sorelle laiche Francesco D’Alessio nel suo saggio «Rosa Gemelli Manzoni. La “zia di Orta” di Alessandro Manzoni» di cui più sotto riprendiamo un brano.
A corredo iconografico riportiamo il ritratto del padre Pietro e della sorella Rosa (Lecco, 1744 – Orta, 1817), andata in sposa nel 1764 a Gerolamo Gemelli di Orta. La famiglia Gemelli (come in dettaglio racconta D’Alessio) era di antichissimo lignaggio, molto ben fornita da un punto di vista patrimoniale e da secoli caratterizzata da spiccati interessi per la cultura. Lo sposo di Rosa Manzoni, Gerolamo, e il di lui fratello Francesco (sacerdote e gesuita), avendone i mezzi, dedicarono la vita e i non comuni talenti alle discipline umanistiche.
Non è difficile pensare che, nelle riunioni di famiglia, da queste colte figure venisse positivamente notato il precoce orientamento di Alessandro per la poesia.
Qui sotto i ritratti di Pietro Manzoni, ai suoi 44 anni, e di sua sorella Rosa (le immagini sono tratte dal volume “Manzoni nel Cuore”, Lecco, 2020).
Pietro Manzoni, padre di Alessandro, ritratto verso il 1780, due anni prima del matrimonio con Giulia Beccaria. L’espressione del quarantaquattrenne appare decisamente lontana da quella caricaturale (“vecchio, triste, gretto” consorte della “bella, brillante e infelice Giulia”) di certa letteratura “manzonian-rosa”, perfetta per i rotocalchi erotico-sentimental-pseudofemministi; disastrosa per avere un quadro veritiero di un tassello della storia di noi tutti.
Rosa Manzoni, una delle tre sorelle “laiche” di Pietro Manzoni, padre di Alessandro, si accasò “bene”. Come la sorella Francesca, sposa di Guicciardo Guicciardi, nobile valtellinese. E come Emilia, maritata al valsassinese Massimiliano Manzoni, facoltoso commerciante in ferro. Un gruppo di famiglie affiatate che si frequentavano normalmente.
Del corposo e informato saggio di D’Alessio (invitiamo il lettore a leggerlo nella sua interezza — «Archivi di Lecco e della Provincia. Rivista di storia e cultura del territorio», 1, 2011, pp. 9-37), riportiamo le prime battute del capitolo dedicato alle tre zie laiche di Alessandro, con cui egli ebbe certo costanti rapporti anche per il non mediocre livello culturale dei rispettivi mariti:
«Oltre a queste zie monache Manzoni ne aveva altre tre, mogli di personaggi non di secondo piano nel contesto politico e culturale dell’epoca. Francesca (nata al Caleotto nel 1738) sposò nel 1756 Guicciardo Guicciardi di Ponte in Valtellina, appartenente al ramo della famiglia che dal 1722 era stato insignito del cavalierato di S. Stefano. Guicciardo, laureato in legge, proveniva da una dinastia di giuristi e letterati: il suo matrimonio con Francesca permise ai Manzoni del Caleotto di legarsi non solo all’antica aristocrazia valtellinese (i Guicciardi erano difatti uniti da vincoli di parentela ai Parravicini, ai Sassi, agli Stampa e ai Quadrio), ma anche all’ambiente culturale che ruotava attorno al casato di Ponte e che trova riflesso in un testo a stampa del 1782 e in un sonetto galante dedicati proprio a Francesca. Quest’ultima ebbe diversi figli tra cui Nicola, con cui Alessandro ebbe fitta corrispondenza, e Francesca (nata nel 1767), sposa di un Giovanni Enrico Guicciardi, nonni paterni del senatore del regno e patriota Enrico Guicciardi (1812-1895).
Un’altra zia di Alessandro, e cioè Emilia (nata al Caleotto nel 1734), sposò nel 1749 il valsassinese Massimiliano Manzoni, discendente di altro ramo della famiglia. Egli aveva acquistato e ristrutturato l’antica dimora degli Arrigoni Taleggi di fianco alla Parrocchiale di Castello sopra Lecco (la stessa in cui Manzoni fu cresimato nel 1794) che certamente Alessandro frequentava quando stava nella poco distante villa del Caleotto. Massimiliano Manzoni, arricchitosi grazie al commercio del ferro nel Milanese, fu padre di don Antonio Manzoni, canonico di S. Nazzaro a Milano, legatissimo agli zii materni monsignor Paolo e Pietro Manzoni (di quest’ultimo fu testimone per le nozze con Giulia Beccaria, celebrate nel 1782, nonché esecutore testamentario) e al cugino Alessandro.
L’altra zia e cioè Rosa Manzoni (Caleotto, 1744 – Orta, 1817), andò in sposa nel 1764 a Gerolamo Gemelli di Orta (Orta, 1727-1806): vale la pena ripercorrere le vicende di questa zia del grande romanziere, soprattutto perché legata a luoghi come Orta e l’annesso Sacro Monte, dai quali come già ipotizzato in altri studi potrebbero derivare suggestioni figurative rimaste impresse nella sensibilità letteraria di Alessandro.»
È quest’ultima zia di Alessandro la protagonista del quadro più sopra riportato.
Anche da queste testimonianze famigliari, appare chiaro quanto dovesse essere fitta (e di qualità non solo economica) la rete dei rapporti vissuti da Alessandro Manzoni con il territorio lariano, quanto meno fino al 1818 (tutti elementi perfettamente ignorati al Museo Manzoniano di Lecco).
Per non parlare della rete ampia di relazioni legate allo status di grande proprietario terriero: contratti, avvocati, notai, da ingaggiare anche per il prestito di denaro (le banche non c’erano), esercitato da chiunque avesse un po’ di quattrini.
È in questo contesto che si colloca anche un dato della fisionomia religiosa di Manzoni (che la targa ignora completamente): la cresima ricevuta a Lecco nel 1794. Se Manzoni tornerà alla religione anni dopo con un’intensità eccezionale, è difficile negare che quei segni iniziali (e i luoghi che li contengono) restino parte del suo nucleo autobiografico, dunque anche del suo “ascolto” (qui sotto la lapide che, nella Chiesa parrocchiale di Castello in Lecco, ricorda l’evento).
Dai sei anni (1791) è al Collegio dei Padri Somaschi in Merate (territorio di Lecco). In Lecco Alessandro ha i suoi amici di infanzia e di prima adolescenza; abita nella ben nota Villa Manzoni al Caleotto (dal 1940 Monumento Nazionale, proprio in omaggio alla lunga e intima frequentazione della casa di famiglia da parte del giovane Manzoni).
Dal 1798 passa al collegio di Castellazzo dei Barzi, poi a Milano (Padri Barnabiti). Si aprono amicizie milanesi, ma i legami con Lecco restano forti: le vacanze lunghe, le permanenze, la doppia vita tra città e territorio. Tra 1801 e 1805 vive tra Milano e Lecco da giovane adulto; proprio da Lecco, diciottenne, da proprietario e rampollo di casa influente, invita Vincenzo Monti con l’idillio “Adda”, molto apprezzato dall’anziano poeta che gli scrive: Tu cominci dove io finisco.
Nel 1805 (ancora minorenne e quindi col consenso dal padre Pietro che ne vede le ovvie e positive implicazioni) va a Parigi chiamato dalla madre Giulia, che non vedeva da quindici anni e che, divenuta decisamente ricca dopo la recentissima morte del compagno Imbonati, necessita di una presenza maschile fidata e formalmente riconosciuta, anche per affrontare le impugnazioni del testamento di Imbonati da parte delle di lui sorelle, lasciate senza alcun ristoro economico.
Lì Alessandro frequenta l’ambiente intellettuale post-illuministico, messo ai margini da Napoleone, e si lega d’amicizia a Claude Fauriel, di gradevolissimo aspetto, letterato di talento, già agente della polizia politica di Fouché (che gli spiega alcuni meccanismi del potere).
Erede universale del padre Pietro, alla di lui morte nel 1807, eredita l’intero patrimonio; nel 1808 sposa Enrichetta Blondel e torna a Parigi; nel 1810 rientra al cattolicesimo (preceduto dalla moglie) e, disgustato dalla politica bonapartista verso la Chiesa, lascia Parigi: si divide tra Brusuglio, Milano (acquisterà la casa di via Morone nel 1813) e Lecco, dove le permanenze estive e autunnali sono lunghe e connesse anche agli interessi di proprietario terriero. Come maggiore contribuente del territorio, nel 1816 svolge funzioni di rappresentanza locale.
Nel 1818 (a trentatre anni — ha quindi passato tutta la prima parte della vita a stretto contatto con Lecco) vende quasi tutte le proprietà lariane, investendo su Brusuglio e scegliendo Milano come centro operativo della vita di scrittore.
Da quel momento Lecco esce dalla sua vita quotidiana, ma non dalla memoria: “mi farebbe solo piangere riveder quei luoghi”. E, soprattutto, Lecco resta asse simbolico dell’opera: nel 1821 avvia la stesura del romanzo, la cui origine e conclusione colloca con valore massimo proprio a Lecco.
Firenze entra nel suo percorso in modo diverso: dopo l’edizione del 1827 de “I Promessi Sposi”, viaggia per il “risciacquo in Arno” e vi resta un mese (settembre). Stringe un rapporto non solo formale con Leopoldo II, Granduca di Toscana. Vi tornerà per brevi soggiorni più tardi, anche attraverso il legame con il genero Giorgini (1846) e con alcune figure dell’ambiente fiorentino.
Sul piano iconografico, nel ritratto del 1835 (è quello esposto alla Biblioteca Braidense di Milano — lo chiameremo “Molteni-D’Azeglio-1835”) Manzoni si fa rappresentare con la quinta lariana: nel momento della massima ferita biografica (morte di Enrichetta e poi di Giulia) il territorio delle radici diventa dichiarazione pubblica di luogo esistenziale.
Su questo dipinto, realizzato nel 1835 con l’esplicito consenso di Alessandro e da leggere come espressione del suo legame con il territorio lecchese, seguirà a brevissimo una nostra Nota specifica.
Ne anticipiamo qui un elemento che, per quanto ci risulta, non è mai stato messo esplicitamente in relazione dalla critica: la connessione tra il paesaggio rappresentato e l’eccezionale piena del Lago di Como del 26–27 agosto 1834, giorni in cui la figlia Giulietta viene giudicata dai medici irrecuperabile (morirà nel settembre successivo).
La piena, causata dalla disastrosa inondazione di Sondrio provocata dal torrente Mallero — il cui letto si innalzò di circa otto metri — fu considerata memorabile, tanto da essere ricordata anche in sede parlamentare nel 1988, in relazione alla grande alluvione che colpì la Valtellina nel 1987.
Nel dipinto, gli edifici sulla riva del lago appaiono con l’acqua ormai prossima ai tetti e anche la carreggiata del Ponte Vecchio ne risulta minacciata. Il paesaggio restituisce dunque l’immagine di una natura eccezionalmente alterata e fuori controllo. Una tale rappresentazione consente una lettura simbolica coerente con la drammatica crisi familiare e personale che Manzoni stava attraversando in quel periodo, condivisa dall’analoga crisi di D’Azeglio, a sua volta vedovo di Giulietta.
Questa chiave interpretativa appare tanto più significativa se posta in relazione con l’abbozzo dell’Inno «Natale 1833», rimasto incompiuto. Il testo fu pubblicato per la prima volta solo nel 1874 dall’abate Antonio Stoppani nel volume «I primi anni di Alessandro Manzoni».
Nella Nota di prossima pubblicazione verrà inoltre affrontata la questione di una cosiddetta “inedita replica” del dipinto del 1835 (riprodotta nella figura sottostante, a destra, in scala con il dipinto Molteni-D’Azeglio-1835), acquisita recentemente dal dott. Paolo Nicola Micheli Gritti in circostanze non rese pubbliche ed esposta per la prima volta nel novembre 2018 a Varenna, nella mostra «Vincenzo Bianchi, vedutista romantico».
Il critico d’arte Sergio Rebora, con la manleva di Anna Ranzi (a sua volta critica d’arte e allora Coordinatrice del Sistema dei Musei della Provincia di Lecco), ha presentato l’opera come autografa di Giuseppe Molteni senza che risultino pubblicate prove documentali, analisi strumentali o un inquadramento storico-critico circostanziato. Attribuzione immediatamente recepita dal Centro Nazionale Studi Manzoniani (troppo ovvia la coerenza con la linea, da anni perseguita, di eliminare Lecco dall’universo manzoniano).
Nel marzo 2019, il dipinto viene presentato a Casa del Manzoni di Milano, ed esprimono adesione all’attribuzione a Molteni sia il prof. Fernando Mazzocca sia il prof. Angelo Stella. Quest’ultimo anzi afferma: «Secondo me Manzoni preferiva questo ritratto perché è stato tolto il contorno paesaggistico».
Ovvio come non sia più accettabile, nella prassi delle istituzioni culturali, ospitare e presentare come opere di metà Ottocento dipinti inediti senza almeno una verifica materiale di base, quale l’analisi mediante spettrometria a fluorescenza di raggi X (XRF), ormai del tutto accessibile anche sul piano economico.
Ciò consentirebbe di evitare molti vaniloqui e di riportare il confronto su basi verificabili. Precisiamo che l’analisi strumentale indicata non è finalizzata all’attribuzione dell’opera, ma solo alla verifica di compatibilità cronologica dei materiali: essa consentirebbe quantomeno di stabilire se la cosiddetta “replica inedita senza il paesaggio”, sia stata realizzata prima o dopo il 1867, anno della morte di G. Molteni.
Ma torniamo a Santa Croce in Firenze.
Che cosa, allora, è davvero “luogo mentale” per Manzoni?
Milano — È il luogo della maturità, della vita materiale e famigliare, del lavoro di scrittore; dell’attività. Nel romanzo è scena dei grandi fatti collettivi (pane, peste, giustizia) descritti con precisione topografica. Ma Manzoni non lascia un discorso specifico sulla “fisionomia” civile di Milano come progetto; Milano è soprattutto teatro storico-morale, potente accumulatore di energia sociale (nel bene e nel male), non necessariamente “idea assoluta” che generi una realtà nuova.
Firenze — Paradossalmente è più “luogo mentale” di Milano, perché è la città del volgare che Manzoni vuole come base per una lingua nazionale. È l’oggetto di un ascolto quasi letterale: caccia ai fiorentini, orecchio al suono, alla frase. Firenze è, per la lingua, un perno simbolico: da lì Manzoni pensa una società nazionale unificata anche tramite un idioma comune.
Milano e Firenze possono quindi essere dette “luoghi mentali” del suo ascolto, seppure con motivazioni differenti e non equivalenti. Ma proprio ciò impone la domanda: perché allora non Lecco?
Perché il binomio Milano-Firenze non diventa un trinomio? Qualcuno ha mai pensato di coinvolgere il Comune di Lecco? È stato fatto anche solo un gesto per verificare se Lecco volesse partecipare all’operazione Santa Croce? La risposta, per quanto possiamo constatare, è no: non risulta alcun tentativo, né minimo né formale. E l’impressione è che la conduzione “zitti zitti, piano piano” servisse proprio a far sapere la cosa a giochi conclusi, impedendo a Lecco di esserci.
Se davvero vogliamo usare con rigore Maria Corti e la categoria di “città come luogo mentale”, la candidata più aderente alla realtà manzoniana dovrebbe essere proprio Lecco, cioè la città esclusa dalla targa. Perché Lecco è l’incipit del romanzo, la sua geografia fondativa, il luogo della memoria personale e delle radici più profonde.
È con Lecco che Manzoni apre “I Promessi Sposi”: “Quel ramo del lago di Como…”.
In quelle pagine non c’è solo una cornice paesaggistica: c’è un territorio luminoso e “fatto umano” dalla storia civile e dal lavoro collettivo; c’è un sogno, un pensiero, una memoria condensata. È per questo che quel luogo – più di altri – può essere detto “luogo mentale” per eccellenza: non perché è “città grande”, ma perché è origine simbolica e necessaria dell’opera e della biografia.
8/ “I Promessi Sposi” e Lecco.
Il titolo del romanzo (1827; poi 1840-42 in edizione rivista e illustrata, con l’aggiunta della “Storia della colonna infame”) a prima vista può apparire incongruo. “Sposo” deriva dal latino sponsus (da spondere: promettere formalmente), e “promesso” deriva da promittere: anche qui un “promettere”. Sembra una ripetizione.
In realtà i due termini, pur affini, non coincidono.
“Promesso” indica l’assicurazione (anche formale) che qualcosa avverrà: è un patto tra privati, valido nella cerchia degli interessati, eventualmente con riflessi giuridici.
“Sposo”, invece, è l’effettualità della promessa: è il passaggio dall’intenzione all’atto; e, nell’orizzonte cattolico, è atto pubblico e religioso insieme, simbolicamente garantito dall’anello.
Per questo, per i personaggi del romanzo (Renzo, Lucia, Agnese, Don Abbondio, Don Rodrigo, ecc.), il matrimonio non è un dettaglio sentimentale, ma un centro di gravità: è la consacrazione pubblica (e, per chi si sente parte della Chiesa, anche “celeste”) di un patto naturale tra due persone.
Così il “Catechismo della Chiesa Cattolica”:
«n. 1631 — “il Matrimonio introduce in un ordo – ordine – ecclesiale, crea diritti e doveri nella Chiesa, fra gli sposi e verso i figli” ovvero il matrimonio introduce i coniugi in un’unità sacramentale tra tutti gli sposi cristiani nella Chiesa».
«n. 1661 — Il sacramento del Matrimonio è segno dell’unione di Cristo e della Chiesa. Esso dona agli sposi la grazia di amarsi con l’amore con cui Cristo ha amato la sua Chiesa; la grazia del sacramento perfeziona così l’amore umano dei coniugi, consolida la loro unità indissolubile e li santifica nel cammino della vita eterna.»
Manzoni, perfettamente consapevole di questo orizzonte, racchiude nel titolo l’intero movimento della vicenda: dalla condizione dei “promessi” (fidanzati) alla condizione degli “sposi” (con il matrimonio come compimento e riconoscimento pubblico).
E questo percorso, per come Manzoni lo costruisce, ha un’origine e un termine. L’origine ha una collocazione storica e geografica precisa: la Lecco del 7 novembre 1628. A prescindere dalla biografia (Lecco e il Lariano sono terra della famiglia paterna e sua propria fino al 1818), sul piano narrativo è dunque impossibile parlare de “I Promessi Sposi” senza parlare di Lecco: perché Lecco è il punto d’avvio e, per necessità strutturale, il punto di ritorno.
9/ Lecco, origine del romanzo.
Lecco è origine non solo perché Renzo e Lucia sono “di Lecco” (lasciando in sospeso i distinguo locali), ma perché a Lecco Manzoni colloca i nuclei morali e sociali dell’intera vicenda.
• Don Rodrigo è di Lecco: il potente violento che impedisce le nozze per soddisfare le proprie voglie e ridurre il rischio anche legale. È il simbolo della violenza sociale dei dominanti in spregio alle leggi.
• Don Abbondio è di Lecco: il sacerdote pavido che si fa strumento dell’ordine del potente e, essendo l’unico legalmente abilitato a celebrare, impedisce concretamente il matrimonio. È il simbolo della complicità di una parte della Chiesa serva dei potenti.
• Azzeccagarbugli è di Lecco: il legale a cui Renzo si rivolge per tutela e che, legato al potente, lo respinge. È il simbolo della legge che, se non difesa, diventa strumento dell’ingiustizia.
• Ed è attivo in Lecco Padre Cristoforo: rappresenta la Chiesa “buona” che lotta perché i “promessi” possano diventare “sposi”. È il simbolo del coraggio e della possibilità di non arrendersi.
Questa scelta è funzionale: Lecco è microcosmo che consente a Manzoni di rendere più leggibili i termini del suo discorso.
10/ Lecco, termine necessitante del romanzo.
È qui che la targa in Santa Croce tradisce più gravemente: Manzoni non fa di Lecco solo l’origine, ma anche il termine necessario. Sul piano della “storiella” avrebbe potuto far celebrare il matrimonio altrove, perfino a Milano, magari dal Cardinale Borromeo e in Duomo: soluzione scenografica perfetta per ogni retorica e per ogni futuro cinematografaro (e infatti sia Camerini che Nocita fanno terminare il romanzo a Milano, sotto la pioggia liberatrice, fregandosene del matrimonio).
E invece no. Manzoni decide di ricondurre la vicenda al microcosmo da cui era partita, dopo averla dilatata nel macrocosmo della città e dei grandi fatti collettivi.
a/ In tutte le versioni (Prima minuta, Ventisettana, Quarantana) la conclusione nuziale è ambientata a Lecco.
b/ Renzo torna a Lecco per riannodare i fili della vita.
c/ A Lecco ritrova Agnese e Don Abbondio e lo rassicura: Don Rodrigo è morto; si può procedere.
d/ A Lecco Don Abbondio ritrova il senso della propria funzione: aiuta e poi unisce in matrimonio i due “promessi” che aveva danneggiato, facendoli finalmente diventare “sposi” con l’atto sacramentale.
e/ A Lecco perfino l’erede di Don Rodrigo (nobile ma non mascalzone) favorisce Renzo e Lucia: compra il podere a prezzo spropositato e, nel banchetto nuziale, li “serve” a tavola; Manzoni, prudentemente, nota anche il limite sociale: quel nobile non si siede con loro.
Lecco diventa così il luogo del riequilibrio: non utopia ingenua, ma ritorno a una possibile serenità, con una società che – almeno per un tratto – sembra rimettersi nel verso giusto. Ed è lì, non altrove, che la promessa privata si compie come atto pubblico e religioso, cioè come passaggio pieno da “promessi” a “sposi”.
Chi legge può essere lontanissimo dalla religione (come chi scrive), ma qui conta il sentire di Manzoni. E, nel suo sentire, questo è un asse strutturale: il matrimonio non è un finale ornamentale, è il sigillo morale e sociale della vicenda — e si svolge a Lecco.
Pur alieni dal facile psicologismo, rileviamo che nella “Quarantana” «I Promessi Sposi» termina a pagina 746 con la tavola di Gonin che visualizza la famiglia ricomposta, con tanto di pargolo tra le braccia di nonna Agnese; a libro aperto, sulla pagina di fronte, a p. 747, inizia la “Storia della colonna infame” con la tavola (sempre di Gonin) della colonna eretta sui resti delle abitazioni delle vittime della giustizia infame — a Milano.
Ecco perché, tornando alla targa di Santa Croce, la rimozione di Lecco non è una semplice omissione: è un taglio che elimina insieme l’origine e il termine del romanzo, cioè il suo telaio.
Domanda finale, inevitabile: come si può richiamare “I Promessi Sposi” e ignorare Lecco – origine e termine del romanzo – senza tradire Manzoni non solo nella biografia, ma nell’opera stessa?
Ma passiamo ora a un aspetto minore, e tuttavia significativo, delle prime righe con cui si apre la targa in Santa Croce.
Analisi del testo della targa (riga per riga)
11/ Stravolgimento del manzoniano e pio “Ostia umil, Sangue innocente”.
Quel “consacrano” è un caso da manuale di come l’innamoramento per una parola “sonora” produca un guazzabuglio tra l’incomprensibile e l’inopportuno. In una targa civile, promossa (almeno nominalmente) da due città, “consacrare” è forse l’ultima parola che avrebbe dovuto comparire, per due ragioni.
Primo motivo: “consacrare” significa, propriamente, “rendere sacro”, cioè collocare qualcuno o qualcosa in una sfera di pertinenza del divino. È un significato antico, stabile, liturgicamente connotato. È vero che l’uso comune ha dilatato il termine fino a impieghi del tutto profani (“quel match lo ha consacrato”, “consacrata regina del porno”), ma proprio questa elasticità rende la parola delicata: non basta che “suoni bene”, va calibrata sul contesto.
Qui il contesto è Santa Croce, luogo intriso di memoria religiosa e civile; e la parola “consacrano” regge immediatamente “memoria”, coppia che, nella tradizione cristiana, è legata a formule liturgiche precise (“fate questo in memoria di me”). Subito dopo compare anche «DIVIN NOSTRO POETA».
Il risultato è un grappolo di richiami che, nel loro insieme, spingono il testo verso un registro sacrale: come se enti amministrativi pretendessero di muoversi in una zona non di loro competenza. Con un paradosso ulteriore: Manzoni, religiosissimo e schivo, sarebbe stato l’ultimo a voler essere “consacrato” da entità civiche, quasi fosse elevato d’autorità nella sfera del sacro.
Secondo motivo: per Manzoni la “consacrazione” non è una parola ornamentale ma un termine tecnico dell’esperienza religiosa. Nel 1832, su richiesta del parroco di San Fedele don Giulio Ratti, compose una strofa intitolata “Dopo la Consacrazione”, dove la parola rinvia esplicitamente al cuore della liturgia eucaristica.
E lì Manzoni si definisce “polve” davanti a Dio:
Ostia umil, Sangue innocente;
Dio presente, — Dio nascoso;
Figlio d’Eva, Eterno Re!
China il guardo, Iddio pietoso,
A una polve che Ti sente,
Che si perde innanzi a Te.
In questo quadro, l’uso di “consacrano” su una targa dedicata a lui non è un generico “in senso lato”: diventa una stonatura, quasi una presa in giro involontaria, perché trascina nel sacro un gesto che si presenta come commemorazione civile.
Si dirà: “è solo un modo di dire”. Certo: come nello sport, nella boxe, nella cronaca più triviale. Ma qui non siamo in uno studio televisivo: siamo in Santa Croce, e si è scelto proprio un verbo che appartiene al vocabolario forte della liturgia.
Che ne pensano i padri francescani? E che cosa ha pensato il vicario episcopale presente alla cerimonia, monsignor Marco Domenico Viola? Ha “consacrato” quella targa? Nessuno lo ha detto. Se anche fosse, si aprirebbe un capitolo diverso e ancora più serio.
Detto questo, passiamo al secondo enigma: chi ha apposto quella targa?
12/ Chi sono i consacratori? Targa anonima.
L’incipit sembra una firma, ma non lo è. “Città di Milano” e “città di Firenze” funzionano come formule discorsive, storico-morali: dicono qualcosa sul rapporto di Manzoni con quei luoghi, ma non identificano giuridicamente i soggetti proponenti. “Città” non coincide con “Comune”, e neppure con “Città metropolitana”. E infatti, finché non emergono atti consultabili, resta il vuoto: chi ha deliberato? chi ha assunto responsabilità? chi ha definito testo, iter, collocazione, spesa, titolo?
Qui non si tratta di lana caprina. Fra trent’anni chi leggerà la targa si porrà la stessa domanda: “chi parla, qui?” E la domanda è tanto più legittima perché, a pochi metri, le due targhe del 1965 per il cenotafio di Dante mostrano l’opposto: indicano soggetti riconoscibili e firmatari (“Associazione Nazionale dei Comuni italiani”, “Studium Dantis”), inseriti dentro un Comitato nazionale formalmente costituito. Lì non si legge “i Comuni d’Italia” o “gli estimatori di Dante”: c’è nome, statuto, responsabilità, contesto.
Per la targa di Manzoni, invece, la firma manca. Sappiamo (per quanto emerge altrove) che l’iniziativa parte dal Centro Nazionale Studi Manzoniani, e che poi si aggregano enti diversi, incluso il Ministero dell’Interno, titolare del Fondo Edifici di Culto, e l’Opera di Santa Croce.
Ma il punto resta: questo intreccio è stato tradotto in atti pubblici trasparenti? Dove sono? Se non ci sono, la targa risulta, di fatto, senza “titolari” formalmente identificabili.
Nel frattempo, al posto della responsabilità, circola la parola-spugna “condivisione”: bella, sentimentale, perfetta per un comunicato; ma inutilizzabile quando si tratta di chiarire chi decide, chi autorizza, chi paga, chi risponde. E finché a domande precise (anche via PEC) corrisponde solo silenzio, l’impressione resta quella di un’operazione condotta fuori dal quadro ordinario dell’agire pubblico. E che si presta comunque a inesauribili operazioni di marketing culturale.
Da qui in avanti, dunque, non resta che inseguire i documenti: perché l’assenza di firma, in un luogo come Santa Croce, è già di per sé un contenuto.
13/ A chi è dedicata la targa?
E a quale quarto di Manzoni?
Le righe 3-6 della targa dovrebbero chiarire l’oggetto della “consacrazione”. Ma già qui si apre l’ambiguità decisiva: l’oggetto è il solo Manzoni, oppure Manzoni “unito” al «DIVIN NOSTRO POETA»?
Se si prende sul serio il valore proprio di “unita”, la risposta è una sola: la memoria di Manzoni viene dichiarata unita a quella del «divin nostro poeta». Dunque la targa non è, letteralmente, un “omaggio a Manzoni” soltanto: è (almeno) un omaggio a Manzoni insieme a un’altra figura, introdotta come perno della questione linguistica.
Il paradosso è che questa evidenza non sembra essere stata metabolizzata nemmeno da chi l’iniziativa l’ha voluta o gestita, forse perché il progetto ha cambiato fisionomia nel suo percorso.
A/ Nel verbale CNSM del 29 giugno (già richiamato sopra) si parla infatti di un “memoriale dedicato ad Alessandro Manzoni”: nessun secondo personaggio, nessun “divin poeta”, nessuna “unione” di memorie.
B/ Ancora il 2 novembre, nel comunicato dell’Opera di Santa Croce, la formula resta coerente: “l’iscrizione che gli viene dedicata” (cioè a Manzoni) nell’ambito delle celebrazioni per i 150 anni della morte. Anche qui: Manzoni soltanto.
C/ Poi, a targa scoperta, la narrazione cambia. Nel post del 7 novembre la Presidente Cristina Acidini scrive che l’iniziativa “celebra il profondo legame tra due città e due grandi letterati”: il che presuppone una lettura “a coppia” (Manzoni + Dante), e non più una semplice commemorazione manzoniana. A questo si aggiunge la stessa formulazione ricorrente (“accanto al cenotafio di Dante”), ripetuta da più voci (Acidini, Novelli, RaiNews24, “InToscana”): “accanto” diventa la chiave interpretativa.
Il punto, però, resta: se un lettore non sapesse della collocazione fisica accanto al cenotafio, potrebbe non capire affatto chi sia il «DIVIN NOSTRO POETA». E qui si tocca il risultato più istruttivo: l’iniziativa pare attraversata da confusione su un dato elementare, cioè chi sia commemorato.
Da questa prima verifica discendono tre conseguenze.
1/ La targa non commemora “Manzoni e basta”, ma Manzoni unito a un «divin nostro poeta» presentato come “padre della lingua” in rapporto a “I Promessi sposi”. La definizione corrente “targa a Manzoni” è quindi impropria: è una targa a due, con un secondo protagonista introdotto per via ellittica.
2/ Manzoni non è presentato nella sua individualità (come ci si aspetterebbe nel 150º della sua morte), ma come metà di una coppia ideale. È una scelta deviante già sul piano del gesto commemorativo: l’anniversario della morte di qualcuno non si celebra appaiandolo a un altro personaggio, salvo che la coppia sia parte essenziale e dichiarata di un qualche cosa (che qui, però, rimane nebulosa e indiretta).
3/ L’unico “quarto” di Manzoni che la targa seleziona è quello linguistico. Anche ammesso che sia un quarto importante, non è Manzoni “nel 150º” ma un Manzoni ridotto a funzione: la lingua come fine, mentre per Manzoni la lingua è strumento dentro un sistema più ampio, in cui ci sono altre ruote indispensabili: religione e giustizia. Il silenzio su questi fronti non è un dettaglio: è una mutilazione del profilo complessivo e, per riflesso, del romanzo stesso.
In sintesi: la targa opera una divisione “in quarti” della figura manzoniana, e ricorda solo il quarto linguistico.
14/ Chi è il «divin nostro poeta»?
Qui la targa diventa quasi un indovinello. “Divin poeta” è epiteto antico e diffusissimo: applicato, nel corso dei secoli, a Omero, Virgilio, Orazio, Petrarca, Dante, e ad altri ancora. È vero che dopo l’Unità d’Italia Dante ha occupato, per ragioni politiche e simboliche, la posizione del “divino” per eccellenza; ma ciò non basta a trasformare “divin nostro poeta” in un identificatore univoco.
Il lettore potrebbe obiettare: l’espressione è tra «caporali», quindi è una citazione, presumibilmente manzoniana. È un’obiezione ragionevole, ma sappiamo già quanto poco i «caporali» siano percepiti dal pubblico (e quanto siano stati maltrattati dagli stessi promotori nei loro comunicati). Dunque, sul piano dell’effetto reale, l’ambiguità resta.
E infatti l’esatta formula “divin nostro poeta” ha una storia sdoppiata.
1/ Esiste in Bembo, riferita a Petrarca. Nei versi “sopra l’immagine del Petrarca” (tramandati da Crescimbeni) compare: “Sembianza del divin nostro Poeta”. La cosa non è marginale: Bembo è un perno della tradizione che ha indicato in Petrarca un modello primario per la lingua, e per secoli quella linea è stata dominante, prima della grande “fiammata” ottocentesca pro-Dante in chiave nazional-patriottica.
Utile qui ricordare, anche se per inciso, il ruolo giocato nella nostra contemporaneità da Gianfranco Contini (1912-1990) nel ridimensionare il ruolo di Dante e rivalutare — sulla scia della tradizione di Bembo ma ovviamente con più articolati argomenti — il ruolo decisivo di Petrarca nella formazione del nostro eloquio.
Nel dipinto di grande formato di Andrea Pierini (1798-1858) — l’8 aprile 1341, Francesco Petrarca è incoronato poeta per mano del senatore Orso dell’Anguillara.
2/ Esiste poi in Manzoni, in “A Parteneide”, riferita a Dante. Dunque la medesima formula è stata usata per due destinatari diversi: Petrarca (Bembo) e Dante (Manzoni).
Risultato: sulla base della sola targa, e senza appoggiarsi alla contiguità fisica col cenotafio, nessuno può dire con certezza immediata chi sia il «divin nostro poeta». L’identità è affidata a un sapere specialistico o a un’interpretazione indotta dall’ambiente (il “qui vicino c’è Dante, dunque sarà Dante”). Ed è esattamente il contrario di ciò che una targa dovrebbe fare: chiarire, non giocare a indovinello.
In questo senso, la scena dell’osservatore esterno che non capisce “chi” sia il “divin nostro poeta” non è un’iperbole: è l’effetto naturale di una scrittura autoreferenziale, costruita più per eufonia e allusione che per comunicazione pubblica.
Da qui la conclusione provvisoria: quella formula (“divin nostro poeta”, “padre della lingua”) può condurre legittimamente anche a Petrarca, non solo a Dante; e il fatto stesso che ci si debba porre il problema è la prova della inconsistenza comunicativa della targa.
Ma il punto non è ancora chiuso: perché se davvero l’estensore intendeva una citazione manzoniana (“A Parteneide”), allora la scelta trascina dentro la targa un pezzo preciso del giovane Manzoni, con implicazioni non secondarie per capire quale Manzoni si vuole mettere in scena. Ed è su questo che conviene tornare subito, perché serve a misurare, ancora una volta, l’inadeguatezza dell’epigrafe a rappresentare la figura intera.
L’espressione «DIVIN NOSTRO POETA» è un morso di verso (v. 63) della composizione “A Parteneide” (1807-1808), unica occorrenza in tutta l’opera manzoniana in cui Dante venga definito “divino”. Il contesto è quello del Manzoni giovanissimo, in una fase di transizione tra classicismo e una nuova prospettiva esistenziale, segnata dai primi indizi di revisione dell’orizzonte laico e dall’emergere del tema religioso.
“A Parteneide” ha un rilievo biografico preciso: Manzoni vi dichiara apertamente le proprie radici non a Milano, Parigi o altrove, ma nella “Orobia valle”, cioè nel territorio lariano con fulcro Lecco. È lì, nella sua “Terra sacra”, che egli cerca ispirazione e forza per una missione morale e civile in favore dell’Italia. Questo aspetto, centrale nella composizione, viene completamente ignorato dall’estensore della targa.
Nel testo poetico di Manzoni, il riferimento al «divin nostro poeta» non riguarda affatto la lingua. Dante è chiamato “divino” perché, attraverso la figura di Matelda nel Purgatorio, ha saputo rappresentare poeticamente il passaggio dall’esperienza terrena a quella spirituale. Manzoni lo ammira come interprete di un itinerario religioso ed esistenziale, non come “padre della lingua italiana”. Il legame evocato è quindi spirituale, non linguistico.
La targa di Santa Croce, invece, estrae quelle tre parole dal loro contesto e le utilizza come artificio retorico per sostenere una presunta continuità Dante-Manzoni nella costruzione della lingua nazionale. Così facendo, l’argomentazione appare solo in superficie efficace, ma in realtà cade non appena si restituisce al verso il suo contesto originario.
Il risultato è duplice e negativo:
— da un lato si travisa il senso di “A Parteneide”, riducendola a un serbatoio di citazioni ornamentali;
— dall’altro si cancella il forte riferimento di Manzoni alla valle orobica e al mondo lecchese, che nel poema sono presentati come fondamento identitario ed etico.
La targa, quindi, non solo usa male Dante, ma rimuove quasi del tutto la dimensione religiosa di Manzoni, che invece è decisiva per comprendere sia la sua evoluzione personale sia il significato profondo della sua opera.
15/ Ignorata la fisionomia religiosa di Manzoni.
Abbiamo già detto che chi scrive ha tutt’altri orizzonti esistenziali della religione. Dal momento però che ci stiamo occupando di Manzoni, è opportuno ci si tenga saldi alla storia e non si faccia finta di nulla, come invece, su questa questione chiave per la comprensione di Manzoni e della sua opera, accade nell’iscrizione voluta per Santa Croce dal Centro Nazionale Studi Manzoniani.
La quale, lo abbiamo appena visto, accenna a un documento (quel morso di verso di “A Parteneide”) nel quale è introdotto (seppure in forme ancora indirette) il tema della religione.
Come noto, nella “Commedia” di Dante, Matelda personifica il passaggio della ricerca esistenziale dal mondo dei sensi a quello spirituale, dalla vita terrena a quella celeste, con tutto ciò che ne consegue.
Il fatto che Manzoni, ai suoi 22-23 anni, sentisse il bisogno di rappresentarsi poeticamente alla ricerca di una figura a immagine di Matelda, ci dice che in quella fase il giovane letterato era già avviato a una radicale revisione del proprio orizzonte esistenziale, facendo leva sulle sue più profonde radici per compiere la prima di una lunga serie di evoluzioni lungo altri sessant’anni, tutti dedicati alla religione.
Perché i quindici professori che fanno parte del Comitato scientifico del Centro Nazionale Studi Manzoniani (CNSM) non si sono accorti di questa inconcepibile lacuna nel messaggio della targa in Santa Croce?
Manzoni non fu solo un uomo religioso — ce ne sono e ce ne furono tanti! — egli fu “religione” nel suo intimo più profondo, nel suo raziocinio e nella sua fede. Nella sua creatività artistica e nella sua capacità di analisi. E la sua opera fu sempre e tutta permeata di religione — della religione cattolica.
Manzoni ebbe come vero grande amico della vita il prete Antonio Rosmini, il pensatore cui egli si rivolgeva per averne chiarimenti sul fronte della speculazione filosofico-religiosa e che egli a sua volta arricchiva con la sua sensibilità e capacità di rappresentazione artistica.
Rosmini fu entusiasta del romanzo di Manzoni; vi vedeva la rappresentazione delle vicende umane attraverso una chiave originale, mai da nessuno prima impiegata.
E gli dichiarava tutta la sua ammirazione per quel libro in cui la natura, lì così efficacemente rappresentata, esprimeva il divino.
Se trattando di Manzoni non si mettono in luce questi dati di fatto, non si capisce nulla né di Manzoni né della sua opera.
Manzoni per decenni fu il punto di riferimento del cattolicesimo popolare conciliatorista italiano — una funzione di grande rilievo che influenzò profondamente anche i materialisti laici del nostro paese che si abbeveravano alle stesse fonti espressive cui attingevano i cattolici progressisti.
Ne abbiamo già anni fa trattato, brevemente ma esaurientemente, nella nostra Nota sul ruolo dei conciliatoristi milanesi con la quale evidenziavamo l’azione politica svolta da Manzoni nella fase cruciale della formazione del nuovo Regno d’Italia, tra il ’60 e il ’61. Di passaggio, indicavamo essere una favola del CNSM la mai avvenuta visita a Manzoni del Re Vittorio Emanuele II nella Casa di Via Morone a Milano — anche questa è una perla ospitata nel sito Web di Casa del Manzoni.
Manzoni votò a favore del trasferimento della capitale del Regno da Torino a Firenze preoccupato però che ciò non significasse rinunciare a Roma lasciandola nelle mani del Vaticano più retrivo.
Da cui Manzoni fu ripagato con ampi interessi, venendo attaccato dopo morto, in sordina ma con maligna continuità, dal clero nero anti-conciliatorista, fortunatamente difeso da figure come l’Abate Stoppani che per gli ultimi venti anni della propria vita ne fu l’alfiere più combattivo e lungimirante.
Ma di tutto ciò nella targa di Santa Croce non c’è proprio nulla! E pensare che sarebbero state sufficienti tre parole per indicare un mondo: cattolico popolare italiano. Ma quelle tre parole i promotori della targa non sono stati capaci di scriverle.
Chissà che ne pensano i padri francescani, ospiti e tutori di quella bellissima Basilica!
Esaurita la riflessione sulla “religione scomparsa”, possiamo passare a un altro tema a nostro avviso di grande importanza, ricordando sempre che stiamo riflettendo sul come MANZONI la pensasse circa il ruolo di Dante nella formazione della lingua e — ovviamente — sulla supposta continuità tra l’opera di Dante e la propria.
16/ Ingenua ambiguità sintattica.
Sulla lingua, Manzoni assurdamente saldato a Dante.
Vogliamo profittare del tema aperto con il concetto di “intera società, cioè tutte le classi” per rimarcare un’altra grande assenza in questa targa.
La concezione di Manzoni secondo cui la società poteva vivere e progredire a dispetto della divisione in classi (ovviamente gli internazionalisti del suo tempo in questo la pensavano proprio all’opposto) era in lui il presupposto per l’attuazione di un diritto uguale per tutti, democratico e popolare, quel diritto nella pratica giudiziaria tradito vergognosamente nel 1630 come nel 1821-23.
Sappiamo che per la prima edizione de “I Promessi Sposi” Manzoni espunse il grande inserto dedicato alla Colonna infame, pubblicato solo quindici anni dopo nella Quarantana.
Nel 1827, con ancor caldi i processi ai cospiratori del 1821-22, la denuncia delle assurdità e crudeltà nei procedimenti investigativi e giudiziari avrebbe determinato la censura austriaca a impedire la pubblicazione del romanzo.
Nel 1842 la situazione era mutata e, sebbene sotto le ceneri covasse l’incendio del vicino ’48, la censura poteva considerare con un occhio più permissivo le analisi di Manzoni, nonostante fossero ancora in vigore i medesimi metodi inquisitori, denunciati nella Colonna infame.
Manzoni poté quindi pubblicare nuovamente e con diversa veste il suo romanzo, questa volta completo, potendo mettere la parola FINE là dove doveva essere.
I contemporanei di Manzoni non accolsero con favore la sua denuncia delle leggi e delle procedure giudiziarie e il suo messaggio rimase in ombra. Ci fu bisogno dell’esperienza orrenda del secolo successivo per fare apprezzare quella parte del romanzo, comunque regolarmente espunta da tutte le edizioni scolastiche e non solo.
Oggi, finalmente, la grandezza di Manzoni brilla anche per quella straordinaria descrizione storico politico giudiziaria che scorre lungo le 121 pagine della «Storia della Colonna infame — Inedita» che chiudono il romanzo.
La cosa è così acquisita che è perfettamente inutile rimarcarla ulteriormente se non per segnalare — questo sì con forza — che anche questo aspetto della personalità di Manzoni è ignorato nella targa di Santa Croce — e anzi adulterato dall’essere stato posto in perfetta simbiosi con Dante, uomo di altre prospettive e sensibilità sociali.
A questo proposito è giunto il momento di entrare nel merito dell’idea di fondo che pervade l’iscrizione — il creare un elemento di continuità tra Dante e Manzoni, non solo nella messa a punto della nostra lingua (cosa su cui Manzoni — lo abbiamo visto — aveva grosse riserve) ma anche nelle prospettive politico-istituzionali della nazione italiana.
17/ In coppia eterna con Dante?
Don Lisander non ci teneva affatto.
Per quanto riguarda le valutazioni di A. Manzoni su Dante, oltre alle già riferite considerazioni a proposito della lingua, può essere utile leggere la relazione, redatta dal prof. Celestino Suzzi nel febbraio del 1864 e rimasta inedita, pubblicata sulla Rivista Europea nel 1874, diretta allora da Angelo De Gubernatis.
Il prof. Suzzi racconta come, in preparazione del VI Centenario della nascita di Dante (14 maggio 1865), componenti culturali di Brescia avessero incaricato lo stesso Suzzi e il prof. Vincenzo De Castro di andare in ambasceria a Manzoni, chiedendogli di farsi estensore alle Camere di una proposta per rendere festa nazionale il giorno della nascita di Dante.
Ricevuti con garbo da Manzoni a Milano l’8 febbraio 1864, i due si trovarono di fronte a un muro: Manzoni rispose (cortesemente ma fermamente) di non ritenersi adatto al compito, adducendo ragioni di sue proprie difficoltà nelle relazioni pubbliche e la tarda età.
La perentorietà della risposta impedì che su quel piano gli ambasciatori potessero dire alcunché, anche se a loro avviso Manzoni, nonostante l’età, mostrava una postura fisica e mentale perfettamente efficiente e le sue apparivano con evidenza come scuse per non entrare nel merito.
Nelle chiacchiere che seguirono, però, il discorso cadde su Dante in generale, e lì si creò un po’ di imbarazzo. Gli ambasciatori erano infatti ferventi seguaci di Dante non solo come poeta ma anche come politico, ed espressero entusiasticamente il loro orientamento.
A questo punto Manzoni lasciò da parte molta della sua innata diplomazia e parlò chiaro, e anche un po’ secco: Dante, grande per la nostra cultura, è assolutamente lontano da noi sulle questioni civili. Il fiorentino era infatti decisamente favorevole all’Impero come istituzione e, per di più, faceva riferimento a un imperatore tedesco. A sostegno documentario del suo intervento, Manzoni citò a memoria alcuni passi della «Commedia».
Ai due professori cadde la mascella nel sentire parlare in modo così poco ortodosso di Dante, per loro, senza discussione, “padre della patria”, oltre che grande poeta. Il prof. De Castro, sentendosi un po’ ferito, fece una lunga filippica contro i guelfi, esaltando lo schieramento filo-imperiale del grande poeta fiorentino.
A questo punto Manzoni, avendolo ascoltato con molta attenzione, tornò alla diplomazia e — senza ribattere e sorridendo — volle concludere l’incontro affermando che certo avevano idee diverse sul Dante politico, ma erano perfettamente d’accordo sul Dante poeta.
Suggeriamo di leggere integralmente la relazione di Suzzi («La Rivista Europea », anno V, vol. 3º, fasc. 2º, 1º luglio 1874, pag. 254-263 / vedi qui il PDF). La relazione non può essere certo presa come un vero “documento”: indicata da Suzzi come da lui redatta nel 1864 (immediatamente dopo l’incontro con Manzoni), è stata pubblicata nel 1874, quando i protagonisti dell’incontro e le personalità lì citate erano scomparsi (verosimilmente con l’eccezione del Suzzi stesso) e quindi non in grado di avanzare obiezioni.
È comunque utile sia per avere un quadro inusuale del carattere e delle posizioni di Manzoni, sia per comprendere la sua riconosciuta eccezionalità in quella fase della nostra vita culturale.
Un’ultima notazione: la lingua del prof. Suzzi è decisamente lontana da quella che, per fortuna, abbiamo ereditato da Don Lisander. Per rendere immediatamente accessibile a tutti l’articolo — in alcuni passaggi francamente illeggibile — abbiamo quindi affiancato allo stampato di Suzzi una nostra “traduzione” che, senza scostarsi dall’originale anche nel lessico, rende la lettura un poco più accessibile.
18/ Inesistente la città ecumenica.
L’espressione «città ecumenica», accostata nella targa alla citazione manzoniana «a un’intera società, cioè a tutte le classi», non ha alcun fondamento nei testi di Manzoni. È un puro aggancio retorico, funzionale a esaltare Milano e Firenze come città simboliche, ma privo di consistenza storica o concettuale nel contesto manzoniano.
1/ Nel mondo di Manzoni, l’unica città storicamente «ecumenica» poteva essere Roma, ma:
– come capitale imperiale tollerante dei culti, fondata però su una rigida discriminazione sociale;
– oppure come sede del papato e del Concilio Vaticano I (1868-1870), evento che Manzoni guardò con forte diffidenza, sostenendo invece l’annessione di Roma al Regno d’Italia.
Per Manzoni, quindi, Roma — e a maggior ragione Milano o Firenze — non fu mai «ecumenica» in senso positivo. L’uso del termine nella targa è una proiezione contemporanea, del tutto estranea al suo orizzonte storico e mentale.
Vogliamo ora mostrare come la targa di Santa Croce presenti
— sia un caso esemplare di ambiguità sintattica, tale da produrre effetti interpretativi profondamente distorsivi rispetto al pensiero di Manzoni;
— sia una forzatura di significato, derivata da decontestualizzazione.
Vediamo più in dettaglio.
Ambiguità sintattica.
Il punto critico è la frase: «lingua che I Promessi Sposi hanno fatta italiana affidandola “a un’intera società cioè a tutte le classi”».
Il verbo affidare (“dare in custodia, consegnare all’altrui cura o discrezione”) rende la costruzione interpretabile in due modi, senza che il testo consenta di sciogliere l’ambiguità:
interpretazione A/
prima la lingua sarebbe stata “fatta italiana” dal romanzo, poi affidata alla società perché la custodisse;
interpretazione B/
la lingua sarebbe diventata italiana per il fatto stesso di essere stata affidata a tutte le classi.
In entrambi i casi il risultato è logicamente instabile e semanticamente confuso perché non è chiaro se l’italianità della lingua preceda l’atto dell’affidamento o ne sia invece la conseguenza.
In assenza di un nesso esplicito tra le due azioni, la frase consente infatti entrambe le letture, attribuendo al romanzo un ruolo che può apparire tanto costitutivo (come se avesse creato la lingua) quanto meramente mediatorio (come se si fosse limitato a trasmetterla), senza che il testo chiarisca quale delle due interpretazioni sia intesa.§
Ma soprattutto — ed è il punto decisivo come risulta con chiarezza dai testi — Manzoni non ha mai sostenuto nulla di simile.
Forzatura di significati.
L’espressione «a un’intera società, cioè a tutte le classi» è effettivamente di Manzoni, ma è stata estratta dal contesto e piegata a un significato che non le appartiene.
Essa proviene dall’Appendice alla Relazione intorno all’unità della lingua e ai mezzi di diffonderla (1869), dove Manzoni scrive [tra parentesi quadre una nostra resa più attuale delle parole di Manzoni]:
«Infatti una lingua è, in quanto è comune a un’intera società, cioè a tutte le classi, più o meno chiaramente distinte, che la compongono, e a ciascheduna, s’intende, in proporzione dell’idee, che è quanto dire de’ vocaboli, di cui usa.»
[Una lingua è veramente tale quando è comune a tutta una società, cioè a tutte le sue classi sociali. Però ciascun gruppo la usa in modo diverso, a seconda delle idee che possiede e quindi delle parole di cui dispone. — ndr]
Qui Manzoni non indica un destinatario cui “affidare” la lingua, ma definisce la condizione strutturale perché qualcosa possa essere chiamato lingua. La targa, invece, trasforma una definizione teorica rigorosa in una formula enfatica e impropria.
Per comprendere la gravità dell’errore, è necessario ricostruire puntualmente il contesto storico-documentario dell’intervento manzoniano sulla lingua dopo l’Unità:
– gennaio 1868: il ministro Emilio Broglio istituisce la Commissione parlamentare per l’unità della lingua;
– 19 febbraio 1868: Manzoni invia a Broglio la Relazione (poi pubblicata su La Perseveranza e La Nuova Antologia);
– aprile 1868: la sottocommissione fiorentina, con Lambruschini, presenta una relazione dissenziente;
– gennaio–maggio 1869: Manzoni risponde con la lunga Appendice, chiarendo che il vocabolario da lui proposto non è “parziale”, ma «intero vocabolario d’una lingua intera», fondato sull’uso vivo di Firenze come unico criterio.
È proprio dall’Appendice che la targa preleva la formula «un’intera società, cioè a tutte le classi», attribuendole però un senso che Manzoni non le ha mai dato.
A questo punto il testo affronta un nodo cruciale: di quale lingua Dante sarebbe “padre” secondo la targa?
La targa afferma implicitamente che:
– la lingua di Dante non era ancora italiana (lo diventa con I Promessi Sposi);
– e tuttavia Dante è celebrato come “padre” di quella stessa lingua.
È una contraddizione che passa inosservata nella cerimonia e nella stampa, ma che collide frontalmente con il pensiero di Manzoni.
Nella Relazione a Broglio (1868), Manzoni afferma infatti che in Italia, nei secoli precedenti, non esisteva una lingua nel senso proprio del termine:
«Ma nessuno vorrà nemmeno affermare che una quantità qualunque di locuzioni basti a costituire una lingua […] Come mai […] sarebbe potuta resultare quella totalità di segni che, in una società riunita, resulta necessariamente da relazioni giornaliere, continue, inevitabili, e d’ogni genere?»
[Nessuno può pensare che basti mettere insieme un certo numero di espressioni per formare una lingua. Come potrebbe altrimenti nascere quell’insieme complesso di segni che, in una società che vive insieme, deriva necessariamente da rapporti quotidiani, continui, inevitabili e di ogni tipo?]
E nella successiva «Lettera intorno al libro “De Vulgari Eloquio”» (21 marzo 1868), Manzoni è ancora più esplicito, consapevole del carattere esplosivo delle sue affermazioni (vedi QUI il pdf della “lettera”):
«L’opinione che Dante […] abbia definito quale sia la lingua italiana è talmente radicata, che non si suppone generalmente che possa neppure esser messa in dubbio.»
[L’idea che Dante abbia stabilito che cosa sia la lingua italiana è così diffusa e radicata che, di solito, non si prende nemmeno in considerazione la possibilità di metterla in discussione.]
E, subito dopo, è ancor più incalzante:
«Riguardo alla questione della lingua italiana, quel libro [De Vulgari eloquio] è fuor de’ concerti, perchè in esso non si tratta di lingua italiana nè punto nè poco.»
[Per quanto riguarda la questione della lingua italiana, quel libro (De vulgari eloquio) è fuori tema, perché in esso non si parla affatto di lingua italiana.]
E insiste:
«Dante era tanto lontano dal pensare a una lingua italiana […] che alla cosa proposta in quello, non dà mai il nome di lingua.»
[Dante era così lontano dall’idea di una lingua italiana che, nel trattare quell’argomento, non la chiama mai nemmeno “lingua”.]
Fino alla conclusione perentoria:
«Non vi par egli […] che nel libro “De Vulgari Eloquio” non si tratta d’una lingua, nè italiana, nè altra qualunque?»
[Non vi sembra che, nel De vulgari Eloquio, non si parli affatto di una lingua, né italiana né di qualsiasi altro tipo?]
Alla luce di questi testi, la targa risulta doppiamente infedele:
Primo — Attribuisce a Manzoni un’idea di continuità linguistica con Dante che egli aveva esplicitamente negato.
Secondo — Pone Manzoni in simbiosi celebrativa con una figura che egli stimava poeticamente, ma dalla quale prendeva le distanze sul piano politico e linguistico.
Pur non essendo questo il nostro usuale campo di riflessione, vorremmo provare a sintetizzare i diversi modi di pensare al mezzo più immediato di comunicazione sociale da parte di Manzoni e di Dante (con tutte le riserve relative alle sintesi estreme).
Per Manzoni:
— la lingua non appartiene a una classe privilegiata;
— è un fatto sociale complessivo, che coinvolge tutta la comunità;
— le differenze linguistiche riflettono differenze di idee, esperienze, funzioni, non gerarchie di valore;
— nessun gruppo possiede “la vera lingua” in esclusiva: ciascuno ne usa una porzione, proporzionata a ciò che pensa e fa.
In estrema sintesi: Manzoni non cerca una lingua da costruire, ma una lingua già viva e socialmente funzionante. Il fiorentino è scelto perché risponde meglio di ogni altra parlata a questa condizione.
Per Dante:
– il volgare è la lingua naturale, appresa senza studio ed è in sé, più originario e più universale del latino, ma
— i volgari parlati sono instabili e localistici;
— nessuno di essi, così com’è, può assolvere funzioni alte (politiche, poetiche, morali);
— occorre quindi costruire un volgare illustre:
— che non coincide con nessuna parlata reale; è una selezione degli usi migliori; è destinato a una minoranza colta, non all’intera società.
Detto in breve: Dante riconosce il valore del volgare, ma non accetta il volgare parlato. Per questo teorizza una lingua superiore, costruita scegliendo il meglio, destinata alla poesia e alla cultura alta, non all’uso comune.
*****
Tornando alla targa in Santa Croce, l’espressione «intera società, cioè tutte le classi» rinvia anche alla concezione manzoniana di giustizia, diritto e responsabilità collettiva, sviluppata ne “I Promessi Sposi” e culminante nella “Storia della Colonna Infame”. Anche questa dimensione fondamentale è assente dalla targa, che finisce così per tradire Manzoni proprio mentre pretende di celebrarlo.
19/ Senza ragione la fede non è un granché, ma senza fede la ragione ne è la negazione.
Merita più attenzione invece la seconda espressione — «illuminata dalla ragione» — che Manzoni non scrisse mai e sul cui concetto di fondo eventualmente ragionò proprio al contrario.
L’estensore ha infatti appiccicato al bavero della giacca di Manzoni un’espressione che ha potuto ritagliare da molte pagine, per esempio dallo Zibaldone di Giacomo Leopardi.
Il quale non avrebbe certo gradito questo indebito furto redazionale: nello Zibaldone egli aveva usato l’espressione in riferimento alla natura (tutto all’opposto di una “città ecumenica”). Così scriveva Giacomo: «La ragione è un lume: la natura vuol essere illuminata dalla ragione, non incendiata.»
Figuriamoci Manzoni! che si sarà certo incavolato ancor più perché, avendola eventualmente letta dall’alto dei cieli, avrà visto con sommo dispiacere veder chiusa quella iscrizione a lui dedicata con la parola “ragione”.
Ciò non perché il concetto di ragione dispiacesse a Manzoni, anzi. Ma proprio perché, essendo uomo molto ragionevole e ragionatore, ne aveva un’idea precisa sulla quale articolò tutta la sua vita di adulto.
Manzoni rifletté a lungo sul tema della ragione e proprio sulla base di questa riflessione decise — razionalmente — di tornare alla religione della propria prima educazione, convinto che la ragione deve essere illuminata dalla fede, proprio al contrario di quanto scritto nell’iscrizione in Santa Croce, dove l’intera società può essere considerata veramente umana solo se illuminata dalla ragione — che è esattamente il programma dell’illuminismo, se non di Holbach certamente di Voltaire.
Esattamente gli uomini di pensiero dell’ambiente che a Parigi il ventenne Alessandro aveva frequentato e a partire dalle cui posizioni — rovesciandole — si era convinto della necessità di trovare nella religione cattolica la chiave per la crescita del nuovo popolo italiano e di assegnare alla fede la funzione di validatrice del ruolo di formazione dato dalla ragione.
Per Manzoni, cioè, (ma in questo non è certo stato il primo nella storia del cristianesimo) la ragione ha un ruolo determinante nella formazione e nel percorso esistenziale dell’uomo ma è la fede che dà compiutezza e certezza a questo processo: senza ragione la fede non è un granché ma senza fede la ragione ne è la negazione.
Non interessa qui di sviluppare più di tanto questa questione, assolutamente chiara a chiunque.
Ma se così è, perché l’estensore della iscrizione dedicata a Manzoni ha voluto concluderne il testo con un’espressione che mai Manzoni avrebbe accettata come propria?
L’estensore stava pensando ad altro o a Manzoni ha voluto proprio fare un dispetto?
20/ Che significa quella data?
La targa posta in Santa Croce ha come unica determinazione temporale le tre parole “7 novembre 2023”, poste in calce al testo con un carattere molto inferiore al resto (la metà), quasi a evidenziare anche con la misura tipografica la scarsa considerazione degli estensori per il significato della data da essi stessi posta a chiusura dell’iscrizione.
E in effetti, considerandola nel suo insieme, è come se il tempo su quel marmo non esistesse.
Che significa quel “7 novembre 2023”, così nudo e crudo?
Secondo un normale codice di lettura, dovrebbe indicare la data in cui è stata apposta la targa — cosa che effettivamente è: la targa in Santa Croce è stata scoperta il 7 novembre del 2023.
Il che è meglio di nessuna data, ma non ci dice nulla più che indicare un momento del calendario in cui certi signori hanno compiuto una certa azione, ossia ha valore di promemoria funzionale, come lo è la data sui molti documenti che utilizziamo nella nostra vita quotidiana (giornali, biglietti del tram, codice fiscale) o più importanti (matrimoni, nascite e morti, assegni, testamenti ecc. ecc.).
Ma qualunque visitatore della basilica di Santa Croce inevitabilmente si chiede: che c’entra quella data con quel Manzoni di cui è riportato nome e cognome?
Ovvio che quel “7 novembre”, nelle intenzioni degli estensori della targa, doveva certo significare molto di più — e infatti nell’ormai noto verbale della riunione del CNSM del 29 giugno è scritto in chiaro: «È prevista per il 7 novembre 2023 (la data incipitaria degli eventi narrati nei Promessi sposi)».
Forse intrappolati dall’errore sfuggito alla penna (sarebbe il 7 novembre 1628 la “data incipitaria”) non sono però stati in grado di esprimere ciò che avevano in testa.
E infatti, da quel “7 novembre” che hanno messo in calce all’iscrizione, non emerge in alcun modo che è anche il giorno di inizio del romanzo, come indicato da Manzoni.
O forse i solerti estensori dell’iscrizione pensano che i 4.000 visitatori giornalieri di Santa Croce lo sappiano, che ne parlino tutti i giorni dell’anno aspettandolo con gioia o ansia?
E allora perché non hanno fatto nulla affinché il visitatore della Basilica comprendesse che quel “7 novembre” non è solo uno dei 365 giorni dell’anno ma indica simbolicamente il romanzo di Manzoni? che, cioè è una data significativa per il personaggio che è celebrato in quella targa?
A rimarcare come i riferimenti alla storia (che si fa anche con le date) siano parte integrante non solo del pensiero critico ma anche dell’espressione artistica di Manzoni, nella Quarantana il Nostro ce ne rifila ben sessantacinque (65), 51 delle quali complete di giorno mese e anno.
Ma l’estensore dell’iscrizione si è distratto, dimenticando anche le date di nascita e di morte di quel Manzoni che la targa vorrebbe onorare.
Manzoni operò nel XIV secolo, come si potrebbe pensare vedendolo accostato a Dante? O nel XVII, epoca di svolgimento del romanzo (sempre che qualcuno se lo ricordi)? O Don Lisander è stato uno scapigliato di fine ’800?
E allora le date di Manzoni uomo le ricordiamo noi: 1785–1873. Era così difficile pensarci e inserirle su quella targa?
In fondo non è obbligatorio esser poeti per concepire un finale con quattro endecasillabi (anche con l’indovinello):
a centocinquant’anni dalla morte
in memoria di lui ottantottenne
7 novembre 2023
nel dì incipitario del romanzo
Conclusione
21/ Per concludere.
La targa posta in Santa Croce il 7 novembre 2023 è un raro caso di inadeguatezza.
Nelle sue 56 parole quel documento contiene infatti un’impressionante sequela di ingenuità, oscurità, deformazioni della realtà storica, falsificazioni su Manzoni, la figura che dovrebbe in teoria commemorare — e non manca neppure uno sbrego sintattico.
L’aspetto più impressionante appare però ciò che non c’è, ossia la consapevole e cosciente cancellazione di aspetti fondamentali della vita e dell’opera di Manzoni.
A mo’ di sintesi e perché rimanga come promemoria, diamo qui di seguito un elenco per punti di ciò che rende questa targa di commemorazione a Manzoni un esempio di ciò che NON si sarebbe dovuto fare.
a/ la esclusione di Lecco dall’iscrizione …
… è un assurdo — e anche poco cortese — riduzione a quarti dell’esperienza umana ed esistenziale di Manzoni;
b/ il presentare Manzoni solo per il suo contributo alla formazione della nostra lingua (che non è naturalmente poco) …
… è un altrettanto incomprensibile smembramento della unitaria e coerente personalità di Manzoni, da cui sono stolidamente cancellati:
— il suo essere profondamente religioso (e di religione cattolica);
— il suo orizzonte etico-sociale, fondato su giustizia e diritto come basi imprescindibili della convivenza umana;
c/ la doppia impossibilità di determinare chi sia il secondo personaggio cui è dedicata la iscrizione, e di individuare cosa abbia determinato l’italianità della lingua…
… connota la iscrizione stessa come veicolo di insormontabili ambiguità;
d/ con l’ignorare qual fosse il punto di vista di Manzoni su Dante …
… si adultera un aspetto del pensiero di Manzoni come specialista della lingua — cosa che già ai suoi tempi aveva suscitato polemiche anche vivaci;
… si ignora la distanza esistente sul piano “civile” tra Dante e Manzoni, che infatti rifiutò di farsene sostenitore in occasione del VI centenario della nascita (1865);
e/ con l’errore di concordanza sintattica (lieve in un contesto discorsivo — grave su un documento commemorativo in onore del sistematizzatore della nostra lingua) …
… i proponenti dell’iscrizione mostrano una preoccupante superficialità, suscitando diffidenza e disistima.
f/ la mancanza di ogni contestualizzazione temporale…
… nega la targa stessa come documento di una qualche utilità culturale e sociale.
Fabio Stoppani
22/ Post scriptum: sbrego sintattico.
Il lettore attento ci potrà dire che prima di criticare l’altrui operato sarebbe bene badassimo al nostro.
Nelle prime e nelle ultime righe di questa Nota abbiamo infatti scritto che la targa in Santa Croce di Firenze dedicata a Manzoni si distingue anche per uno sbrego sintattico, ma — in realtà — di quest’ultimo non abbiamo detto nulla.
È vero! E allora, rimediamo subito.
Nella targa è presente un errore di concordanza: al soggetto «I PROMESSI SPOSI» è associato impropriamente un verbo al plurale («HANNO FATTA ITALIANA»).
Il soggetto reale non sono però i personaggi del romanzo, ma l’opera in quanto tale, che è singolare; la forma corretta sarebbe dunque «HA FATTA ITALIANA». L’uso del plurale è tuttavia molto diffuso, anche in ambiti colti, perché il titolo viene spesso percepito come se designasse persone reali.
In una lettera privata alla figlia Vittoria (29 ottobre 1849) Manzoni stesso lo utilizza scherzosamente schermandosi dietro la nipotina Rina. Ma, quando fa sul serio, rispetta sempre la concordanza al singolare, come mostra anche il caso di “Dei delitti e delle pene” in “Storia della Colonna Infame”.
La grammatica italiana conferma che, quando il soggetto è un titolo al plurale, l’accordo corretto è al singolare. Questa soluzione non è solo normativa, ma anche la più funzionale, perché evita ambiguità e incongruenze che emergono chiaramente nei costrutti passivi, dove il plurale risulterebbe insostenibile.
Tanto dovevamo, gratis et amore.
FINE
Nota di contesto. —
L’attenzione riservata dal Centro Nazionale Studi Manzoniani alle iscrizioni lapidarie legate a Manzoni ha una sua storia.
Nel 2017, in un articolo di cronaca pubblicato dal Corriere della Sera, veniva riportata l’ipotesi — sostenuta da Angelo Stella, allora presidente del Consiglio direttivo del Centro Nazionale Studi Manzoniani — di trasferire la lapide della Colonna infame dal Castello Sforzesco di Milano a Casa del Manzoni (sempre in Milano), in un’ottica di ricontestualizzazione museale dell’opera.
Sulla lapide del Castello Sforzesco si veda la nostra Nota dedicata su questo sito.
L’articolo di riferimento è: «La lapide della Colonna infame e l’ex voto della peste a Casa Manzoni», Corriere della Sera, 20 giugno 2017.
Il cosiddetto “Manoscritto Lecco 170”
Nel 2023 è stato presentato come manoscritto redatto da una figura indicata come “molto vicina” a Manzoni al tempo della Prima Bozza (1823–24) e come “certificato” dall’autore dei Promessi Sposi tramite una riga di testo proposta come autografa.
La nostra analisi documentaria e storico-critica ha mostrato l’inconsistenza di questa lettura del manufatto, collocandolo nell’ambito dei falsi e delle attribuzioni infondate circolanti nel mercato dei reperti manzoniani. Uno degli sponsor (Centro Nazionale Studi Manzoniani) ha successivamente riconosciuto la validità dell’analisi.
1860: Manzoni e conciliatoristi di Milano impegnati per il nuovo Regno d’Italia.
Documentiamo l’impegno di Manzoni nel 1860 come riferimento del clero conciliatorista di Milano (della cui Associazione era Segretario Pietro Stoppani, fratello dell’Abate) per collaborare con Vittorio Emanuele II in serrata opposizione a Pio IX nella definizione del nuovo Regno d’Italia.
Al Museo Manzoniano di Lecco si dà credito al falso di Carducci.
Documentiamo come al Museo Manzoniano di Lecco si ignora l’Abate Stoppani, promotore e organizzatore del Monumento a Manzoni in Lecco, e si dà amplissimo spazio al sempre anti-manzoniano Carducci. Del quale viene anche sposata la falsa auto-attribuzione del discorso inaugurale del Monumento. Che venne invece svolto, al mattino e al Teatro Sociale, in oltre un’ora e mezzo di molte sensate parole, da Gaetano Negri, sodale scientifico dell’Abate Stoppani.
Ore dopo l’inaugurazione, al pranzo sociale tenutosi all’Hotel Croce di Malta, Carducci parlò per pochi minuti, dopo ampie libagioni, ascoltato da poche persone e marcato stretto dai compagni dell’Abate Stoppani. Dalla loro vigile presenza fu obbligato a parlare bene di Manzoni, contraddicendo se stesso. La cosa fu notata dal Corriere che se ne burlò con la nota di cronaca “Carducci si ricrede”.
Carducci cercò di uscirne imbastendo il falso del “Discorso di Lecco”, cui tennero bordone, immediatamente il “Resto del Carlino” di Bologna; nei decenni successivi — e anche oggi — quegli editori, storici, accademici, Assessori alla Cultura e Direttori dei Musei che preferiscono le menzogne alla verità.
Di chi era figlio Alessandro Manzoni?
Documentiamo qui come l’ipotesi secondo cui Alessandro Manzoni sarebbe stato in realtà figlio naturale di Giovanni Verri si fondi esclusivamente su quattro elementi, uno solo dei quali può essere considerato un “documento primario” (non necessariamente veritiero, comunque) mentre gli altri tre sono solo degli pseudo-documentari di valore quasi nullo. In essi infatti la presunta paternità verriana di Manzoni viene riferita per relata: nessuno degli autori cita documenti diretti, ma si limita a riportare voci, allusioni o affermazioni non supportate da riscontri materiali.
Si tratta di:
a/ appunti personali di Giuseppe Custodi, risalenti circa al 1830 e resi pubblici solo nel 1905 (pseudo-documento);
b/ bozze di un testo di Niccolò Tommaseo, databili intorno al 1860 e pubblicate nel 1928 (pseudo-documento;
c/ una lettera di Giuseppe Gorani indirizzata a Giovanni Verri, datata 1808, resa pubblica parzialmente nel 1925 e integralmente soltanto nel 1989 (documento primario);
d/ una registrazione in un albo genealogico redatto intorno al 1855, resa pubblica pochi decenni fa (pseudo-documento).
Dobbiamo comunque considerare alcun elementi chiave.
In primo luogo, tutti e quattro questi documenti sono stati resi pubblici — ciascuno secondo dinamiche proprie — decenni dopo la morte di Alessandro Manzoni, quando né l’interessato né alcuno dei suoi contemporanei era più in grado di intervenire per confermare, smentire o anche solo discutere quelle presunte “rivelazioni”.
In secondo luogo, ci troviamo di fronte a soltanto a un solo documento e a tre pseudodocumenti distribuiti nell’arco di oltre duecentoquarant’anni dalla nascita di Manzoni. È legittimo domandarsi come sia possibile che, a fronte di due secoli e mezzo di ricerche storiche, non siano emersi altri elementi — lettere, diari, testimonianze coeve, documenti amministrativi — capaci di corroborare in modo sostanziale l’ipotesi di una paternità verriana riferita a una delle figure più studiate della nostra storia culturale, in un ambiente (la società milanese di fine ’700 sottoposta ad analisi minuziose).
Va ricordato che in Italia sono oggi censiti, nei principali database bibliografici (Sistema Bibliotecario Nazionale e altri grandi centri di raccolta), circa cinquantamila studi — tra articoli, saggi e volumi — che trattano in modo esplicito di Alessandro Manzoni e della sua opera. Appare quanto meno singolare che, da una tale massa di ricerche prodotte da generazioni di studiosi, non sia emerso nulla di più solido di questi quattro reperti isolati
C’è poi un quinto reperto che non possiamo neppure definire “para-documentale”. È il noto dipinto, attribuito ad Appiani, raffigurante Giulia Beccaria e il piccolo Alessandro. I sostenitori della paternità verriana, si sono variamente affannati a cercare di fare discendere da questo dipinto non solo un legame tra Giovanni Verri e Giulia Beccaria, sua notoria amante, ma anche tra il Verri e il piccolo Alessandro. Nel nostro intervento dimostriamo che quel dipinto non può essere portatore di nessuna verità in quanto è esso stesso fasullo — può sembrare curioso che nessuno se ne sia accorto prima di noi ma è proprio così!


